la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “aprile, 2012”

Annuncio Convegno Espaces – 6 e 7 luglio 2012



Si terrà presso il Convento di san Domenico a Pistoia nei giorni venerdì 6 e sabato 7 luglio 2012 un convegno promosso dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ – Pistoia in collaborazione con la Rete Espaces Europa sul tema ‘Politica e spiritualità oggi’.

Politica e spiritualità in un tempo di crisi.

Riflessioni ed esperienze per una convivenza da costruire

di seguito una riflessione introduttiva e il programma del convegno

Una riflessione introduttiva

Nel tempo caratterizzato dal venir meno delle ideologie e dal nuovo dominio del mercato come regola dei rapporti sociali, i progetti che fanno riferimento ad un ideale, ispirati a speranze di giustizia e solidarietà oggi vengono sommersi o emarginati da una politica intesa come gestione del potere sotto il controllo di un’economia neoliberista e del dominio della finanza.

Nuove separazioni si fanno strada, evidenziate dalla crisi che attraversa la vita politica e le forme della democrazia oggi. Si allarga infatti la separazione tra la politica intesa come campo di gestione di interessi particolari, terreno di malaffare e corruzione, e l’impegno sociale ispirato da una forte carica etica. Così pure si avverte una separazione tra ambito dello spirituale e dimensione civile. La città può essere solamente luogo di gestione di interessi e di scontro di poteri forti oppure è possibile un incontro tra politica come costruzione del bene comune e dimensione spirituale intesa come apertura alle dimensioni che vanno oltre la produttività, l’efficienza, l’abbondanza materiale e la capacità di consumo?

La politica è tale in quanto è costruzione di città, compaginazione di comunità in cui i rapporti sociali sono valorizzati non nel senso della competizione e dell’ostilità ma divengono rete di relazioni e legami che lasciano spazio per l’espressione delle persone nella loro libertà e responsabilità. E tale impegno per la costruzione della città, che sempre più oggi ha i connotati della città plurale e della città multiforme, non è solamente ambito d’impegno del singolo ma implica una responsabilità collettiva.

“E se la vita spirituale fosse una delle condizioni fondamentali di un’intensa vita sociale e politica?” si chiede Paul Valadier nel suo libro “Lo spirituale e la politica”, ed. Lindau.

 Ma lo spirituale non è l’ambito del consolatorio e del privato. E tuttavia come osservava Giuseppe Dossetti, anni fa, in una intervista  a proposito del rapporto tra fede cristiana e impegno politico: “Io non dico che ci sia una incompatibilità assoluta tra la fede cristiana vissuta con impegno e con lealtà e l’impegno politico. Non c’è una contraddizione a priori. Sono convinto di questo. Ma sono anche convinto che ci sono mille e una ragione  di cautela e di condizioni difficilissime” (Intervista a G.Dossetti, “Bailamme” 18/19, 1993). E Dossetti aggiungeva: “Una prima condizione sarebbe proprio questa: che non ci sia un proposito  di impegno politico e questo non sia in conse­guenza di un progetto o nella convinzione di una missione a fare. Nego la missione a fare. Nella politica non c’è. Mentre abitualmente, e soprattutto nella esperienza concreta, la politica è stata pensata come una missione a fare. Secondo me questo avvelena tutto. La seconda condizione è la gratuità, la  non professionalità dell’impegno. Dove incomincia una professionalità dell’impegno cessa anche la parvenza di una missione e la possibilità stessa di avere realmente qualcosa da fare. Sono allora  possibili tutte le degenerazioni.”

La spiritualità per non rimanere sogno distaccato dal reale implica una immersione ed un prendere forma in percorsi storici nella sfera pubblica. E per converso l’impegno politico vissuto come passione di costruire la polis, impegno per ritrovare il senso profondo delle attività umane  nell’orizzonte dell’umanizzazione e della costruzione  della pace è già esperienza spirituale.

Nel contesto italiano ed europeo ci sono stati grandi testimoni che hanno interpretato questa sensibilità di una profonda vita spirituale, in rapporto alla propria fede, unita a passione civile in un’ottica non individualistica ma comunitaria. Si può pensare anche al percorso di costruzione dell’Europa – che pure sta oggi vivendo forse la più profonda crisi dal suo inizio – come ‘avventura spirituale’. Così Jacques Delors ne parla  ripercorrendone le tappe  richiamando il discorso di Robert Schumann del 9 maggio 1950 e il contributo di Hannah Arendt come grandi indirizzi di progettualità politica che affondavano radici proprio in una dimensione spirituale “… perché lo spirituale abita nelle istituzioni, nelle regole del gioco, nelle politiche e soprattutto nelle pratiche” (J.Delors, Europa: un’avventura spirituale nella nostra storia, “Il Regno attualità, 2,2012, 57-63). In quali modi la loro testimonianza può essere riferimento oggi, nel tempo della crisi della politica che si accompagna peraltro ad una esigenza di sguardo e di capacità che sia in grado di costruire una convivenza comune?

Parlare di spiritualità non indica solamente rinvio ad un’esperienza di fede religiosa, ma dice riferimento ad un orizzonte etico, di ricerca di umanizzazione della vita e dei rapporti nel campo sociale e ambientale. Nell’attuale contesto dell’incontro di diverse tradizioni religiose si richiede una attenzione nuova alla rilevanza di queste tradizioni e questo pone anche la domanda su come costruire convivenza civile attuando un dialogo nello spazio pubblico, spazio di riconoscimento della cittadinanza e della laicità.

Il Convegno desidera essere un’occasione di approfondimento di queste tematiche intrecciando riflessioni di carattere generale sulle sfide della politica e della spiritualità oggi in un tempo segnato dalla crisi e esperienze che ci conducono a cogliere percorsi di spiritualità capace di farsi carne, e di buone politiche che contrastando le logiche delle violenza e dell’esclusione recano in sé il respiro di progetti di incontro tra persone e popoli. (a.c.)

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PROGRAMMA

VENERDI’ 6 LUGLIO

ore 9.00

Modera: Daniele Aucone, Espaces Pistoia

Impegno politico e ricerca di beni comuni. Tra macerie e germogli quale futuro?

