la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

La nonviolenza, prua di un mondo nuovo

E’ stato da poco pubblicato, per i tipi di Altreconomia edizioni, l’Annuario geopolitico della pace 2011, promosso dalla Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace e curato da Laura Venturelli. Il suo titolo è significativo: “O la borsa o la pace? Tra crisi, rivoluzioni e attese”. Qui la COPERTINA .

L’Annuario raccoglie una segnalazione dei principali eventi che hanno segnato le vicende politiche e sociali a livello internazionale suddivise per aree geografiche e con attenzione al movimento per la pace in un anno caratterizzato dalle rivolte nel mondo arabo mediterraneo e dalla guerra in Libia. Raccoglie anche le comunicazioni di esperienze diverse nell’ambito dell’educazione alla pace e nella costruzione della convivenza. Elenca una serie di libri di cui è presentata una breve recensione.

Qui di seguito la recensione che ho scritto sul libro di Fabrizio Truini, “Aldo Capitini. le radici della nonviolenza”, ed. Il margine, Trento

———-

Il 24 settembre 1961 Aldo Capitini promuoveva la prima marcia per la pace e la fratellanza dei popoli che percorreva la strada tra Perugia e Assisi.

A cinquant’anni da quella data la casa editrice “Il margine” di Trento ha ripubblicato con ampliamenti, un saggio biografico su Aldo Capitini, curato dal giornalista Fabrizio Truini, già presidente del Centro internazionale per la pace (Cipax) e membro di Pax Christi, dal titolo “Aldo Capitini. le radici della nonviolenza”.

Le ragioni di questo scritto si possono ritrovare nella premessa dell’autore che parla dell’importanza della vicenda di Aldo Capitini per l’oggi: “… riproporre la sua vita e la sua opera valga a superare la memoria di un passato tormentato, vincendo le insicurezze del difficile presente, in modo analogo a quanto lui fece, soffrendo e patendo sotto due guerre mondiali e dittature disumane, ma sempre opponendosi e incamminandosi verso un futuro più pacifico, grazie a una concezione e pratica di vita ispirata religiosamente e alimentata politicamente dalla nonviolenza” (p.15)

Viene così suggerito un percorso che fa attraversare la vicenda esistenziale di Aldo Capitini, legando i momenti della sua vita alla riflessione che andava conducendo sulla nonviolenza che costituisce il filo rosso del suo itinerario interiore, della sua riflessione e della sua azione.

Aldo Capitini, nacque a Perugia nel 1899 ‘sotto la torre campanaria del palazzo comunale, con la vista sopra i tetti della campagna’ e morì nel 1968. Compiuti gli studi nel 1924 vinse una borsa di studio alla Scuola Normale di Pisa. In quegli anni matura un profondo sentimento antifascista, in particolare nel momento della firma dei Patti Lateranensi tra la chiesa e lo Stato fascista. E’ di quel medesimo periodo la percezione di quanto la “religione istituzionale cattolica, che aveva educato gli italiani per secoli, non li aveva affatto preparati a capire quanto male vi fosse nel fascismo…”. Ad un atteggiamento critico nei confronti della chiesa istituzionale si accompagna la scoperta della figura di Gandhi che egli associa a coloro che egli indica come grandi spiriti religiosi puri come Gesù Cristo, Buddha, san Francesco che rimarranno punti di riferimento per le sue scelte. Gli appare chiaro che “la liberazione vera dal fascismo stesse in una riforma religiosa”.

Da Gandhi Capitini trarrà l’ispirazione della non collaborazione con il male come linea di fondo ispiratrice della sua opposizione al fascismo. Come pure l’intuizione profonda di un orientamento a non estraniarsi dalle situazioni delle persone: “Bisogna considerare tutti presenti a noi, tutti dinanzi, vivi morti, vicini, lontani, tutti egualmente… Chi accetta l’ideale della nonviolenza come da amare per se stesso, sopra ogni considerazione di utile di chicchessia, si libera dalla paura di ricevere dei colpi, dalla preoccupazione di perdere… e attinge una pace che poi riversa nelle singole applicazioni”.

