la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “marzo, 2012”

Un testimone della fede

E’ morto il 17 marzo papa Shenouda III, capo della chiesa ortodossa d’Egitto, la chiesa più antica d’Oriente. Nato nel 1923 nell’Alto Egtto a Asyut. Divenuto monaco nel 1954 venne scelto nel 1971 come patriarca dei copti e chiamato Papa Shenouda.

Dopo il Vaticano II è stato intrapreso un percorso di dialogo ecumenico tra la chiesa copta e la chiesa cattolica. Papa Shenouda III è stato protagonista di questo dialogo e ha incontrato papa Paolo VI nel maggio 1973. Era la prima volta da secoli che le chiese si incontravano. Da qui ebbe inizio anche un dialogo teologico che sfociò in una dichiarazione del 12 febbraio 1988 riguardate la fede in Gesù Cristo. I copti infatti non riconoscono il concilio di Calcedonia. Questa dichiarazione comune ha concluso un periodo di secoli di incomprensioni e di lontananza e ha espresso la comune fede nela formula: “Crediamo che il Nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo, il Verbo Incarnato è perfetto nella Sua Divinità e perfetto nella Sua Umanità. Ha reso la Sua Umanità una con la Sua Divinità senza mescolanza, commistione o confusione. La Sua Divinità non è stata separata dalla Sua Umanità neanche per un momento o per un batter d’occhio. Al contempo anatematizziamo la dottrina di Nestorio e di Eutiche”.

In questo momento di passaggio difficoltoso per l’Egitto, per tutta la sua popolazione e per le comunità cristiane che condividono difficoltà e prove di questo momento, ricordiamo Shenouda III con una bella preghiera di Matta el Meskin (Giuseppe il povero, 1919-2006), monaco della chiesa ortodossa copta e padre spirituale del monastero di san Macario in Egitto (in italiano la casa editrice Qiqajon ha pubblicato alcuni suoi scritti, tra cui Consigli per la preghiera)

“Padre santo,
tu che hai glorificato tuo Figlio Gesù 
e gli hai conferito potere su ogni carne, 
perché egli comunichi la vita eterna 
a tutti quelli che hanno creduto in lui quale Dio e Salvatore,
noi ti ringraziamo del dono elargito a noi uomini: 
di comprendere la profondità dell’unione consustanziale 
che è tra te e tuo Figlio e lo Spirito santo,
alla quale ci hai chiamati
attraverso la preghiera innalzata a te dal figlio tuo:
«Affinché siano tutti una cosa sola,
 come tu sei in me, o Padre, e io in te;
 affinché anche loro siano una cosa sola in noi,
 e così il mondo creda che tu mi hai mandato».

Noi veramente crediamo 
che questa unità cui ci hai coinvitati,
 è necessaria quale testimonianza 
del mistero della tua opera nella natura umana,
 incline alla decomposizione e alla disintegrazione 
a causa del peccato e dell’egoismo.
Questa unità è necessaria anche perché il mondo creda 
che non c’è altra speranza 
se non nella persona di Gesù Cristo, tuo prediletto,
che hai mandato per unire le realtà celesti con quelle terrestri. Noi confessiamo che la venuta di tuo figlio in noi
 provoca in noi un’attrazione insopprimibile verso l’unità: 
«Io in loro e tu in me, 
perché così siano perfettamente uno, 
e il mondo sappia che tu mi hai mandato 
e che li hai amati come tu hai amato me».
 Perciò tutte le nostre resistenze 
alla piena realizzazione dell’unità in te, 
quell’unità che tu hai voluto per noi, 
costituiscono una carenza di fede
 e una mancanza di carità da parte nostra. 
Queste deficienze ci fanno anteporre 
le controversie ideologiche, politiche, razziali 
alle esigenze dello Spirito, della fede e dell’amore 
e affievoliscono la voce di Cristo nei nostri cuori 
per accondiscendere al mondo e agli uomini.

Padre santo, 
glorifica il tuo figlio nella vita della chiesa, 
perché la chiesa glorifichi te e il figlio tuo 
quando tutti si saranno liberati 
da ogni impedimento contro l’unità e l’amore. 
Signore non lasciare che la comunità soccomba
 e tenti di eliminare un peccato con un altro peccato, 
di curare un male con un altro male;
 non permettere che l’unità sia cercata 
attraverso controversie ideologiche, 
e la carità sia confusa con la politica,
 e le coalizioni razziali vengano considerate 
una forza dello Spirito”.

Annunci

Memoria e impegno

A Genova sabato 17 marzo si è tenuta la 17a giornata delle memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa da Libera associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti. Una manifestazione per esprimere la ricerca di verità e  giustizia e per dire no alla corruzione e alle mafie. Vi hanno partecipato oltre 100.000 persone provenienti da tutta Italia. Nel discorso conclusivo della manifestazione don Ciotti ha parlato del pericolo delle mafie nei suoi aspetti eclatanti ma ha anche sottolineato la presenza di quelle zone grigie che consentono alle diverse mafie di prosperare. L’agenzia Adnkronos riporta alcune espressioni:  «Le zone grigie ci sono anche nella Chiesa». Dopo aver ricordato che nella Chiesa esistono «persone e forze meravigliose» don Ciotti ha sottolineato che «ci vuole più radicalità, più fermezza, i mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa ma lo sono anche le facce d’angelo, la zona grigia». La «zona grigia è il vero problema. La forza della mafia non sta nella mafia, è fuori è in quella zona grigia costituita da segmenti della politica, del mondo delle professioni e dell’imprenditoria». (Sca/Ct/Adnkronos) «Il concorso esterno in associazione mafiosa esiste ed è stato utile alla magistratura per incidere nella zona grigia». A proposito delle polemiche sul reato di concorso esterno, don Ciotti ha detto: «ho il dubbio che tutto questa faccia parte di una strategia» (Adnkronos). Ha anche espresso il suo giudizio sul momento politico che stiamo vivendo in Italia: «la politica sta cambiando passo e sta recuperando credibilità». «Ma la verità vera – ha aggiunto – è che c’è bisogno che torni una politica seria e al servizio della gente comune». Egli ha richiamato anche come «la vecchia politica non demorde» ed ha osservato che il Governo Monti «sta facendo buone cose e questo lo vogliamo affermare, ma noi con le nostre azioni vogliamo aiutarlo nelle cose che non vanno».

In un momento di profonda crisi della politica la manifestazione di Libera contro le mafie è un segnale importante. Tuttavia l’attenzione dei media sembra sia stata assai scarsa come anche la presenza di rappresentanti politici. Segno di una indifferenza e di una mancanza di ascolto diffusi. Mentre proprio le voci delle vittime dovrebbero aver risonanza ed essere ascoltate nella loro espressione di ricerca di giustizia e di impegno per costruire possibilità di vivere insieme in cui sia eliminata la logica del sopruso e dello sfruttamento. (a.c.)

Su liturgia e vita

“La liturgia è il grande fiume nel quale confluiscono tutte le energie e le manifestazioni del mistero, da quando il corpo del Signore vivente presso il Padre continua  senza sosta ad essere ‘consegnato’ agli uomini nella chiesa per dar loro la vita. La liturgia  non è una realtà statica: un ricordo, un modello, un principio d’azione, un’espressione di sé o un’evasione angelica. Essa supera  i segni nei quali si esprime e l’efficacia che se ne può percepire. Non è riducibile alle sue celebrazioni, benché vi sia presente interamente. Si serve della parola umana di Dio, scritta nella Bibbia e cantata nella chiesa, senza mai esaurirvisi. È a suo agio in tutte le culture, e nel contempo irriducibile ad ognuna di esse. È comune ad una moltitudine di chiese locali senza mai cancellare la loro originalità. Nutre tutti i figli di Dio, ed è in essi che cresce incessantemente. Benché celebrata senza sosta, non è mai ripetizione: è sempre nuova. Se contempliamo nel cuore della storia l’irruzione di quel fiume di vita che è la liturgia, tutte le nostre separazioni tra celebrazione e vita vengono travolte e superate. Questa forza di attrazione onnipotente del Cristo, iscritta in profondità in ogni evento umano, può illuminarlo e vivificarlo dall’interno. Non possiamo ridurla a qualche sprazzo di comunione, né ad alcuni momenti festivi di celebrazione comunitaria. Quell’evento totale di Cristo che è la liturgia e nel quale siamo costantemente coinvolti, supera sotto ogni aspetto la coscienza di fede e la celebrazione dei credenti, perché assume e penetra  tutta la storia, tutti gli uomini, e ciascuno di loro in ogni sua dimensione, e inoltre tutto il cosmo e tutta la creazione. Per essere trasportati da questo fiume è sufficiente averne raggiunto la sorgente” (Jean Corbon, La liturgia alla sorgente, Qiqajon, Bose 2003, pp. 282-283).