Interventi di:

Lino Prenna, docente di pedagogia generale e etica sociale, Università di Perugia 

Pietro Giovannoni, docente di storia della Chiesa, Istituto Superiore di Scienze Religiose, Firenze

Giovanni Capecchidocente di Letteratura italianaUniversità per stranieri di Perugia 

ore 15.00

Modera: Vincenzo Caprara, Espaces Fiesole

Spiritualità e politica tra fratture e ambiguità. Quale possibile incontro?

Felicisimo Martinez Diez, docente di teologia Madrid/Caracas

Stefano Grossi, docente di  filosofia, Facoltà Teologica Italia centrale Firenze 

ore 21.00

Modera: Aldo Tarquini, Espaces, Fiesole

Pierre Claverie, testimone di riconciliazione sulle ‘linee di frattura’ della storia

Jean-Jacques Pérennès, Institut Dominicain d’Etudes Orientales (IDEO), Il Cairo 

SABATO 7 LUGLIO

ore 9.00

Tavola rotonda: Costruire cittadinanza e rapporti nella giustizia

Modera: Giovanni Paci, Espaces Pistoia

Interventi di:

Mickaël Vérité, consulente del sindaco di Parigi Bertrand Delanoë

Cristina Giachi, assessore Università ricerca, politiche giovanili Firenze

Luigi Marini, magistrato, Corte di cassazione

ore 15.00

La sfida delle relazioni nella città plurale

Modera: Alessandro Cortesi, Espaces Pistoia

Interventi di:

Tonio Dell’Olio, responsabile di ‘Libera internazionale’

Annachiara Valle, giornalista ‘Famiglia cristiana’ e ‘Jesus’

Paolo Santachiara, assessore alla cultura comune di Novellara (RE), responsabile del progetto ‘Nessuno escluso’

ore 18.30 Conclusioni

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Si prevede la possibilità di vitto e alloggio presso il convento san Domenico previa iscrizione e prenotazione.

Per l’iscrizione si prega di inviare comunicazione ai seguenti recapiti:

e-mail: info@domenicanipistoia.it

tel. 0573.50.93.82

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IV domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Nel film ‘Corpo celeste’ (Alice Rohrwacher, 2011) c’è una interessante contrapposizione di due figure di ‘pastori’. Sono poste all’interno di un quadro che presenta lo svolgersi della vita di una città del profondo Sud italiano, Reggio Calabria, attraverso gli occhi di una bambina rientrata con la sua mamma dopo aver vissuto per dieci anni in Svizzera. Agli occhi di questa tredicenne si apre la visione della città e del suo degrado che lei osserva chiusa nella sua timidezza, senza pregiudizi ma in una realtà che verso di lei, verso il suo divenire adolescente rimane indifferente quando non ostile. E Marta osserva così l’ambiente parrocchiale ritratto nella sua artificialità e distanza. Il catechismo che Marta è invitata a seguire, per trovare un luogo di socializzazione e farsi amici, è presentato nel suo essere luogo di assorbimento e scimmiottatura degli elementi più superficiali e vani della cultura televisiva. Il vangelo ridotto a quiz, la catechesi condotta attraverso insignificanti e strazianti musiche modellate sui programmi della TV commerciale  – ‘Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta…’ è la canzone cantata su un palcoscenico indicato come ‘l’Isola dei cattolici’ – la cura spasmodica della preparazione della cresima come evento per far bella figura di fronte all’autorità ecclesiastica distante, fredda e insensibile.

Uno dei protagonisti del film è il parroco, don Mario, inserito in una logica clericale che lo mantiene assente rispetto ad ogni preoccupazione educativa, preoccupato di una sua personale carriera legata all’istituzione di cui appare un grigio funzionario. Per questo la sua attività di visita alle famiglie della parrocchia è assorbita dalla riscossione del denaro di affitti e dal procacciare voti per il partito politico locale da cui spera un appoggio. E’ una figura anch’egli vittima di un sistema fatto di apparenze ma vuoto, descritto nella sua preoccupazione di preparare grandi eventi in grado di mostrare la chiesa come istituzione forte e visibile – la processione, la festa della cresima con l’evento del nuovo crocifisso figurativo –.

A questa figura si contrappone quella di un anziano prete, rimasto solo in un paese disabitato dell’Aspromonte – ritratto nella inutilità di una situazione dimenticata – dove don Mario si reca per prendere il crocifisso. Una tra le scene più intense del film è quella in cui il prete anziano in un dialogo chiede alla bambina: ‘come pensi a Gesù? come Gesù dolce, magari con gli occhi azzurri, che sta per abbracciarti?’ La bambina rimane interdetta ed egli riprende: ‘Non è così; Gesù correva di qua e di là, lo chiamavano, si muoveva per curare, per guarire, per incontrare e pensavano che fosse matto’. Ed aprendo un vecchio libro consumato dall’uso le legge la pagina del vangelo in cui “i suoi familiari dicevano ‘costui è matto’”.

La pagina del IV vangelo che oggi ascoltiamo ci parla di Gesù come del ‘bel pastore’ e facilmente si presta a incomprensioni e a fraintendimenti. E’ bel pastore che poteva essere considerato fuori di sé proprio perché è pastore che dà la propria vita per le pecore. E’ una pagina che parla di Gesù, del volto di Dio che lui ci ha fatto conoscere e reca in sé una contestazione forte contro modalità di essere pastori che dimenticano di fatto la sua via, e fanno sì che la sua presenza si allontani – così come nel medesimo film ad un certo punto il crocifisso sbalzato dall’auto viene portato via dalle onde quasi a sottrarsi a riempire quello spazio che nella chiesa manifesta una assenza -.

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. La grande immagine del pastore è al centro di questa pagina. E’ un discorso sul volto di Gesù e sul volto di Dio. Ed è un discorso condotto in una opposizione tra il buon pastore e il mercenario. C’è una vena polemica che attraversa il discorso. E’ una polemica che contrappone il modo di essere capi e guide secondo modalità che contrastano l’annuncio biblico e il modo in cui Gesù interpreta il suo essere guida e capo.

