la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “marzo, 2012”

VI domenica del tempo ordinario Anno B – 2012

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

In Israele la lebbra era ‘primogenita della morte (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Giuseppe Flavio, storico contemporaneo di Gesù, parla così dei malati di lebbra: “I lebbrosi stavano sempre fuori della città; dal momento che non potevano incontrare nessuno, non erano in nulla diversi da un cadavere”. Il Talmud babilonese paragona così la guarigione di un lebbroso alla risurrezione. Coloro che erano colpiti da lebbra non potevano entrare a Gerusalemme né in città circondate da mura ma dovevano starsene segregati, vivendo isolatamente. Nel quadro di un sistema religioso che univa insieme malattia e peccato, la lebbra era quindi connessa al peccato ed era per questo considerata impurità, il marchio di una punizione di Dio, motivo di allontanamento da Dio. Per questo è compito dei sacerdoti in Israele constatare se una persona ha contratto tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, l’atto da compiersi da parte del lebbroso guarito è un atto religioso, un sacrificio di espiazione (Lev 14,1-32). Il lebbroso prendeva su di sé non solo il peso di essere vittima del male che lo segnava nella carne e nel cuore, ma anche colpevole; vittima di una malattia considerata sorgente di impurità, da tener lontana per evitare il contagio. E colpevole in quanto alla malattia si associava il senso di disprezzo per una condizione di peccato, d’impurità.

Quando Giovanni dal carcere invia i suoi discepoli a Gesù per chiedergli di esprimere qualcosa sulla sua identità, Gesù non risponde definendo se stesso ma rinviando ai segni che compie. I segni sono quelli del regno di Dio che è giunto e si rende presente nel suo agire: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete. I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,3-6). I lebbrosi sono guariti… è uno dei segni a cui Gesù rinvia. Segni di una attesa di un intervento di Dio liberatore dal male che attraversava le pagine dei profeti. Segni di vita restituita in abbondanza a chi era ritenuti lontano da Dio ed escluso dal rapporto con lui a causa dell’impurità.

La pagina di Marco racconta attraversamenti di barriere e aperture di vita inattese che rompono schemi e chiusure religiose.

Il primo attraversamento è quello del lebbroso che osa farsi vicino: “venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ’se vuoi puoi purificarmi’”. E’ il lebbroso che dai luoghi deserti si fa vicino a Gesù. Possiamo scorgere in questo avvicinarsi la fiducia che la fama e i gesti  di Gesù ispiravano, giungendo sino a far muovere un ‘morto vivente’, un lebbroso nella sua condizione di persona senza volto e senza nome, da tener lontana come fantasma. E’ lui il primo ad oltrpassare barriere, e le barriere che scavalca sono quelle determinate da una religione che mantiene la separazione tra puro e impuro:  ‘Se vuoi puoi purificarmi’. La questione verte proprio sul confine tra puro e impuro, una separazione che segna fortemente gli ambiti religiosi. I puri e le cose pure devono evitare qualsiasi contatto con l’impurità per non farsi contaminare perché solo ciò che è puro può entrare a contatto con Dio. Il lebbroso chiede a Gesù nont anto di guarire ma di poter accedere ad un contatto con Dio.

E Gesù invece accetta la vicinanza del lebbroso, si lascia contaminare. E’ un secondo grande attraversamento: Gesù non ha paura di entrare a contatto con il male, ed anche con quanto è considerato impuro, non si tiene a distanza della malattia ripugnante, non teme il contagio. Il volto di Dio che Gesù annuncia non separa né emargina ma va incontro a chi è visto come impuro, rompendo le barriere di separazione. Davanti a lui scorge il volto di qualcuno da accogliere, da riconoscere come uomo, come un tu, con un volto, con un nome. Gesù non si tiene lontano ma s’immerge e immergendosi apre una comunicazione nuova. E annuncia il volto di Dio che accoglie.

Alcune lezioni in alcuni manoscritti di questo testo di Marco indicano un gesto di ira di Gesù: irato di fronte al male. Gesù di fronte al male non rimane indifferente. La presenza della malattia suscita in lui una reazione forte, di contrasto a tutto ciò che impoverisce l’uomo. Gesù reagisce a quel collegamento tra malattia e peccato che legge la malattia come conseguenza di una colpa. Il disegno di Dio è disegno di bene e di lotta contro il male.

Altre lezioni di questo testo indicano invece un verbo diverso e sttolineano così un sentimento di Gesù nei confronti del malato: “Ne ebbe compassione…”. Questa lezione sottolinea i sentimenti della cura, del coinvolgimento, della vicinanza di Gesù. Ne ebbe compassione: è verbo proprio di un sentire femminile, usato nel Primo Testamento per indicare le viscere di misericordia di Dio che soffre come donna che ama e che avverte nel suo utero i segni del suo legame con i figli. Così Gesù esprime nel suo accogliere il lebbroso il suo coinvolgimento. Quell’uomo, sfigurato per la malattia e soprattutto per la solitudine motivata dalla religione, diviene per Gesù un volto con cui entrare in contatto, da toccare.

E sta qui un altro attraversamento: “Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse…” toccare il lebbroso era occasione di contagio, ma anche motivo di trasgressione della legge. Gesù tocca – con il gesto dello stendere la mano che ricorda l’agire di Dio nella liberazione dell’esodo – e entra a contatto con l’impuro, lo guarda, gli rivolge la parola: ‘voglio che tu sia purificato’. Si fa vicino fino a toccare: oltrepassa così quella barriera di isolamento e di rifiuto in cui quell’uomo era relegato, lo apre ad essere riconosciuto come vicino. Il testo di Marco dice ‘ed egli fu purificato’. Gesù gli annuncia il volto di Dio che lo accoglie nella sua condizione di impurità. Gesù comunica questo accettando di entrare a contatto con il lebbroso impuro. La guarigione è sì guarigione dalla malattia ma più in profondità è accoglienza e riconoscimento perché quell’uomo da isolato e allontanato viene restituito a quella purità che non è una condizione sacrale di separatezza, ma è stare nella relazione, con Dio e con gli altri. E’ restituito a relazioni autentiche, ad esser riconosciuto come persona, alla vicinanza con un altro che l’ha accolto. Non è forse questa la più grande guarigione? Gesù invita il lebbroso a non dire nulla a nessuno. Ma il lebbroso si fa annunciatore: ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco suggerisce che ‘annuncia la parola’ chi ha sperimentato nella sua vita una liberazione ed ha vissuto un incontro in cui si è scoperto accolto. La parola annunciata è la scoprta del volto di Dio che non pretende di essere accostato da chi è piuro, ma purifica facendosi Lui epr primo vicino.

Il quadro si conclude con una annotazione per certi aspetti enigmatica ma ricca di evocazioni: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti”.

Gesù assume così, in questo finale della narrazione, i caratteri di quella lontananza e di quella separazione che erano gli obblighi dell’impuro e segnavano la condizione del lebbroso. Gesù si fa impuro; prende su di sè la condizione del lebbroso. Gesù è presentato da Marco come guaritore, capace di gesti taumaturgici, ma Marco è preoccupato anche di dirci che quel volto di Gesù guaritore ha i tratti di colui che ha preso su di sé le sofferenze degli altri. E’ così qui racchiuso un annuncio della passione, un’indicazione preziosa del volto di Gesù come servo che soffre, e prende su di sé la condizione degli impuri, dei peccatori, di coloro che sono tenuti lontani o ai margini. Gesù guarisce e manifesta quindi una potenza di vita, ma – ci dice Marco – è da ricordare che la sua potenza di vita è quella racchiusa nella debolezza del crocifisso, nella debolezza dell’amore che si dona. Il profilo più profondo di Gesù è quello di colui che serve, si fa debole e assume su di sé la sofferenza.  E’ Gesù ora il lebbroso che non può recarsi in città… e paradossalmente tutti venivano a lui da ogni parte.

Ci sono due movimenti che ci aprono profondi interrogativi: il primo è il movimento del lebbroso. Di fronte ad un mondo religioso che genera separazione e allontanamento quell’uomo ritrova energie per scavalcare barriere. Viviamo tempi segnati da paura e dall’indifferenza come forme di difesa dal male e dalla sfida dell’incontro con l’altro che ci pone in discussione. Accettiamo senza reagire isolamenti, esclusioni, emarginazioni giustificate anche da una religione che rende incapaci di incontrare e di accogliere. Non dovremo forse dare ascolto a chi chiede uno sguardo di attenzione e di compassione?

C’è poi il movimento di Gesù che non ha paura di lasciarsi avvicinare dall’impuro, e di toccarlo. Gesù vive uno stile di incontro, di libertà. Reagisce con forza al male e vive la vicinanza tenera verso chi soffre. Tutt’altro rispetto all’indifferenza di chi si tiene a distanza e ha paura di contagi, di mescolamenti, di contaminazioni. Gesù si lascia contaminare e accoglie la sfida dell’entrare in relazione con l’altro. rende vicino il volto di Dio che accolgie chi è impuro. Offre spazio di relazione: riconosce quel malato come un tu. Ci indica così – in contrasto con un modo di stare a distanza – che la più profonda guarigione è dare spazio all’altro nella propria vita, accoglierlo, lasciarsi coinvolgere non in modo retorico e superficiale, ma nella profondità della propria vita.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Una giornata di Gesù è presentata da Marco all’inizio del suo vangelo. Indicazione preziosa per entrare nel cammino che l’evangelista vuol far compiere al lettore. Chi è Gesù? Marco non offre una definizione, ma narra un racconto che prende per mano e accompagna a ritrovare i gesti e il modo di vivere di Gesù. Gesù è presenza viva, che entra, si immerge nel tempo dei nostri giorni. Lo attraversa vivendo incontri ed entrando in luoghi diversi, i luoghi della quotidianità, del lavoro, della vita sociale, dell’amare e del soffrire. Gesù è presentato come attraversatore di soglie. E in questo attraversare traghetta alla fede come apertura alla vita e alla speranza. Entra nella sinagoga, si reca presso il lago, si ferma davanti alla casa, entra nella casa di Pietro, si ritira in luoghi deserti.

Si può cogliere, in questo quadro che ripercorre una giornata di Gesù, un sottile rinvio alle nostre giornate, fatte di tante cose diverse, di luoghi, di percorsi, di incontri. Gesù non sta ai margini della vita ma vi entra e si immerge, la prende con i suoi diversi aspetti, anche quelli segnati dal male e dalla sofferenza. Possiamo trarre allora un primo invito di Marco nel suo vangelo: Gesù non ha paura di immergersi nella vita, anzi, il suo attraversare luoghi e lasciarsi provocare dagli incontri è una costante del suo stile. Lo si potrebbe definire un immergersi solidale.

Immerso, quindi, Gesù, ma non trascinato dalla corrente, non travolto dalle cose. Marco sottolinea come Gesù si ritagliasse spazi di distanza, per vivere tutto quello che riempiva le sue giornate nella luce di quell’ascolto fondamentale della sua vita: l’ascolto del Padre. Erano spazi e tempi per l’interiorità di un rapporto con l’Abba incontrato nel silenzio e nella solitudine interiore. Ma era una solitudine piena abitata e subito si faceva spazio di ospitalità. Gesù si recava là dove non prevale la confusione e là dove solo è possibile trovare le giuste proporzioni del proprio impegno. Perché immersione non significhi restare sommersi, svuotati e incapaci di lasciare il primato nella propria vita al Padre. Marco ci suggerisce un agire di Gesù che si distacca da forme di attivismo e dalla ricerca di successo e di visibilità. Quando lo cercano egli dice che deve ‘andare oltre’ perché l’annuncio del regno di Dio è motivo del suo andare. E prende così le distanze da chi lo cerca per altre ragioni senza entrare nel suo cammino. Gesù appare così con il volto del profeta e del messia che passa facendo del bene, testimone del Padre buono che ha cura di tutti i suoi figli. Il suo farsi vicino, il suo venire non è solo per qualcuno ma per tutti – Marco parla delle folle -. Gesù non può essere racchiuso o trattenuto.

Si immerge soprattutto accogliendo la fatica dell’umanità che soffre. Non è indifferente di fronte alla malattia e al dolore. E non ha paura di accostarsi in modo concreto, si lascia prendere dalle richieste di coloro che gli portano i malati. I familiari gli parlano della suocera di Simone che è letto con la febbre. Tre verbi indicano l’azione di Gesù: “si avvicinò, la fece alzare prendendola per mano”. Marco evoca anzitutto un primo movimento, il farsi vicino. Di fronte alla malattia Gesù non presenta lunghi discorsi, né offre soluzioni per una esperienza che segna la vita di tutti in modo pesante. Nel suo silenzio innanzitutto si fa vicino. E la sua è una vicinanza soprattutto ai malati, ai piccoli, a chi era tenuto lontano. Marco presenta Gesù come colui che va incontro ed offre innanzitutto la sua vicinanza nella concretezza dei suoi gesti, nello stare vicino.