In queste parole di Jean Corbon (1956-2001), uomo spirituale che nella sua vita non solo ha maturato una grande competenza in ambito liturgico ma ne ha vissuto il senso profondo, respirando la sensibilità della grande tradizione orientale, si possono ritrovare alcune indicazioni per impostare un discorso sulla comunicazione verbale e non verbale nella liturgia. La prospettiva suggerita è infatti quella di accostare la liturgia come grande fiume che sgorga da una sorgente di presenza e di incontro.

La liturgia si esprime in segni e parole eppure, ci ricorda questa pagina, supera le parole e i segni: è evento totale di Cristo che si trasmette in tutta la sua esistenza e coinvolge tutta la nostra vita, e il cosmo e la creazione. Così essa non può essere ridotta alla dimensione dei riti, benché vi sia presente interamente anche in essi. Per parlare di linguaggio verbale e non verbale nella liturgia si può partire da questa intuizione di fondo per evitare il rischio di ridurre la questione ad una sorta di prontuario su come leggere una pagina della Scrittura, o come presentare una omelia o come arredare un altare. Da tale orizzonte tutto assume un senso nuovo, tutto diviene segno e coinvolge attenzione e cura, con uno sguardo che sappia però tenere insieme culto e vita accogliendo la grande provocazione di Gesù a vivere la liturgia nel dono di sé fino alla fine come consegna al Padre e all’umanità.

La liturgia in quanto celebrazione può essere letta come “momento cantato di una storia” o “luogo di una conoscenza” – sono espressioni di Giancarlo Bruni, monaco di Bose – ed  essere aiuto, rinvio, collegamento con la liturgia come vita, come evento di trasfigurazione nel Signore Gesù.

Come ricorda Robert Taft: “Nella splendida scena della creazione, il dito datore di vita di Dio si allunga e arriva a toccare il dito steso di Adamo reclinato. La liturgia  è ciò che riempie lo spazio tra queste due dita. Infatti, Dio nella metafora della Cappella Sistina è una mano che crea, che dà vita, che salva, che redime, che sempre si allunga verso di noi, e la storia della salvezza è la storia delle nostre mani alzate (o che rifiutano di alzarsi) in una accoglienza e in un ringraziamento incessanti per questo dono. È chiaro che qui sto usando il termine ‘liturgia’ nel senso più ampio, paolino, fino a includere l’intera oikonomia o commercium, quello scambio continuo salvifico tra Dio e noi, la scala di Giacobbe della storia della salvezza”. (Robert F. Taft, Liturgia. Modello di preghiera, icona di vita,  ed. Lipa Roma 2009, 35).

Parlare di linguaggio verbale e non verbale nella liturgia allora pone innanzitutto su di un sottile crinale: quello di riferirsi sì ai luoghi, ai segni, ai gesti, ai silenzi e alle parole che compongono i riti delle nostre liturgie ma d’altra parte mantenere quella tensione che dovrebbe essere presente nel ridimensionare il valore dei segni e dei gesti, per aprirsi a cogliere la provocazione della liturgia della vita. Ancora Taft ricorda: “Così se la Bibbia è la Parola di Dio nelle parole degli uomini, la liturgia sono le opere di Dio nelle azioni di quegli uomini e donne che vivono in lui” (Robert F. Taft, Liturgia Modello di preghiera icona di vita, ed. Lipa, Roma 2009, 48).

Per esprimere questa delicata soglia su cui stare indicherei un esempio che paradossalmente proviene dalla sensibilità di un artista non credente, Xavier Beauvois, regista del film ‘Uomini di Dio’, che si è lasciato interrogare profondamente dalla testimonianza della comunità dei monaci di Tibhirine.  Nel film a mio avviso è stata resa in modo magistrale la tensione sempre irrisolta tra momento liturgico in quanto celebrazione e momento liturgico in quanto evento di partecipazione alla vita di Cristo che si fa quotidiano e compimento di vita. La liturgia che attraversa il film, e che rinvia all’esistenza stessa dei monaci in terra di Algeria, è liturgia di una vita vissuta come incontro, come accoglienza e offerta di amicizia, oltre ogni calcolo e interesse.  Ed è la liturgia che risale alla testimonianza del martirio di Christian De Chergé e dei suoi fratelli.

E’ così significativo l’accostamento di diverse scene che parlano della medesima liturgia come evento che prende la vita di quei monaci ripresentati come uomini segnati dalla fatica, dalla durezza, dal dubbio, ma anche dallo slancio generoso e dal desiderio di orientare la propria vita verso un compimento di umanità e di fede. Nel film – il cui titolo originale Des hommes et des dieux è stato reso male dalla traduzione italiana Uomini di Dio’ – si parla infatti di una liturgia che passa attraverso una dimensione ‘non verbale’. Essa si esprime nei gesti della cura, della vicinanza, dell’incontro attuato in termini di condivisione e di presenza accanto a chi soffre. Indicherei questa dimensione come la ‘liturgia della vita’: una vita vissuta nell’ordinario della quotidianità come compassione e vicinanza, ma anche come continua crescita a scoprire il proprio bisogno dell’altro e la provocazione del volto del vicino nella propria esistenza. Per i monaci del monastero dell’Atlas quest’incontro si fa provocazione a scoprire che il loro modo di intendere la vita, come uccelli appoggiati su di un ramo, pronti ad andarsene, è collocata in una relazione profonda con chi, pur di religione diversa, dice loro: ‘voi siete il ramo, noi gli uccelli’, che da un momento all’altro possiamo essere portati via dalla violenza.

La ‘liturgia della cura’ si apre – ed è sempre il film che guida a tale scoperta – ad una seconda dimensione della vita liturgica: è quella che indicherei come il momento della celebrazione, l’ambito del rito come spazio e tempo in cui si racchiude, come in un grembo, una profonda apertura e attesa. Sono le parole della preghiera comune, il gesto del ritrovarsi insieme in un luogo, l’alternanza delle voci, il canto teso ad esprimere, nella armonia e nella variazione dei toni, la diversità nell’unità del coro comune, i gesti dell’inchinarsi profondo nell’adorazione e nella lode, la ripetizione dei salmi, l’ascolto delle Scritture lo spezzare il pane nell’Eucaristia. Il tempo e lo spazio della liturgia come celebrazione divengono occasione per dare accoglienza alla “forza di attrazione onnipotente del Cristo”. Ma essa è anche “iscritta in profondità in ogni evento umano” e quindi spazio e tempo della liturgia celebrata divengono occasione di apertura e di riconoscimento di un tempo e spazio allargato in cui accogliere e vivere l’incontro con Dio. Uno spazio più grande più grande: “quanto grande  è la casa di Dio, quanto esteso il luogo del suo dominio…” (Bar 3,24-38).