Pastori erano infatti le guide d’Israele, quei capi politici e religiosi contro cui i profeti avevano indirizzato parole di fuoco. Ezechiele aveva rivolto un’invettiva contro i pastori che pascono se stessi e hanno fatto sbandare il gregge. “Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! … i miei pastori non sono andati in cerca del mio gregge – hanno pasciuto se stessi senza aver cura del gregge” (Ez 34,2.8).

A tale tradimento dei pastori è contrapposta una decisione di Dio stesso: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore…Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà loro pastore”. E’ Dio quindi il pastore; Gesù nelle sue parole assume questa promessa e si presenta come pastore che ‘conosce’. II senso della sua vita sta in questo ‘conoscere’, nell’incontrare personalmente e profondamente. E’ la via del dono di sé: il buon pastore dà la vita per le pecore.

Gesù assume quella promessa di aver cura, di accompagnare il popolo di Dio. Nei suoi gesti si riflette la prospettiva spalancata da Ezechiele: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”.

Penso che in queste parole di Gesù sia da cogliere la richiesta di volgere a lui lo sguardo come pastore, con l’attenzione a non confondere il discorso che riguarda lui e lui solo con quello che riguarda i pastori di ogni epoca e di ogni ambito.

Viviamo tempi in cui a diversi livelli si ripropone una logica clericale: la logica che vede gerarchie, caste, di privilegiati che sfruttano gli altri sottomessi e non si curano che il gregge sia disperso e impoverito. Non c’è attenzione a far sì che siano tenuti e promossi i legami che uniscono le persone le une alle altre in reti di relazione, di solidarietà, di attenzione reciproca. Viviamo un momento di progressivo sgretolarsi di legami a livello sociale mentre c’è chi approfitta in modo scandaloso di posizioni di privilegio e di responsabilità.

Ma c’è una logica clericale che non viene meno anzi si ripropone in forme nuove nella chiesa. Essere pastori diviene motivo di privilegio, di superiorità, di distanza rispetto al vivere quotidiano di tanti. Essere guide si connota più nel senso di presenza politica, del controllo, del giudizio, dell’imposizione di pesi insopportabili. E’ il profilo dell’autorità vissuta come dominio nei confronti delle sofferenze dei poveri, delle angustie di chi è in ricerca, della fatica di chi vive ferite e drammi interiori. E’ anche il modo di vivere la responsabilità di guida con senso di sufficienza, di indifferenza rispetto ai percorsi delle persone nella quotidianità e nella fatica del loro vivere. E’ il modo di vivere l’autorità come allontanamento e presa di distanza rispetto a chi invece è da custodire, da ascoltare e da accompagnare condividendo cammino e interrogativi.

In contrasto con i pastori che pascono se stessi ci sono tre caratteristiche del ‘bel pastore’. ‘Bello’, secondo la traduzione letterale, perché attrae e condivide. Gesù comunica la sua bellezza nell’essere uomo che fa propria la nostra umanità e ci rinvia a ricercare la sua bellezza nel volto umano. La sua bellezza si compie nel dono della vita. In queste accentuazioni Gesù parla di se stesso: il ‘bel pastore’ si prende cura innanzitutto; poi accompagna; infine ha lo sguardo rivolto a chi non è di questo recinto. Essere pastore implica un prendersi cura. La cura implica attenzione, immersione nella realtà. Non è opera di genere intellettuale, ma coinvolgimento nelle relazioni. Essere pastore è accompagnare, intendendo la responsabilità di guida come chiamata di compagnia.

Non solo ma “ho altre pecore che non provengono da questo ovile”. Il profilo di pastore che Gesù propone è quello di chi apre possibilità di relazioni nuove a chi non è all’interno di appartenenze stabilite, a chi è disperso, a “chi non proviene da questo recinto”. Un pastore che guarda oltre i recinti…

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2012


At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Si possono leggere le pagine del vangelo come pagine lontane, da scavare e da studiare senza che da esse l’esistenza ne sia toccata e cambiata. Oppure si può sostare davanti ad esse, o meglio, si può accogliere l’invito ad entrare in esse, a percorrerle, a individuare fessure di vita tra le righe, e rimanerne coinvolti, aprendosi a leggerle come pagine attraverso le quali rintracciare parole che celano una presenza, e recano un dono d’incontro. Parole per noi, per me. Parole significative per cammini di fede e di comunità nel nostro presente.

Luca nello scrivere il suo vangelo è particolarmente sensibile proprio ad una questione che segna l’esistenza credente: come può la vicenda di Gesù toccare la vita di chi non l’ha incontrato nella sua vita terrena? Come si rapporta l’esperienza di chi vive in un tempo diverso e lontano da quello dei primi testimoni? Insomma è possibile anche per noi incontrare Gesù vivente e risorto? Per questo Luca scrive pagine e parole che racchiudono comunicazione di vita, un appello e un volto.

E’ un messaggio da raccogliere: da noi, che leggiamo il vangelo in tempi lontani da quello di Gesù e  dei primi testimoni e siamo invitati a rintracciare elementi importanti per il nostro oggi. Cerco così di raccogliere solo alcune tracce di spiritualità per il nostro tempo.

“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro”. Gesù si presenta in  mezzo. E’ un gesto importante: è l’indicazione che l’incontro con Lui avviene solamente nella dimensione del ‘noi’ e non dell’ ‘io’ isolato e separato. C’è una responsabilità personale nell’incontro con Gesù perché ciascuno è chiamato ad accogliere la sua presenza, ma Luca sottolinea che questo riconoscimento avviene là dove una comunità è insieme, attratta da una presenza che si pone in mezzo e che pone l’esigenza di un rapporto personale, non mediato da chi è più importante o più vicino. E questa comunità radunata con lui al centro, è pur percorsa da interrogativi e perplessità, ma insieme. E’ ambiente dove si ascoltano le inquietudini e le scoperte anche di chi ha abbandonato ed è stato preso dalla delusione, come i due di Emmaus, e riporta la testimonianza del proprio cammino. Gesù si fa presente dove si discute e ci s’interroga insieme. Trovo in questa immagine forse un appello per il nostro tempo in cui spesso interrogativi, delusioni in relazione alla vita della chiesa, generano solitudini, abbandoni, percorsi segnati da ferite. Forse siamo chiamati a costruire luoghi in cui ascoltare di più i percorsi della fatica, della delusione, dello scoramento. Lì Gesù stesso si rende presente.