Se il primo carattere delle sue giornate è lo stile dell’immersione, il secondo aspetto che Marco pone in evidenza è il tratto della sua vicinanza. Una vicinanza di com-passione e di attenzione. Gesù ascolta chi gli si accosta. Non rimane indifferente, anzi se c’è qualcosa che suscita la sua reazione forte è proprio il male così come l’ingiustizia, l’ipocrisia religiosa e l’oppressione del debole. L’identità di Gesù è delineata in questo tratto: il suo dono di relazione, il suo entrare in rapporto con malati e sofferenti: “gli portavano tutti i malati e gli indemoniati”. E’ poi utilizzato un verbo particolare: la alzò. E’ un verbo che indica la risurrezione (alzarsi): nell’alzarsi della suocera di Pietro si sta già attuando quanto si compie nella risurrezione di Gesù. E si compie mentre Gesù la prende per mano. I gesti di Gesù sono espressione concreta che è giunto quel regno di Dio annunciato con la sua parola: ‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino…’. Il suo farsi vicino a chi è malato è segno della vicinanza del regno come liberazione dal male che opprime e toglie le forze all’uomo. ‘La fece alzare’ significa allora ‘la fece risorgere’. C’è una risurrezione che già inizia nel farsi vicini e nell’alzare chi è piegato dal peso di malattie o di sofferenze.

Una riflessione connessa al nostro quotidiano può allora farsi strada. Oggi – ce lo ricordano i recenti dati di analisi della situazione nella società italiana – la presenza di anziani e malati è sempre più crescente. Spesso l’assistenza a chi è  anziano e malato viene delegata a persone indicate con il nome – talvolta carico di deprezzamento – di ‘badanti’ e considerata spesso un’esperienza che distoglie dalle più importanti occupazioni della vita. Così la condizione di chi ha bisogno e ha perduto le proprie forze  viene per il possibile emarginata e al più considerata un peso che allontana dalla vita autentica. Questa pagina di Marco ci richiama come Gesù abbia vissuto la vicinanza  e la cura come luoghi di vita piena, di vita bella. Nessun  momento della vita può essere pensato come luogo in cui non sia possibile una vita autentica. Gesù non ha tenuto lontano da sè la sofferenza, ma l’ha vissuta con l’atteggiamento di cura per liberare dal male. Nella sua vita ha posto al centro e ha considerato importanti le persone più fragili e segnate dalla malattia. Questa pagina di Marco – la giornata di Gesù – soprattutto ci parla della vicinanza di Gesù. Gesù non ha mai esaltato il male e la malattia, di fronte ad esse ha cercato di liberare dal male e di guarire. Ha vissuto il suo approccio alla malattia scorgendo nel malato innanzitutto una persona, un ‘tu’ da accogliere nella originalità della sua vita e da prendere per mano. E nel farsi vicino ha attuato il senso profondo del suo cammino in mezzo a noi. Lasciandosi colpire dalla fatica e dalla sofferenza dei più deboli, andando incontro e facendo occasione di vita che si apre alla risurrezione. Ai suoi discepoli Gesù chiede ancora di fare di ogni momento di incontro con la malattia una occasione per farsi vicini, per prendere per mano, per vivere insieme il senso profondo in una vita che scorge già la risurrezione in ogni gesto di cura e di vicinanza.

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario anno B – 2012

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

Si parla della ‘parola’ in queste letture. Parola, che rinvia all’ascolto. Parola di Dio e  parole umane. Parole poste in bocca al profeta dal Signore stesso. Una parola stava al cuore dell’attesa di Israele, connessa alla speranza di una presenza, di un profeta pari a Mosè, capace di portare parole messe sulla bocca proprio da Dio.

Non le promesse vuote, non la retorica stanca di discorsi religiosi autoritari che non toccano la vita. E nemmeno le rivendicazioni risentite e aggressive di coloro che si sentono puri, di coloro che dissentono ma in fondo mirano a visibilità, protagonismo e controllo degli altri. Non parole così, ma parole che respirano di vita, di compassione, speranza, con quello spessore che lascia spazio all’altro e richiama a cammini aperti, non già programmati.

Le parole sono spesso vuote perché troppo cariche del riferimento a chi le pronuncia, lacci lanciati per imprigionare e per tener legati, per dire risentimenti, e non per dire stupore e grazie. Ed anche le più belle parole religiose vengono allora svuotate, e non risuonano, ma sono rumore, ripetuto insistente, ma senza vita. Parole morte, parole che costruiscono gabbie. La parola è uno dei grandi strumenti del potere, per blandire, per convincere confondendo le idee, per mentire con costruzioni di parole ipocrite, per tenere schiavi.

Così Marco racconta il primo gesto di Gesù indicando la forza della sua parola legata ad un gesto. E soprattutto in un incontro nel quale Gesù prima che ad un malato si pone di fronte ad un uomo: un uomo legato, in attesa di essere sciolto per divenire se stesso. E’ un gesto di potenza e di liberazione: una potenza posta al servizio del restituire dignità.

C’è una potente critica ed una sottile ironia che soggiace a questa pagina. Tutto si svolge nella sinagoga. La sinagoga è luogo dell’assemblea, luogo del culto senza sacrificio che si svolgeva lontano dal Tempio di Gerusalemme ed aveva al centro l’ascolto e il commento della Parola. Proprio al centro del luogo dell’ascolto, della parola, Marco colloca un uomo posseduto da uno spirito impuro. La forza del male è al centro del luogo sacro e nel bel mezzo del tempo sacro. Non parla infatti, ma grida. La sue parole sono disarticolate e minacciose, senza silenzi. Lì, nel luogo dove si ascoltava la parola di Dio c’è qualcuno che è tenuto prigioniero. E Gesù lo libera, proprio lì al centro della sinagoga. C’è una religione che fa diventare prigionieri, che impedisce di parlare, di comunicare. Per liberarlo Gesù intima: ‘taci’. E’ un invito che si contrappone alla parola, a tutte le parole che non aprono liberazione. Ed invita al silenzio. Gesù blocca il grido che è espressione della violenza che opprime e il profluvio di parole che non generavano libertà e vita. E si oppone a tutto ciò che rendeva possibile la presenza di un uomo prigioniero al centro della sinagoga e permetteva che vi fosse di sabato qualcuno che rimaneva oppresso.

Le parole di Gesù improvvisamente riconducono a quelle promesse in cui si parlava di parole poste sulla bocca da Dio stesso, parole del profeta che liberano e portano vita. Parole che rinviano ad una esistenza coinvolta in quella parola, parola divenuta scelte, vita, parola fatta carne.

”Ma suscita scandalo, inquieta il fatto che si annunzi il regno di Dio e, nello stesso tempo, si abbia un modo di vivere paragonabile a quello della gente comune. Gesù ha insegnato la via di Dio con libertà, ed è proprio qui che suscita l’opposizione. Gli si rinfaccia di vivere secondo usi e costumi che fanno pensare che egli sia peccatore. Che non lo sia, per chi lo accusa sarebbe il male minore. Ma che non lo sia, che giochi il ruolo del profeta e che viva in una libertà che nessun uomo timoroso di Dio osava attribuirsi, tutto questo minaccia l’equilibrio sociale e religioso del giudaismo del I secolo. L’autorità e la libertà di Gesù spiegano i conflitti che saranno determinati dalla sua parola e che lo porteranno, da ultimo, alla condanna” (C. Duquoc, Gesù uomo libero)

E la sua parola rinvia alla sua pretesa. I vangeli riferiscono la sorpresa che la sua parola portatrice di liberazione, e proveniente da un uomo coerente generava: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo dato con autorità”. Dovremmo tradurre, in modo per noi significativo, il termine ‘autorità’ – spesso legato ad un ruolo di comando – con ‘libertà’. Gesù non s’impone per un suo ruolo: è spoglio di grandezze e di titoli da far valere. La sua autorità è una attitudine interiore tesa a portare avanti, a far crescere altri, ad aprire spazi di incontro e di assaporamento della vita: una autorità mite, la sua, come grandezza del cuore, che non detiene il potere come privilegio, ma trasforma il potere stesso della parola in un servizio. Soprattutto il suo cuore è nonviolento e i suoi gesti dicono la sua preoccupazione di fuggire le parole vuote, la retorica religiosa fatta di teologie paternalistiche e clericali. La sua autorità è allora l’altro nome della sua libertà: libertà interiore di vivere un orientamento dell’esistenza che non si piega di fronte a poteri e a convenienze. Libertà di cercare il Padre, di stare in ascolto di lui, di proclamare che il suo regno è vicino. Libertà di guardare le persone scorgendo tutto ciò che le tiene legate ed incapaci di esprimere parole di comunicazione. Uomo libero, Gesù. Capace di chiedere silenzio e di stare in silenzio smascherando le parole vuote.

La sua libertà interiore è silenziosa ma diviene parola che si fa udire. E c’è veramente allora una novità nella sua vita. Ha parole che comunicano la sua libertà, non parole che imprigionano in lacci di dipendenza e di incapacità a divenire umani.

Dalla sua parola nasce qualcosa che è percepito come novità: l’incontro con lui fa rinascere nel cuore, accompagna a sentirsi riconosciuti, ad avvertire parole che si posano sulla nostra vita non con il peso del giudizio, né con la superiorità di chi sa tutto, ma aprono, lasciano spazio a silenzi di accoglienza, non vogliono dire tutto. Piuttosto rendono leggeri e generano il desiderio di parlare a propria volta, di rispondere, magari nel silenzio e con la vita, con la gratitudine. Sono queste le parole importanti e che rimangono. E sono eco di quella parola che sa intimare ‘taci!’ alle forze che pretendono di tenere in mano la vita, di rinchiuderla e tenerla bloccata proprio lì nel luogo della memoria e dell’alleanza.

Parole di liberazione che fanno percepire e contagiano la libertà del profeta di Nazaret. E noi, come ascoltiamo le parole di Dio che ci parla in tanti e diversi modi nella nostra esistenza? Ci sono parole che ascoltiamo e diciamo cariche di vita? E come usiamo le nostre parole? Per rinchiudere o per aprire e liberare? E le parole sono espressione di libertà interiore o sono parole di paura e di sottomissione?

Alessandro Cortesi op

III domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Gn 3,1-5.10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

La Parola di questa domenica sembra proporre una linea di fondo che indicherei nel termine: rovesciamento. E’ una Parola carica di un invito a leggere rovesciamenti e a disporsi a cambiamenti nella propria vita. Ne indico tre in particolare.

Un primo rovesciamento sottostà all’intera vicenda di Giona. Il profeta riluttante. Il profeta che quando avverte la chiamata del Signore di recarsi a Ninive la grande città, si dirige in direzione esattamente contraria. Giona appare rovesciato dall’inizio – in senso negativo -. Tutto il libro di Giona è un testo di rovesciamenti. C’è poi il rovesciamento della situazione della città, che dopo la predicazione di Giona ormai giunto dopo un viaggio complesso, si converte al suo annuncio. Ma più in profondità c’è il rovesciamento del volto di Dio che il libro di Giona presenta. Si tratta di un Dio che non è assetato di giudizio e di castigo, ma un Dio che chiama e invia per aprire cammini di vita, per liberare da una condizione che rende meno umani. Un Dio paziente. E’ un Dio soprattutto che guarda ai lontani, che si prende cura della grande città. E sta a questo proposito il grande rovesciamento che il libro di Giona presenta. E’ il rovesciamento della vita di Giona, del suo modo di pensare a Dio: è il suo cambiamento interiore ad accogliere questo volto di Dio, un cambiamento desiderato da Dio che lo guida e che alla fine rimane sospeso. Il libro si chiude con una domanda: Potrà Dio non aver misericordia della grande città? Sta qui il rovesciamento. Come essere profeti oggi ci chiediamo. Giona ci suggerisce indicazioni preziose: essere profeta è chiamata a percorrere sentieri che conducono dentro alla grande città, con le sue complessità, con le sue differenze, con i suoi mali. E’ lasciarsi convertire a un volto di Dio diverso. Ed è anche rivolgersi e prendersi cura verso chi è pensato e visto come lontano: verso quegli orizzonti c’è la premura e il pensiero del Dio di Giona che è il Dio che guarda oltre i confini.

