la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Quaresima – anno B

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

C’è un gesto di Gesù al cuore di questa liturgia. Un gesto duro, apparentemente improvviso, dettato da un senso di indignazione. Eppure è un gesto meditato, così lo presenta Giovanni: fece una frusta di cordicelle. E poi scacciò tutti…. gettò a terra il denaro … rovesciò i banchi… Un gesto tanto più rilevante perché riportato da tutti e quattro i vangeli e quindi un ricordo storico di un gesto compiuto da Gesù polemico nei confronti del sistema religioso e dei suoi capi e responsabili. Il IV vangelo lo riporta all’inizio, al capitolo 2, come chiave di lettura di tutto il percorso di Gesù e come il gesto che ha suscitato contro di lui l’ostilità dell’autorità religiosa.

Gesù rivendica per sé con il suo agire di essere considerato messia: il flagello di sferze era simbolo utilizzato per parlare dell’azione di purificazione del messia alla sua venuta nei confronti dei peccatori. Ma Gesù non si scaglia contro i peccatori, coloro che dovevano stare fuori del Tempio, ma caccia via dal tempio coloro che stanno nel recinto sacro: sono questi i venditori che hanno ridotto la casa del Padre ad un mercato. Gesù reagisce contro questa deformazione del significato profondo del tempio: il luogo dell’incontro con Dio divenuto un mercato. Luogo di calcolo anziché di gratuità, luogo di consumo anziché di relazione.

Parla così del tempio non come ‘casa di Dio’, ma come ‘casa del Padre mio’ presentandosi nella relazione di figlio. E pone davanti alla grande questione: si può scambiare il rapporto con Dio con un ‘mercato’. La logica della compravendita si può infiltrare al cuore dei percorsi religiosi. Quello che era il Luogo per eccellenza che veniva identificato con il Nome di Dio, la sua presenza stessa in mezzo al popolo, era divenuto luogo di mercato. E’ l’utilizzo delle cose religiose al fine del guadagno, e la strumentalizzazione del rapporto con Dio per altri fini senza alcun rapporto con la fede intesa come rapporto vivente.

Con questo gesto Gesù ci dice che il rapporto con Dio può divenire una questione di compravendita senza relazione, senza gratuità. Per lui quella invece è la casa del Padre: e il Padre non vuole consumatori, ma attende figli.

E’ questo un pericolo sempre presente: anche oggi si ripresenta questo snaturamento profondo dell’esperienza di fede. Là dove si perde di vista il cuore della fede, là dove prevalgono interessi di sicurezza mondana, là dove è questione solamente di calcoli economici, là dove si rincorre il guadagno e si usa la religione per mercanteggiare, là c’è una riproposizione della casa di Dio ridotta ad un luogo di mercato.

Enzo Bianchi in un suo articolo recente si interroga: “E tuttavia: che fare, che dire, di fronte a una chiesa che sembra aver smarrito, in molti suoi responsabili che portano l’onere del servizio a tutti, la tensione verso l’unità e la carità? Se un tempo creavamo atei con immagini distorte di Dio da noi fabbricate e predicate, oggi non siamo più significativi e ci ritroviamo paralizzati dallo spettacolo che offriamo. Gli uomini e le donne non appartenenti alla chiesa si sentono confermati nella loro estraneità rispetto a quanti si dicono impegnati nella nuova evangelizzazione, mentre molti cristiani se ne vanno in modo silenzioso, senza contestazione o tentano di vivere la fede “nonostante la chiesa”, etsi ecclesia non daretur.” (Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, anche nella chiesa,in “Jesus” marzo 2012)

Oggi forse siamo chiamati a vivere questa lucidità e questa fedeltà a Gesù in modo nuovo.

Con questo gesto Gesù si presenta come messia, rivendica a sé un ruolo che però non è nella linea del profitto o del dominio, ma nell’affermare come il rapporto con Dio sta nella linea del gratuito, del dono.