Si può anche cogliere un secondo elemento: il cammino del riconoscere Gesù presente e vivo, non solo accanto ma ‘in mezzo’, centro di attrazione,  è cammino faticoso e graduale. Non avviene secondo la logica del tutto e subito. Luca presenta tra Gesù e i suoi un dialogo fatto di domande, perplessità, dubbi, resistenze, difficoltà. E’ soprattutto uno scambio in cui emerge forte la capacità di pazienza di Gesù, il suo saper attendere, la compassione per un cammino zoppicante e incerto. Nello stare in mezzo accompagna ad un cammino interiore. La fede è così presentata come esperienza in cui non sono assenti fatica, dubbio, incertezza, in cui c’è bisogno di tempi di maturazione e di crescita. Non si determina per chiarezza di dottrine o di appartenenze proclamate. Luca ci fa intendere che il percorso del credere implica aprirsi all’incontro con Gesù ed è da lui guidato e accompagnato. Non c’è la separazione netta tra chi sta dentro e chi sta fuori, come spesso si desidera secondo logiche di esclusione, quando si riduce la fede ad una appartenenza di gruppo o ad una questione di adesione dottrinale. Incontrare Gesù in modo nuovo, dopo la Pasqua è cammino di esistenza, reca in sé la complessità come tutti i movimenti profondi della vita. E’ relazione che esige delicatezza, come tutti i percorsi degli incontri umani ci insegnano. E Gesù non è impaziente, non ha parole esigenti e ultimative. Accompagna, poco alla volta, perché sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. “Perché siete turbati e perchè sorgono dubbi nel vostro cuore?”: nel cammino del credere non è assente il dubbio, il disorientamento che rendono pensosi e incerti. “E non credevano ancora, ed erano piani di stupore”. Tra meraviglia e incredulità. Spesso anche la nostra vita si svolge entro questi labili confini. Stupore per qualcosa di grande e profondo che attira, e nel medesimo tempo incapacità ad accogliere, indifferenza, difficoltà nell’affidarsi, pigrizia nell’operare scelte conseguenti a quanto si è compreso.

E ancora è Gesù ad accompagnare ad entrare nella scoperta del riconoscimento di Lui. Come riconoscerlo nel nostro quotidiano? – è l’insistenza di Luca in questa pagina-. Gesù conduce a riconoscerlo non con istruzioni, ma con una domanda e in un gesto, nella condivisione: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. In questa richiesta semplice e nella proposta di mangiare insieme sta un modo di pensare alla relazione con gli altri, sta anche forse tutto un metodo educativo. Un metodo non di prescrizioni, ma di accompagnamento, non di convincimento intellettualistico, ma di coinvolgimento nell’amicizia, non di esigenza ma di pazienza nel condividere, non di astratte teorie ma di gesti che toccano la concretezza della vita. Un metodo di attenzione all’umano, al quotidiano, alle piccole cose. C’è da sostare su questa richiesta. Esprime l’importanza del mangiare insieme come luogo in cui si ricordano i momenti in cui Gesù ha condiviso i pasti in tanti modi nella sua vita, facendo di quelle tavole luogo di accoglienza e ospitalità ricevuta e donata, fino all’ultima cena. Riconoscerlo si rende possibile là dove si condivide il pane, la quotidianità, l’esistenza che si fa pane spezzato.

“Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi”. Gesù rinvia i suoi a ricordare le sue parole, a riandare al suo cammino. E li accompagna anche a rileggere le Scritture, Mosè, i profeti, i salmi. Sta qui l’indicazione una spiritualità che ritorna all’essenziale, che non vive di tante sovrastrutture ma respira del ripercorrere i passi della vita di Gesù. E’ l’indicazione di imparare a riconoscerlo nella sua umanità, nelle sue scelte, nelle sue parole. E’ tornare al vangelo. Nel nostro tempo, al di là delle convinzioni religiose c’è un grande interesse per i gesti e le parole di Gesù, in una ricerca che si sforza di cogliere il profilo del profeta di Nazaret. Non è forse un segno del nostro tempo? E’ ciò che sta anche a cuore a Luca: Gesù che mostra le manie  i piedi e dice “sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi”. Certamente c’è in queste parole l’insistenza sulla presenza del risorto non come costruzione di fantasia dei discepoli. Il suo darsi ad incontrare non è costruzione psicologica, è dono inatteso, è evento che irrompe dal di fuori di loro e pure genera una trasformazione interiore e profonda.  Ma c’è in queste parole  anche l’indicazione che non si può incontrare Gesà risorto se non si guarda  al crocifisso e se non si percorre la sua via. “Mostrò loro le mani e i piedi”.

Sono le mani e i piedi del crocifisso: Gesù presente in mezzo ai suoi è il medesimo che ha vissuto il rifiuto da parte dell’autorità religiosa del tempo in complicità con il potere politico, è il medesimo che vissuto nella povertà e nella nonviolenza la sua vita, in attenzione per chi era perduto e lasciato in disparte, facendo della sua esistenza una vita consegnata totalmente al Padre e spesa per gli altri. Gesù invita a tornare lì, alla concretezza del suo cammino umano a scoprire lì il senso della propria vita.

E invita anche a ripercorrere una storia di incontro, la storia di alleanza di Dio con il suo popolo. Invita a rileggere le Scritture. Dovremmo riandare alle Scritture, leggerle come parole che parlano di Dio ma che parlano anche della nostra umanità, condivisibili con tanti, credenti e non credenti, per scoprire il senso del vivere, gli orizzonti di una vicenda che ci pone a camminare sulla terra insieme.  Riscoprire in quelle parole contenute nella Scrittura le tracce di un volto e di una presenza, parole che coinvolgono in una storia in cui anche noi possiamo vivere l’esperienza dell’incontro con Gesù vivente. E farci accoglienza e risposta, nel nostro tempo, con una testimonianza mite.

Alessandro Cortesi op

L’immagine riprende  l’affresco del crocifisso del beato Angelico al Convento di san Domenico di Fiesole nella sala del Capitolo.