Lo spazio situato della piccola chiesa al cuore del monastero è luogo che rinvia ad uno spazio più grande e apre alla percezione che “I cieli e la terra sono pieni della tua gloria” come si canta nel Gloria. Così liturgia è anche l’andare tra le montagne dell’Atlante, nel silenzio, è l’interrogarsi da parte del priore della comunità se rimanere o andarsene, è il dubbio che attanaglia uno dei fratelli monaci durante il suo lavoro, è il gesto lento di frère Luc che nella notte prepara le medicine per l’indomani… Liturgia è avvertire il dramma di un incontro con Dio e di una chiamata che si avverte come impossibile da sopportare con le proprie forze nella solidarietà con un popolo nella sofferenza.

E si può riflettere sul senso di spazi sacri che tuttavia divengono luogo in cui non c’è spazio per Dio. Parole di ipocrisia e spazi, gesti, attitudini ammantate di religiosità che nascondono invece un disinteresse a Dio e al volto dell’altro.  Gesù reagisce quando vede una religione che è ridotta a mercato, quando si scontra con un modo di intendere il culto separato dalla vita, anzi una religione in cui al centro sta l’interesse e il tornaconto e l’indifferenza verso ciò che costituisce il senso più profondo del tempio. Gesù compie il gesto di rovesciare i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe proprio nello spazio del tempio.

Nel tempio “gli si avvicinarono ciechi e storpi ed egli li guarì”: Gesù con questo gesto sovverte la spiritualità proposta da un culto di sacrifici e offerte. Si distacca dal rituale del tempio per accogliere ciechi e  storpi, per guarire, per passare facendo del bene (Mt 21,10-17). Si china a lavare i piedi e questo gesto è posto dal IV vangelo proprio al posto delle parole dell’ultima cena nel tentativo di ricordare il significato autentico di quel momento: ripetere il gesto dello spezzare il pane è memoria di salvezza se diviene chinarsi nell’amore.

Tornando alla lettura del film ‘Uomini di Dio’ quale parabola per accostare il senso di una liturgia come comunicazione che avvolge tutta l’esistenza, mi sembra di poter evidenziare in esso anche un terzo livello della liturgia: oltre alla liturgia della vita, oltre la liturgia della celebrazione, è presentata quella che chiamerei la ‘liturgia del quotidiano trasfigurato’. C’è una bellissima scena che corrisponde all’ultima serata trascorsa insieme dai monaci prima dell’irruzione notturna dei guerriglieri che li rapiranno e li condurranno alla morte. E’ narrazione silenziosa di un’ultima cena: la scena si svolge senza parole, segnata da inquadrature in primo piano profondamente evocative di stati d’animo e di condizioni psicologiche. Il movimento della musica, unico elemento sonoro di questa scena, esprime la tragicità del momento ma anche il passaggio dalla tensione ad una pacificazione progressiva e all’abbandono nella scelta che vede il sorreggersi reciproco nella fraternità e nel dare la propria vita senza calcolo e senza condizioni. I gesti sono quelli della quotidianità: il cibo passato di mano in mano, il formaggio francese portato dal fratello rientrato proprio quel giorno dalla Francia, le patatine fritte che piacevano tanto al monaco più anziano. E al centro il vino e il senso della gioia ma anche il riferimento alla passione. I gesti dell’Eucaristia sono così ripresentati nella cena. Ed il  riferimento va a quello che stava per accadere e che in un certo modo era ben presente nelle loro menti, negli sguardi, nei loro pensieri. Un evento quindi, una cena fraterna, che non si limita ad un rito ma diviene vita e si esprime nel ritrovarsi di quella tavola divenuta mensa eucaristica nella logica di vite consegnate a Dio in solidarietà con i loro fratelli musulmani.

Le parole e i gesti di queste diverse liturgie, tutte rinvianti all’unica sorgente, l’evento totale di Cristo, la trasformazione dello Spirito, hanno dimensioni di parole, silenzi, luoghi, decoro, linguaggio verbale e non verbale. Ma ogni elemento diviene funzionale a scoprire la continuità e la vicinanza tra elementi del rito e parole e gesti della vita, nel loro incrociarsi ed essere coinvolgimento nel grande mistero della trasformazione opera dello Spirito. E’ lo Spirito il grande protagonista della liturgia che opera rendendo la vita simile a quella di Cristo, venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti.

In questo quadro di fondo penso che l’attenzione a tutti gli elementi delle nostre celebrazioni, anche i più piccoli e spesso trascurati dovrebbe essere sviluppata con sobrietà e cura. Lo sguardo attento al contesto, alle persone presenti, al coinvolgimento per formare una comunità responsabile insieme, allo scambio di doni può favorire la consapevolezza del legame tra liturgia e vita e aprirsi a leggere la vita come liturgia nello Spirito. Tutto ciò che è linguaggio non verbale e che dice riferimento all’ambiente, all’architettura del luogo, alla disposizione dell’assemblea, alla cura delle cose, alla natura e al cosmo – la luce, i fiori, i colori, la materia degli arredi – il canto, la musica e i gesti, e la cura per quanto attiene al linguaggio verbale, l’espressione di parole significative, scandite dal silenzio che ne dà risalto, acquista allora uno spessore nuovo. Può essere attenzione non di tipo cerimoniale, ripiegata nella preoccupazione di una esecuzione corretta di norme rituali, ma dovrebbe respirare di un’esperienza che conduce a celebrare un evento di vita, che valorizza lo spessore di ogni realtà umana e cosmica, e nel contempo la pone in relazione aprendo lo sguardo alla liturgia della vita e del quotidiano trasfigurato.

Alessandro Cortesi op

Questo articolo è apparso con il titolo ‘Linguaggio verbale e non verbale nella liturgia’ nella rivista ‘Incontri’ 3,6 (2011).

IV domenica di Quaresima – anno B – 2012

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Un Dio che non si stanca. Un Dio paziente. Protagonista instancabile di una pazienza attiva, creativa. Sta qui il messaggio al cuore della prima lettura. “Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”. In due avverbi ‘premurosamente’ e ‘incessantemente’ è racchiuso uno stile: la cura, la preoccupazione fatta di piccole attenzioni, e la continuità. Senza posa Dio ripropone la sua alleanza nonostante l’indifferenza, i rifiuti, la dimenticanza. Motivato solo dalla compassione, dalla vicinanza. Un Dio vicino e premuroso. Capace di creare occasioni nuove e di aprire nuove vie di libertà. Così dopo la dura esperienza dell’esilio chiama Ciro, l’imperatore pagano, e lo muove per aprire nuove vie ad Israele perché scopra la gioia del ritorno a Lui.

Alla sorgente di un percorso di fede non sta una costruzione umana, ci dice questa pagina, ma la gratuità e il farsi vicino di un Dio alla ricerca dell’uomo. C’è soprattutto la sua presenza amorevole e vicina. E il credere non è questione di altro se non di scoprire i segni della sua premura, le chiamate della sua compassione, e accogliere la sua presenza nella vita. Un’esperienza che si presta continuamente ad incomprensioni e al non riconoscere la gratuità del suo venire.

L’esperienza di Paolo che sta sullo sfondo della seconda lettura  è segnata da questa scoperta, a lui donata da Gesù Risorto. Il messaggio paolino passa alle comunità e ai suoi discepoli delle generazioni successive: “per grazia siete stati salvati mediante la fede”. Chi si apre a questa esperienza di gratuità viene trasformato e può iniziare a leggere e vivere la propria esistenza in modo nuovo. Un’esperienza che si rinnova ogni volta che un gesto, una parola, un tempo dedicato fanno risuonare l’eco della gratuità dell’amore di Gesù che si fa servizio concreto, e lascia spazio alla parola più alta dell’amore: ‘tu sei più importante di me’. Questa parola è stata la vita di Gesù. Ma allora ciò che conta è affidarsi, lasciarsi incontrare e cambiare da questo dono. L’autore della lettera agli Efesini parla di ‘opere buone ‘ non come fonte di vanto. Esse stesse sono dono di Dio. Dio le ha preparate perché in esse camminassimo. E’ una prospettiva nuova e su cui riflettere quest’orizzonte di opere buone come via su cui camminare. Non per fermarsi ad esse ma per scoprire l’orizzonte a cui questo cammino conduce: la grazia dell’incontro con Gesù che è dono. La fede come riferimento alla figura di Gesù di Nazaret prima e oltre ogni appartenenza ad un sistema religioso, di pensiero di cultura o di gruppo.