Matura così in lui l’ideale della nonviolenza espressa con un termine unico senza trattino. La nonviolenza è intesa quale dimensione più profonda e originaria dell’esistenza umana e non come momento secondo derivante e dipendente dalla violenza che costituirebbe la struttura prima della vita umana. Capitini in tale riflessione ispirata da Gandhi afferma che la nonviolenza riguarda non solo il fine ma anche i mezzi con i quali conseguire il fine: essa è attitudine che investe tutta l’esistenza in rapporto alla verità.

Per la sua opposizione al fascismo perse il posto di segretario alla Scuola Normale di Pisa e subì per due volte l’arresto, la prima volta nel 1942 a Firenze insieme ad altri antifascisti, la seconda a Perugia nel 1943. In quegli anni maturò la convinzione dell’importanza di ‘farsi centro’, facendo da un lato convergere la conoscenza del proprio tempo, dall’altro aprendosi all’incontro con una profonda istanza religiosa: “La religione porta nel modo più risoluto l’attenzione sui mezzi: i mezzi religiosi della verità e della nonviolenza sono proprio l’atto religioso”. La lettura di Fabrizio Truini accompagna a cogliere appunto questo aspetto delle radici religiose della scelta della nonviolenza delineandone i caratteri.

Nel periodo della liberazione Capitini – che non aveva partecipato alla lotta armata partigiana – sviluppa l’idea di una liberazione che vada oltre la liberazione dal nazismo: tutta la realtà esige di essere liberata. Nel quadro della nuova situazione dopo la guerra Capitini torna come docente di filosofia morale alla Normale di Pisa e nel frattempo a Perugia inizia l’esperienza del Centro di orientamento sociale: era questo un tentativo di compresenza di forze diverse con volontà di sviluppo democratico in libere assemblee di popolo uniti dall’ispirazione della nonviolenza. L’ideale che guidava questa esperienza era quello di far crescere una democrazia dal basso. Ma una nuova opposizione  si affacciava nella divisione della società italiana su diversi fronti che corrispondeva alla divisione del mondo in blocchi contrapposti.

Capitini avverte l’esigenza del momento, ma anche le inadempienze che generano delusione: “Il postfascismo doveva essere non una rivoluzione nelle piazze, ma un soffio educativo sui giovani e nelle moltitudini, semplicemente a vantaggio di tutti, la trasparenza democratica di tutte le amministrazioni pubbliche, il passaggio dei beni fascisti alla ricostituzione reale e alla formazione culturale e tecnica dei fanciulli che saranno il popolo italiano di domani”.

Afferma così l’importanza dell’azione politica, animata tuttavia da posizioni di coscienza “che impegnano più e prima dell’azione politica”, ma coglieva come la nuova situazione di guerra fredda soffocava la voce della nonviolenza.

E’ proprio questo legame profondo tra dimensione politica e dimensione religiosa uno dei tratti caratterizzanti la proposta di Capitini: per lui la liberazione vera dal fascismo consisteva in una liberazione religiosa. Il suo discorso si fa profezia di una riforma che egli vede come percorso convergente da diversi orizzonti, siano essi quelli cattolici, protestanti o socialcomunisti. “Tutto il nostro discorso è implicitamente una profezia di difficoltà, ma di liberazione. Il mondo si unifica in senso orizzontale  economicamente, giuridicamente, culturalmente; ma che cosa sarebbe senza una dimensione verticale religiosa? La riforma religiosa presuppone la nonviolenza”.

Da questo momento Capitini si dedica a sviluppare una teoria ed una prassi della nonviolenza che si articola nelle dimensioni di una religione, di una filosofia e di una politica della nonviolenza.  In tal senso Capitini intende la nonviolenza non come pacificazione e tranquillità che egli esprime nell’immagine dell’uomo che beve il ‘bicchierino’ per tirare avanti. Al contrario la nonviolenza è atteggiamento attivissimo dell’uomo coraggioso: “La nonviolenza è attivissima. La nonviolenza è prova di sovrabbondanza interiore, per cui all’uso della violenza che sarebbe ovvio, naturale, possibilissimo, viene sostituita, per ulteriore ricerca e sforzo, la nonviolenza”.

