la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica Quaresima anno B – 2012

Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

“Li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto”. In queste parole si sintetizza una storia di liberazione, antica ma anche sempre nuova. Il prendere per mano è gesto vicino, familiare. Forse in questo gesto si può scorgere una breve narrazione di Dio, del suo agire: Dio è qualcuno che prende per mano.Per condurre oltre, per far uscire. E tale gesto evoca tante armoniche che esso comporta ogniqualvolta è vissuto nella concretezza dell’umanità. Prendere per mano reca in sé il tratto della cura e della protezione: quando un adulto tiene la mano di un bambino gli offre sicurezza, fa sentire una presenza sicura, lo sorregge per guidarlo. Ma prendere per mano ha anche i tratti della tenerezza e dell’affetto senza alcuna preoccupazione di guidare e dirigere, ed è carico solo dell’affidamento e del pensiero di stare accanto e di accompagnare: come quando le mani di chi si ama s’incontrano nel gesto delicato di un tenersi, come accogliersi, senza alcuna pretesa, ma nella gioia di una presenza condivisa. E questo gesto così semplice e profondo segna in vari modi le stagioni della vita come quando prendere per mano diviene segno pacato e tranquillo di una lunga amicizia, o si fa espressione di una lunga storia di amore, o ancora è il tenere per mano di chi sorregge e accompagna mani indebolite o tremanti nell’attraversare le fatiche di malattie o dell’ultimo passaggio.

“Li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto”. Il prendere per mano di Dio è gesto di vicinanza, di presenza che sta accanto e guida verso vie di libertà. Sta qui il senso della promessa di una ‘alleanza nuova’ intravista da Geremia come dono di presenza interiore, nel cuore. Non una legge che sta fuori, ma una alleanza scritta nel cuore. Una conoscenza profonda che abilita ad ascoltare le chiamate di Dio. E’ la più alta promessa che rinvia ad una presenza di Dio nell’intimo della persona, nella sua coscienza, capace di ascolto e di responsabilità, senza dipendere da autorità esterne. La terra d’Egitto è terra della schiavitù ed è  anche il luogo delle tante schiavitù diverse da cui non ci sappiamo liberare da soli, ed abbiamo bisogno che qualcuno ci prenda per mano. Scoprire che Dio ci prende ancora per mano apre ad accogliere un volto di Dio che desidera percorsi di libertà, e di libertà insieme non l’uno contro l’altro, ma l’uno prendendo per mano l’altro. Dio prende per mano al plurale e non al singolare: conduce insieme a scoprire una liberazione che introduce in un vivere insieme.

Prendere per mano: in questi termini potrebbe racchiudersi anche la missione delle chiese, l’invio dei credenti chiamati a testimoniare non altro se non il dono di una presenza vicina che accoglie come chi prende per mano e libera. Viviamo tempi in cui durezza e competizione pervadono i rapporti: le logiche della concorrenza, del considerare le persone sulla base della loro efficienza, dello stare nel mercato,  del prevalere, investe anche i percorsi delle comunità. Si può prendere per mano se ci si apre a scoprire che Dio per primo ci ha presi per mano per farci uscire, per aprire a terre dove respirare…  Non potrebbe essere questa la scoperta per ispirare gli incontri e l’impegno nel quotidiano? Non potrebbe essere questo l’annuncio di alleanza nuova nella concreteza di un farsi carico accompagnando cammini e offrendo una mano di sostegno e di pace?

‘Vogliamo vedere Gesù’ è la domanda di alcuni ‘greci’ che indicano nella loro curiosità la domanda di tanti venuti da lontano. Ed è questo desiderio di vedere Gesù che ancora dovrebbe aprire a lasciare spazio a lui per chi si interroga e non è appagato né da riflessioni di tipo filosofico e teologico sulla religione, né da programmi di chiesa in cui il riferimento a Gesù rimane sullo sfondo, ricoperto da tanti altri elementi e spesso offuscato. ‘Vogliamo vedere Gesù’ è desiderio e inquietudine più diffusa di quanto non appaia, propria di tanti che attendono che la loro ricerca sia rispettata e presa sul serio.

Vedere Gesù può così divenire una traccia di un progetto di vita:  non qualcosa di già predefinito – sia esso un insegnamento o un programma di azione o appartenenza di gruppo – da dare ad altri, ma un cammino di incontro in cui ricominciare ogni giorno, senza pretese e senza costruzioni stabilite.