E’ questa anche l’esperienza a cui è chiamato Nicodemo. Nicodemo come tutti i personaggi nel IV vangelo è una sorta di paradigma. E’ l’esempio del maestro, di chi sa ed è preparato, del sapiente, che pure si lascia inquietare dalla parola e dalla libertà di Gesù. E va da lui di notte, avvolto in quel buio che è simbolo della sua chiusura e della sua incapacità nonostante il suo sapere, ma anche desideroso di parole che Gesù gli offre. A lui Gesù dice che è necessario rinascere, non come sforzo nostro, ma nell’accoglienza di un dono che viene dall’alto. Dall’alto e di nuovo. Non è opera nostra. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio: la sua premura è che nulla vada perduto. C’è una passione di Dio che è premura di salvezza, di vita per tutti. La vita eterna non quale dimensione futura, ma esperienza che inizia sin d’ora. Il riferimento è Gesù innalzato: un paradosso. L’innalzato sulla croce vive l’abbassamento più grande che si possa immaginare. Eppure nel suo essere innalzato può radunare attorno a sé, diviene luogo a cui guardare fisso, è centro di un radunarsi che coinvolge vicini e lontani, e si raccoglie attorno al volto di Dio mostrato come amore. Non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato.

In che misura ci lasciamo toccare da queste parole: perché il mondo sia salvato? E’ questa la premura del Padre. E’ questo il dono di Gesù.

Credere in Gesù come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine è la grande questione della nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Essere cristiani

E’ stata da poco ripubblicata dalla casa editrice Rizzoli, a distanza di quarant’anni dalla sua prima edizione, l’opera di Hans Küng ‘Essere cristiani’. Un’opera che ha aiutato molti cristiani a riscoprire la propria fede e a viverla nonostante la prassi e la predicazione di qualche chiesa. Così lo stesso Küng ne parla: “Essere cristiani non intendeva «sedurre» le persone con la retorica o aggredirle con un tono da predica. Non voleva neppure fare semplicemente dei proclami, delle declamazioni o dichiarazioni in senso teologico. Intendeva motivare, spiegando che, perché e come anche una persona critica di oggi può essere responsabilmente cristiana di fronte alla sua ragione e al suo ambiente sociale” (Perché dobbiamo tornare a Gesù, in Corriere della sera 20 gennaio 2012). Tornare a Gesù è il messaggio centrale di questa opera ricchissima e così il teologo svizzero ne sintetizza l’orientamento di fondo: “La cosa più urgente e più liberante per la nostra spiritualità cristiana… è orientarci per il nostro essere cristiani, a livello sia teologico sia pratico, non tanto secondo le formulazioni dogmatiche tradizionali e i regolamenti ecclesiastici, bensì di nuovo e di più secondo la singolare figura che ha dato nome al cristianesimo”. E così continua sottolineando gli elementi essenziali che dovrebbero caratterizzare una esistenza cristiana:

“Da Essere cristiani in poi so di che cosa parlo quando, in modo del tutto elementare, dico: il modello di vita cristiano è semplicemente questo Gesù di Nazaret in quanto messia, christós, unto e inviato. Gesù Cristo è il fondamento dell’autentica spiritualità cristiana. Un esigente modello di vita per il nostro rapporto nei confronti del prossimo come pure con Dio stesso, che per milioni di esseri umani in tutto il mondo è diventato criterio di orientamento e di vita. Chi è, dunque, un cristiano? Non chi dice soltanto «Signore, Signore » e asseconda un «fondamentalismo »— sia esso di tipo biblico-protestante, o autoritario-romano-cattolico oppure tradizionalista-oriental- ortodosso. Cristiano è piuttosto colui che in tutto il suo personale cammino di vita si sforza di orientarsi praticamente a questo Gesù Cristo. Di più non è richiesto”.

Enzo Bianchi ha offerto una presentazione di questo libro – che ha mantenuto la sua freschezza e il suo valore attraverso gli anni – su ‘La Stampa’  dell’11 marzo in uno scritto dal titolo: ‘L’occasione sprecata dalla Chiesa’. Perché occasione sprecata? Perchè il testo di Küng si pone decisamente nell’orizzonte di un ripensamento della fede a partire dall’orizzonte prospettato dal Concilio Vaticano II, nella linea di una ricerca di incontro e dialogo tra vangelo e situazione culturale, con i linguaggi degli uomini e donne del mondo contemporaneo, con le loro attese e domande, cogliendo anche i motivi di ripensamento nel cammino delle chiese e nuove vie da percorrere in fedeltà al vangelo. Nell’opera ‘Essere cristiani’ “Küng non solo espone «una» possibile introduzione al cristianesimo – per quanto ricca e documentata – ma, attraverso di essa, lascia trasparire la passione di una ricerca assidua del radicalismo evangelico, comunica a un largo pubblico il clima spirituale e la volontà di dialogo che hanno segnato la feconda stagione della Chiesa nel postconcilio, getta squarci di luce su orizzonti di speranza”.

L’occasione sprecata è aver visto nella posizione problematica e critica di Küng a molti aspetti della vita ecclesiale un attacco alla chiesa, e così averlo allontanato dall’insegnamento di teologia nella facoltà cattoliche. Küng rimane in ogni caso uno dei più grandi teologi che hanno segnato il ‘900. Da ricordare il suo approfondimento decisivo sulla questione della giustificazione nella ricerca di un dialogo ecumenico sul piano teologico , i suoi studi sulla chiesa, e più recentemente la sua attenzione alle grandi religioni e al dialogo tra le religioni come elemento decisivo per una convivenza mondiale nella pace. Enzo Bianchi acutamente osserva:  “le posizioni di Hans Küng, così stimolanti per i cristiani di oggi e per l’uomo contemporaneo, non hanno più avuto come luogo di confronto e di risonanza la comunità cattolica in quanto tale. Eppure i problemi sollevati nell’opera – il ruolo della parola di Dio, il significato del Gesù storico, la funzione dell’autorità, le modalità dell’esercizio del ministero presbiterale, il dialogo ecumenico e con le altre religioni, l’apertura al mondo… restano ineludibili ancora oggi e la riflessione teologica ha tuttora da guadagnare a tener conto dell’analisi acuta e tagliente di Küng”.

Certamente si possono contestare e discutere tesi e orientamenti diversi, ma non affrontare i problemi è motivo di chiusura e impedisce di camminare insieme e di ricercare proprio nel confronto quali vie oggi il vangelo chiede ai cristiani di percorrere nel contesto sociale e storico di questo tempo, di questa umanità. I problemi che Küng ha indicato nella sua appassionata ricerca rimangono da affrontare e forse avrebbero bisogno oggi di quella lucidità critica e di quel coraggio di cui Küng è stato testimone nel corso del suo lungo servizio di teologo in ricerca, fedele alla chiesa e capace di critica e di sofferenza proprio alla luce del riferimento fondamentale a Gesù Cristo.

(a.c.)

marzo

III domenica di Quaresima – anno B

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

C’è un gesto di Gesù al cuore di questa liturgia. Un gesto duro, apparentemente improvviso, dettato da un senso di indignazione. Eppure è un gesto meditato, così lo presenta Giovanni: fece una frusta di cordicelle. E poi scacciò tutti…. gettò a terra il denaro … rovesciò i banchi… Un gesto tanto più rilevante perché riportato da tutti e quattro i vangeli e quindi un ricordo storico di un gesto compiuto da Gesù polemico nei confronti del sistema religioso e dei suoi capi e responsabili. Il IV vangelo lo riporta all’inizio, al capitolo 2, come chiave di lettura di tutto il percorso di Gesù e come il gesto che ha suscitato contro di lui l’ostilità dell’autorità religiosa.

