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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Su liturgia e vita

“La liturgia è il grande fiume nel quale confluiscono tutte le energie e le manifestazioni del mistero, da quando il corpo del Signore vivente presso il Padre continua  senza sosta ad essere ‘consegnato’ agli uomini nella chiesa per dar loro la vita. La liturgia  non è una realtà statica: un ricordo, un modello, un principio d’azione, un’espressione di sé o un’evasione angelica. Essa supera  i segni nei quali si esprime e l’efficacia che se ne può percepire. Non è riducibile alle sue celebrazioni, benché vi sia presente interamente. Si serve della parola umana di Dio, scritta nella Bibbia e cantata nella chiesa, senza mai esaurirvisi. È a suo agio in tutte le culture, e nel contempo irriducibile ad ognuna di esse. È comune ad una moltitudine di chiese locali senza mai cancellare la loro originalità. Nutre tutti i figli di Dio, ed è in essi che cresce incessantemente. Benché celebrata senza sosta, non è mai ripetizione: è sempre nuova. Se contempliamo nel cuore della storia l’irruzione di quel fiume di vita che è la liturgia, tutte le nostre separazioni tra celebrazione e vita vengono travolte e superate. Questa forza di attrazione onnipotente del Cristo, iscritta in profondità in ogni evento umano, può illuminarlo e vivificarlo dall’interno. Non possiamo ridurla a qualche sprazzo di comunione, né ad alcuni momenti festivi di celebrazione comunitaria. Quell’evento totale di Cristo che è la liturgia e nel quale siamo costantemente coinvolti, supera sotto ogni aspetto la coscienza di fede e la celebrazione dei credenti, perché assume e penetra  tutta la storia, tutti gli uomini, e ciascuno di loro in ogni sua dimensione, e inoltre tutto il cosmo e tutta la creazione. Per essere trasportati da questo fiume è sufficiente averne raggiunto la sorgente” (Jean Corbon, La liturgia alla sorgente, Qiqajon, Bose 2003, pp. 282-283).

In queste parole di Jean Corbon (1956-2001), uomo spirituale che nella sua vita non solo ha maturato una grande competenza in ambito liturgico ma ne ha vissuto il senso profondo, respirando la sensibilità della grande tradizione orientale, si possono ritrovare alcune indicazioni per impostare un discorso sulla comunicazione verbale e non verbale nella liturgia. La prospettiva suggerita è infatti quella di accostare la liturgia come grande fiume che sgorga da una sorgente di presenza e di incontro.

La liturgia si esprime in segni e parole eppure, ci ricorda questa pagina, supera le parole e i segni: è evento totale di Cristo che si trasmette in tutta la sua esistenza e coinvolge tutta la nostra vita, e il cosmo e la creazione. Così essa non può essere ridotta alla dimensione dei riti, benché vi sia presente interamente anche in essi. Per parlare di linguaggio verbale e non verbale nella liturgia si può partire da questa intuizione di fondo per evitare il rischio di ridurre la questione ad una sorta di prontuario su come leggere una pagina della Scrittura, o come presentare una omelia o come arredare un altare. Da tale orizzonte tutto assume un senso nuovo, tutto diviene segno e coinvolge attenzione e cura, con uno sguardo che sappia però tenere insieme culto e vita accogliendo la grande provocazione di Gesù a vivere la liturgia nel dono di sé fino alla fine come consegna al Padre e all’umanità.

La liturgia in quanto celebrazione può essere letta come “momento cantato di una storia” o “luogo di una conoscenza” – sono espressioni di Giancarlo Bruni, monaco di Bose – ed  essere aiuto, rinvio, collegamento con la liturgia come vita, come evento di trasfigurazione nel Signore Gesù.

Come ricorda Robert Taft: “Nella splendida scena della creazione, il dito datore di vita di Dio si allunga e arriva a toccare il dito steso di Adamo reclinato. La liturgia  è ciò che riempie lo spazio tra queste due dita. Infatti, Dio nella metafora della Cappella Sistina è una mano che crea, che dà vita, che salva, che redime, che sempre si allunga verso di noi, e la storia della salvezza è la storia delle nostre mani alzate (o che rifiutano di alzarsi) in una accoglienza e in un ringraziamento incessanti per questo dono. È chiaro che qui sto usando il termine ‘liturgia’ nel senso più ampio, paolino, fino a includere l’intera oikonomia o commercium, quello scambio continuo salvifico tra Dio e noi, la scala di Giacobbe della storia della salvezza”. (Robert F. Taft, Liturgia. Modello di preghiera, icona di vita,  ed. Lipa Roma 2009, 35).

