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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica di avvento – anno B 2011

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

La pagina di Luca è quasi un tessuto in cui i rinvii al Primo Testamento costituiscono una trama nascosta ma presentissima. Ad iniziare dalla notazione del tempo: ‘al sesto mese’. E’ primo rinvio di una serie di indicazioni di tempo che attraversano i primi due capitoli del vangelo di Luca. Al sesto mese, qui indicato, seguono i nove mesi dell’attesa, e poi quaranta giorni dopo la nascita fino alla presentazione al tempio. In tutto 490 giorni cioè settanta settimane: è una allusione al tempo indicato dal profeta Daniele nel suo libro per volgere lo sguardo all’orizzonte di liberazione e di salvezza che egli dice si affaccerà dopo appunto settanta settimane. La profezia delle settanta settimane di Daniele – ci sta dicendo Luca – sta compiendosi in quanto accade in quella casa sconosciuta di Nazaret, nella Galilea luogo di confine e della mescolanza, di contatto tra Israele e mondo pagano.  Tempo di compimento, tempo di realizzazione di antiche attese.

Così il saluto “Rallegrati”  è eco delle profezie di Sofonia: “Rallegrati figlia di Siomn, grida di gioia Israele.. il signore ha revocato la tua condanna” (3,14). E ancora: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele (…) Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia…” (Sof 3,12-20). E’ gioia della figlia di Sion ma è gioia derivata,contagiata da uno sguardo di salvezza da parte di Dio.

La pagina di Luca riprende il clima di gioia, di novità, della percezione del germogliare di una realtà nuova che pervade questi annunci per Sion. Maria assume così i confronti della donna che compie la chiamata di Sion, donna che raccoglie in sé la vicenda di un popolo popolo e ne segna il cammino, la comunità dei poveri di Jahwè: nell’episodio del roveto ardente il nome di Dio rivelato a Mosè è il nome che dice vicinanza e fedeltà: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si compie nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani.

Maria accoglie questa promessa di un figlio: “lo chiamerai Gesù”. E tale nome significa “Dio salva”. Luca rilegge, riportandolo in filigrana, il dialogo tra il profeta Natan e Davide (2Sam 7,12-16: la prima lettura di oggi): il profeta contesta il re che vuole costruire una casa, cioè un tempio, a Dio. Il profetsa riporta la parola del Signore: non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, un ‘casato’, a Davide, un tempio non di muratura ma un tempio vivente, una discendenza. Questo capovolgimento dei progetti di Davide vede in Gesù la realizzazione della promessa. Ed essa si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Come l’ombra di Dio copriva la tenda dove era conservata l’arca dell’alleanza segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, nel cammino dell’esodo, così ora l’ombra dell’Altissimo copre con la sua ombra Maria, e lo Spirito scenderà. In Maria si rende vicina la ‘dimora’, la presenza vicina di Dio che pur rimane inafferrabile come la luce riparata dall’ombra che la vela. Nulla è impossibile a Dio. Dio rende possibile quanto è impossibile: Dio apre la salvezza laddove c’è sterilità e segni di morte.

Ma tutto questo si compie nella casa. In contrapposizione al tempio che costituiva il contesto della prima scena del vangelo di Luca, che aveva presentato Zaccaria nel momento dell’offerta dell’incenso, siamo qui immersi nella ferialità della casa. Qui si compie il cammino di ascolto di Maria, la ‘serva’ come i profeti ‘servi’, la povera di Jahwè, che rinvia al percorso del credere di ogni credente.

C’è un suggerimento a vivere l’ascolto del Dio della casa, luogo delle relazioni e della gioia scoperta nella disponibilità del fare spazio e dell’accogliere. E c’è una sottile contestazione del Dio del tempio desiderato e rincorso da chi vuole costruire una casa a  Dio. E’ Dio stesso che costruisce una casa: ma questa casa è il volto di un figlio, e rinvia ai volti che chiedono e attendono di essere riconosciuti. E invita ad evitare il rischio di cercare la chiesa delle costruzioni, per aprirsi a saper scorgere, oltre le apparenze, oltre le pretese, alla chiesa del quotidiano, delle case, dei volti, dei legami.

Alessandro Cortesi op

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