In difesa di un amico

 

Nelle ultime settimane in alcuni blog e siti si è scatenata una campagna, con radici lontane, di ostilità e critica nei confronti di Enzo Bianchi. I toni di questi interventi sono segnati da una aggressività particolare. La critica appare offensiva e a ben guardare immotivata nei confronti non solo dei suoi scritti e del suo insegnamento ma anche della sua persona.

Enzo Bianchi viene accusato di eresia nel non riconoscere la divinità di Gesù Cristo. E’ una accusa che si basa su di una lettura parziale e tendenziosa di suoi scritti e interventi. E sono prese di posizione che propongono una immagine di chiesa come luogo dell’esclusione e della caccia all’eretico.

Come osserva Christian Albini (nel suo blog Sperare per tutti): “Il punto è che in Bianchi si trova l’eresia solo se la si vuole cercare a tutti i costi, distorcendo il senso delle parole. Sembra che ci siano dei cattolici a caccia di streghe. Scrutano le parole e gli scritti di altri cattolici alla ricerca di errori da denunciare e condannare. Ergono tribunali improvvisati, senza averne peraltro titolo”.

Sappiamo dalla storia del cristianesimo come questo tipo di attacchi nascondano spesso letture preconcette, incapacità di cogliere istanze che stanno alla base di un lavoro teologico, incomprensione del linguaggio e delle forme espressive, oppure nascondano altre ragioni.

Spesso proprio la fatica di chi cerca di formulare e annunciare la comune fede in fedeltà all’ispirazione evangelica e in un linguaggio capace di incontro e di vicinanza alla sensibilità e alla cultura contemporanea si presta alle forme più dolorose di accusa, di ostilità quando non di emarginazione e delegittimazione.

Come ben osserva Massimo Faggioli (in “Europa” 12 aprile 2012): “Alcuni autonominatisi guardiani dell’ortodossia non tollerano che si parli ancora di Concilio Vaticano II, di laicità, di dialogo ecumenico. A Bose si rimprovera di non utilizzare come unico linguaggio specifico del cattolicesimo contemporaneo quello della teologia politica. La vera “eresia” di Bose, agli occhi dei volonterosi delatori, è aver capito che è sul piano del dialogo culturale con la società, e non sul piano della conquista dei pubblici poteri, che si gioca il futuro del cristianesimo e del cattolicesimo in modo particolare”.

Non penso che Enzo Bianchi abbia bisogno di difese per affermare la sua testimonianza di credente fedele a Gesù Cristo e alla chiesa di Dio e di monaco impegnato nel cammino dell’ecumenismo. Vorrei solo offrire una testimonianza personale. I testi, le riflessioni, i commenti esegetici e gli interventi di Enzo Bianchi sono stati sempre per me un importante riferimento, anche e proprio nell’insegnamento teologico. Ritrovo in essi una capacità di comunicare in maniera semplice, mai semplicistica, ciò che è frutto di approfondite ricerche nel campo dell’esegesi biblica e della teologia, ed una dimensione sapienziale che accompagna sempre il suo dire con la capacità di equilibrio tra apertura al dialogo e fedeltà al vangelo.

Si tratta di una testimonianza di quell’accoglienza della tradizione non come ripetizione ma come inserimento e sviluppo in una ‘tradizione vivente’, secondo la bella espressione cara a Yves Congar e Marie-Dominique Chenu. Enzo Bianchi coniuga un afflato di fede profonda e di fedeltà alla chiesa di Dio con l’apertura dialogica alle istanze del pensiero contemporaneo. La sua apertura sincera all’altro non è strategia ma autentico desiderio di ricerca comune.

Spiace cogliere come Enzo Bianchi, e con lui altri uomini e donne, servitori del popolo di Dio, siano osteggiati nel loro servizio, offesi e spesso emarginati. Ed è certamente da apprezzare lo stile evangelico di tutti coloro che in questa difficile stagione ecclesiale sanno mantenere contro l’aggressività e la critica ostile la fedeltà di un servizio e di un lavoro quotidiano e nascosto e la coerenza di una testimonianza mite.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua anno B – 2012

 

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

‘Vedere’ e ‘soffiare’ sono due verbi chiave del IV vangelo, che compaiono nei racconti pasquali. Due movimenti, si direbbe, due azioni proprie della Pasqua.

‘Soffiare’ è il primo gesto di Gesù, quando – dice Giovanni – ‘stette in mezzo ai suoi’ mentre essi erano riuniti, le porte chiuse e presi dalla paura. Chiusi perché rintanati e chiusi perché bloccati interiormente e impauriti.

‘Stette in mezzo a loro’ e offrì loro il primo dono della risurrezione, la pace. E’ solo la pace che può far uscire dalla paura e dalle chiusure. Poi soffiò su di loro. Stette in mezzo come era stato in mezzo ai due condannati insieme con lui. In mezzo, come centro di attrazione di una comunità che trova la sua ragione d’essere non in qualche tipo di gerarchia, ma nella presenza del crocifisso che attrae a sé. E’ il medesimo Gesù che si è chinato a lavare i piedi e aveva detto: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”.

‘Soffiò su di loro’. Attorno a lui si raduna una comunità che riceve come dono un soffio, un alito di vita. I credenti in Gesù dopo la sua risurrezione sono generati da questo soffio di vita che è il suo respiro: è soffio che ricorda e rinnova l’alito di Dio su Adamo, tratto dalla terra (Gen 2,7). E come nel giardino delle origini, così nel giardino vicino al sepolcro vuoto trova inizio una nuova creazione. E’ creazione di vita, è creazione che riprende il cammino di Adamo e lo apre ad orizzonti nuovi: è soffio che viene dal crocifisso e comunica Spirito santo.

In questo soffio si è rinviati all’ultimo gesto di Gesù sulla croce quando ‘consegnò lo spirito’. Nella sua morte Gesù porta a compimento una consegna totale di sé al Padre e all’umanità: consegna lo Spirito ai suoi, affida lo spirito come presenza. Sarà lui che guiderà alla ‘verità tutta intera’ – non una dottrina ma un incontro con Gesù che ha detto ‘Io sono la via la verità e la vita’ – in modi nuovi, più profondi, da scoprire nel cammino della storia. Il risorto affida colui che ricorderà, ma anche spingerà avanti e sarà consolatore e  guida. Lo Spirito è soffio di nuova creazione, affidato.

C’è poi il movimento del vedere: è movimento dei discepoli. C’è vedere e vedere, dice il IV vangelo. E il vedere ha a che fare con i segni. L’intero IV vangelo è popolato di segni: tutta la prima parte fino al capitolo 12 parla di segni. Poi nessun segno più, fino all’unico grande segno, il segno della morte di Gesù sulla croce. Tutti  segni orientati a quell’ora. E al mattino del primo giorno della settimana i segni del lenzuolo e delle bende piegati per bene. E poi il segno dei chiodi e delle ferite sul costato di Gesù in mezzo ai suoi incontrato vivente.

Ci sono segni cercati, talvolta richiesti con insistenza come riprova e come condizione del credere, segni eclatanti rincorsi da ricerche ambigue. E ci sono segni piccoli che devono essere visti con sguardo capace di leggerli. E’ questione allora non di grandiosità dei segni ma di vedere. Il IV vangelo sembra dirci che nella vita umana ci può essere un vedere che si ferma ai segni, che li cerca e non rimane appagato e soddisfatto di segni per quanto rilevanti essi siano. Ma c’è anche un altro vedere che si apre a scorgere, oltre i segni, la presenza di Gesù. Si apre al segno dell’amore che si china e si consegna. E così scorge i segni appunto come soglia per andare oltre. E c’è un vedere ulteriore di chi non vede eppure crede, perché si affida all’amore.

Tutti gli eventi della risurrezione di Gesù sono presentati con un’insistenza particolare sulla tematica del ‘vedere’. Maria Maddalena vede al mattino del primo giorno della settimana il sepolcro vuoto. E vide anche due messaggeri, e vide anche Gesù. Ma non riconosce. Non riesce ad aprirsi all’incontro con il risorto finché Gesù non la chiama per nome con la parola dell’amore: ‘Maria’. C’è il vedere di chi rimane fermo lì, chiuso nella ricerca di un passato ma non va oltre e come Maria deve essere accompagnata ad un vedere nuovo. E subito Maria vede in modo nuovo e riconosce. Anche Pietro – figura che sintetizza l’istituzione – vede i segni davanti a sé ma non riesce a leggerli. Il discepolo amato invece ‘vide e credette’. Vide i medesimi segni di Pietro, il sepolcro vuoto, il sudario piegato da parte con le bende. E vide e credette. Il discepolo che Gesù amava ha avuto uno sguardo con gli occhi spalancati dall’amore, da quel fidarsi che va oltre i segni.

E subito Giovanni annota: ‘Non avevano ancora compreso le Scritture’. C’è allora un vedere che passa attraverso un riandare alle Scritture e che può aprirsi al credere senza aver bisogno dei segni. E c’è un vedere che di fronte ai segni si apre al credere. Sa trovare le tracce anche laddove i segni sono ambigui e lasciano uno spazio vuoto, in cui aprire la ricerca. E’ anche la vicenda di Tommaso, il gemello: ‘se non vedo i segni…’ Quasi che i segni possano risolvere il percorso del credere. Il rischio è sempre quello di fermarsi ai segni e di non giungere ad un incontro personale con Gesù.

Ma Tommaso diviene esempio di ogni credente. Sì incerto e attardato, incapace di affidarsi, chiamato a passare dalla richiesta di evidenze, dimostrazioni e prove, ad un credere che si affida alla testimonianza. Come Tommaso anche noi non siamo a contatto con quei segni che Maddalena, e Pietro e il discepolo poterono vedere e da lì interpretare con la luce della fede come annuncio della presenza del Risorto, vivente, vicino.

Tommaso è nome del discepolo associato spesso al non credere. Si pensa a lui come incredulo bisognoso di segni. Eppure nel IV vangelo proprio Tommaso è colui che viene presentato come colui che ha capito dove conduce il cammino di Gesù, che ha compreso che questo cammino è da condividere ed è il primo a cui è posta in bocca la professione di fede che riconosce nel crocifisso con i segni della passione il Signore e il volto di Dio: ‘Mio Signore e mio Dio’.

Veramente dice Tommaso Gesù ci ha raccontato nella sua vita e nella sua morte il volto del Padre. C’è quindi un cammino del credere, talvolta lento, spesso faticoso.

Noi viviamo affidati al riandare alle Scritture e affidati alla testimonianza dei primi testimoni, ad un credere senza vedere: è la fragilità del credere come affidarsi a Gesù, alla sua parola che si radica nella promesse di Dio, e alla testimonianza. E’ un filo tenue e fragile che lega ogni esperienza del credere in una rete di relazioni, di affidamenti, di compagnia. Un credere fondato su null’altro se non sull’affidamento dell’amore. Non si può vivere come credenti nella solitudine di un privilegio. E’ uno stare nella relazione aggrappati a chi ha visto i segni, a chi è andato oltre i segni e con la sua parola ci regala il suo sguardo perché possiamo vivere nella beatitudine che chiude il IV vangelo: ‘beati coloro che pur non avendo visto crederanno’. E’ questa l’azione dello Spirito, è questa l’azione dell’amore: creare un vedere nuovo.

Nella nostra vita e nella storia non è cessato l’agire dello Spirito: il suo soffio guida e precede e rende ancora occhi nuovi per leggere i segni che ci sono dati, per valicare frontiere, per andare oltre ogni sistema di religione chiusa nella paura, per vivere la libertà dell’incontro con il Risorto.

Alessandro Cortesi op

Sogni dell’umanità, sogni di Dio

Una riflessione sui sogni di Dio e dell’umanità a partire dalla Bibbia nel tentativo di leggere il presente. Il quaderno raccoglie i testi di alcuni interventi presentati ad un convegno di Pax Christi. (a.c.)

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Sogni dell’umanità sogni di Dio

Domenica di Pasqua 2012

At 10,34a.37-43; 1Cor 5,6b-8; Lc 24,13-35

(le immagini sono di Arcabas)

Emmaus è villaggio dell’incontro, e di incontri diversi. Due erano in cammino, in un cammino di delusione, di sfiducia e di allontanamento. E’ avvenuta la rottura della morte di Gesù: il sogno di seguirlo si è infranto. Davanti si ripresenta una quotidianità senza luce e senza sogni. Eppure almeno quei due si incontrano e camminano insieme.

Emmaus è il cammino del conversare: erano due e si interrogavano. C’è una lieve luce nella loro tristezza: la portavano insieme. Ne parlavano. Ed in questo loro discorrere uno sconosciuto si fa compagno del loro interrogarsi, si fa presenza tra le loro parole, quasi a dire che là dove c’è un dialogo la Parola si rende presente. Non lo conoscono: diviene terzo di un percorso in cui solo fa domande, e richiama a far memoria.

E ne nasce un racconto. Fa emergere una fiducia ed una vita per il momento solo ricordata con passione che si rinnova, ed è espressa con rimpianto, come cosa conclusa, per sempre, da lasciare nell’armadio dei ricordi e dei sogni falliti. Il racconto fa riporre al loro posto i tasselli della speranza, uno accanto all’altro, e le attese e le parole delle donne e quelle parole dei messaggeri, testimoni che affermano che egli è vivo. Sulle labbra dei due pellegrini tristi, inconsapevolmente, si fa spazio l’annuncio incredibile e che può aprire ad una vita nuova: egli è vivo, colui che hanno condannato a morte e hanno crocifisso. Il medesimo, egli è vivo.

Ed il loro compagno li guida allora a scorgere come quella presenza non appartiene al passato, non è voce incredibile di un’alba ancora buia prima del sorgere del sole: ma è incontro possibile, è storia nuova, al presente, che si fa esperienza di incontro e amicizia.

Cominciando da Mosè e dai profeti spiegò loro… Sono tolte le pieghe di una storia che è storia di promessa e di incontro,  non una storia di altri ma una storia che diviene la propria, in cui ci si scopre coinvolti. E la sua presenza inizia ad essere avvertita come importante: resta con noi, perché si fa sera.


Non solo le Scritture, come luogo in cui ritrovare la gioia dell’incontro, ma anche il gesto: lo spezzare il pane. Quel gesto compiuto tante volte non nella solennità del rito, ma nella quotidianità della condivisione, quando il pane non bastava per tutti e fu spezzato e distribuito, quando il pane era sui tavoli semplici delle case, quel pane spezzato a Gerusalemme nella cena, prima dell’arresto e del processo e della condanna.

Una indicazione per il loro presente e futuro. Spezzare il pane rimane ricordo dell’ultima cena ma si compie nel condividere il pane della propria esistenza facendone pane spezzato per altri nel servizio.

Allora si aprirono loro gli occhi. Credere che egli è vivo è esperienza di vedere con occhi nuovi: tutto attorno resta uguale ma tutto è visto in modo nuovo. Tutto sta sotto il segno dell’incontro e di una presenza. Ma ancora non basta: perché i due ritornano.

Ritornano a quella comunità che aveva camminato con Gesù, il profeta di Nazaret. Ritrovano gli undici e ‘narravano ciò che era accaduto per via e come l’avevano riconosciuto  nello spezzare il pane’.
E’ un incontro che non rende dei privilegiati, dei rinchiusi, ma spinge ad incontrare altri. Porta a scoprire  che anche altri, in modi diversi, hanno vissuto quel ‘darsi ad incontrare del Risorto’ che non è iniziativa loro, ma li ha sorpresi. Ed hanno visto i loro occhi aprirsi, per poter raccontare, per poter dire della via, per poter percorrere d’ora in poi altre e nuove vie. Per poterlo incontrare ancora là dove è spezzato e condiviso il pane, della parola, della vita, della quotidianità.

Alessandro Cortesi op

Pasqua di risurrezione – Omelia nella notte

At 10,34.37-43; 1Cor 5,6-8; Mc 16,1-8

Notte tra le notti

Questa notte ci parla di fuoco, di luce, di acqua, di olio… ci parla di vita che è più forte della morte. Ci parla di Gesù incontrato come il risorto, il vivente. E’ una notte di veglia e di liberazione. E’ come se fossimo noi ad essere liberati dall’Egitto in questa notte, fatti partecipi di quella storia che segna la nascita del popolo d’Israele. Ci pone sul crinale del rapporto con il popolo dell’alleanza, e ci rinvia alle promesse di Dio che mai sono state revocate. Ci pone in rapporto a Pesach, la festa del ‘saltare’ dell’angelo che saltò le case degli ebrei in Egitto, e ci fa vivere il memoriale di quella Pasqua e della Pasqua vissuta da Gesù che ha inteso la sua morte come dono fino alla fine.

Ma anche questa notte è un’eco della prima notte della creazione, e di tutte le notti segnate dal chiarore delle stelle, in cui Abramo e i credenti di ogni tempo, hanno scorto in bagliori di luci interiori e profonde il segno di una chiamata a partire. E’anche memoria della notte del passaggio del mare, dell’ingresso nel cammino verso la libertà dell’esodo, da non dimenticare, sempre da riprendere e rinnovare. E questa notte ci fa guardare alla notte ultima quando cielo e terra e tutta la storia, e le nostre speranze, e le fatiche e i dolori saranno presi e trasformati nell’ultima venuta del Signore nella gloria.

E’ anche una notte di annunci di gioia. Come dagli antichi amboni delle chiese romaniche a forma squadrata di sepolcro si innalzava la voce del diacono che cantava il canto di gioia dell’Exsultet così anche questa sera abbiamo cantato l’annuncio pasquale: ‘O meravigliosa condiscendenza del suo amore per noi…’. E abbiamo così raccolto l‘eco di quel misterioso annuncio accolto nel cuore dalle donne all’alba del primo giorno della settimana: ‘Non abbiate paura. Non è qui’

Dio nessuno lo ha mai visto, dice il IV vangelo, ma il Figlio, colui che era nel seno del Padre, colui che è divenuto carne, che ha condiviso la debolezza della nostra umanità fragile, lui ce lo ha raccontato. E ce lo ha raccontato nel gesto dello scendere, del cingersi, del lavare. O meravigliosa condiscendenza…

Gesù ci ha raccontato il volto di Dio come presenza capace di amare nel suo gesto dell’ultima cena: la lavanda dei piedi. Gesù ci ha parlato di un Dio che scende e si cinge per noi, per lavare i nostri piedi sporchi. E Gesù raccontandoci questo volto impensabile di Dio che non tiene nulla per sè ma si pone a servire ci dice anche cosa è stata tutta la sua vita. In questa notte ritroviamo la sorgente del nostro incontro con Gesù, il crocifisso che è risorto.