Parlare di linguaggio verbale e non verbale nella liturgia allora pone innanzitutto su di un sottile crinale: quello di riferirsi sì ai luoghi, ai segni, ai gesti, ai silenzi e alle parole che compongono i riti delle nostre liturgie ma d’altra parte mantenere quella tensione che dovrebbe essere presente nel ridimensionare il valore dei segni e dei gesti, per aprirsi a cogliere la provocazione della liturgia della vita. Ancora Taft ricorda: “Così se la Bibbia è la Parola di Dio nelle parole degli uomini, la liturgia sono le opere di Dio nelle azioni di quegli uomini e donne che vivono in lui” (Robert F. Taft, Liturgia Modello di preghiera icona di vita, ed. Lipa, Roma 2009, 48).

Per esprimere questa delicata soglia su cui stare indicherei un esempio che paradossalmente proviene dalla sensibilità di un artista non credente, Xavier Beauvois, regista del film ‘Uomini di Dio’, che si è lasciato interrogare profondamente dalla testimonianza della comunità dei monaci di Tibhirine.  Nel film a mio avviso è stata resa in modo magistrale la tensione sempre irrisolta tra momento liturgico in quanto celebrazione e momento liturgico in quanto evento di partecipazione alla vita di Cristo che si fa quotidiano e compimento di vita. La liturgia che attraversa il film, e che rinvia all’esistenza stessa dei monaci in terra di Algeria, è liturgia di una vita vissuta come incontro, come accoglienza e offerta di amicizia, oltre ogni calcolo e interesse.  Ed è la liturgia che risale alla testimonianza del martirio di Christian De Chergé e dei suoi fratelli.

E’ così significativo l’accostamento di diverse scene che parlano della medesima liturgia come evento che prende la vita di quei monaci ripresentati come uomini segnati dalla fatica, dalla durezza, dal dubbio, ma anche dallo slancio generoso e dal desiderio di orientare la propria vita verso un compimento di umanità e di fede. Nel film – il cui titolo originale Des hommes et des dieux è stato reso male dalla traduzione italiana Uomini di Dio’ – si parla infatti di una liturgia che passa attraverso una dimensione ‘non verbale’. Essa si esprime nei gesti della cura, della vicinanza, dell’incontro attuato in termini di condivisione e di presenza accanto a chi soffre. Indicherei questa dimensione come la ‘liturgia della vita’: una vita vissuta nell’ordinario della quotidianità come compassione e vicinanza, ma anche come continua crescita a scoprire il proprio bisogno dell’altro e la provocazione del volto del vicino nella propria esistenza. Per i monaci del monastero dell’Atlas quest’incontro si fa provocazione a scoprire che il loro modo di intendere la vita, come uccelli appoggiati su di un ramo, pronti ad andarsene, è collocata in una relazione profonda con chi, pur di religione diversa, dice loro: ‘voi siete il ramo, noi gli uccelli’, che da un momento all’altro possiamo essere portati via dalla violenza.

La ‘liturgia della cura’ si apre – ed è sempre il film che guida a tale scoperta – ad una seconda dimensione della vita liturgica: è quella che indicherei come il momento della celebrazione, l’ambito del rito come spazio e tempo in cui si racchiude, come in un grembo, una profonda apertura e attesa. Sono le parole della preghiera comune, il gesto del ritrovarsi insieme in un luogo, l’alternanza delle voci, il canto teso ad esprimere, nella armonia e nella variazione dei toni, la diversità nell’unità del coro comune, i gesti dell’inchinarsi profondo nell’adorazione e nella lode, la ripetizione dei salmi, l’ascolto delle Scritture lo spezzare il pane nell’Eucaristia. Il tempo e lo spazio della liturgia come celebrazione divengono occasione per dare accoglienza alla “forza di attrazione onnipotente del Cristo”. Ma essa è anche “iscritta in profondità in ogni evento umano” e quindi spazio e tempo della liturgia celebrata divengono occasione di apertura e di riconoscimento di un tempo e spazio allargato in cui accogliere e vivere l’incontro con Dio. Uno spazio più grande più grande: “quanto grande  è la casa di Dio, quanto esteso il luogo del suo dominio…” (Bar 3,24-38).

Lo spazio situato della piccola chiesa al cuore del monastero è luogo che rinvia ad uno spazio più grande e apre alla percezione che “I cieli e la terra sono pieni della tua gloria” come si canta nel Gloria. Così liturgia è anche l’andare tra le montagne dell’Atlante, nel silenzio, è l’interrogarsi da parte del priore della comunità se rimanere o andarsene, è il dubbio che attanaglia uno dei fratelli monaci durante il suo lavoro, è il gesto lento di frère Luc che nella notte prepara le medicine per l’indomani… Liturgia è avvertire il dramma di un incontro con Dio e di una chiamata che si avverte come impossibile da sopportare con le proprie forze nella solidarietà con un popolo nella sofferenza.