Nel 1960 Capitini aveva progettato una grande marcia della pace che fu possibile nonostante le avversioni da parte politica e le condanne ecclesiastiche nel settembre 1961. In questo tempo Capitini matura una concezione della nonviolenza come amore aperto, come apertura dell’esistenza. Così scrive in quegli anni offrendo una definizione di nonviolenza: “attiva apertura dell’esistenza, alla libertà, allo sviluppo, alla compresenza di tutti gli esseri”. L’apertura all’altro implica non solo apertura all’esistenza di ogni individuo umano, ma anche apertura ad ogni vivente in un maturare di una coscienza di responsabilità ecologica. Il termine utilizzato per esprimere tale apertura è compresenza, un autentico leit motiv negli scritti di Capitini. Egli insiste poi nel dialogo mettendo tutte le proprie energie nella persuasione che lasci l’altro libero di condividere. La parola diviene uno degli strumenti fondamentali per esercitare la nonviolenza.

Capitini ebbe una grande attenzione alla dimensione educativa. Il nonviolento a suo avviso offre il più alto esempio di educazione. In uno scritto dal titolo “Educazione aperta” – che è quasi eco del titolo di un’altra sua opera fondamentale “Religione aperta” del 1955 – riprende il tema dell’apertura come linea chiave del percorso educativo e si sofferma sulla figura del maestro educatore come profeta: “L’educazione moderna si svolge non soltanto lungo la linea del passaggio, del centro dell’educazione dall’educatore all’educando, ma anche lungo quella di una coscienza sempre più precisa dell’educarsi insieme… Mai come in questi decenni l’umanità è stata una scuola reciproca un educarsi insieme”.

Nella apertura egli riscontra uno dei caratteri della nonviolenza: “Apertura è amore, dire ‘tu’ a una persona, a un essere, mai ritenendo che basti approfondendo e mettendo in questo ‘tu’ interessamento, attenzione, dedizione; ‘tu’ da non dire distrattamente ma da vivere (…) Quando l’apertura del tu non si arresta ad una sola persona, a un solo essere ma  è tale che si volgerebbe a tutti, l’amore è religioso. La religione come è apertura al promovimento dell’apertura all’amore, così è educazione e promovimento di apertura alla realtà liberata”

In tale orizzonte Capitini rimane affascinato da Gesù Cristo come uomo che ha praticato l’apertura, ricercando il volto divino e compartecipando al dolore di ogni persona. Accanto a questa ammirazione per Cristo egli pone una profonda critica alla chiesa come si è sviluppata storicamente in entità che attua la logica del dividere, del settarismo e della chiusura.

A questa visione religiosa egli accompagna un riflessione filosofica ed una elaborazione della politica della nonviolenza. Verso la fine della vita ripropone l’istituzione di centri, spazi aperti di discussione e di nonviolenza in cui si dibattano tutti i problemi e si affrontino i conflitti secondo un orizzonte di nonviolenza; la sua proposta si pone in una logica di approfondimento della democrazia. La nonviolenza si concretizza nell’opporsi al militarismo quale ideologia che struttura lo Stato nazionale moderno. La guerra è elemento che impedisce il compimento di una vita democratica: per una attuazione della democrazia indispensabile si pone l’orizzonte di una sostituzione della guerra con la lotta nonviolenta.

Due immagini possono essere colte come sintesi della provocazione di Capitini. La prima è il passaggio dalla persona-statua alla persona-musica, orizzonte di quella religione aperta che Capitini coltiva  e propone: “La religione aperta è nel riconoscere e vivere che la persona è intimamente unita a tutti, e che questa realtà di tutti della compresenza è aperta alla realtà liberata. Bisogna che avvenga questa fine della persona-statua e questo inizio della persona-musica. Gli altri li cerco fuori del mio io, perché essi sono compresenti al mio io: più aprirò il mio io,m e più troverò tutti, l’Uno-tutti”.

La seconda è l’immagine della nonviolenza come prua del nuovo mondo: “Per questo Gesù Cristo era per la nonviolenza, anche avendo vicino amici zelanti che simpatizzavano per la violenza dei partigiani; perché capiva che solo con la nonviolenza questa assemblea si sarebbe distinta dall’altra, e sarebbe andata avanti convocando gli ultimi della società e i sofferenti: la nonviolenza era la prua di un nuovo mondo”.

Alessandro Cortesi op

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: