la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica Quaresima – anno B – 2012

Gen 22,1-8; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è la parola d’ordine diffusa in questo tempo di crisi economica. E i sacrifici maggiori sono quelli sopportati dai deboli. Sacrificio è tuttavia termine legato al mondo religioso: in tutte le culture religiose ci si trova di fronte alla dimensione del sacrificio. Il suo significato è racchiuso nel ‘rendere sacro’: alcuni oggetti o realtà umane sono consegnate al sacro e vengono utilizzate per propiziare la divinità, per renderla, da irata, favorevole. In tal modo si fa mutare atteggiamento alla divinità capricciosa, la si rende ‘pia’: c’è un collegamento tra sacrificio ed espiazione.

Ci si potrebbe chiedere a quale universo religioso fa riferimento l’insistenza dei nostri tempi sulla necessità di fare sacrifici. Sono forse da smascherare i poteri che li pretendono e si pongono come divinità con volti diversi a cui sacrificare l’esistenza. E c’è forse da domandarsi: quale divinità? quali riti? quali sacerdoti?

Anche nella Bibbia si parla di sacrifici ma in modo particolare e la liturgia di oggi ruota attorno a questo tema.

Un episodio che sconcerta, quello del sacrificio di Isacco. Un episodio che può essere letto come la grande contestazione della Bibbia nei confronti dei sacrifici umani e della logica che sottostà ad una idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole il sacrificio di Isacco, e non vuole sacrifici umani: è un Dio diverso dalle divinità da temere e da rabbonire. Chiede invece la disponibilità dell’affidamento radicale, dell’ascolto alle sue chiamate. E’ un Dio amante della vita. Dona la vita e non la toglie, mira a rapporti di obbedienza nella fede.

La questione al centro del racconto è la fede di Abramo, un rapporto vivo, che coinvolge l’esistenza con Jahwè. Nella drammaticità della salita al monte con il figlio della promessa, Abramo vive l’affidamento totale a Jahwè. Questa pagina intende così rivelare il volto di Dio che ha offerto la sua alleanza nella fedeltà e attende solamente un risposta di affidamento: la disponibilità a mettere Lui al primo posto dell’esistenza in modo assoluto, in un ascolto radicale della sua parola. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

I riti che saranno praticati in Israele come ‘sacrifici’ avranno come loro funzione di indicare e ricordare l’alleanza che Dio ha offerto e che solo Lui può ristabilire di fronte alla disobbedienza, al non ascolto da parte del popolo. Al cuore di tutti i sacrifici di Israele starà la consapevolezza non di una divinità lontana, da tenere buona perché assetata di sangue, ma l’apertura ad un dono di libertà e di comunione che si attua come azione di Dio. Così nel sacrificio della Pasqua, e così anche nel sacrificio del giorno del perdono (Yom Kippur), così nei sacrifici quotidiani al Tempio. E tuttavia questo significato si prestava a fraintendimenti, a ritorni all’idea del sacrificio secondo la mentalità pagana. Soprattutto rischiava di perdere di vista il senso profondo di un culto che trovava la sua radice in un rapporto di amore e fedeltà.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto  separato da un riferimento all’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa. Per questo insistevano sull’autentico ‘sacrificio’, non quello dei riti delle offerte, ma quello di un’esistenza vissuta come stare davanti a Jahwè rispondendo nella fede e nella ricerca di giustizia alla sua chiamata. “Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco… smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20).

Quando Paolo nella seconda lettura dice che ‘Dio ha consegnato il suo Figlio’ non parla di una sorta di esigenza del dolore e della morte del Figlio da parte di Dio per riaffermare i propri diritti e per ottenere giustizia. Non legge la morte di Gesù nella linea dei sacrifici alle divinità pagane, ma lo indica come evento di vicinanza dell’amore di Dio che dona comunione. Così legge il significato della morte di Gesù come dono totale della vita vissuto per amore al Padre. La vita di Gesù è un percorso di esistenza per gli altri, di solidarietà fino alla fine e consegna al Padre e la sua morte diviene dono di salvezza perché tutta la sua vita fino al momento supremo è stato ascolto e dono di sè al Padre, abbandono all’Amore. Non la sofferenza in quanto tale o le atrocità subite nella passione sono motivo di salvezza ma l’obbedienza e l’amore. Tutta la vita di Gesù sta sotto il segno della consegna di sé al Padre e agli uomini. Gesù così ha vissuto la sua vita ed è rimasto fedele anche nella passione e nella morte, facendo della morte il luogo di un amore che rimane fedele fino alla fine: in questo senso la croce è ‘sacrificio’, come dono di sé e offerta di comunione. Si connota perciò come ‘sacrificio’, ma diverso e per questo pone fine alla logica sacrificale. La sua vita è dono di ascolto al Padre e solidarietà a favore di tutti: e così Paolo potrà dire ‘offrite la vostra esistenza come sacrificio nello Spirito gradito a Dio’ (Rom 12,2). La vita come dono e servizio nell’amore.

Ci possiamo chiedere quale evento sia alla base dell’episodio della trasfigurazione riportato dai sinottici: un evento di luce e di apertura alla grazia. E’ memoria di un momento particolare di vicinanza a Gesù che ha comunicato ai suoi discepoli più vicini il senso del suo cammino di annuncio del regno, di fronte all’ostilità, in fedeltà al disegno di salvezza, in rapporto alle Scritture? Si tratta di una pagina scritta dopo gli eventi d’incontro con il risorto per esprimere come  nell’incontro con lui, prima della Pasqua si intravedeva, senza comprendere a pieno, la luce presente nel suo volto e che pure rinviava ad un cammino di sofferenza e  di morte?

Certamente Marco costruisce questa pagina pensando ad un evento di rivelazione, di teofania. La tesse infatti sulla filigrana del capitolo di Esodo 24. Come nell’evento della manifestazione di Dio del Sinai, anche nella trasfigurazione di Gesù tutto avviene sul monte in un tempo indicato dopo sei giorni, cioè nel giorno settimo, il sabato, giorno dell’alleanza; vi sono tre testimoni; c’è la nube ed una voce; e c’è la luce che avvolgeva il volto di Mosè e ora avvolge Cristo. Elementi simbolici  atti a richiamare un evento di vicinanza e rivelazione. La nube, segno della presenza di Dio, avvolge tutti e nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’altro proclama che egli è il Figlio. La sua vita si comprende in questa relazione fondamentale e nella sua apertura al Padre e ai suoi fratelli. Così pure Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne che ricordava il cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù si presenta come Messia: ma è un messia particolare, debole, che passa per la via del servizio fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri.

E’ un momento di luce nel mezzo di un cammino di difficoltà e di incomprensione. Pietro, che era stato chiamato ‘Satana’ da Gesù perché si opponeva all’annuncio di un Messia che avrebbe percorso un cammino sofferenza, è testimone di questo momento di gloria. E’ uno squarcio per comprendere che Dio ha approvato la vita vissuta da Gesù in quel modo, la sua via orientata al dono e al servizio solidale. Un monte quello della trasfigurazione che rinvia al monte della crocifissione. E il discorrere con Mosè e Elia segno di una vita vissuta in continuità con l’esperienza dell’esodo e delle attese dei profeti.  La corporeità fragile di Gesù è luogo di una luce che nella sua debolezza fa trasparire la luminosità simbolo della vita stessa di Dio. Dio, il Padre resuscita colui che ha vissuto la sua vita nell’ascolto obbediente e nella solidarietà con tutte le vittime della storia. L’invito della voce è ad un ascolto di vita e di coinvolgimento: ‘Ascoltatelo’.

 

Alessandro Cortesi op

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