Ma è interessante anche notare che Gesù caccia non solo i venditori ma gli animali a cominciare dalle pecore. Il suo agire ha i tratti del pastore che libera chi è vittima di questo sistema religioso deformato. E con questa cacciata indica qualcosa che ha a che fare con la dimensione più profonda della sua esistenza. Nel IV vangelo questa linea è molto chiara e attraversa l’intero racconto: non servono più vittime per instaurare un rapporto con Dio, perché è Gesù l’agnello. Così l’aveva indicato il Battista sin dal suo primo incontro presentando l’orizzonte della Pasqua: Gesù nel IV vangelo viene crocifisso mentre nel tempio si uccidevano gli agnelli in preparazione alla festa di Pasqua. E qui al cap. 2 il gesto nel tempio è presentato proprio mentre si avvicinava la Pasqua dei giudei. Il gesto della cacciata dei venditori e degli animali segna una conclusione di tutto quanto ruotava attorno al sistema dei sacrifici. E Gesù aggiunge una parola difficile: “distruggete questo tempio (e qui fa riferimento al ‘naos’, il Santo dei santi, ossia al luogo più intimo del santuario, luogo della presenza di Jahwè) e in tre giorni lo farò risorgere”.

Nella parola che spiega il gesto Gesù parla di un tempio nuovo: il nuovo tempio è il suo corpo. E’ un annuncio che fa riferimento alla Pasqua: Cristo morto e risorto è il nuovo tempio in cui si può accedere per vivere l’incontro con Dio, non in templi costruiti da mani d’uomo, ma nel suo corpo. L’incontro con Dio non passa più attraverso costruzioni e attraverso sacrifici ma nell’incontro con Gesù che ci ha raccontato nella sua vita il volto del Padre.

Ci possiamo chiedere qual conseguenze questa parola può avere nella nostra vita:

una prima sollecitazione sta nel vivere una vigilanza rispetto ad una religione del mercato che può presentarsi nella forma del dio denaro come nuovo idolo del nostro presente. L’inseguimento di obiettivi legati solamente alla dimensione del guadagno, dell’avere è aria che si respira e che genera il giudizio su persone e popoli. Il dominio dell’efficienza economica, del calcolo di un guadagno su ogni tipo di considerazione relativa alle persone, alle relazioni è una forma di idolatria. E’ anche idolatria quel sottile inserimento di una mentalità preoccupata della ricchezza, dei privilegi, della potenza nel modo vivere la fede per cui l’esperienza di fede viene svuotata del riferimento a Dio ed è riempita invece di tante preoccupazioni relative a costruzioni di ricchezza e di affermazione umana. E’ questo il tradimento più profondo della povertà della fede che vive solamente dell’accoglienza del dono di Dio.

Una seconda sollecitazione è proprio sulla questione del tempio. Se Gesù è il nuovo tempio, il suo corpo è luogo dell’incontro con Dio. Questo ci conduce al superamento di tutti i templi che si pongono come luoghi esclusivi dell’incontro con Dio: né su questo monte né in Gerusalemme adorerete Dio… Dio cerca adoratori in spirito e verità. Nel contesto della società plurale, delle tante fedi e dei tanti percorsi religiosi, siamo oggi spinti a divenire capaci di cercare un incontro profondo e vero con Dio che non si identifichi nella costruzione di templi uno contro l’altro, ma nella riscoperta del tempio del corpo di Gesù e di quel tempio che sono le esistenze viventi. Ma anche questa è sollecitazione a renderci capaci di scorgere le tracce della presenza di Dio e dell’opportunità dell’incontro con Dio al di fuori del tempio in tanti percorsi di incontro umano.

“Egli parlava del tempio del suo corpo”. Un nuovo tempio, il corpo di Gesù. Il corpo di Gesù in relazione al nostro corpo, e al corpo di tutte le vittime. Se il nuovo tempio dell’incontro con Dio è il corpo di Gesù, ci si può anche interrogare sul senso del suo corpo, il corpo del crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, un corpo che ha vissuto la debolezza del farsi servo e la solidarietà fino alla fine con la nostra vita umana. Gesù parlando del suo corpo rinvia anche al corpo come luogo di incontro con Dio, in particolare i corpi più fragili. Nel suo corpo Gesù restituisce dignità al corpo umano, soprattutto ai corpi delle vittime e di coloro che sono più indifesi. Il corpo, che ciascuna e ciascuno è, è luogo di incontro e di lode e di preghiera con Dio. “Non sapete che il vostro corpo è il tempio di Dio e che lo Spirito vi abita?” (1Cor 3,6)

Alessandro Cortesi op

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