la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VII domenica Tempo ordinario B – 2012

Is 43,18-19.21-22.24b-25; 2Cor 1,18-22; Mc 2,1-12

Tre elementi possono essere chiavi di lettura per entrare in questa pagina di Marco:

– Cafarnao è il luogo dove Gesù opera, la ‘sua città’ dirà addirittura Matteo (Mt 9,1), dove inizia a farsi conoscere come colui che guarisce, facendo del bene e liberando dal male.

– A Cafarnao Marco dice che “egli annunciava loro la Parola”.

– Ed infine l’espressione di Gesù quando il paralitico gli è condotto da quattro persone  scoperchiando il tetto della casa in cui erano: “vedendo la loro fede, disse al paralitico: Figlio ti sono perdonati i tuoi peccati”.

Innanzitutto Cafarnao. Molte sono le città nella Bibbia, dalla prima città, quella costruita da Caino, all’ultima città, la Gerusalemme che scende dal cielo senza più tempio né luce perché l’unica luce è l’agnello in Apocalisse. Tra le tante città Cafarnao ha caratteri propri e particolari: è villaggio di Galilea, terra di confine, lontana da Gerusalemme, non è una città di tipo ellenistico come Tiberiade, eretta dal re Erode in onore dell’imperatore romano. Cafarnao è una città di passaggi, di incroci, sulla grande via del mare, dall’Egitto verso la Siria. Ed è pure la città in cui, attorno e nella casa di Pietro, Gesù ebbe modo di sperimentare la dimensione dell’incontro domestico. Marco infatti dice: ‘si seppe che era in casa’. Gesù sceglie la casa e la strada, i luoghi dell’incontro, del passaggio, per il suo agire. Cafarnao assume così i tratti della città del quotidiano, della dimensione domestica quindi, ma essa è anche il luogo di passaggio, aperto, centro dell’incrocio di lingue e culture, della contaminazione tra persone diverse e lontane. Gesù agisce a Cafarnao e si presenta disponibile all’incontro con tutti i malati. Lì annuncia la Parola che è parola che racconta nei suoi gesti il volto di Dio che si china su chi è malato e piegato.

“Annunciava loro la Parola…”. Non è solo voce. La parola si fa azione, si rende vicina nella prassi e si fa – si potrebbe dire – ‘toccare’ proprio nei gesti che Gesù compie. La sua accoglienza, il suo volgersi verso il paralitico, il suo sguardo che va al cuore della fatica dei quattro che lo avevano condotto. Di fronte ad un uomo senza speranza, bisognoso di tutto, che appare segnato dal male che lo tiene piegato, Gesù non rimane indifferente. Non lo allontana né lo istruisce. Pronuncia parole di liberazione. La sua parola rinvia ad una liberazione che riguarda l’interiorità e la dimensione del peccato, come forza che tiene ripiegati e legati. In questo modo Gesù annuncia qualcosa del volto di Dio. Annuncia un Dio teso a togliere tutto ciò che può impedire l’incontro con lui. Annuncia un Dio che perdona. Accoglie il paralitico. Fa scorgere come il peccato sia una schiavitù pari e  più grande dell’essere incapaci di muoversi ed ha la pretesa di liberarlo da ciò che lo incurva e lo rende oppresso: la sua parola è racconto di un Dio che libera ed apre la vita nelle sue diverse dimensioni, fino a quelle più profonde dove si annida il male che tiene prigionieri.

Marco in modo drammatico pone da subito un affrontarsi: alcuni scribi reagiscono con radicalità. E’ quel rifiuto profondo che condurrà alla condanna e alla morte di Gesù. “Gli scribi pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia”. Sarà proprio l’accusa di bestemmia quella al centro del confronto presentato da Marco come processo di Gesù davanti al sinedrio. Il sommo sacerdote dirà infatti : ”Avete udito la bestemmia, che ve ne pare? Tutti sentenziarono che era reo di morte”  (Mc 14,64). Gli scribi hanno capito che in quella parola e in quei gesti è in gioco il rapporto con Dio, il modo di pensare Dio stesso. E’ una sfida lanciata a chi pretende di essere detentore dell’identità di Dio. Per questo hanno paura e rivolgono a Gesù l’accusa di bestemmia. Chiusi nel loro modo di intendere Dio non si lasciano provocare dalla prassi di Gesù. Lì si manifesta un Dio che s’interessa dell’uomo, che lo vuole libero, restituito alla sua dignità, e che non può essere utilizzato come garante di un sistema religioso che vive di pretese, di arroganza, di successo. Per giungere a Dio, dice Gesù è necessario passare per il prendersi carico dell’uomo, dei suoi pesi.