Gesù rivendica per sé con il suo agire di essere considerato messia: il flagello di sferze era simbolo utilizzato per parlare dell’azione di purificazione del messia alla sua venuta nei confronti dei peccatori. Ma Gesù non si scaglia contro i peccatori, coloro che dovevano stare fuori del Tempio, ma caccia via dal tempio coloro che stanno nel recinto sacro: sono questi i venditori che hanno ridotto la casa del Padre ad un mercato. Gesù reagisce contro questa deformazione del significato profondo del tempio: il luogo dell’incontro con Dio divenuto un mercato. Luogo di calcolo anziché di gratuità, luogo di consumo anziché di relazione.

Parla così del tempio non come ‘casa di Dio’, ma come ‘casa del Padre mio’ presentandosi nella relazione di figlio. E pone davanti alla grande questione: si può scambiare il rapporto con Dio con un ‘mercato’. La logica della compravendita si può infiltrare al cuore dei percorsi religiosi. Quello che era il Luogo per eccellenza che veniva identificato con il Nome di Dio, la sua presenza stessa in mezzo al popolo, era divenuto luogo di mercato. E’ l’utilizzo delle cose religiose al fine del guadagno, e la strumentalizzazione del rapporto con Dio per altri fini senza alcun rapporto con la fede intesa come rapporto vivente.

Con questo gesto Gesù ci dice che il rapporto con Dio può divenire una questione di compravendita senza relazione, senza gratuità. Per lui quella invece è la casa del Padre: e il Padre non vuole consumatori, ma attende figli.

E’ questo un pericolo sempre presente: anche oggi si ripresenta questo snaturamento profondo dell’esperienza di fede. Là dove si perde di vista il cuore della fede, là dove prevalgono interessi di sicurezza mondana, là dove è questione solamente di calcoli economici, là dove si rincorre il guadagno e si usa la religione per mercanteggiare, là c’è una riproposizione della casa di Dio ridotta ad un luogo di mercato.

Enzo Bianchi in un suo articolo recente si interroga: “E tuttavia: che fare, che dire, di fronte a una chiesa che sembra aver smarrito, in molti suoi responsabili che portano l’onere del servizio a tutti, la tensione verso l’unità e la carità? Se un tempo creavamo atei con immagini distorte di Dio da noi fabbricate e predicate, oggi non siamo più significativi e ci ritroviamo paralizzati dallo spettacolo che offriamo. Gli uomini e le donne non appartenenti alla chiesa si sentono confermati nella loro estraneità rispetto a quanti si dicono impegnati nella nuova evangelizzazione, mentre molti cristiani se ne vanno in modo silenzioso, senza contestazione o tentano di vivere la fede “nonostante la chiesa”, etsi ecclesia non daretur.” (Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, anche nella chiesa,in “Jesus” marzo 2012)

Oggi forse siamo chiamati a vivere questa lucidità e questa fedeltà a Gesù in modo nuovo.

Con questo gesto Gesù si presenta come messia, rivendica a sé un ruolo che però non è nella linea del profitto o del dominio, ma nell’affermare come il rapporto con Dio sta nella linea del gratuito, del dono.

Ma è interessante anche notare che Gesù caccia non solo i venditori ma gli animali a cominciare dalle pecore. Il suo agire ha i tratti del pastore che libera chi è vittima di questo sistema religioso deformato. E con questa cacciata indica qualcosa che ha a che fare con la dimensione più profonda della sua esistenza. Nel IV vangelo questa linea è molto chiara e attraversa l’intero racconto: non servono più vittime per instaurare un rapporto con Dio, perché è Gesù l’agnello. Così l’aveva indicato il Battista sin dal suo primo incontro presentando l’orizzonte della Pasqua: Gesù nel IV vangelo viene crocifisso mentre nel tempio si uccidevano gli agnelli in preparazione alla festa di Pasqua. E qui al cap. 2 il gesto nel tempio è presentato proprio mentre si avvicinava la Pasqua dei giudei. Il gesto della cacciata dei venditori e degli animali segna una conclusione di tutto quanto ruotava attorno al sistema dei sacrifici. E Gesù aggiunge una parola difficile: “distruggete questo tempio (e qui fa riferimento al ‘naos’, il Santo dei santi, ossia al luogo più intimo del santuario, luogo della presenza di Jahwè) e in tre giorni lo farò risorgere”.

Nella parola che spiega il gesto Gesù parla di un tempio nuovo: il nuovo tempio è il suo corpo. E’ un annuncio che fa riferimento alla Pasqua: Cristo morto e risorto è il nuovo tempio in cui si può accedere per vivere l’incontro con Dio, non in templi costruiti da mani d’uomo, ma nel suo corpo. L’incontro con Dio non passa più attraverso costruzioni e attraverso sacrifici ma nell’incontro con Gesù che ci ha raccontato nella sua vita il volto del Padre.

Ci possiamo chiedere qual conseguenze questa parola può avere nella nostra vita:

una prima sollecitazione sta nel vivere una vigilanza rispetto ad una religione del mercato che può presentarsi nella forma del dio denaro come nuovo idolo del nostro presente. L’inseguimento di obiettivi legati solamente alla dimensione del guadagno, dell’avere è aria che si respira e che genera il giudizio su persone e popoli. Il dominio dell’efficienza economica, del calcolo di un guadagno su ogni tipo di considerazione relativa alle persone, alle relazioni è una forma di idolatria. E’ anche idolatria quel sottile inserimento di una mentalità preoccupata della ricchezza, dei privilegi, della potenza nel modo vivere la fede per cui l’esperienza di fede viene svuotata del riferimento a Dio ed è riempita invece di tante preoccupazioni relative a costruzioni di ricchezza e di affermazione umana. E’ questo il tradimento più profondo della povertà della fede che vive solamente dell’accoglienza del dono di Dio.

Una seconda sollecitazione è proprio sulla questione del tempio. Se Gesù è il nuovo tempio, il suo corpo è luogo dell’incontro con Dio. Questo ci conduce al superamento di tutti i templi che si pongono come luoghi esclusivi dell’incontro con Dio: né su questo monte né in Gerusalemme adorerete Dio… Dio cerca adoratori in spirito e verità. Nel contesto della società plurale, delle tante fedi e dei tanti percorsi religiosi, siamo oggi spinti a divenire capaci di cercare un incontro profondo e vero con Dio che non si identifichi nella costruzione di templi uno contro l’altro, ma nella riscoperta del tempio del corpo di Gesù e di quel tempio che sono le esistenze viventi. Ma anche questa è sollecitazione a renderci capaci di scorgere le tracce della presenza di Dio e dell’opportunità dell’incontro con Dio al di fuori del tempio in tanti percorsi di incontro umano.

“Egli parlava del tempio del suo corpo”. Un nuovo tempio, il corpo di Gesù. Il corpo di Gesù in relazione al nostro corpo, e al corpo di tutte le vittime. Se il nuovo tempio dell’incontro con Dio è il corpo di Gesù, ci si può anche interrogare sul senso del suo corpo, il corpo del crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, un corpo che ha vissuto la debolezza del farsi servo e la solidarietà fino alla fine con la nostra vita umana. Gesù parlando del suo corpo rinvia anche al corpo come luogo di incontro con Dio, in particolare i corpi più fragili. Nel suo corpo Gesù restituisce dignità al corpo umano, soprattutto ai corpi delle vittime e di coloro che sono più indifesi. Il corpo, che ciascuna e ciascuno è, è luogo di incontro e di lode e di preghiera con Dio. “Non sapete che il vostro corpo è il tempio di Dio e che lo Spirito vi abita?” (1Cor 3,6)

Alessandro Cortesi op

II domenica Quaresima – anno B – 2012

Gen 22,1-8; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è la parola d’ordine diffusa in questo tempo di crisi economica. E i sacrifici maggiori sono quelli sopportati dai deboli. Sacrificio è tuttavia termine legato al mondo religioso: in tutte le culture religiose ci si trova di fronte alla dimensione del sacrificio. Il suo significato è racchiuso nel ‘rendere sacro’: alcuni oggetti o realtà umane sono consegnate al sacro e vengono utilizzate per propiziare la divinità, per renderla, da irata, favorevole. In tal modo si fa mutare atteggiamento alla divinità capricciosa, la si rende ‘pia’: c’è un collegamento tra sacrificio ed espiazione.

