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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Avvento anno B – 2011

Is 61,1-2.10-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

La figura di Giovanni Battista ci accompagna nel cammino di avvento. Senza il Battista non possiamo accostarci e comprendere Gesù. Gesù, che storicamente ha seguito Giovanni, ad un certo punto si distanzia da lui e inizia, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni, il suo percorso come messia. Il IV vangelo offre una lettura più profonda, spirituale, della figura di Giovanni il Battista e suggerisce alcune tracce per una spiritualità nel nostro oggi.

Giovanni nel IV vangelo è presentato come il testimone. Di lui si dice che dà testimonianza. “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce” (Gv 1,8). Sta qui il nucleo segreto dell’identità del Battista. Di fronte alle attese di coloro che riconoscevano in lui un profeta (Dt 18,15-18), oppure Elia che doveva tornare (Mal 3,23), oppure il messia, la sua risposta è un diniego: ‘non sono’. Alle domande dell’autorità religiosa inviata a lui. Chi sei tu? Giovanni risponde solamente in forma negativa: ‘io non sono…’. Il Battista appare assai chiaro nel porsi come qualcuno che non deve attrarre, ma che si pone nella relazione, la sua identità non è chiusa ma è relativa ad altro, a Gesù. In tal senso è il testimone. Giovanni risponde solamente ‘Io, voce che grida nel deserto…’. La sua identità si esprime nell’essere voce. Essere voce – ci dice Giovanni – è il senso profondo dell’esperienza del testimone.

E richiama ad una presenza che sta già in mezzo. E’ presenza da scoprire, a cui aprirsi: “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. C’è un cammino di conoscere interiore, profondo, di rapporto di vita che esige spazio e libertà da se stessi per essere compiuto.

Qui Giovanni offre una indicazione profonda al cammino del discepolo di Gesù. La capacità di non mettersi al centro, di non attrarre a sé ma di lasciare spazio a Gesù solo. Giovanni è presentato come colui che doveva dare testimoinianza alla luce e “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Sta qui il senso profondo della testimonianza: lasciare spazio alla presenza di Gesù, luce al cuore dell’esistenza di ogni uomo e donna che viene nel mondo (Gv 1,9).

Il IV vangelo approfondisce questo aspetto richiamando alla parola del Battista quando dice di essere l’amico dello sposo (Gv 3,25-30): è l’amico dello sposo che rimane, sta saldo e ascolta. E esulta di gioia alla voce dello sposo. “Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere  io diminuire” (Gv 3,29-30). C’è  un tratto di gioia nella vita del battista: la gioia di essere testimone che rinvia e non tiene per sé, che non mira alla crescita, ma alla decrescita per lasciare spazio all’altro e agli altri. Non tiene per sé nemmeno i discepoli che lascia andare da Gesù, indicando in lui l’agnello di Dio (Gv 1,35-37). La sua vita è in rapporto a Gesù – ci dice il IV vangelo – sarà lui che indicherà Gesù come ‘agnello di Dio’. Nell’aramaico, lingua parlata da Gesù e dal Battista, il termine ‘talja’ indicava due elementi: suggeriva l’agnello, ma anche suggeriva la figura del servo. Nel IV vangelo il Battista conduce a Cristo e si fa da parte. Non occupa la scena.

Giovanni suggerisce percorsi di uscita dal controllo del potere religioso che è spiazzato di fronte alla predicazione di Giovanni, ma anche dal narcisismo che oggi pervade tanti percorsi personali e di chiesa. La sua testimonianza è provocazione per farsi sospettosi di fronte all’affermarsi di leader che pongono la propria figura in primo piano e non lasciano spazio alla libertà e alla responsabilità di seguire Cristo. E’ anche voce critica verso le forme della manifestazione del potere, ma anche di quel vittimismo di chi continuamente richiama l’attenzione alla propria piccolezza e si lamenta in un desiderio nascosto di affermazione e di visibilità. Laddove c’è troppa centratura su di sé non c’è spazio per questo dire ‘io non sono…’. Non c’è spazio per Gesù.

Giovanni ci offre una chiave per comprendere il senso della gioia dell’attesa. Nel tempo del fratempo tra la venuta storica di Gesù e il suo ritorno, siamo chiamati ad attendere. E’ tempo segnato dalle prove ma è anche – ci ricorda Guiovanni – tempo di gioia: “l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo”. E’ la gioia di chi non pensa a se stesso ma rivolge lo sguardo all’agnello di Dio, si volge al percorso di Gesù come servo. E’ la gioia di chi sa di essere soalmente voce. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé ad altro, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo.

Cammino del Battista ma anche cammino dei discepoli di ogni tempo.

Alessandro Cortesi op

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