‘Vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. ‘Vogliamo vedere’ indica un desiderio di comprendere e di incontrare chi è Gesù. E Gesù risponde con parole che accostano termini a prima vista contraddittori, perché parla di gloria e di morte. Dice che ‘è venuta l’ora’: è l’ora in cui il figlio dell’uomo deve essere glorificato, ma subito dopo parla del chicco di grano che, solo se muore, porta molto frutto.

Gesù parla della sua ora ed in essa del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui come Figlio si consegna al Padre e dà la sua vita per tutti. Consegnato nelle mani dei suoi uccisori, in realtà Gesù stesso si consegna con libertà e fa della sua vita un dono. Come chicco di grano che, morendo, apre una fecondità nuova. La ‘gloria’ di Gesù indica la sua identità profonda, identità che sta nella relazione con il Padre: “Padre è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te” (Gv 17,1).

La gloria di cui Gesù parla non è intesa come successo, affermazione di dominio e sopraffazione violenta, ma è piuttosto la debolezza dell’amore che giunge a donarsi fino alla fine per gli altri, manifestazione del volto di Dio come dedizione senza riserve all’uomo. E’ una gloria paradossale che si rivela sulla croce: nel dono della sua vita. Lì il IV vangelo invita a fissare lo sguardo per vedere. Gesù innalzato sulla croce racconta il volto di Dio, del Padre, e si manifesta come il Figlio che vive tutta la sua vita nella condivisione totale in rapporto al Padre.

Nel IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce ed anche paradossalmente l’ora della glorificazione, perché proprio lì sulla croce si rende visibile lo spessore dell’amore di Dio. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, innalzato da terra, Gesù attira tutti a sé. Si attua una attrazione di tutti nel segno dell’amore.

L’ora di Gesù manifesta così per il IV vangelo un volto di Dio come vita aperta al dono, fino a non tenere nulla per sé. La sua vita diviene una vita perduta per l’umanità. Dedizione totale di un amore che ha a cuore la vita delle persone: ‘perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’.

Ho trovato la narrazione di un percorso in cui è stato forte questo desiderio di ‘vedere Gesù’ in un recente scritto di Pietro Barcellona, filosofo di ispirazione marxista e giurista, che dopo aver tracciato lo svolgersi della sua vita con i suoi passaggi e le sue crisi dichiara di esser stato attratto prima dall’ineludibile questione di Dio, e poi dalla domanda sul rapporto tra umano e divino: “Sembra naturale che, a questo punto della storia, si torni a riflettere sul tema che ha segnato le vicende dell’Occidente: il rapporto fra l’umano e il divino, poiché solo la presenza del divino potrebbe gettare un ponte tra la nostra dolorosa finitezza e la gioiosa giostra delle galassie e delle stelle” (Pietro Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti 1820, 25). Ma egli racconta soprattutto del suo essere stato condotto alla figura di Gesù, proprio perchè Gesù manifesta un Dio non lontano in una eternità immobile ma il Dio Padre che sta dentro la storia degli uomini. E così scrive: “Questo evento, che irrompe nella storia e la sospende, non avrebbe il suo profondo significato se Cristo non avesse scelto, per amore, di lasciarsi crocifiggere. La croce non è il segno di una sconfitta; da quel momento la croce è prova dell’amore di Cristo per gli esseri umani e la rappresentazione del fondamento tragico che abbraccia l’intera vicenda umana. Perdere la vita per trovarla, svuotarsi per poter accogliere la parola, perdere il mondo per trovarne un altro, sono i segni di una novità assoluta nel rapporto tra umano e divino. Per questo continuo a ritenere che bisogna ripartire da Cristo per ritrovare il divino che innerva il movimento dell’universo.’E se volete conoscere Dio / non siate solutori di enigmi. / Piuttosto guardatevi intorno, / e lo vedrete giocare con i vostri bambini. / E guardate lo spazio; / lo vedrete camminare sulla nube, / tendere le braccia nel bagliore del lampo / e scendere con la pioggia. / Lo vedrete sorridere nei fiori, / e sulle cime degli alberi sciogliere carezze’. (K.Gibran , Il profeta)” (Pietro Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti 1820, 47-48)

Alessandro Cortesi op

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