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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

I domenica di Avvento anno B – 2011

Is 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Fate attenzione vegliate”. L’avvento inizia facendoci guardare lontano e vicino. Fate attenzione: non sapete quando. Questo ‘quando’ è il tempo in cui ‘il padrone di casa ritorna’. La vita cristiana si pone in un frattempo segnato dall’affidamento: è il tempo che attende un ritorno. Gesù è venuto, ha donato la sua vita fino alla croce, Lui, incontrato dopo il mattino di Pasqua vivente e risorto, ritornerà. Nel frattempo viviamo il tempo dell’invocazione ‘Vieni signore’, del silenzio dell’attesa e della fatica nel rimanere fedeli al compito affidato.

Isaia profeta che non vende illusioni, ci riporta duramente ad una condizione in cui riconoscerci: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Di fronte alle notizie di questi mesi sull’andamento delle Borse e dei mercati, si fa strada nella mente l’immagine del bruciarsi di somme di denaro nel giro di poche ore. In questo svanire, come il vento, di capitali – che peraltro passano nelle mani di potenze economiche e finanziarie – e di ricchezze considerate stabili e sicure – gestite in nome di quel padrone o divinità che è il denaro – viene proprio da riflettere sul testo di Isaia: le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Un sistema economico che genera iniquità sta dimostrando le sue profonde crepe, la sua vacuità, come il vento. E un’inquietudine profonda attraversa ai cuori di giovani generazioni che non solo pensano al loro interesse, al loro benessere, ma intuiscono forse che qualcosa deve cambiare: l’iniquità che attraversa il mondo conduce ad essere dispersi nella nostra umanità e a svanire come il vento.

E ci sentiamo così avvizziti come foglie quando attorno prevale un modo di intendere la vita basato sul criterio della difesa di interessi, di cura solamente del ‘particulare’.  Ci ritroviamo avvizziti come foglie, osservando chi è piegato sulla difesa di propri privilegi, o chi guarda con paura e terrore ai volti che si affacciano dai mondi della povertà, a tutto ciò che può generare cambiamento, a quanto può divenire possibilità di vita per altri. E fanno sentire ancor più avvizziti le parole di chi si scaglia contro il riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini ‘stranieri’ ma nati e cresciuti in questa terra ed anche contro il riconoscere dignità ai poveri. Isaia ci parla di una condizione di impurità che ci attraversa, che ci fa domandare in cosa abbiamo sbagliato, nell’educazione, nell’impegno… “siamo divenuti tutti come una cosa impura”.

Essere una cosa impura è la condizione di macerie e di sgretolamento che avvertiamo attorno. Come lo sgretolarsi delle colline e della terra delle scorse settimane, quando piogge abbondanti, eccezionali hanno portato devastazione vicino a noi, in diverse regioni d’Italia al Nord e al Sud, ma anche lontano da noi, dove un territorio vastissimo come l’intera Thailandia è stato allagato con migliaia di morti. Fiumi di fango, prodotto di eventi eccezionali talvolta imprevedibili, ma in radice esito e conseguenza di un modo di vivere, di scelte di organizzazione sociale che segnano il quotidiano. Scelte che hanno prodotto mancanza di cura per la natura, disinteresse per l’ambiente, indifferenza per l’ecosistema. Un modo di pensare per cui tutto va ricondotto ai criteri dell’utile e dell’immediato secondo la logica del ‘pensare per se’ o di essere padroni in casa propria. Dimenticando così che ci sono beni da preservare per tutti, da consegnare alle generazioni future e che  non possono esser sfruttati ed esauriti a profitto solo di qualcuno. L’acqua, la terra, l’aria, l’ambiente di vita di animali e persone, la dignità di ogni volto.

“… ci avevi messo in balia della nostra iniquità”. La parola di Isaia spinge a sostare e a ripensare non solo un diverso sistema economico – che pure è compito ineludibile oggi – ma le scelte del quotidiano possibili per tutti là dove cresce un nuovo orizzonte di vita. C’è una iniquità infatti che si cela nel nostro quotidiano e ci rende tristi, indifferenti, avvizziti. Prendere atto di tutto questo è il primo passo da compiere per far crescere una consapevolezza e per disporsi ad un cambiamento.

Ma già nelle parole di Isaia ci sono le tracce di una speranza che non può venire da noi, ma può essere solo opera di Dio: “noi siamo argilla e tu colui che ci plasma”. Quel fango che discende dallo sgretolarsi di un mondo vissuto non nei termini del rispetto e  della cura, può esser fango posto nelle mani di chi costruisce qualcosa di nuovo, di chi tra le sue mani già sta formando una cosa nuova, una vita orientata secondo criteri diversi, nuovi. Dio stesso ci prende tra le sue mani come argilla che attende una forma nuova. E’ Dio stesso che si volge a noi e ci prende tra le sue mani. Il primo a convertirsi è Dio stesso. E’ lui che rende possibile il nostro convertirci a Lui, quel desiderio che si fa attesa. Volgendosi a noi rende possibile un’accoglienza, un cambiamento una novità che è spazio di germogli nuovi pur tra macerie presenti nel cuore o in un mondo che sta crollando. Sta qui la radice di una speranza in Dio che per primo ritorna: “Ritorna per amore dei tuoi servi”.

Alessandro Cortesi op

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