Ci si potrebbe chiedere a quale universo religioso fa riferimento l’insistenza dei nostri tempi sulla necessità di fare sacrifici. Sono forse da smascherare i poteri che li pretendono e si pongono come divinità con volti diversi a cui sacrificare l’esistenza. E c’è forse da domandarsi: quale divinità? quali riti? quali sacerdoti?

Anche nella Bibbia si parla di sacrifici ma in modo particolare e la liturgia di oggi ruota attorno a questo tema.

Un episodio che sconcerta, quello del sacrificio di Isacco. Un episodio che può essere letto come la grande contestazione della Bibbia nei confronti dei sacrifici umani e della logica che sottostà ad una idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole il sacrificio di Isacco, e non vuole sacrifici umani: è un Dio diverso dalle divinità da temere e da rabbonire. Chiede invece la disponibilità dell’affidamento radicale, dell’ascolto alle sue chiamate. E’ un Dio amante della vita. Dona la vita e non la toglie, mira a rapporti di obbedienza nella fede.

La questione al centro del racconto è la fede di Abramo, un rapporto vivo, che coinvolge l’esistenza con Jahwè. Nella drammaticità della salita al monte con il figlio della promessa, Abramo vive l’affidamento totale a Jahwè. Questa pagina intende così rivelare il volto di Dio che ha offerto la sua alleanza nella fedeltà e attende solamente un risposta di affidamento: la disponibilità a mettere Lui al primo posto dell’esistenza in modo assoluto, in un ascolto radicale della sua parola. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

I riti che saranno praticati in Israele come ‘sacrifici’ avranno come loro funzione di indicare e ricordare l’alleanza che Dio ha offerto e che solo Lui può ristabilire di fronte alla disobbedienza, al non ascolto da parte del popolo. Al cuore di tutti i sacrifici di Israele starà la consapevolezza non di una divinità lontana, da tenere buona perché assetata di sangue, ma l’apertura ad un dono di libertà e di comunione che si attua come azione di Dio. Così nel sacrificio della Pasqua, e così anche nel sacrificio del giorno del perdono (Yom Kippur), così nei sacrifici quotidiani al Tempio. E tuttavia questo significato si prestava a fraintendimenti, a ritorni all’idea del sacrificio secondo la mentalità pagana. Soprattutto rischiava di perdere di vista il senso profondo di un culto che trovava la sua radice in un rapporto di amore e fedeltà.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto  separato da un riferimento all’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa. Per questo insistevano sull’autentico ‘sacrificio’, non quello dei riti delle offerte, ma quello di un’esistenza vissuta come stare davanti a Jahwè rispondendo nella fede e nella ricerca di giustizia alla sua chiamata. “Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco… smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20).

Quando Paolo nella seconda lettura dice che ‘Dio ha consegnato il suo Figlio’ non parla di una sorta di esigenza del dolore e della morte del Figlio da parte di Dio per riaffermare i propri diritti e per ottenere giustizia. Non legge la morte di Gesù nella linea dei sacrifici alle divinità pagane, ma lo indica come evento di vicinanza dell’amore di Dio che dona comunione. Così legge il significato della morte di Gesù come dono totale della vita vissuto per amore al Padre. La vita di Gesù è un percorso di esistenza per gli altri, di solidarietà fino alla fine e consegna al Padre e la sua morte diviene dono di salvezza perché tutta la sua vita fino al momento supremo è stato ascolto e dono di sè al Padre, abbandono all’Amore. Non la sofferenza in quanto tale o le atrocità subite nella passione sono motivo di salvezza ma l’obbedienza e l’amore. Tutta la vita di Gesù sta sotto il segno della consegna di sé al Padre e agli uomini. Gesù così ha vissuto la sua vita ed è rimasto fedele anche nella passione e nella morte, facendo della morte il luogo di un amore che rimane fedele fino alla fine: in questo senso la croce è ‘sacrificio’, come dono di sé e offerta di comunione. Si connota perciò come ‘sacrificio’, ma diverso e per questo pone fine alla logica sacrificale. La sua vita è dono di ascolto al Padre e solidarietà a favore di tutti: e così Paolo potrà dire ‘offrite la vostra esistenza come sacrificio nello Spirito gradito a Dio’ (Rom 12,2). La vita come dono e servizio nell’amore.

Ci possiamo chiedere quale evento sia alla base dell’episodio della trasfigurazione riportato dai sinottici: un evento di luce e di apertura alla grazia. E’ memoria di un momento particolare di vicinanza a Gesù che ha comunicato ai suoi discepoli più vicini il senso del suo cammino di annuncio del regno, di fronte all’ostilità, in fedeltà al disegno di salvezza, in rapporto alle Scritture? Si tratta di una pagina scritta dopo gli eventi d’incontro con il risorto per esprimere come  nell’incontro con lui, prima della Pasqua si intravedeva, senza comprendere a pieno, la luce presente nel suo volto e che pure rinviava ad un cammino di sofferenza e  di morte?

Certamente Marco costruisce questa pagina pensando ad un evento di rivelazione, di teofania. La tesse infatti sulla filigrana del capitolo di Esodo 24. Come nell’evento della manifestazione di Dio del Sinai, anche nella trasfigurazione di Gesù tutto avviene sul monte in un tempo indicato dopo sei giorni, cioè nel giorno settimo, il sabato, giorno dell’alleanza; vi sono tre testimoni; c’è la nube ed una voce; e c’è la luce che avvolgeva il volto di Mosè e ora avvolge Cristo. Elementi simbolici  atti a richiamare un evento di vicinanza e rivelazione. La nube, segno della presenza di Dio, avvolge tutti e nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’altro proclama che egli è il Figlio. La sua vita si comprende in questa relazione fondamentale e nella sua apertura al Padre e ai suoi fratelli. Così pure Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne che ricordava il cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù si presenta come Messia: ma è un messia particolare, debole, che passa per la via del servizio fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri.

E’ un momento di luce nel mezzo di un cammino di difficoltà e di incomprensione. Pietro, che era stato chiamato ‘Satana’ da Gesù perché si opponeva all’annuncio di un Messia che avrebbe percorso un cammino sofferenza, è testimone di questo momento di gloria. E’ uno squarcio per comprendere che Dio ha approvato la vita vissuta da Gesù in quel modo, la sua via orientata al dono e al servizio solidale. Un monte quello della trasfigurazione che rinvia al monte della crocifissione. E il discorrere con Mosè e Elia segno di una vita vissuta in continuità con l’esperienza dell’esodo e delle attese dei profeti.  La corporeità fragile di Gesù è luogo di una luce che nella sua debolezza fa trasparire la luminosità simbolo della vita stessa di Dio. Dio, il Padre resuscita colui che ha vissuto la sua vita nell’ascolto obbediente e nella solidarietà con tutte le vittime della storia. L’invito della voce è ad un ascolto di vita e di coinvolgimento: ‘Ascoltatelo’.