Un secondo rovesciamento mi sembra sia possibile trarre dalla pagina di Paolo ai Corinzi: vivere come se non… E’ un rovesciamento che va bene interpretato. E’ indicazione di non lasciarsi sopraffare, di non lasciarsi assorbire e rinchiudere in tutto ciò che nella vita è il nostro quotidiano, il lavoro, gli affetti, i legami, le occupazioni…  Sono tutte realtà buone da non fuggire, da non disprezzare, anzi da considerare come cose belle. Ma allo stesso tempo ognuna di esse non può esaurire la totalità delle energie, del tempo, del cuore. Paolo non invita ad abbandonare ciò che costituisce il tessuto dell’esistenza – un abbandono peraltro impossibile – ma traccia un orizzonte, una modalità interiore di fondo, un’ispirazione del cuore che può condurre a vivere tutto in modo nuovo. E’ uno sguardo che sorge dal riferimento a Gesù morto e risorto. L’impegno del lavoro, le parole e i gesti degli affetti rimangono quelli, ma può cambiare il modo con cui si vive, può cambiare lo sguardo interiore e ciò può portare anche ad altri rovesciamenti, scoprendo nella vita le cose più importanti e non lasciandosi prendere da quanto non vale. Il procurarsi denaro che in sé è cosa buona non può assorbire tutte le energie, non può essere il tutto. Né tutto può risolversi entro i rapporti importanti della famiglia, dei legami affettivi. C’è la presenza di Colui che è Altro che ci invia ad altri, che ci rinvia oltre. E’ il lasciare spazio ad un riferimento a Gesù, all’orizzonte di vita che lui ci ha aperto… per vivere scelte, gesti, parole con una direzione che va oltre, pur rimanendo dentro, a tutto quanto si vive ogni giorno. Il quotidiano in questo modo viene aperto ad una dimensione ultima. Nulla viene tolto dello spessore delle cose penultime, ma ne viene prospettato l’orizzonte che le può riempire di senso. Da qui proviene un significato che fa scoprire in modo nuovo chi incontriamo, quello che costruiamo, i gesti di ogni giorno. E’ una spiritualità del rimanere immersi ma non sommersi immettendo in quanto si vive una tensione a ciò che sta oltre, all’altro che dà respiro di vita e di novità al presente.

Un terzo rovesciamento si può trovare nella pagina in cui Marco presenta le prime parole e i primi gesti di Gesù nella sua vita pubblica: un annuncio e una chiamata. C’è la freschezza di un dono che è presente e si è fatto vicino. E’ il regno di Dio, il rendere vicino il volto di Dio come presenza che si prende cura e sta dalla parte di chi è povero, di chi è piccolo, di chi è lasciato ai margini.

E’ qui racchiusa l’indicazione del modo in cui Gesù intendeva il tempo: a differenza di tante correnti presenti a lui contemporanee che intendevano il tempo presente in modo negativo e attendevano di uscire dal tempo, in attesa della città futura, Gesù legge il tempo come un occasione di grazia che viene da un dono. Per lui il presente è tempo di liberazione: il futuro dell’intervento di Dio ha fatto irruzione già nel presente che diviene tempo di salvezza. Il presente assume così i tratti di un tempo di una grazia irradiata dal futuro. Non quindi una spiritualità dell’uscita e della fuga, ma una spiritualità dell’immersione, perché Dio si è fatto vicino e rimane vicino. E questa vicinanza si fa sperimentare non in modo eclatante nel mondo intero ma in un angolo di periferia della terra senza importanza, nella Galilea: il regno di Dio non è un impero ma un villaggio. “Il suo è un giorno nuovo, qualitativamente diverso, per nulla ripetitivo di ieri, perché carico della regalità di Dio operante tra i guariti e gli accoglienti del suo lieto annuncio” (G.Barbaglio).

Gesù fa un appello urgente: convertitevi e credete al vangelo. Marco dice che ‘vide’ e chiamò dicendo: ‘Venite dietro a me’. Possiamo pensare allo sguardo di Gesù: uno sguardo che scopre le profondità di vita racchiuse in un volto. Chiama per nome Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Uno sguardo che chiama e affascina, che raggiunge i nomi, ed entra in relazione profonda. Uno sguardo che porta a lasciarsi prendere da lui e dal suo cammino. Davanti a lui possiamo accogliere questo rovesciamento della vita: lasciarci rovesciare nelle nostre priorità e aprire ad un cammino nuovo. Gesù rovescia anche i criteri dei rapporti: non si pone come maestro di dottrina o leader spirituale, piuttosto invita ad un ‘venire’ e stare con lui: “Vi farò diventare pescatori di uomini”.

Dopo una settimana in cui abbiamo ascoltato notizie ogni giorno sul naufragio della nave Concordia questa espressione ‘pescatori di uomini’ è carica di evocazioni. Pescatori di uomini sono stati coloro che hanno raccolto persone impaurite che abbandonavano nella notte presi dal panico la nave che affondava.

Possiamo leggere quanto è accaduto come una grande metafora che riguarda la nostra vita. Un luogo di divertimento e di spensieratezza, come una nave da crociera viene investito dalla sventura e fa scontrare in modo inatteso con l’esigenza dell’essere soccorsi, con l’esperienza dell’aiuto dell’altro. E in una notte segnata da gesti di superficialità e irresponsabilità, c’è stato qualcuno che si è fatto pescatore di uomini, ha messo a disposizione tutto per salvare altri, ha pensato la sua vita in relazione a chi era in pericolo e disperato… La logica dell’accoglienza ha prevalso sulla logica dell’indifferenza. Una grande metafora da non dimenticare. Ma che ci riporta il pensiero a naufragi meno nobili e meno famosi come quelli delle migliaia e migliaia di disperati che hanno attraversato e ancora attraversano le acque del Mediterraneo cercando vita e salvezza. Ci riporta ai naufragi dei poveri vicini alle nostre case che annaspano tra le acque di una società che li respinge indietro. E’ questa una grande esperienza che segna il nostro tempo e ci ricorda oggi cosa può significare molto concretamente essere pescatori di uomini. E’ il rovesciamento concreto che Gesù chiede alle nostre esistenze. Diventare pescatori di uomini è non pensare una vita chiusa allo straniero, al povero. E’ scoprire al cuore dell’esistenza una chiamata a dare vita (è questo il verbo racchiuso nell’indicazione vi farò pescatori di uomini): essere persone che intendono la propria esistenza perché altri abbiano vita, trovino salvezza.

E’ un orizzonte di vita che rovescia tante preoccupazioni che oggi ascoltiamo di conservazione di privilegi, di difesa di sicurezze, Forse la crisi che stiamo vivendo è momento forte per diventare più pensosi e più capaci di guardare a chi vicino fa più fatica, a chi ha bisogno di essere aiutato, liberato. E’ stimolo a comprendere che oggi un sistema di pensiero centrato sul dominio del denaro, che si traduce in un sistema economico che genera iniquità e disuguaglianza, rapporti tra le persone disumanizzanti, devastazione del creato, oggi tutto questo deve essere rovesciato perché vi sia liberazione e condivisione di beni come Gesù ci ha parlato del regno, di un Dio che vuole che tutti siano salvi. Iniziando a lasciarci rovesciare dal vangelo.

Alessandro Cortesi op

 

II domenica del tempo ordinario anno B

1Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

E’ inizio del tempo ordinario della liturgia. E’ il tempo della quotidianità, quel tempo che talvolta sfugge o non è guardato con attenzione perché è il tempo delle cose ordinarie. Il tempo della vita di tutti i giorni, quello che scorre spesso nel vivere le cose che non hanno nulla di eccezionale, ma sono appunto, ordinarie. Ma è proprio questo quotidiano il luogo in cui operiamo scelte, compiamo gesti, ascoltiamo e pronunciamo parole che costruiscono, giorno dopo giorno, lentamente, la nostra vita e quella di chi sta accanto a noi: nella quotidianità viviamo un modo di stare nel mondo, di vivere con altri, di guardare le cose, le persone, le situazioni. Nella quotidianità di svolgono gli incontri che ci pongono in relazione con altri e ci conducono a divenire chi noi siamo. Nella quotidianità si rende visibile la direzione del nostro cammino: sono le ricerche più immediate e sono le ricerche e le attese più profonde.

Forse il primo messaggio di questa liturgia sta qui: guardare la quotidianità in modo nuovo profondo, anche e soprattutto quando la quotidianità non è brillante, non è fatta di cose eccezionali, ma ci appare silenziosa o banale. In una notte come tante altre Samuele ascolta una parola che si fa chiamata di Dio per lui. Dio si fa vicino nelle ore del silenzio e  del riposo e chiede un ascolto a lui nel quotidiano (prima lettura). Così la pagina del vangelo di oggi dice che l’incontro stesso con Gesù si pone nel tessuto di incontri ordinari, tra fratelli, tra persone che si conoscono e raccontano della loro esperienza vangelo. La seconda lettura ci ricorda poi che quotidianità è segnata ancora dalla concretezza dal nostro vivere la corporeità, non come un oggetto o strumento ma quale corpo che ciascuno e ciascuna è.

La pagina del IV vangelo in particolare ci parla di sguardi, di ricerca, di gesti che appartengono alla quotidianità e in cui si rende presente l’incontro con Gesù, e l’inizio di un percorso che conduce a cogliere il quotidiano come trasfigurato, luogo di incontri che hanno uno spessore impensato, che cambiano la vita e la mettono in movimento. Innanzitutto gli sguardi: Giovanni fissando lo sguardo su Gesù che passava… Gesù, osservando che lo seguivano, disse loro… venite e vedrete… andarono dunque e videro… Fissando lo sguardo su di lui Gesù disse…

C’è un gioco continuo di sguardi che costituisce il tessuto silenzioso su cui è costruita questa pagina. Sguardi di altri su Gesù e sguardi di Gesù sulle persone. Il nostro guardare è spesso superficiale, incapace di andare oltre. C’è uno sguardo diverso possibile, un fissare, uno sguardo che conduce a riconoscere, a scoprire profondità inedite delle situazioni e delle persone. Questa pagina in particolare parla dello sguardo del Battista verso Gesù e già all’inizio del vangelo indica come ‘agnello di Dio’: sarà Gesù che compie la Pasqua e diverrà lui l’agnello della Pasqua, il segno di una alleanza, di un incontro donato nella sua vita.

Ma c’è anche uno sguardo di Gesù che genera incontro, che apre ad una rete di relazioni che si svolgono nel quotidiano. Gesù – ci dice il IV vangelo – ha uno sguardo che chiama per nome e apre a seguirlo in modi diversi. Non s’impone: propone di condividere un tratto di cammino e conduce a scoprire dove è il suo dimorare. E sono così suggeriti diversi livelli di lettura: Gesù non aveva una sua casa, eppure ha condotto chi lo seguiva a ‘vedere’ dove dimorava, dove, nonostante tutto, offriva ospitalità. Il suo sguardo accompagna allo stare con lui, al rimanere. Si potrebbe pensare ad un rimanere nel suo cuore, nello spazio che il suo sguardo apre. Poi il IV vangelo ci dirà che la dimora di Gesù è la comunione: è comunione con il Padre… è la casa del Padre: ‘nella casa del Padre mio ci sono molti posti’ – dirà a i suoi -. La dimora di Gesù è il suo cuore, uno spazio ospitale che non si chiude ma si apre ad un’accoglienza che si allarga. Il suo è sguardo che apre all’accoglienza e alla comunione e genera cammini di comunione.

‘Venite’: è invito a far propria questa logica di accoglienza, a maturare un cambiamento che non proviene da una dottrina imparata ma da una condivisione di vita: venite e vedrete. Non tutto e subito, ma sarà un lungo cammino – sembra dirci Giovanni – un cammino che può durare tutta l’esistenza, un cammino in cui aprirsi ad un vedere nuovo. Un cammino per vedere in modo nuovo: sarà la grande preoccupazione del IV vangelo nel parlare dello sguardo capace di leggere i segni e di aprirsi al credere. Tutto sta nel vedere: ci può essere un vedere che non va in profondità e ci può essere un vedere nuovo, un vedere interiore che si accompagna al credere, all’affidarsi.