E si può riflettere sul senso di spazi sacri che tuttavia divengono luogo in cui non c’è spazio per Dio. Parole di ipocrisia e spazi, gesti, attitudini ammantate di religiosità che nascondono invece un disinteresse a Dio e al volto dell’altro.  Gesù reagisce quando vede una religione che è ridotta a mercato, quando si scontra con un modo di intendere il culto separato dalla vita, anzi una religione in cui al centro sta l’interesse e il tornaconto e l’indifferenza verso ciò che costituisce il senso più profondo del tempio. Gesù compie il gesto di rovesciare i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe proprio nello spazio del tempio.

Nel tempio “gli si avvicinarono ciechi e storpi ed egli li guarì”: Gesù con questo gesto sovverte la spiritualità proposta da un culto di sacrifici e offerte. Si distacca dal rituale del tempio per accogliere ciechi e  storpi, per guarire, per passare facendo del bene (Mt 21,10-17). Si china a lavare i piedi e questo gesto è posto dal IV vangelo proprio al posto delle parole dell’ultima cena nel tentativo di ricordare il significato autentico di quel momento: ripetere il gesto dello spezzare il pane è memoria di salvezza se diviene chinarsi nell’amore.

Tornando alla lettura del film ‘Uomini di Dio’ quale parabola per accostare il senso di una liturgia come comunicazione che avvolge tutta l’esistenza, mi sembra di poter evidenziare in esso anche un terzo livello della liturgia: oltre alla liturgia della vita, oltre la liturgia della celebrazione, è presentata quella che chiamerei la ‘liturgia del quotidiano trasfigurato’. C’è una bellissima scena che corrisponde all’ultima serata trascorsa insieme dai monaci prima dell’irruzione notturna dei guerriglieri che li rapiranno e li condurranno alla morte. E’ narrazione silenziosa di un’ultima cena: la scena si svolge senza parole, segnata da inquadrature in primo piano profondamente evocative di stati d’animo e di condizioni psicologiche. Il movimento della musica, unico elemento sonoro di questa scena, esprime la tragicità del momento ma anche il passaggio dalla tensione ad una pacificazione progressiva e all’abbandono nella scelta che vede il sorreggersi reciproco nella fraternità e nel dare la propria vita senza calcolo e senza condizioni. I gesti sono quelli della quotidianità: il cibo passato di mano in mano, il formaggio francese portato dal fratello rientrato proprio quel giorno dalla Francia, le patatine fritte che piacevano tanto al monaco più anziano. E al centro il vino e il senso della gioia ma anche il riferimento alla passione. I gesti dell’Eucaristia sono così ripresentati nella cena. Ed il  riferimento va a quello che stava per accadere e che in un certo modo era ben presente nelle loro menti, negli sguardi, nei loro pensieri. Un evento quindi, una cena fraterna, che non si limita ad un rito ma diviene vita e si esprime nel ritrovarsi di quella tavola divenuta mensa eucaristica nella logica di vite consegnate a Dio in solidarietà con i loro fratelli musulmani.

Le parole e i gesti di queste diverse liturgie, tutte rinvianti all’unica sorgente, l’evento totale di Cristo, la trasformazione dello Spirito, hanno dimensioni di parole, silenzi, luoghi, decoro, linguaggio verbale e non verbale. Ma ogni elemento diviene funzionale a scoprire la continuità e la vicinanza tra elementi del rito e parole e gesti della vita, nel loro incrociarsi ed essere coinvolgimento nel grande mistero della trasformazione opera dello Spirito. E’ lo Spirito il grande protagonista della liturgia che opera rendendo la vita simile a quella di Cristo, venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti.

In questo quadro di fondo penso che l’attenzione a tutti gli elementi delle nostre celebrazioni, anche i più piccoli e spesso trascurati dovrebbe essere sviluppata con sobrietà e cura. Lo sguardo attento al contesto, alle persone presenti, al coinvolgimento per formare una comunità responsabile insieme, allo scambio di doni può favorire la consapevolezza del legame tra liturgia e vita e aprirsi a leggere la vita come liturgia nello Spirito. Tutto ciò che è linguaggio non verbale e che dice riferimento all’ambiente, all’architettura del luogo, alla disposizione dell’assemblea, alla cura delle cose, alla natura e al cosmo – la luce, i fiori, i colori, la materia degli arredi – il canto, la musica e i gesti, e la cura per quanto attiene al linguaggio verbale, l’espressione di parole significative, scandite dal silenzio che ne dà risalto, acquista allora uno spessore nuovo. Può essere attenzione non di tipo cerimoniale, ripiegata nella preoccupazione di una esecuzione corretta di norme rituali, ma dovrebbe respirare di un’esperienza che conduce a celebrare un evento di vita, che valorizza lo spessore di ogni realtà umana e cosmica, e nel contempo la pone in relazione aprendo lo sguardo alla liturgia della vita e del quotidiano trasfigurato.

Alessandro Cortesi op

Questo articolo è apparso con il titolo ‘Linguaggio verbale e non verbale nella liturgia’ nella rivista ‘Incontri’ 3,6 (2011).

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