Per questo Gesù legge in quel gesto dei quattro che gli recano un paralitico in barella un segno della fede: “vedendo la loro fede disse al paralitico…”. La loro premura, il loro farsi concretamente carico, la loro ingegnosità nel trovare il modo per calarlo si scontra con la folla che è sempre impedimento ad un autentico incontro con Gesù. E l’impegno, unito alla creatività dei quattro, è letto da Gesù come segno della fede, di una fede che conduce a liberazione. Non ci sono separazioni per lui: ad incontrare Dio si giunge per la via del farsi carico dell’altro con dedizione ed anche con genialità, con inventiva, facendolo giungere dove appare impossibile. Gesù annuncia che l’incontro con Dio passa attraverso il concreto prendersi cura e chinarsi sull’altro, e sull’altro che è piegato.

La sua parola è di restituzione di umanità, è un perdono che ha i caratteri di un ridare spazio al volto più autentico della persona, capace di camminare ma anche capace di libertà, non asservita al male. E’ un  perdono aperto, che si allarga a tutta l’umanità come quattro erano coloro che l’avevano portato con allusione forse ai quattro punti cardinali, aperto in quell’incrocio di vie che conducevano al mondo pagano dove era situata Cafarnao. E’ il figlio dell’uomo che ha potere di perdonare: un paradosso. Il ‘figlio dell’uomo’ è espressione che rinvia alla debolezza, alla fragilità di Gesù che subisce la sofferenza e la morte (cfr. Mc 8,31: “…e incominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire…”). Ma è lui il ‘figlio dell’uomo’ che rivela nella sua debolezza, nel suo prendere su di sé il male e il peso del peccato, il volto dell’amore di Dio che perdona.

Tre riflessioni per il nostro presente.

Cafarnao. Anche le nostre città pongono insieme, come Cafarnao le dimensioni della casa e della via. La possibilità di costruire rapporti di incontro, di riconoscimento e le occasioni di apertura all’altro, al lontano. Spesso le nostre città divengono aggregati di appartamenti in cui ci sia apparta senza condividere e dove i luoghi di aggregazione sono i templi del commercio dell’anonimato dei consumatori. Sono spesso città in cui non si fa casa, e le vie sono percorse da una massa di solitudini che si affrontano senza incontrarsi. La prassi di Gesù a Cafarnao è indicazione e luce per il nostro vivere quotidiano. Come rendere le nostre case luogo di relazioni, di accoglienza, di ospitalità ai più deboli? Come costruire città in cui le diversità di presenze e culture sia motivo di conoscenza, di accoglienza, di incontro nella condivisione di storie, nella lotta comune contro il male che è la privazione di dignità per le persone?

Annunciava la Parola. Gesù annunciava la parola con i suoi gesti. La sua Parola è annuncio del Dio che perdona, il Dio dell’alleanza annunciato da Isaia (prima lettura). In che modo accogliere più profondamente l’annuncio del volto di Dio che desidera la libertà dei suoi figli, la pienezza di vita in contrasto con profili di Dio come oppressore e giudice senza pietà. Come aprirci a questo volto di Dio che Gesù rende vicino facendo cambiare il nostro modo di guardare alla nostra vita e a quella degli altri? Per tutti c’è possibilità di essere chiamati ‘figlio’ come Gesù dice al paralitico…

Vista la loro fede… Spesso in ambiti ecclesiali si è minuziosi nelle distinzioni tra gesti umani e gesti di fede. Gesù legge in un gesto di farsi carico la fede che fa incontrare Dio. Come educarci a guardare i tanti, spesso piccoli e nascosti, gesti di cura e di vicinanza vicino e lontano a noi come luoghi di vangelo e come superare sensi di superiorità e di separazione tra cose di Dio e cose dell’uomo come se fossero in contrapposizione?  Gesù annuncia che l’incontro con Dio passa per la via del prendersi cura dell’altro. Come lasciarsi convertire dal vangelo che parla di Dio umanissimo?

Alessandro Cortesi op

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