I due discepoli del Battista seguono Gesù, rimangono con lui: rimangono come Gesù chiederà ai suoi di rimanere, di fissarsi in lui, come i tralci attaccati alla vite. E incontrano i loro fratelli, Andrea era fratello di Simon Pietro. L’incontro con Gesù segue le vie degli incontri quotidiani: i legami, la parola che passa e racconta le cose belle vissute, l’invito che si pone nel contesto di relazioni amiche… Non ci sono atmosfere religiose e rarefatte in questa pagina, ma i tratti dei legami di amicizia che segnano le esistenze.Il IV vangelo ci invita a fuggire grandi e altisonanti progetti di ‘rievangelizzazione’ – che hanno spesso il sapore di progetti di organizzazione e di preoccupazioni di controllo e di potere – e di pensare all’incontro di Gesù come tesoro prezioso custodito nella trama di incontri dove i volti si riconoscono, dove l’altro ha un nome. E’ il tessuto della testimonianza personale di parole amiche, cariche di vita, che passano senza clamore tra le pieghe silenziose di esistenze ordinarie, che non si impongono per arroganza o per la potenza dei numeri.

Oggi sono molteplici le possibilità di incontri: le nostre vite sono collegate spesso in social network, ma sempre più spesso si sperimenta la solitudine di cittadini globali che non sanno vivere incontri in cui dare tempo, in cui sedersi attorno ad un tavolo per condividere, in cui dare un ascolto di parole e silenzi.

Lo sguardo di Gesù, l’incontro con lui è esperienza che apre la vita a scoprire in modo nuovo il proprio nome: fissando lo sguardo su di lui Gesù disse: ‘sarai chiamato Cefa’. Dietro a queste parole si nasconde un messaggio importante: c’è un disegno del Padre che per ognuna e ognuno è invio a scoprire la chiamata nascosta al cuore del proprio nome, al cuore della propria esistenza. Ed è chiamata di novità, che cambia interiormente ed apre oltre ogni chiusura a cammini nuovi. E’ apertura ad un modo nuovo di guardare, a seguire il cammino di Gesù come ‘agnello’. Il suo volto di messia non si impone con la forza ma racconta nel suo cammino umano la presenza di Dio che manifesta la sua gloria nell’amore come dono e servizio.

Ci possiamo chiedere: come accogliere lo sguardo di Gesù su di noi? E’ un sguardo di benevolenza e uno sguardo che ci affida se stesso. Negli incontri quotidiani siamo chiamati a riconoscere il passaggio della testimonianza dell’incontro di Gesù che ci raggiunge attraverso la testimonianza di altri, e noi stessi possiamo offrire quanto ‘abbiamo visto’ ad altri nel clima dell’amicizia e della condivisione.

Gesù chiede che cosa cercate? Quali sono le nostre ricerche, le nostre attese? Siamo attenti e lasciamo spazio alle ricerche di chi è vicino a noi, aprendo cammini senza offrire subito soluzioni?

Alessandro Cortesi op

 

Battesimo del Signore – anno B 2012

Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

All’inizio, al primo apparire di Gesù, Marco, autore del primo vangelo, pone il suo gesto del seguire coloro che si mettevano in fila per andare a ricevere il battesimo da Giovanni, il profeta della conversione, dell’annuncio di un imminente passaggio a cui prepararsi.

Inizia in Galilea il cammino di Gesù e viene nel deserto da Giovanni. Sta qui una prima provocazione di questa pagina. L’inizio sta in un gesto di condivisione, di solidarietà. Gesù fa propria la scelta di Giovanni, che portava un messaggio accogliendo tutti superando le separazioni. Non i puri si recavano dal Battista ma anche coloro che erano considerati impuri, esclusi dalla salvezza. E Giovanni predica come voce nel deserto e attende: è rivolto a qualcuno che viene dopo.

Gesù si mette insieme ai peccatori: è un gesto scandaloso, che faceva difficoltà anche alle prime comunità cristiane che riconosceva in Gesù il messia. Marco invece proprio in questa scelta vede un tratto proprio del cammino e della scelta di Gesù. E’ un gesto che rivela il suo volto di messia. Non un messia religioso delle separazioni, ma un messia che fa propria la condizione di un popolo segnato dalle ferite, dalla fatica, dal peccato. Gesù è messia che si immerge in una condivisione di vita e di cammino: il suo battesimo prima di immersione nelle acque è immersione nella vita, nella condivisione.

Ma Marco evidenzia anche qualcos’altro: Gesù fu battezzato, fu immerso da Giovanni nel Giordano, nel fiume dei passaggi di libertà, di arrivo alla terra promessa. Dopo questa immersione ‘vide aprirsi i cieli’. Marco sottolinea un’esperienza propria di Gesù in quel momento. E’ lui che vide aprirsi i cieli, discendere una colomba. E’ lui che udì la voce. Marco sta qui ponendo in luce un momento del cammino umano di Gesù. Nel suo farsi discepolo del Battista, e nel suo condividere la tensione di tutti coloro che ascoltavano Giovanni c’è un momento decisivo nel cammino del profeta di Nazareth. Gesù si apre ad un’esperienza del Padre nella sua vita e ad un invio che lo apre a nuovi percorsi. Lo conduce ad una immersione che sarà a sua vita nel servizio: la sua morte sarà il battesimo che dice la sua condivisione fino alla fine in solidarietà con le moltitudini, con tutti.

Marco attua alla luce della Pasqua una lettura del percorso di Gesù nella sua vicenda storica e vi coglie un’esperienza particolare: è esperienza di comunione, con il Padre – la voce – con lo Spirito – la colomba -. Gesù si sperimenta riconosciuto come il Figlio amato. Ed emerge allora qualcosa dell’identità profonda di Gesù: il suo essere messia non ha i tratti della potenza e della affermazione, ma quella del profeta rifiutato. Per esprimerla Marco rinvia alla figura del servo oppresso che offre la sua vita in solidarietà con il suo popolo, a favore degli altri. Gesù vivrà l’immersione nella morte, il battesimo che apre al riemergere nella risurrezione. La voce riconosce che in questo immergersi Gesù rivela il volto di figlio in rapporto al Padre: è il Figlio amato che mostra con la sua vita la profondità del volto di Dio.

Marco così costruisce il suo vangelo entro un grande parallelismo: come nel momento del battesimo i cieli si squarciano e discende lo Spirito, così al momento della morte di Gesù – il battesimo ultimo – il velo del tempio si squarcia. E’ un lacerarsi che dice la rottura di barriere che separano il cielo dalla terra, l’umanità da Dio. Il volto che Gesù annuncia e presenta è il volto del Dio che si fa vicino, che apre possibilità di incontro e di comunione con Lui. In Gesù, uomo che viene da un paese sconosciuto della Galilea si rende presente il volto amante di Dio Padre, la forza tenera dello Spirito: Gesù dice che verso ogni uomo e donna c’è uno sguardo di tenerezza del Padre che in Lui ci ha pensati, amati e voluti come figli.

Prima ed ultima pagina del vangelo di Marco si corrispondono nel racconto della ‘via di Gesù di Nazareth’. Gesù è presentato come Messia con il titolo ‘Figlio di Dio’ che era il titolo del re (Sal 2). Il suo cammino è seguito nel suo inizio in Galilea – preparato dal Battista – e si conclude in Galilea (1,14; 15,41; 16,7). Si colloca tra una voce dal cielo che dichiara Gesù ‘Figlio diletto’ (1,11) e altre voci alla fine: quella del centurione pagano, che lo riconosce come Figlio di Dio (15,39) e quella di un messaggero dal cielo che ne annuncia la risurrezione (16,6).

Tra l’inizio in Galilea e il ritorno in Galilea e tra le due voci del cielo è raccontato il suo cammino umano, sono narrati i suoi gesti, le sue scelte. Marco così suggerisce che per giungere a scorgere il volto di Gesù nella sua profondità è importante seguirlo nel suo cammino di figlio, di servo che dà la sua vita.

Cosa può voler dire oggi per noi immergerci come Gesù nella solidarietà con le persone che vivono contraddizioni e fatica? Come vivere l’immersione come condivisione?

Cosa può significare vivere il battesimo non come ritualità, ma come chiamata nel quotidiano a seguire il cammino del figlio che si fa servo e fa della sua vita un dono?

Come comunicare la novità e la speranza che in Cristo le barriere sono abbattute e Dio si lascia incontrare nei poveri e nelle vittime?

Alessandro Cortesi op

1 gennaio 2012 – Maria ss. madre di Dio – Giornata mondiale della pace

Num 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

“Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

C’è una parola di benedizione al cuore di questa giornata dedicata alla preghiera per la pace e alla memoria di Maria. Una benedizione che racchiude anche il senso del tempo che trascorre, il passaggio da un anno civile ad uno nuovo. Nell’atto di benedire si racchiude la chiamata a stare nel tempo in un modo nuovo. Senza farsi travolgere dalle cose. Ma con capacità di sguardo al senso delle opere e dei giorni. Si può infatti subire il tempo che scorre come una maledizione, oppure assumere ogni momento come luogo di una benedizione: parola di bene da accogliere e da donare.

Benedire non è si esaurisce solamente nel ‘dire’, nel pronunciare una benedizione. Tanto meno può essere identificato con un gesto clericale, quello a cui siamo abituati e a cui spesso si pensa in rapporto a questa espressione, come se fosse qualcosa che dal di fuori si aggiunge alle cose. Benedire è piuttosto scoprire il bene che è presente già dentro nelle cose, gioire di un bene che è dono. Nella natura che ci è data, nei volti delle persone, nelle situazioni, nonostante tutte le contraddizioni. Certamente il male offusca il bene, lo contrasta ma non vince i semi di bene presenti nella vita, la radice di un bene che sta dentro e che se scoperta può aprire a duna fiducia fondamentale. Benedire non si connota allora come dare qualcosa dall’alto, ma può essere un modo di guardare alla realtà, un modo di ascoltare le vicende e le esistenze, e di starvi dentro e di incontrare gli altri con uno sguardo particolare, con quell’abbraccio benedicente che ripropone l’attesa e la speranza del padre misericordioso della parabola di Gesù.

E’ in questo senso una attitudine laica, non sacrale, tutt’altro dalla religiosità affettata di chi va in cerca di santoni e di ‘benedizioni’. E’ un modo di essere che può essere di tutti, uno stile del vivere che attraversa non tanto spazi e tempi separati, quelli del sacro, ma le case e le strade, i momenti quotidiani dell’esistenza e le diverse stagioni della vita. E’ così gesto – o meglio atteggiamento – possibile a tutti, che si esprime in sguardi, pensieri, parole, nel modo di ascoltare, di toccare, nell’attuare scelte, nell’agire, nel costruire, nell’incontrare. Benedire è uno stile di porsi di fronte a se stessi – accettandosi con pazienza e benevolenza – agli altri, alle cose, a Dio. In questo senso benedire è strettamente legato alla pace: “Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Benedire è espressione di un cuore nonviolento.

Dire il bene è innanzitutto scoprire che nella nostra vita c’è una radice di gratuità. Non tutto proviene dal calcolo, dalla compravendita, dalla misura di ricchezza o di efficienza. La nostra vita ha radice in un movimento di gratuità. La Bibbia legge tale gratuità come un piegarsi di Dio. C’è questo rinvio nelle parole della benedizione di Aronne: ‘Dio ti sia propizio’. Il suo essere propizio si attua come chinarsi di grazia. Dio si è curvato su di noi, e da questo atto creativo, nucleo prezioso al cuore delle cose e degli incontri, carico di benevolenza, può scaturire una novità. E’ la novità dello stupore di fronte ad un nascere possibile ad ogni istante, ad un inedito che si apre all’impossibile.

Leggiamo questa benedizione di Aronne nel tempo del Natale: Dio si è chinato guardando Maria, la serva del Signore e si è chinato su di noi nel Figlio che ci è dato. In Gesù, volto del Dio umanissimo, il Padre mostra il suo sguardo di benedizione verso l’umanità piegata da tanti pesi e dall’incapacità di liberarsi da tante forme di oppressioni. Gesù, diranno i suoi primi testimoni, è passato ‘facendo del bene’: il benedire riassume l’agire del profeta di Nazaret. E il benedire dovrebbe connotare il profilo di coloro che desiderano appartenere alla famiglia degli amici di Gesù.

Il ‘benedire’ di Dio che è il suo piegarsi e chinarsi su noi, genera possibilità di uno sguardo stupito che si fa risposta ad un bene ricevuto. E fa diventare benedizione per gli altri. E’ l’atteggiamento dei pastori che “tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”. I pastori sono l’esempio di chi, tenuto ai margini, in stato di esclusione e lontananza, espulso dalla cerchia dei religiosi e dei ‘puri’, ha mantenuto un cuore libero, capace di lasciarsi toccare dalla gratuità. Capace di apertura verso qualcosa di inedito e nuovo nella vita. I pastori non appartengono alla cerchia dei devoti delle benedizioni clericali che escludono e selezionano, ma sono i cantori di quel sussurrare il bene nella vita da parte del Dio che va in cerca di chi è perduto, che si fa vicino a chi pensa di essere lontano e non benedetto. Il Dio che si rivela nel volto del ‘maledetto’ sulla croce.

Augurare un buon anno, nell’orizzonte della fede è ben diverso dagli auguri illusori di spensieratezza. Talvolta questi rivelano un tentativo disperato di fuga momentanea dalla durezza dell’esistenza. Un tempo vissuto nell’orizzonte della benedizione è un tempo che può essere di gioia e di serenità, ma anche di dolore e di prova. Può essere un tempo che si scontra con la difficoltà inattesa, con la  malattia, con la morte. Ma ogni attimo ed ogni situazione, anche le più difficili a sostenere, possono divenire esperienza di benedizione. In ogni momento si può scoprire la luce del volto del Signore che si china sui suoi poveri e che ci raggiunge nella benedizione delle cose, nei piccoli segni di cura. Segni di un Dio che è presente nella nostra vita, senza far rumore. E in ogni momento si può vivere una risposta di benedizione che assume i  tratti della gratitudine, dell’impegno, della preghiera, della disponibilità, dell’abbandono. Così il nostro augurio può avere uno spessore nuovo: Il  Signore ti guardi e ti benedica… in tutto il tempo che ti è dato…

Alessandro Cortesi op

IV domenica di avvento – anno B 2011

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

La pagina di Luca è quasi un tessuto in cui i rinvii al Primo Testamento costituiscono una trama nascosta ma presentissima. Ad iniziare dalla notazione del tempo: ‘al sesto mese’. E’ primo rinvio di una serie di indicazioni di tempo che attraversano i primi due capitoli del vangelo di Luca. Al sesto mese, qui indicato, seguono i nove mesi dell’attesa, e poi quaranta giorni dopo la nascita fino alla presentazione al tempio. In tutto 490 giorni cioè settanta settimane: è una allusione al tempo indicato dal profeta Daniele nel suo libro per volgere lo sguardo all’orizzonte di liberazione e di salvezza che egli dice si affaccerà dopo appunto settanta settimane. La profezia delle settanta settimane di Daniele – ci sta dicendo Luca – sta compiendosi in quanto accade in quella casa sconosciuta di Nazaret, nella Galilea luogo di confine e della mescolanza, di contatto tra Israele e mondo pagano.  Tempo di compimento, tempo di realizzazione di antiche attese.

Così il saluto “Rallegrati”  è eco delle profezie di Sofonia: “Rallegrati figlia di Siomn, grida di gioia Israele.. il signore ha revocato la tua condanna” (3,14). E ancora: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele (…) Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia…” (Sof 3,12-20). E’ gioia della figlia di Sion ma è gioia derivata,contagiata da uno sguardo di salvezza da parte di Dio.

La pagina di Luca riprende il clima di gioia, di novità, della percezione del germogliare di una realtà nuova che pervade questi annunci per Sion. Maria assume così i confronti della donna che compie la chiamata di Sion, donna che raccoglie in sé la vicenda di un popolo popolo e ne segna il cammino, la comunità dei poveri di Jahwè: nell’episodio del roveto ardente il nome di Dio rivelato a Mosè è il nome che dice vicinanza e fedeltà: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si compie nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani.

Maria accoglie questa promessa di un figlio: “lo chiamerai Gesù”. E tale nome significa “Dio salva”. Luca rilegge, riportandolo in filigrana, il dialogo tra il profeta Natan e Davide (2Sam 7,12-16: la prima lettura di oggi): il profeta contesta il re che vuole costruire una casa, cioè un tempio, a Dio. Il profetsa riporta la parola del Signore: non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, un ‘casato’, a Davide, un tempio non di muratura ma un tempio vivente, una discendenza. Questo capovolgimento dei progetti di Davide vede in Gesù la realizzazione della promessa. Ed essa si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Come l’ombra di Dio copriva la tenda dove era conservata l’arca dell’alleanza segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, nel cammino dell’esodo, così ora l’ombra dell’Altissimo copre con la sua ombra Maria, e lo Spirito scenderà. In Maria si rende vicina la ‘dimora’, la presenza vicina di Dio che pur rimane inafferrabile come la luce riparata dall’ombra che la vela. Nulla è impossibile a Dio. Dio rende possibile quanto è impossibile: Dio apre la salvezza laddove c’è sterilità e segni di morte.

Ma tutto questo si compie nella casa. In contrapposizione al tempio che costituiva il contesto della prima scena del vangelo di Luca, che aveva presentato Zaccaria nel momento dell’offerta dell’incenso, siamo qui immersi nella ferialità della casa. Qui si compie il cammino di ascolto di Maria, la ‘serva’ come i profeti ‘servi’, la povera di Jahwè, che rinvia al percorso del credere di ogni credente.

C’è un suggerimento a vivere l’ascolto del Dio della casa, luogo delle relazioni e della gioia scoperta nella disponibilità del fare spazio e dell’accogliere. E c’è una sottile contestazione del Dio del tempio desiderato e rincorso da chi vuole costruire una casa a  Dio. E’ Dio stesso che costruisce una casa: ma questa casa è il volto di un figlio, e rinvia ai volti che chiedono e attendono di essere riconosciuti. E invita ad evitare il rischio di cercare la chiesa delle costruzioni, per aprirsi a saper scorgere, oltre le apparenze, oltre le pretese, alla chiesa del quotidiano, delle case, dei volti, dei legami.

Alessandro Cortesi op

Tracce di spiritualità in un tempo di crisi

Intervento presentato a Chieri convento di san Domenico – 28 novembre 2011

L’anno scorso in questi giorni ero con voi e la riflessione aveva avuto un andamento analogo a quello che vorrei aproporvi questa sera. Vorrei infatti oggi proporre un tentativo di leggere la situazione in cui viviamo scorgendo in essa che cosa il Signore sta chiedendo in questo tempo, in questo mondo a noi che desideriamo seguirlo.

A premessa del nostro riflettere vorrei anche e prima di tutto suggerire due atteggiamenti di fondo: il primo è un atteggiamento di presa di distanza dalla presunzione, è quello della ricerca di chi desidera imparare, il secondo è quello di chi sta in cammino, di chi non ha le risposte già pronte, di chi vive la fatica del dubbio e della interrogazione proprio all’interno del suo percorso di fede. Potrebbero sembrare due premesse scontate ma non lo sono e forse già in questi atteggiamenti sta molto di quanto vorrei proporvi questa sera.

Il primo atteggiamento è quello che ritrovo in un dialogo riportato in ‘Resistenza  resa’ tra Dietrich Bonhoffer in carcere e un pastore francese che condivideva la prigionia. Nel loro scambio la questione era cosa fare una volta usciti dal carcere. Il primo disse ‘vorrei diventare santo’, e – annota Bonhoeffer – probabilmente lo sarebbe proprio diventato. Bonhoeffer invece riflettendo su quanto avrebbe voluto fare della sua vita rispose: ‘vorrei imparare a credere’. Ecco, il desiderio di imparare a credere, e di rimanere nell’attitudine di chi ogni giorno ricomincia ad imparare – anche nel credere – è umiltà non come atteggiamento moralistico, ma in quanto stile di vita cristiana. E’ quell’orientamento che ci mantiene veramente in stato di scuola, così come Benedetto intendeva la  vita delle sue comunità: una scuola del servizio del Signore. Un rimanere discepoli che cercano ogni giorno di imparare. E imparare a credere è cammino di ascolto: ascolto della parola del Signore che proviene e ci raggiunge in vari modi. Nella Scrittura, nella vita, nella natura stessa. Il libro delle Scritture, il libro della storia, il libro della natura.

La seconda attitudine che vorrei suggerire come premessa è quella del cammino. Chi vive l’esperienza della vita stessa e della fede, con un minimo di consapevolezza percepisce di essere sempre in cammino. Proprio con quell’attitudine con cui vennero indicati i primi discepoli prima di essere chiamati ‘cristiani’. Erano indicati come ‘quelli della strada’, persone in cammino che cercavano e come allora anche ora cercano di individuare le tracce di una chiamata non al di fuori ma al di dentro della storia in cui vivono e forse come i discepoli di Emmaus scoprono che nella loro delusione disincanto si fa vicino qualcuno inatteso che li apre ad orizzonti di scoperta nuovi.

Vorrei prendere ora una immagine di riferimento del nostro presente che mi sembra renda la percezione che per lo meno molti nutrono dell’attuale situazione. L’immagine è quella delle macerie. Viviamo in molti modi tra macerie e nello stesso tempo possiamo anche cogliere e siamo chiamati a vivere con speranza nel tempo in cui tante macerie sono presenti. Tuttavia prendere atto delle macerie, dentro e fuori di noi, è importante per non rimanere nella situazione di chi non si rende conto del mondo in cui vive e delle situazioni che segnano il nostro presente.[1]

Nel tempo delle macerie c’è chi pulisce le macerie, e chi recupera quanto non va perduto, chi si fa raccoglitore di cose da non perdere. Parlando di questo penso a quella generazione di donne in Germania, che alla fine della guerra si dedicarono a ripulire le città dalle macerie che si erano accumulate. Donne che permisero che la vita riprendesse andando oltre, e nonostante il dramma della guerra. Erano donne che recuperavano materiali utili per poter ricostruire a partire da macerie ripulite. Sono queste donne che vissero anche la dimenticanza e solamente tardi sorse in qualche città un segno di ricordo della loro opera preziosa: sono le statue che ricordano appunto le Trümmenfrauen.

Forse a noi oggi sta questo compito: innanzitutto di rendersi conto delle macerie di mondi che stanno crollando: mondi sociali ed anche mondi ecclesiali. Non siamo forse davanti alla fine del mondo – come certe attese riguardo alla fatidica data del 2012 potrebbero suggerire – ma certamente siamo all’interno di processi che segnano la fine di un mondo, la fine di un’epoca caratterizzata da modi di vivere basati su criteri e scelte che non funzionano più – che non sono più sostenibili – e che non aprono futuro. Prendere atto di questo è importante per evitare di rimanere inebetiti in quella situazione che i profeti indicano come l’orgia dei buontemponi.

Abbiamo vissuto negli ultimi mesi il senso di sconcerto, di turbamento profondo e di inermità di fronte ad una crisi dilagante mentre c’era chi continuamente ripeteva che tutto andava bene ed abbiamo assistito all’orgia dei buontemponi come attitudine che offendeva non tanto la moralità pubblica ma ben di più la dignità di chi conosce il sapore della fatica del lavoro, il peso delle preoccupazioni, la dignità di giovani a cui viene rubato il futuro mentre li si illude con lo scintillio di carriere facili, giocate su raccomandazioni, sulla corruzione  e sulla illusione che l’affermazione televisiva possa sostituire lo studio e la fatica di una preparazione vissuta con gradualità, sforzo e pazienza.

Ed abbiamo assistito a tutto questo mentre politici manifestavano la loro adesione al cattolicesimo e si dicevano difensori dei valori cristiani, nel contempo difendendo e sostenendo l’orgia dei buontemponi, una drammatica orgia che è continuata ed ha pervaso la nostra società. Ricordiamoci che abbiamo ascoltato dire da politici che amano manifestarsi come cattolici che a un uomo delle istituzioni non si chiede quante fidanzate abbia ma se i treni arrivano in orario, manifestando così totale disprezzo per la dimensione dell’etica pubblica e per il senso delle istituzioni. Mentre anche la gerarchia della chiesa in Italia non solo è rimasta silenziosa, ma ha sostenuto fino all’insostenibile, questa gestione del potere nell’attesa di poter guidare alcune scelte legislative e di veder riconosciuti e difesi privilegi e interessi (approfittando della devozione untuosa di atei devoti e non reagendo di fronte ai proclami di forze politiche che affermano i valori cristiani negandoli di fatto in ciò che è più sacro dal punto di vista cristiano, ma prima ancora umano, ossia la dignità di ogni persona, sia esso straniero o meno).

Dobbiamo ricordare tutto questo per sapere da dove provengono le macerie che oggi occupano le nostre menti, i nostri cuori e quelli dei nostri giovani. E vorrei cercare di indicare per lo meno alcuni ambiti di macerie che occupano le nostre esistenze

Il primo ambito lo indicherei come l’ambito delle macerie culturali e morali di una stagione in cui in Italia è stata compiuta una seminagione di stili di vita segnati dalla deresponsabilizzazione e dall’inseguire illusioni.

Carlo Galli nel giorno in cui è caduto il governo Berlusconi così scriveva su La Repubblica il 12 novembre 2011 commentando lo stato d’eccezione del periodo che abbiamo vissuto indicandolo come una stagione segnata da un regime  populista e plebiscitario, di trasformazione cioè di un popolo in un corpo coincidente con quello del capo. E ciò ha significato nella fattispecie “la promozione di reti di affarismo che hanno potuto appoggiarsi alle strutture pubbliche; ma il lato egemonico di questa operazione è consistito nell’istillare in una larga parte del popolo italiano – peraltro disponibilissimo a ciò – la convinzione che il migliore rapporto possibile con la cosa pubblica sia negarla e sostituirla con la molteplicità degli interessi privati. L’eccezione ha avuto aspetti pubblici e ricadute politiche, ma è stata orientata da finalità personali e nutrita di una sorta di particolarismo di massa. È stata il trionfo dell’autoreferenzialità, la produzione artificiale di un mondo rovesciato”.

E ci sentiamo così travolti dalla macerie, o secondo un’altra immagine, avvizziti come foglie – come la prima lettura di ieri di inizio di avvento ci ricordava – quando attorno prevale un modo di intendere la vita basato sui criteri della difesa di interessi, di attenzione solamente del ‘particulare’, di paura e sospetto di fronte ai movimenti di popoli e alla diversità.  Ci ritroviamo avvizziti come foglie, sommersi dalle macerie, osservando chi è piegato sulla difesa di propri privilegi, o chi guarda con paura e terrore ai volti che si affacciano dai mondi della povertà, a tutto ciò che può generare cambiamento, a quanto può divenire possibilità di vita per altri. E fanno sentire ancor più avvizziti le parole di chi si scaglia contro il riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini ‘stranieri’ ma nati e cresciuti in questa terra ed anche contro il riconoscere dignità ai poveri. Isaia ci parla di una condizione di impurità che ci attraversa, che ci fa domandare in cosa abbiamo sbagliato, nell’educazione, nell’impegno… “siamo divenuti tutti come una cosa impura”.

Condizione di macerie che esige ed esigerà un lungo e paziente sforzo di ricostruzione, ma che innanzitutto richiede una consapevolezza delle macerie provocate e delle responsabilità di chi le ha prodotte. Quali percorsi intraprendere per far sì che la vita di una società non sia uno scontro di interessi di lobbies contrapposte o peggio di organizzazioni basate sulla corruzione? Quale seminagione dovrà essere condotta per istillare nei giovani il senso della fatica per prepararsi a maturare competenze, a sviluppare le proprie doti e le propria capacità con studio con pazienza, senza presentare loro traguardi facili, affermazioni repentine basate sul nulla o sull’illusione di un apparire che copre ignoranza e immaturità umana? Quale seminagione sarà necessaria per maturare il senso di un vivere sociale in cui non vi sia la logica del sistemarsi da soli, pensando ai propri vicini, ma la logica dell’I care, io mi prendo carico degli altri…?

Un secondo ambito di macerie sono le macerie concrete, quelle che abbiamo visto scorrere trascinate dai fiumi di fango nelle alluvioni che hanno sconvolto le nostre regioni, quelle al Nord come la Liguria e la Toscana, e quelle al Sud come la Sicilia, la Calabria. Alluvioni che sono state conseguenza sì di eventi atmosferici eccezionali e per certi aspetti imprevedibili, ma che recano le conseguenze di scelte dissennate presenti come orizzonte del nostro vivere. Scelte che hanno prodotto mancanza di cura per la natura, disinteresse per l’ambiente, indifferenza per l’ecosistema. Un modo di pensare per cui tutto va ricondotto ai criteri dell’utile e dell’immediato secondo la logica del ‘pensare per se’ o di essere padroni in casa propria. Dimenticando così che ci sono beni da preservare per tutti, da consegnare alle generazioni future e che non possono esser sfruttati ed esauriti a profitto solo di qualcuno. Quelle macerie portate dal fango sono così quasi un simbolo di macerie interiori, un modo di vivere senza considerazione dell’ambiente che non regge e si sgretola tra le nostre mani, le macerie di interiorità incapaci di gustare la bellezza delle cose e di usare bene delle cose, di quelle pigole di quelle grandi.  Mani che non sanno più curare la terra e sguardi che cercano solo le luci ratificali dei grandi magazzini i nuovi templi con i propri sacerdoti e riti, e non sanno scorgere i riflessi di quel tempio che è il mondo nei suoi elementi, nelle cose piccole e fragili. L’acqua, la terra, l’aria, l’ambiente di vita di animali e persone, la dignità di ogni volto. Abbiamo vissuto nel giugno scorso il momento del referendum che in Italia ha generato una sorta di risveglio su temi che toccano la vita e si è avvertito una reazione alla logica di privatizzazione e di monopolio di beni che devono essere custoditi e valorizzati per tutti.

E ancora macerie avvertiamo pensando alla situazione di sgretolamento di un mondo che si è basato sul dominio del denaro

E’ del 24 ottobre 2011 una Nota: “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale” (testo consultabile on-line nel sito: http://www.justpax.it/ita/home_ita.html). “Vale la pena di ricordare che tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale si è quasi quadruplicata e che la ricchezza prodotta a livello mondiale è cresciuta in misura molto più rapida cosicché il reddito medio pro capite è fortemente aumentato. Allo stesso tempo, però, non è aumentata l’equa distribuzione della ricchezza, piuttosto, in molti casi essa è peggiorata. Ma cosa ha spinto il mondo in questa direzione estremamente problematica anche per la pace? Anzitutto un liberismo economico senza regole e senza controlli. Si tratta di una ideologia, di una forma di ‘apriorismo economico’, che pretende di prendere dalla teoria le leggi di funzionamento del mercato e le cosiddette leggi dello sviluppo capitalistico esasperandone alcuni aspetti. Un’ideologia economica che stabilisca a priori le leggi del funzionamento del mercato e dello sviluppo economico, senza confrontarsi con la realtà, rischia di diventare uno strumento subordinato agli interessi dei Paesi che godono di fatto di una posizione di vantaggio economico e finanziario. Regole e controlli, sia pure in maniera imperfetta, sono spesso presenti a livello nazionale e regionale; tuttavia, a livello internazionale tali regole e controlli fanno fatica a realizzarsi e a consolidarsi. Alla base delle disparità e delle distorsioni dello sviluppo capitalistico c’è, in gran parte, oltre all’ideologia del liberismo economico, l’ideologia utilitarista, ossia quella impostazione teorico-pratica per cui: ‘l’utile personale conduce al bene della comunità’”.

Infine la crisi economica che segna ormai da anni il contesto internazionale lascia dietro di sé macerie nella vita sociale di interi popoli. Ciascuno di noi ha esperienza diretta o vicina di chi perde il lavoro, di ditte che chiudono, di persone costrette alla cassa integrazione, di famiglie in cui non si arriva alla fine del mese. La crisi non appare come un momento passeggero e risolvibile, ma rinvia ad un’impossibilità di reggersi di un sistema. In tal senso le tesi che sostiene modelli di sviluppo e di produzione che ritengono le riserve energetiche infinite, si scontra con la realtà del limite, con i danni dell’inquinamento ambientale, con l’ingiustizia che cresce, con il fenomeno della fame, con le guerre e la violenza conseguenza dello sfruttamento e della miseria. Prendere consapevolezze di queste macerie è il primo passo indispensabile per aprirsi ad altri passi, a decisioni di cambiamento.

Tre grandi sconvolgimenti che caratterizzano il nostro mondo: la crisi ecologica, l’economia ridotta al dominio del denaro e del profitto e il dominio della tecnica che diviene non più strumento ma dominatrice e da cui non ci si riesce a liberare. Tutto questo pone oggi interrogativi che ci toccano nelle nostre scelte quotidiane e nel modo di impostare la vita sociale. Ci provocano ad un cambiamento di stili di vita a partire dal quotidiano, in una consapevolezza nuova che la pace non è mai scontata ma si costruisce giorno per giorno in scelte di vita insieme.

Negli ultimi mesi, con una maturazione di consapevolezza che ha avuto il suo centro soprattutto negli Stati Uniti, alcuni movimenti giovanili hanno manifestato l’esigenza di non lasciare che i grandi capitali finanziari abbiano un loro corso svincolato da un controllo comune, e le loro proteste diffuse in tutto il mondo sono un segno di un sistema che mostra le sue crepe e che pretende di continuare  a vivere secondo la logica di una crescita indefinita e di una produzione di denaro che determina le sorti dei popoli. Ma queste macerie di una condizione di iniquità prodotte da una finanza senza controllo politico e democratico potranno essere smosse solamente dalla percezione di uscire non secondo logiche di contrapposizione di gruppi e  di singoli ma nella decisa volontà di uscire insieme agli altri e in un orizzonte di collaborazione.

La questione del bene comune diviene così elemento centrale nella vita politica oggi. Perseguire il bene comune si deve attuare non come vuota retorica ma nel superamento di tutti i ripiegamenti di tipo localistico e di interessi regionali – pensiamo all’Europa – e farsi azione di difesa di quei beni comuni, come l’acqua, l’aria, la terra che sono beni di tutti e per tutti.

Potremmo anche riflettere sulle macerie che investono il mondo ecclesiale. Ci potremo chiedere a cosa ha condotto una attitudine che ha privilegiato il momento politico, il progetto di costruire una sorta di egemonia culturale in Italia sul momento formativo, sull’attenzione a itinerari di fede vissuti con sobrietà, con attenzione a favorire la crescita di persone libere e capaci di scelte responsabili. Ci potremmo chiedere dove siano le responsabilità di una mancata reazione di fronte al diffuso costume dell’illegalità nelle sue diverse forme, dal non pagare le tasse alle quotidiane forme di illegalità nel fare i furbi. Ci potremmo chiedere come mai non è avvertita la contraddizione tra la partecipazione alla Eucaristia e la affermazione di atteggiamenti di razzismo e di intolleranza verso i poveri, verso gli stranieri. Anziché riproporre forme di apologetica combattente ci dovremmo chiedere se reazioni di indifferenza, di disinteresse ed anche di incomprensione della esperienza di fede  e della vita della chiesa stessa oggi non possano derivare da un modo di presentare l’annuncio che ha insistito quasi unicamente su una precettistica etica staccata da una proposta di assunzione di responsabilità, che ha privilegiato le forme di religiosità entusiastiche o segnate dal culto dell’autorità, che ha dato peso a formazioni che hanno coltivato interessi economico  legami con i poteri forti, e che ha puntato su un processo di clericalizzazione nelle comunità. C’è da chiedersi in che misura si è coltivato un volto di chiesa come contro-cultura e come contro-società, segnata dal sospetto, dalla paura dalla chiusura irrigidita, senza atteggiamenti di attenzione al bene presente in cammini storici, e di dialogo nei confronti della sensibilità delle persone contemporanee in tutto ciò che è crescita dell’autenticamente umano. C’è da chiedersi come mai si sono coltivate attitudini presenti nelle comunità che rendono possibile una aggressività contro l’altro, contro chi è diverso e soprattutto contro i poveri che nulla ha a che fare con la testimonianza di Gesù.

Al Festival di Venezia di quest’anno presentando il suo film Il villaggio di cartone così Ermanno Olmi si è espresso, offrendo occasione di riflettere sulle esigenze del vangelo: “Se le chiese, le case e noi stessi non ci liberiamo dagli orpelli ritenuti nobili, come possiamo entrare in contatto con gli altri? Saremo solo maschere, uomini di cartone. Cos’è più importante dell’accoglienza? La sacralità dei simboli? E’ troppo semplice affermare il valore del simbolo. Il simbolo deve rinviare alla realtà di carne perché abbia valore e quando il vecchio prete si porta via quella piccola scultura della crocifissione dice in un soliloquio con questo crocifisso: non riesco a provare pietà per te perché tu sei troppo lontano nel tempo. Ho davanti a me un simulacro. Quanta menzogna nella pietà… Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono, tutti invocano l’intervento divino e sono simulacri di cartone. Inginocchiamoci di fronte a chi soffre di più. Qualche volta anche io faccio fatica a riconoscerlo, ma è l’unico modo per lodare Dio … Vorrei suggerire ai cattolici di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani…”

Nel mondo in cui viviamo prendere atto delle macerie presenti non può rimanere un attitudine di lamentela e di impotenza di fronte a tutto questo. Si tratta di vivere anche un secondo passo. E’ un passo  importante il passo di chi sa custodire e raccogliere nel tempo della crisi. Eric Emmanuel Schmitt ne Il bambino di Noè presenta la vicenda di un prete che nel tempo della seconda guerra mondiale non solo cercava di salvare bambini ebrei dalla deportazione, ma si poneva come un novello Noè appunto, un uomo che cercava di raccogliere ciò che poteva andare perduto e distrutto, un raccoglitore di quanto poteva essere importante per costruire in un futuro atteso e  sperato non perdendo i frammenti buoni del passato.

Questa attitudine di saper raccogliere e distinguere. I muretti a secco di tante strade di campagna sono formati da macerie raccolte e ripulite, sassi che posti uno accanto e sopra l’altro divengono luogo di nuovi germogli. E sta proprio qui il secondo passaggio che vorrei suggerire questa sera indicando l’impegno possibile nel tempo delle diverse crisi che stiamo vivendo.

Germogli

“io piangevo molto perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro  e di guardarlo. Uno degli anziani mi disse: Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide,e  aprirà il libro  e i suoi sette sigilli’. Poi vidi in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un agnello, in piedi, come immolato” (Apocalisse 5,5-6)

Questo sguardo ci rende responsabili di scorgere i germogli. Tuttavia una consapevolezza delle macerie che stanno dentro di noi e attorno a noi è un primo passo importante per poter aprirsi alla scoperta dei germogli e scoprire anche che questo germogliare non è opera nostra ma è un dono a cui siamo chiamati a dare spazio e a lasciar crescere a favorire nella vita e nella storia.

Scorgere germogli nel tempo della crisi è quindi il passo che intendo suggerire. germogli di vita che talvolta sono nuovo fiorire che trae linfa da un vecchio tronco tagliato, come gli ulivi che dopo una gelata ributtano dal ceppo apparentemente inerte, oppure germogli che sorgono da semi lasciati cadere e trascinati dal vento e, inaspettatamente e sorprendentemente emergono come in quegli attimi di primavera che lasciano sempre attoniti e sorpresi. Sta proprio nella capacità di sorpresa il dono che dobbiamo chiedere allo Spirito come attitudine di fede nel nostro presente. Questi germogli infatti recano in se stessi il segno dell’operare dello Spirito nella nostra storia,  ed una chiamata rivolta a noi perché possiamo averne cura, per lasciar loro spazio, per far sì che possano crescere. Come diceva Calvino a conclusione del suo libro le Città invisibili: far sì che nell’inferno tutto ciò che non è inferno abbia spazio e possa vivere…

A me sembra che i germogli possono essere proprio connessi agli ambiti che abbiamo indicato come luogo di macerie: sono i germogli di una reazione morale che si fa strada nei segnali di una politica intesa come attitudine mite di cura del bene comune. Sono i germogli presenti in chi lotta conto le mafie e la criminalità a partire dal formare a percorsi di legalità nel quotidiano. Sono anche i germogli di stili di vita che si pongono come alternativa ad un modo tutto orientato a inseguire il consumo senza considerazione del rispetto dell’ambiente e senza attenzione alla solidarietà con gli ultimi. Sono quei germogli disseminati nelle tante iniziative di impegno per modi alternativi di produrre con attenzione all’ambiente e alla solidarietà. Sono le forme di lavoro e di impegno in cui al centro dell’attenzione non sta solamente l’efficienza e la produzione, ma l’attenzione alle persone. Pensiamo sempre all’economia nei termini di una scienza del profitto e del guadagno ma il termine economia nel suo senso etimologico indica governo della casa e andrebbe ricondotto alla considerazione delle tante dimensioni su cui si fonda il vivere in una casa non riducibile al solo denaro e sempre più siamo provocati dagli eventi a percepire che la casa degli esser umani è una casa comune: il buon vivere si connota come buon convivere

Nella agenda latinoamericana 2012 Casaldaliga definisce il mal vivere “mal vivere dell’immensa maggioranza delle persone mentre la bella vita insultante e blasfema di una minoranza cerca di starsene sola nella casa comune dell’umanità”. Come ha osservato recentemente Domenico Rosati finora le misure per uscire dalla crisi sono state indicate solo nella direzione di riattivare i mercati, mentre è necessario un pensiero nuovo che vada nella direzione di un’economia a servizio dell’uomo. “Un passaggio dal selvatico all’umano”. Un buon vivere si può attuare solamente in un buon convivere: non ci può essere vita buona se non si dà insieme una buona umana convivenza. Il movimento “Sbilanciamoci” di fronte alla crisi auspica la nascita di una “Comunità europea dei beni comuni”, dotata di poteri sovranazionali per quanto riguarda la terra, il lavoro, l’energia, l’acqua, l’ambiente e la sicurezza. Risposte possibili alla crisi alternative al neoliberismo del dominio del mercato.

Sono i germogli presenti nelle ansie di libertà e di riconoscimento di diritti e di dignità che si avvertono come appello: il sommovimento che sta attraversando il mondo del Nordafrica è indice di attese che non possono essere sopite anche se passaggi da regimi dittatoriali e il superamento di un modo di intendere la religione che dia spazio alla libertà e alla pluralità non sono immediati e semplici. Mi sembra importante cogliere come la richiesta da cui queste rivolte hanno avuto origine è stata da un lato l’esigenza del pane, quindi di condizioni di vita umane, ma insieme ad essa è stata anche la sete di libertà e di diritti, di poter vivere insieme. Certo tutte queste attese si stanno in questi mesi scontrando con le delusioni e i ritardi che fanno pensare ad un declinare delle primavere in tempi di violenza – come è stato già in Libia – e di oscurantismo per un affermarsi di forze per cui la religione diviene motivo di repressione dei diritti umani. Eppure sono germogli che denunciano anche la politica delle potenze occidentali in queste regioni, una politica che ha sostenuto e favorito regimi dittatoriali, dettata quasi esclusivamente da interessi economici e di sfruttamento delle risorse.

Sono i germogli presenti in tante esperienze poco conosciute a livello di cammini di fede che si aprono al dialogo con lo straniero, che si pongono in modo esistenziale la questione di come vivere l’incontro con l’altro nella società plurale nel senso di scoprire le ricchezze nascoste e di approfondire la comprensione e l’esperienza della propria stessa fede.

Il testo dell’Apocalisse che ho citato ci ricorda che in un tempo di prova segnato dalla presenza pesante del grande impero che costituiva il dominio della grande bestia a cui tutto si doveva sacrificare, come era quello tra I e II secolo nel contesto dell’Asia minore, le comunità cristiane sono invitate a leggere la storia, a vivere la difficoltà di cogliere il senso di questo libro. Ma questo libro che ad un primo sguardo è chiuso e sigillato, può essere aperto da qualcuno. E’ il germoglio di Davide che può aprirlo e leggerlo. E’ lui il germoglio che sta all’origine di tanti germogli. E il germoglio apre a scorgere che quel libro rinvia alla sua storia, alla vicenda dell’agnello, immolato e ritto in piedi. E’ questo il simbolo del crocifisso, che porta in se le ferite della passione e della riprovazione dei potenti del suo tempo, il potere politico e religioso che hanno collaborato per toglierlo di mezzo. Ma è agnello in piedi, segnato dalle ferite ma risorto. Scorgere i germogli di vita nella nostra storia, non è ingenua attitudine di ottimismo senza consapevolezza della realtà. Ma è capacità di uno sguardo lungo capace di scorgere nella storia i segni del crocifisso e la chiamata che da lui viene.

Tracce di spiritualità oggi le sintetizzerei nel ritornare a Gesù, ritornare ai vangeli al Gesù dei vangeli, Gesù che ha fatto come centro della sua predicazione l’immagine del regno, che rinvia proprio alla critica ai grandi imperi (cfr. la visione di Dan 7) e la visione di Dt Isaia del regno come grande banchetto.

Una spiritualità di immersione che porta un annuncio di grazia

Gesù ha iniziato la sua vita pubblica in quel gesto per tanti aspetti scandaloso. Il suo recarsi dal Battista nel deserto. Nel deserto, lontano dal tempio, dal mondo del culto che ruotava attorno ala tempio con la classe di sacerdoti, e dalla mentalità di chi divideva gli uomini tra puri e impuri.

Gesù che si immerge nel Giordano offre uno squarcio nel quale leggere tutta la sua vita come un percorso di immersione. cioè di solidarietà,, varcando soglie e superando le barriere che impedivano di accostare i lontani e gli impuri. Tutta la sua vita è un battesimo in cui Gesù vive la sua scelta di solidarietà con i volti e le storie. In tuta la sua vita continua ad immergersi vivendo la solidarietà con l’umanità, non separandosi ma varcando le soglie.

Lo stare dentro alle situazione, agli incontri è uno stile che ci provoca oggi, nel tempo in cui è facile per tanti aspetti la ricerca di fughe di tipo diverso, la chiusura nella paura di perdere sicurezze e certezze o le fughe nelle forme di ricerca spirituale che evitano di fare i conti con la fatica del presente con il farsi carico del peso degli altri.

Una spiritualità di  libertà

Gesù è anche testimone nel suo cammino di quela che i suoi conrtemporanei indicavano come una autorità diversa da quella degli scribi. Quella autorità non si caratterizza come attitudine di superbia o di potere, piuttosto di sovrana libertà. Gesù fu uomo libero, profondamente radicato nel rapporto con il Padre l’Abba sorgente della sua libertà, che gli diede la forza di porsi davanti alla legge andando al cuore della legge e ricamando al suo senso profondo che apre ad un rapporto con Dio e ad un rapporto nuovo con gli altri. Superando tutto ciò che nella legge e nelle consuetudini umane porta ad una separazione e all’indifferenza nei confronti dell’altro. Libertà di non inseguire alcun altro idolo e di vivere nello spazio di Dio:

Così dice Angelo Casati “Leggi il Vangelo e respiri a pieni polmoni la libertà. Che ha un segreto: il segreto della libertà di Gesù è che lui il primato assoluto lo dà a Dio, lui adora Dio e nessun altro. Nessuno dunque può farla da padrone su di lui. Dio che non è un padrone, è il Signore della sua vita e, insieme, garante della sua libertà. A nessun altro potrebbe “vendere” la sua vita, sarebbe imprigionamento. Se la vendi a Dio, è libertà. Dio è fonte di libertà.

Il primato va a quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio che è in te, sei libero dalla pesantezza, dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te” (incontro a Pistoia 12 ottobre 2011)

Gesù genera anche negli altri che lo incontravano questa libertà e  fiducia nella vita: va la tua fede ti ha salvato…

“…il Nazareno giunge a generare in coloro che si rendono disponibili, la ‘fede’ nella vita. Ho detto proprio ‘generare’ la fede come si genera la vita. Ambedue, vita e fede, sono intimamente legate perché non si può trasmettere la vita senza trasmettere la fede nella vita. Non c’è alcun cedimento quando Gesù riconosce l’inalienabile segreto dell’altro! Al contrario, osserviamo con attenzione il carattere paradossale di ciò che dice a coloro, donne e uomini, che incontra sulla sua strada: ‘Mia figlia, mio figlio, la tua fede ti ha salvato’: parola paradossale che, pur suscitando o risuscitando la ‘fede’ dell’altro, confessa nel medesimo tempo che essa è già attiva in lui. Ecco l’ultima lezione di Gesù per noi, la più importante: egli genera la fede nella vita attraverso il suo modo di rivolgersi all’altro. Essa si riassume in una parola, nel ‘beato’ delle Beatitudini: ‘il vangelo di Dio’ o Dio come beata/felice notizia: si potrebbe anche dire: Dio come vangelo. Dire a qualcuno che la sua vita è una promessa che verrà mantenuta, dirlo anche della vita di ogni essere umano, è infatti una parola esorbitante, una parola sproporzionata rispetto a ciò che sperimentiamo quotidianamente e rispetto a ciò che può provare un individuo. Per questa ragione molto semplice è opportuno collegare questa Buona Notizia e Dio. Nessuno può essere garante di tale promessa di bontà e beatitudine se non colui che chiamiamo ‘Dio’! Gesù di Nazaret non ha inventato questa promessa, ma ha saputo renderla credibile: essa è la costante di tutta la sua esistenza e di tutto il suo ministero; per essa mette in gioco tutta la sua vita. la sua ospitalità radicalmente aperta,e  mantenuta aperta fino alla fine, manifesta questo vangelo in modo infinitamente concreto: quando, pur compiendo i gesti più opportuni e dicendo la parola che si impone qui e ora, egli cancella se stesso per far sì che, di fronte a lui, chiunque trovi il suo posto unico” (C.Theobald, Trasmettere un vangelo di libertà, EDB 2010, 18-19)

“… la proposta del vangelo non è affatto un indottrinamento o la proposta di un’ideologia religiosa fra le altre; spero di averlo fatto capire. Il vangelo di Dio o Dio come vangelo vuole raggiungere l’uomo nell’intimo di se stesso, nel luogo dove egli è alle prese con la sfida fondamentale che è il semplice fatto di esistere; vuol rendere possibile in lui la fede nella bontà innata della vita e suscitare così il coraggio di affrontare l’avventura unica della sua esistenza. Poco importa, al limite, che l’uomo colga tutte le dimensioni di questa lotta; gli basta fare l’esperienza di una presenza gratuita e radicalmente buona a suo fianco, capace di convincerlo della bontà della vita. Si crede veramente in Cristo, si entra nel suo mistero e si comincia a vivere di lui, quando si condivide con lui la passione per un vangelo che riguarda assolutamente tutti gli uomini: ‘Guai a me se non annunciassi il vangelo!’ dice l’apostolo Paolo, colui che si è lasciato identificare a Cristo” (ibid. 21).