 

Alessandro Cortesi op

I domenica Quaresima anno B – 2012

Gen 9,8-15; Sal 24; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Quaresima inizia con il segno dell’arcobaleno: un arco in cielo. Meglio, un arco tra cielo e terra. Un segno di alleanza, un raccordo tra due mondi che possono essere pensati distanti, il mondo di Dio – il cielo – e il mondo dell’uomo – la terra -. Mantenere questi mondi separati ha generato e continua a suscitare modi di vivere e spiritualità della separazione, dell’opposizione, e ad alimentare così esistenze che non gustano le vie di un incontro possibile. L’arcobaleno invece è ponte che unisce diverse sponde, tutt’altro dall’essere muro che divide: è segno di alleanza, di incontro, di relazione che non viene meno. E’ segno di un impegno irrevocabile e offerto con libertà e gratuità da Dio, senza condizioni previe, all’umanità. “Pongo il mio arco sulle nubi perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”: l’arco, strumento di offesa e di guerra, espressione della potenza di Dio, è appeso. E diviene così segno di incontro: è alleanza con l’umanità uscita dal diluvio, ma non solo. E’ alleanza che comprende animali, e tutti gli esseri viventi. E’ indicazione di qualcosa che sta all’inizio, un disegno di Dio, ma anche di qualcosa che sarà alla fine: una chiamata a costruire un mondo di relazioni nella pace: un sogno, un’utopia? Certamente una traccia del disegno di Dio.

Questa alleanza (parola ripetuta più volte in questa pagina) viene prima dell’alleanza con Abramo, è prima dell’alleanza con Mosè nell’esodo. Qui sottesa sta una intuizione ancora da scoprire fino in fondo. Dio ha stretto alleanza con l’umanità nell’atto stesso di creare e poi con l’umanità segnata dalle diversità. C’è un legame e c’è possibilità di incontro, di comunione tra questa umanità e Dio. E tutta la creazione, animali, piante terre e acque… è coinvolta in questa corrente di pace. Prima ancora dell’esperienza storica della liberazione dell’esodo, prima della legge. E forse i tanti cammini religiosi dell’umanità, quelli che cercano una armonia con la natura non hanno forse al loro cuore questa intuizione di un incontro con Dio che si apre in ogni ricerca di armonia che investe interiorità e corporeità, umanità, tutti gli esseri animati e inanimati? In tutto una medesima vita, una medesimo incontro, un medesimo amore (forza di Dio) che ha eliminato la violenza ed unisce?

C’è poi la grande immagine di una discesa  che apre la Quaresima. è quella discesa di cui parla la lettera di Pietro, la seconda lettura: “e nello spirito (Cristo) andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere…”. E’ un’immagine che porta dritto alla Pasqua. All’inizio di Quaresima uno sguardo al punto finale. C’è un modo di pensare alla Pasqua, per certi aspetti proprio della tradizione occidentale la Pasqua è pensata come una salita: Gesù nella risurrezione (come ‘rialzamento’) sale ed è innalzato come signore alla destra del Padre. E’ una ascesa che è anche glorificazione. Ma c’è un altro modo di pensare alla Pasqua, questo sì proprio della tradizione dell’Oriente. Negli absidi delle chiese orientali e nelle icone la grande immagine per raccontare la Pasqua è una discesa: Gesù risorto che scende agli inferi per prendere per mano una umanità simboleggiata da Adamo ed Eva che lo attendeva da un tempo non calcolabile. Così la Pasqua assume i caratteri di una discesa fin negli abissi più profondi, fin nelle prigioni più nascoste, fin nelle oscurità più impenetrabili, per liberare. E’ liberazione e discesa per far risalire chi stava prigioniero, e per liberare tutti, con un abbraccio universale. Pasqua come autentica liberazione da schiavitù e da pesi insopportabili che tengono le persone in prigione.

All’inizio del vangelo la spinta dello Spirito: quasi un cacciare Gesù nel deserto. Le poche righe del brano di questa liturgia sono da leggere in continuità con quelle che immediatamente precedono, il momento del battesimo di Gesù. Marco è stringatissimo nel suo scrivere. Due rapidi colpi di penna, ma con pochi cenni offre un aprirsi di riferimenti di richiami, di evocazioni.  il deserto

Il deserto è il luogo che segna questo episodio scandaloso della vita di Gesù: le tentazioni. Deserto è il luogo del cammino dell’esodo. Deserto è più che un luogo fisico, è luogo interiore, di solitudine, di mancanza di sicurezze e di appoggi. Di Gesù si dice che  è sospinto con forza dallo Spirito nel deserto. Si delinea così la sua esperienza – che lo segue non solo in un momento ma in tutto il suo percorso umano – della fatica. La prova per lui si delinea come questione della fedeltà alla consapevolezza maturata del momento del suo battesimo: è il figlio con la missione di ‘servo di Jahwè’ in rapporto al Padre che lo ama ed è inviato a vivere il suo cammino di messia.

La grande prova riguarda per lui il modo di essere figlio e messia. C’è una prova che viene dall’esterno: le attese di un messia che stabilisce un regno di potere e di gloria con la forza, usando le armi della prevaricazione, del successo, dell’esibizione. Ci sono anche le prove che proverranno dai suoi: Pietro, che è della cerchia dei dodici, sarà chiamato Satana proprio da Gesù nel corso del vangelo (Mc 8,33) quando reagisce all’annuncio di Gesù che parla della sua via come via del figlio dell’uomo, una via di sofferenza e di servizio.

Marco delinea Gesù nel deserto: stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Non solo compie il cammino di Israele nell’esodo in modo nuovo. Diviene figura singola che riassume il cammino di tutto un popolo. Vive quella fede che Israele nel deserto non aveva vissuto. Ripercorre il deserto in modo diverso rispetto a Israele. Ma egli ha anche il profilo di Adamo, che stava con le fiere, e che aveva dato un nome alle fiere. Gesù è colto nei tratti dell’uomo, nuovo Adamo, che compie il disegno di Dio, quell’immagine pensata sin dall’inizio. E compie il cammino di Adamo. Una vita in una sintonia tra fiere e angeli, terra e cielo. Marco la descrive quasi come una liturgia indicando l’azione degli angeli che lo servivano (con utilizzo di un verbo del servizio liturgico nel tempio). Il tempio è il mondo; Gesù compie i passi di un Adamo che realizza l’immagine autentica, la chiamata di Adamo. Sta in ascolto del Padre della voce di amore che lo aveva inviato nel battesimo. Vive il suo cammino di messia rifiutando la tentazione del potere e della violenza e vive invece l’obbedienza/ascolto del Figlio amato.

Queste letture ci aprono ad una comprensione profonda nuova della Quaresima. Non tanto il tempo della penitenza, della centratura su di sé nella ricerca di perfezione, ma il tempo in cui lasciarsi liberare. La Quaresima tutta orientata alla Pasqua prende senso da lì. Apre a scoprire la chiamata di una alleanza che investe umanità plurale e realtà create; apre ad uno sguardo nuovo sulla natura come creazione da custodire, da ascoltare, da coltivare e dei vari percorsi umani e religiosi dell’umanità in cui scorgere una parola efficace di Dio. Apre al dialogo, all’incontro, al domandarsi come essere fedeli all’alleanza di pace di Noè. Molteplici sono i luoghi, segnati dalla contraddizione, in cui costruire e lottare per il superamento dei conflitti, per rapporti di dialogo e di incontro, per scorgere il dono dell’arcobaleno della pace, alleanza di Dio che chiede di divenire alleanza di popoli, cammino di giustizia, custodia del creato. La Quaresima ci conduce a seguire Gesù nel suo cammino di uomo. Gesù propone un modo di vivere una umanità piena. Un modo di intendere la vita alternativo: segnato dal deserto, dall’essenzialità, dalla condivisione, segnato dall’essere ‘figlio’ in ascolto, teso a testimoniare il volto di Dio come Padre che dà e si offre e ama questa umanità, segnato dalla scelta del servire e dare la sua vita per gli altri.

Alessandro Cortesi op

 

VII domenica Tempo ordinario B – 2012

Is 43,18-19.21-22.24b-25; 2Cor 1,18-22; Mc 2,1-12

Tre elementi possono essere chiavi di lettura per entrare in questa pagina di Marco:

– Cafarnao è il luogo dove Gesù opera, la ‘sua città’ dirà addirittura Matteo (Mt 9,1), dove inizia a farsi conoscere come colui che guarisce, facendo del bene e liberando dal male.

– A Cafarnao Marco dice che “egli annunciava loro la Parola”.

– Ed infine l’espressione di Gesù quando il paralitico gli è condotto da quattro persone  scoperchiando il tetto della casa in cui erano: “vedendo la loro fede, disse al paralitico: Figlio ti sono perdonati i tuoi peccati”.

Innanzitutto Cafarnao. Molte sono le città nella Bibbia, dalla prima città, quella costruita da Caino, all’ultima città, la Gerusalemme che scende dal cielo senza più tempio né luce perché l’unica luce è l’agnello in Apocalisse. Tra le tante città Cafarnao ha caratteri propri e particolari: è villaggio di Galilea, terra di confine, lontana da Gerusalemme, non è una città di tipo ellenistico come Tiberiade, eretta dal re Erode in onore dell’imperatore romano. Cafarnao è una città di passaggi, di incroci, sulla grande via del mare, dall’Egitto verso la Siria. Ed è pure la città in cui, attorno e nella casa di Pietro, Gesù ebbe modo di sperimentare la dimensione dell’incontro domestico. Marco infatti dice: ‘si seppe che era in casa’. Gesù sceglie la casa e la strada, i luoghi dell’incontro, del passaggio, per il suo agire. Cafarnao assume così i tratti della città del quotidiano, della dimensione domestica quindi, ma essa è anche il luogo di passaggio, aperto, centro dell’incrocio di lingue e culture, della contaminazione tra persone diverse e lontane. Gesù agisce a Cafarnao e si presenta disponibile all’incontro con tutti i malati. Lì annuncia la Parola che è parola che racconta nei suoi gesti il volto di Dio che si china su chi è malato e piegato.

“Annunciava loro la Parola…”. Non è solo voce. La parola si fa azione, si rende vicina nella prassi e si fa – si potrebbe dire – ‘toccare’ proprio nei gesti che Gesù compie. La sua accoglienza, il suo volgersi verso il paralitico, il suo sguardo che va al cuore della fatica dei quattro che lo avevano condotto. Di fronte ad un uomo senza speranza, bisognoso di tutto, che appare segnato dal male che lo tiene piegato, Gesù non rimane indifferente. Non lo allontana né lo istruisce. Pronuncia parole di liberazione. La sua parola rinvia ad una liberazione che riguarda l’interiorità e la dimensione del peccato, come forza che tiene ripiegati e legati. In questo modo Gesù annuncia qualcosa del volto di Dio. Annuncia un Dio teso a togliere tutto ciò che può impedire l’incontro con lui. Annuncia un Dio che perdona. Accoglie il paralitico. Fa scorgere come il peccato sia una schiavitù pari e  più grande dell’essere incapaci di muoversi ed ha la pretesa di liberarlo da ciò che lo incurva e lo rende oppresso: la sua parola è racconto di un Dio che libera ed apre la vita nelle sue diverse dimensioni, fino a quelle più profonde dove si annida il male che tiene prigionieri.

Marco in modo drammatico pone da subito un affrontarsi: alcuni scribi reagiscono con radicalità. E’ quel rifiuto profondo che condurrà alla condanna e alla morte di Gesù. “Gli scribi pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia”. Sarà proprio l’accusa di bestemmia quella al centro del confronto presentato da Marco come processo di Gesù davanti al sinedrio. Il sommo sacerdote dirà infatti : ”Avete udito la bestemmia, che ve ne pare? Tutti sentenziarono che era reo di morte”  (Mc 14,64). Gli scribi hanno capito che in quella parola e in quei gesti è in gioco il rapporto con Dio, il modo di pensare Dio stesso. E’ una sfida lanciata a chi pretende di essere detentore dell’identità di Dio. Per questo hanno paura e rivolgono a Gesù l’accusa di bestemmia. Chiusi nel loro modo di intendere Dio non si lasciano provocare dalla prassi di Gesù. Lì si manifesta un Dio che s’interessa dell’uomo, che lo vuole libero, restituito alla sua dignità, e che non può essere utilizzato come garante di un sistema religioso che vive di pretese, di arroganza, di successo. Per giungere a Dio, dice Gesù è necessario passare per il prendersi carico dell’uomo, dei suoi pesi.

Per questo Gesù legge in quel gesto dei quattro che gli recano un paralitico in barella un segno della fede: “vedendo la loro fede disse al paralitico…”. La loro premura, il loro farsi concretamente carico, la loro ingegnosità nel trovare il modo per calarlo si scontra con la folla che è sempre impedimento ad un autentico incontro con Gesù. E l’impegno, unito alla creatività dei quattro, è letto da Gesù come segno della fede, di una fede che conduce a liberazione. Non ci sono separazioni per lui: ad incontrare Dio si giunge per la via del farsi carico dell’altro con dedizione ed anche con genialità, con inventiva, facendolo giungere dove appare impossibile. Gesù annuncia che l’incontro con Dio passa attraverso il concreto prendersi cura e chinarsi sull’altro, e sull’altro che è piegato.

La sua parola è di restituzione di umanità, è un perdono che ha i caratteri di un ridare spazio al volto più autentico della persona, capace di camminare ma anche capace di libertà, non asservita al male. E’ un  perdono aperto, che si allarga a tutta l’umanità come quattro erano coloro che l’avevano portato con allusione forse ai quattro punti cardinali, aperto in quell’incrocio di vie che conducevano al mondo pagano dove era situata Cafarnao. E’ il figlio dell’uomo che ha potere di perdonare: un paradosso. Il ‘figlio dell’uomo’ è espressione che rinvia alla debolezza, alla fragilità di Gesù che subisce la sofferenza e la morte (cfr. Mc 8,31: “…e incominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire…”). Ma è lui il ‘figlio dell’uomo’ che rivela nella sua debolezza, nel suo prendere su di sé il male e il peso del peccato, il volto dell’amore di Dio che perdona.

Tre riflessioni per il nostro presente.

Cafarnao. Anche le nostre città pongono insieme, come Cafarnao le dimensioni della casa e della via. La possibilità di costruire rapporti di incontro, di riconoscimento e le occasioni di apertura all’altro, al lontano. Spesso le nostre città divengono aggregati di appartamenti in cui ci sia apparta senza condividere e dove i luoghi di aggregazione sono i templi del commercio dell’anonimato dei consumatori. Sono spesso città in cui non si fa casa, e le vie sono percorse da una massa di solitudini che si affrontano senza incontrarsi. La prassi di Gesù a Cafarnao è indicazione e luce per il nostro vivere quotidiano. Come rendere le nostre case luogo di relazioni, di accoglienza, di ospitalità ai più deboli? Come costruire città in cui le diversità di presenze e culture sia motivo di conoscenza, di accoglienza, di incontro nella condivisione di storie, nella lotta comune contro il male che è la privazione di dignità per le persone?

Annunciava la Parola. Gesù annunciava la parola con i suoi gesti. La sua Parola è annuncio del Dio che perdona, il Dio dell’alleanza annunciato da Isaia (prima lettura). In che modo accogliere più profondamente l’annuncio del volto di Dio che desidera la libertà dei suoi figli, la pienezza di vita in contrasto con profili di Dio come oppressore e giudice senza pietà. Come aprirci a questo volto di Dio che Gesù rende vicino facendo cambiare il nostro modo di guardare alla nostra vita e a quella degli altri? Per tutti c’è possibilità di essere chiamati ‘figlio’ come Gesù dice al paralitico…

Vista la loro fede… Spesso in ambiti ecclesiali si è minuziosi nelle distinzioni tra gesti umani e gesti di fede. Gesù legge in un gesto di farsi carico la fede che fa incontrare Dio. Come educarci a guardare i tanti, spesso piccoli e nascosti, gesti di cura e di vicinanza vicino e lontano a noi come luoghi di vangelo e come superare sensi di superiorità e di separazione tra cose di Dio e cose dell’uomo come se fossero in contrapposizione?  Gesù annuncia che l’incontro con Dio passa per la via del prendersi cura dell’altro. Come lasciarsi convertire dal vangelo che parla di Dio umanissimo?

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo