la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica tempo ordinario anno B – 2012

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

Si parla della ‘parola’ in queste letture. Parola, che rinvia all’ascolto. Parola di Dio e  parole umane. Parole poste in bocca al profeta dal Signore stesso. Una parola stava al cuore dell’attesa di Israele, connessa alla speranza di una presenza, di un profeta pari a Mosè, capace di portare parole messe sulla bocca proprio da Dio.

Non le promesse vuote, non la retorica stanca di discorsi religiosi autoritari che non toccano la vita. E nemmeno le rivendicazioni risentite e aggressive di coloro che si sentono puri, di coloro che dissentono ma in fondo mirano a visibilità, protagonismo e controllo degli altri. Non parole così, ma parole che respirano di vita, di compassione, speranza, con quello spessore che lascia spazio all’altro e richiama a cammini aperti, non già programmati.

Le parole sono spesso vuote perché troppo cariche del riferimento a chi le pronuncia, lacci lanciati per imprigionare e per tener legati, per dire risentimenti, e non per dire stupore e grazie. Ed anche le più belle parole religiose vengono allora svuotate, e non risuonano, ma sono rumore, ripetuto insistente, ma senza vita. Parole morte, parole che costruiscono gabbie. La parola è uno dei grandi strumenti del potere, per blandire, per convincere confondendo le idee, per mentire con costruzioni di parole ipocrite, per tenere schiavi.

Così Marco racconta il primo gesto di Gesù indicando la forza della sua parola legata ad un gesto. E soprattutto in un incontro nel quale Gesù prima che ad un malato si pone di fronte ad un uomo: un uomo legato, in attesa di essere sciolto per divenire se stesso. E’ un gesto di potenza e di liberazione: una potenza posta al servizio del restituire dignità.

C’è una potente critica ed una sottile ironia che soggiace a questa pagina. Tutto si svolge nella sinagoga. La sinagoga è luogo dell’assemblea, luogo del culto senza sacrificio che si svolgeva lontano dal Tempio di Gerusalemme ed aveva al centro l’ascolto e il commento della Parola. Proprio al centro del luogo dell’ascolto, della parola, Marco colloca un uomo posseduto da uno spirito impuro. La forza del male è al centro del luogo sacro e nel bel mezzo del tempo sacro. Non parla infatti, ma grida. La sue parole sono disarticolate e minacciose, senza silenzi. Lì, nel luogo dove si ascoltava la parola di Dio c’è qualcuno che è tenuto prigioniero. E Gesù lo libera, proprio lì al centro della sinagoga. C’è una religione che fa diventare prigionieri, che impedisce di parlare, di comunicare. Per liberarlo Gesù intima: ‘taci’. E’ un invito che si contrappone alla parola, a tutte le parole che non aprono liberazione. Ed invita al silenzio. Gesù blocca il grido che è espressione della violenza che opprime e il profluvio di parole che non generavano libertà e vita. E si oppone a tutto ciò che rendeva possibile la presenza di un uomo prigioniero al centro della sinagoga e permetteva che vi fosse di sabato qualcuno che rimaneva oppresso.

Le parole di Gesù improvvisamente riconducono a quelle promesse in cui si parlava di parole poste sulla bocca da Dio stesso, parole del profeta che liberano e portano vita. Parole che rinviano ad una esistenza coinvolta in quella parola, parola divenuta scelte, vita, parola fatta carne.

”Ma suscita scandalo, inquieta il fatto che si annunzi il regno di Dio e, nello stesso tempo, si abbia un modo di vivere paragonabile a quello della gente comune. Gesù ha insegnato la via di Dio con libertà, ed è proprio qui che suscita l’opposizione. Gli si rinfaccia di vivere secondo usi e costumi che fanno pensare che egli sia peccatore. Che non lo sia, per chi lo accusa sarebbe il male minore. Ma che non lo sia, che giochi il ruolo del profeta e che viva in una libertà che nessun uomo timoroso di Dio osava attribuirsi, tutto questo minaccia l’equilibrio sociale e religioso del giudaismo del I secolo. L’autorità e la libertà di Gesù spiegano i conflitti che saranno determinati dalla sua parola e che lo porteranno, da ultimo, alla condanna” (C. Duquoc, Gesù uomo libero)

E la sua parola rinvia alla sua pretesa. I vangeli riferiscono la sorpresa che la sua parola portatrice di liberazione, e proveniente da un uomo coerente generava: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo dato con autorità”. Dovremmo tradurre, in modo per noi significativo, il termine ‘autorità’ – spesso legato ad un ruolo di comando – con ‘libertà’. Gesù non s’impone per un suo ruolo: è spoglio di grandezze e di titoli da far valere. La sua autorità è una attitudine interiore tesa a portare avanti, a far crescere altri, ad aprire spazi di incontro e di assaporamento della vita: una autorità mite, la sua, come grandezza del cuore, che non detiene il potere come privilegio, ma trasforma il potere stesso della parola in un servizio. Soprattutto il suo cuore è nonviolento e i suoi gesti dicono la sua preoccupazione di fuggire le parole vuote, la retorica religiosa fatta di teologie paternalistiche e clericali. La sua autorità è allora l’altro nome della sua libertà: libertà interiore di vivere un orientamento dell’esistenza che non si piega di fronte a poteri e a convenienze. Libertà di cercare il Padre, di stare in ascolto di lui, di proclamare che il suo regno è vicino. Libertà di guardare le persone scorgendo tutto ciò che le tiene legate ed incapaci di esprimere parole di comunicazione. Uomo libero, Gesù. Capace di chiedere silenzio e di stare in silenzio smascherando le parole vuote.

La sua libertà interiore è silenziosa ma diviene parola che si fa udire. E c’è veramente allora una novità nella sua vita. Ha parole che comunicano la sua libertà, non parole che imprigionano in lacci di dipendenza e di incapacità a divenire umani.

Dalla sua parola nasce qualcosa che è percepito come novità: l’incontro con lui fa rinascere nel cuore, accompagna a sentirsi riconosciuti, ad avvertire parole che si posano sulla nostra vita non con il peso del giudizio, né con la superiorità di chi sa tutto, ma aprono, lasciano spazio a silenzi di accoglienza, non vogliono dire tutto. Piuttosto rendono leggeri e generano il desiderio di parlare a propria volta, di rispondere, magari nel silenzio e con la vita, con la gratitudine. Sono queste le parole importanti e che rimangono. E sono eco di quella parola che sa intimare ‘taci!’ alle forze che pretendono di tenere in mano la vita, di rinchiuderla e tenerla bloccata proprio lì nel luogo della memoria e dell’alleanza.

Parole di liberazione che fanno percepire e contagiano la libertà del profeta di Nazaret. E noi, come ascoltiamo le parole di Dio che ci parla in tanti e diversi modi nella nostra esistenza? Ci sono parole che ascoltiamo e diciamo cariche di vita? E come usiamo le nostre parole? Per rinchiudere o per aprire e liberare? E le parole sono espressione di libertà interiore o sono parole di paura e di sottomissione?

Alessandro Cortesi op

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