Una spiritualità di chi vive l’ospitalità come tratto caratterizzante dell’esistenza

Gesù è stato uomo che si muoveva, che aveva scelto di non avere una casa propria ed una stabilità. Vive accogliendo l’ospitalità che altri gli offrono: eppure proprio questo tratto, il condividere la mensa con pagani e peccatori è luogo di un’esperienza di ospitalità in cui chi lo incontrava scopriva di aver posto nella sua vita, di non stare stretto nel suo cuore. Di lui dicevano per questo è un mangione e un beone, cogliendo così un tratto del suo stile di vita ma non comprendendo che proprio lì, nel mangiare e bere insieme non si trattava di una proposta da mangioni e beoni, ma di una scelta di condividere facendo del banchetto il grande simbolo concreto del suo attuare il regno sin dal presente.

Quando si parla delle azioni di Gesù si pensa in primo luogo a esorcismi, guarigioni, i cosiddeti miracoli. E questi gesti sono importanti. Ma accanto ad essi c’è il gesto del mangiare insieme, della condivisione dei pasti. Gesù che tra i suoi gesti privilegia il condividere i pasti con persone emarginate e lontane dai confini della purità, ridisegna in tal modo i confini dell’identità di gruppo segnati dalle norme di purità e varca soglie facendo così scoprire come il regno di Dio irrompe nella relazione  in cui si condivide con chi non ha diritti (i bambini) e con chi è tenuto fuori.

Il regno assume così i tratti di un banchetto accogliente. Gesù che non ha una casa dove accogliere fa del suo cuore e del suo lasciarsi invitare (ed anche del suo partecipare alla mensa senza essere invitato – come chiederà ai discepoli ) un evento di ospitalità in cui scoprire l’altro non come hostis ma come hospes. E’ lui stesso ospitale e questo lo spiegheranno le prime comunità dopo la Pasqua nella esperienza di Emmaus. Gesù si dà ad incontrare nello spezzare il pane, che è esperienza di condivisione del cammino e di scoperta che è lui per primo che ci invita a cena… fino a fare della sua vita un dono un pane spezzato per le moltitudini.

Una spiritualità della fedeltà al quotidiano, della cura delle cose e delle persone, e dell’attesa

A differenza del Battista e degli apocalittici per i quali la salvezza doveva giungere dopo la conclusione di questo mondo e l’inaugurazione di un nuovo mondo dopo la distruzione di questo mondo, per Gesù la salvezza è in questo mondo, è già presente in un dinamismo di crescita e di presenza che non dipende dagli sforzi umani:

Mc 3,26-29: il regno di Dio è come un seme  che un uomo ha gettato per terra, e va crescendo senza che l’uomo sappia come  e senza che egli faccia nulla; spunta la pianta, poi la spiga, poi il grano… c’è un inizio piccolo ma l’esito è grande e supera ogni attesa. Questa parabola racconta come Gesù cambi il senso del tempo. Il presente è luogo di gestazione, è momento in cui sta germinando qualcosa – macerie e germogli… –  Il regno di Dio sta operando.

E’ la risposta di Gesù agli inviati del Battista (in un testo della fonte Q Lc 7,22; Mt 11,5: i ciechi vedono gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e ai poveri è annunciata la buona notizia” . Sono tutti segni di umanizzazione e di vita già presenti che dicono anche compimento di profezie spogliate del loro versante minaccioso e punitivo e reinterpretate nella luce di un dono di gratuità.

In tal modo egli proclama un futuro che richiede un nuovo modo di vivere il presente. Potremo qui pensare all’attitudine dopo la Pasqua: il sepolcro rimane vuoto ma il frattempo tra la venuta di Gesù nella sua storia e il ritorno, come Signore, si pone nel tempo in cui non si deve riempire quel vuoto del speolcro, ma si deve scorgere non tanto un’assenza, ma una presenza da ricercare di cui scorgere le tracce, rimanendo in attesa, mantenendo il vuoto che rinvia non a un’assenza ma ad un esser presente che non può essere confuso con tutti i nostri riempimenti umani, le confusioni dell’incontro con Cristo nell’affermazione o nel successo umano delle chiese.

Theobald invita a guardare al traghettatore di Nazareth per scoprire la responsabilità di traghettatori in rapporto a lui, in rapporto a quella fede nella vita che lui sapeva generare:

“Per la trasmissione ciò significa che l’interesse evangelico della Chiesa non può essere innanzitutto la propria riproduzione, ma la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo e la consistenza del legame sociale che li collega. Se, per la società, la chiesa sembra essere ancora portatrice di un certo numero di valori sociali e umani, non deve oggi preoccuparsi prima di tutto della trasmissione della ‘fede’ nella vita, delle energie interiori che permettono agli esseri umani di dare forma al loro vivere insieme? Per una parte non trascurabile, sta proprio qui il principale problema delle nostre periferie: la mancanza di ‘traghettatori’ capaci di suscitare la fede nella vita, con il loro modo di essere, la loro competenza sociale ecc…. è il contagio del nostro interesse per tutti e per ciascuno  che – forse – ci meriterà l’interesse di alcuni verso la ‘sorgente’ di vita che per noi è il Cristo.” (Theobald, Trasmettere, cit. 25).

Per concludere vorrei ancora citare una riflessione di Dietrich Bonhoeffer (Voglio vivere questi giorni con voi, ed. Queriniana 2008) per collegare quanto ho cercato di comunciare alla spritualità da coltivare in questo tempo di avvento:

“Festeggiare l’Avvento significa saper attendere: attendere è un’arte che il nostro tempo impaziente ha dimenticato. Esso vuole staccare il frutto maturo non appena germoglia; ma gli occhi ingordi vengono soltanto illusi, perché un frutto apparentemente così prezioso è dentro ancora verde, e mani prive di rispetto gettano via senza gratitudine ciò che li ha delusi. Chi non conosce la beatitudine acerba dell’attendere, cioè il mancare di qualcosa nella speranza, non potrà mai gustare la benedizione intera dell’adempimento. Chi non conosce la necessità di lottare con le domande più profonde della vita, della sua vita e nell’attesa non tiene aperti gli occhi con desiderio finché la verità non gli si rivela, costui non può figurarsi nulla della magnificenza di questo momento in cui risplenderà la chiarezza; e chi vuole ambire all’amicizia e all’amore di altro, senza attendere che la sua anima si apra all’altro fino ad averne accesso, a costui rimarrà eternamente nascosta la profonda benedizione di una vita che si svolge tra due anime.

Nel mondo dobbiamo attendere le cose più grandi, più profonde, più delicate, e questo non avviene in modo tempestoso, ma secondo la legge divina della germinazione, della crescita e dello sviluppo”

 

Alessandro Cortesi op


[1] Prendo spunto per questa riflessione dal titolo e dai saggi contenuti nell’ultimo numero della rivista ‘Servitium’ (45,197,2011) dal titolo “Macerie e germogli”.

III domenica di Avvento anno B – 2011

Is 61,1-2.10-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

La figura di Giovanni Battista ci accompagna nel cammino di avvento. Senza il Battista non possiamo accostarci e comprendere Gesù. Gesù, che storicamente ha seguito Giovanni, ad un certo punto si distanzia da lui e inizia, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni, il suo percorso come messia. Il IV vangelo offre una lettura più profonda, spirituale, della figura di Giovanni il Battista e suggerisce alcune tracce per una spiritualità nel nostro oggi.

Giovanni nel IV vangelo è presentato come il testimone. Di lui si dice che dà testimonianza. “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce” (Gv 1,8). Sta qui il nucleo segreto dell’identità del Battista. Di fronte alle attese di coloro che riconoscevano in lui un profeta (Dt 18,15-18), oppure Elia che doveva tornare (Mal 3,23), oppure il messia, la sua risposta è un diniego: ‘non sono’. Alle domande dell’autorità religiosa inviata a lui. Chi sei tu? Giovanni risponde solamente in forma negativa: ‘io non sono…’. Il Battista appare assai chiaro nel porsi come qualcuno che non deve attrarre, ma che si pone nella relazione, la sua identità non è chiusa ma è relativa ad altro, a Gesù. In tal senso è il testimone. Giovanni risponde solamente ‘Io, voce che grida nel deserto…’. La sua identità si esprime nell’essere voce. Essere voce – ci dice Giovanni – è il senso profondo dell’esperienza del testimone.

E richiama ad una presenza che sta già in mezzo. E’ presenza da scoprire, a cui aprirsi: “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. C’è un cammino di conoscere interiore, profondo, di rapporto di vita che esige spazio e libertà da se stessi per essere compiuto.

Qui Giovanni offre una indicazione profonda al cammino del discepolo di Gesù. La capacità di non mettersi al centro, di non attrarre a sé ma di lasciare spazio a Gesù solo. Giovanni è presentato come colui che doveva dare testimoinianza alla luce e “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Sta qui il senso profondo della testimonianza: lasciare spazio alla presenza di Gesù, luce al cuore dell’esistenza di ogni uomo e donna che viene nel mondo (Gv 1,9).

Il IV vangelo approfondisce questo aspetto richiamando alla parola del Battista quando dice di essere l’amico dello sposo (Gv 3,25-30): è l’amico dello sposo che rimane, sta saldo e ascolta. E esulta di gioia alla voce dello sposo. “Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere  io diminuire” (Gv 3,29-30). C’è  un tratto di gioia nella vita del battista: la gioia di essere testimone che rinvia e non tiene per sé, che non mira alla crescita, ma alla decrescita per lasciare spazio all’altro e agli altri. Non tiene per sé nemmeno i discepoli che lascia andare da Gesù, indicando in lui l’agnello di Dio (Gv 1,35-37). La sua vita è in rapporto a Gesù – ci dice il IV vangelo – sarà lui che indicherà Gesù come ‘agnello di Dio’. Nell’aramaico, lingua parlata da Gesù e dal Battista, il termine ‘talja’ indicava due elementi: suggeriva l’agnello, ma anche suggeriva la figura del servo. Nel IV vangelo il Battista conduce a Cristo e si fa da parte. Non occupa la scena.

Giovanni suggerisce percorsi di uscita dal controllo del potere religioso che è spiazzato di fronte alla predicazione di Giovanni, ma anche dal narcisismo che oggi pervade tanti percorsi personali e di chiesa. La sua testimonianza è provocazione per farsi sospettosi di fronte all’affermarsi di leader che pongono la propria figura in primo piano e non lasciano spazio alla libertà e alla responsabilità di seguire Cristo. E’ anche voce critica verso le forme della manifestazione del potere, ma anche di quel vittimismo di chi continuamente richiama l’attenzione alla propria piccolezza e si lamenta in un desiderio nascosto di affermazione e di visibilità. Laddove c’è troppa centratura su di sé non c’è spazio per questo dire ‘io non sono…’. Non c’è spazio per Gesù.

Giovanni ci offre una chiave per comprendere il senso della gioia dell’attesa. Nel tempo del fratempo tra la venuta storica di Gesù e il suo ritorno, siamo chiamati ad attendere. E’ tempo segnato dalle prove ma è anche – ci ricorda Guiovanni – tempo di gioia: “l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo”. E’ la gioia di chi non pensa a se stesso ma rivolge lo sguardo all’agnello di Dio, si volge al percorso di Gesù come servo. E’ la gioia di chi sa di essere soalmente voce. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé ad altro, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo.

Cammino del Battista ma anche cammino dei discepoli di ogni tempo.

Alessandro Cortesi op

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