Notte solcata di luce

Lo stupore di questa notte è la meraviglia per la tenue luce del cero che solca il buio ed entra nella chiesa seguito dalle tante fiammelle  delle nostre candele. E’ un gesto che sintetizza la nostra vita. Prendiamo luce dalla vita di Gesù, dalla sua morte e risurrezione. Abbiamo ricevuto questo dono di luce nel battesimo e le fiammelle si dipanano come un piccolo rivo e poi come fiume. E la luce si comunica. Non è forse così la nostra vita?

Abbiamo ricevuto un dono di luce da qualcuno che è stato per noi testimone. Non solo qualcuno ha tenuto per noi in mano nel momento del battesimo quella fiammella, ma se siamo qui questa sera è perché c’è un dono di presenza che ci riporta a Gesù e che abbiamo scoperto in volti vicini e conosciuti. C’è al cuore della nostra vita qualcosa che non viene da noi e che abbiamo ricevuto da altri. E’ questa l’esperienza del credere che si affida alla debolezza della testimonianza.

Per questo possiamo dire grazie al Signore per tutti coloro che abbiamo incontrati come testimoni sulla nostra strada  e sono stati luce, capaci di trasmettere la bellezza dell’incontro con Gesù. Questo è il senso di tante letture che ci parlano nelle Scritture di Gesù stesso.

E possiamo anche scoprire che questa è l’esperienza umana di chi sosta a scoprire che nella propria esistenza ci sono luci di vita che provengono da altri e che fanno sorgere sentimenti di gratitudine, di dono e di stupore. C’è nell’esistenza qualcuno che spalanca orizzonti nuovi, che porta luce dove c’era buio, che offre significato.

Notte di buio e di luce

Eppure ancora il buio è presente nella nostra vita in tanti modi: ed è anche questa esperienza che accomuna tutti. Chi vive la malattia, chi una sofferenza forte, chi vive situazioni in cui il futuro si presenta come minaccioso e fonte di angoscia, chi ha lasciato il suo paese sperando in una vita migliore e si trova a fare i conti con vie che si chiudono davanti. In questa notte tante persone pensano con ansia e preoccupazione al loro lavoro, alla crisi che tocca in modo pesante i più deboli. E possiamo pensare al buio di chi vive in situazioni dove c’è la violenza, la malattia e la disperazione. Se la croce è il segno dell’uomo che produce morte, e dell’ingiustizia che condanna chi è debole e innocente, del male che ci schiaccia, la luce di questa sera è segno che la vita Gesù non è rimasta prigioniera delle forze del male, del buio, ma è fonte di luce. Ha attraversato il buio della morte portando quella luce che è l’amore che si offre, la vita di Dio, in ogni abisso.

Questa luce del cero pasquale che ha solcato il buio della notte ci parla di una luce che vince ogni tenebra, il buio dentro di noi e il buio attorno a noi. Non è una offerta di soluzione di problemi e di angustie, ma è dono di presenza. ‘Non vi lascerò soli’. Gesù non è nel luogo della morte: “Non è qui” è il cuore dell’annuncio pasquale.

Proprio la sua assenza, proprio il vuoto del sepolcro diviene luogo di un incontro nuovo e possibile senza la pretesa di rinchiudere la sua presenza dentro i nostri angusti confini. Il sepolcro vuoto è indicazione per un cammino. ‘Non è qui… vi precede’. Il sepolcro vuoto è quindi indicazione per non pretendere di avere in mano la sua presenza ma per inseguirla, per attenderla, per invocarla, là dove lui si fa vicino. Gli artisti hanno talvolta saputo esprimere questa presenza nuova nel vuoto dell’assenza, nel senso di gioia che apre porte e finestre e fa partire con un senso di presenza nel cuore, interiore che nessuno può portare via. Una assenza che diviene rinvio alla sua vita per trovare lì i criteri per il nostro cammino. Una assenza che ci sospinge a rileggere le Scritture per rintracciare nella storia di alleanza il significato più profondo della sua vita e della sua identità in rapporto al Dio amante e fedele.

E’ il crocifisso che è annunciato come il risorto. Da qui sorge la domanda: dove Gesù si fa vicino? dove si può incontrarlo vivente per noi? Possiamo anche noi incontrare Gesù risorto?

Il giovane che dà l’annuncio alle donne offre un’indicazione: “Vi precede in Galilea”. La Galilea è lo spazio di confine e marginale dove Gesù ha annunciato il regno di Dio, dove ha parlato in parabole, dove ha condiviso la mensa con gente per bene e irregolari. La Galilea  indica i luoghi in cui egli passava facendo del bene, accogliendo i malati e lasciandosi toccare dagli esclusi. La Galilea è luogo in cui Gesù ha accompagnato i suoi a rileggere la Scrittura e ha raccolto la sua comunità, dove ha parlato della sua via come quella di chi è venuto per servire. La Galilea ha i contorni di un quotidiano in cui l’apparente assenza di Dio diviene luogo di una ricerca per lasciarci trovare da lui e per incontrarlo oggi.

Notte attraversata da passi di donne

Questa notte è anche inizio di quel primo giorno della settimana, della visita delle donne con gli oli per ungere il corpo di Gesù. Le donne – ci dicono i racconti della passione – hanno seguito Gesù fino alla fine. Sono state le uniche a seguirlo mentre progressivamente tutti lo hanno abbandonato e non l’hanno capito. Il loro stare vicino a lui non aveva altri interessi, non erano preoccupate per sé. Erano capaci di gratuità e di cura. Capaci di avere lo sguardo dell’amore e di intuire che quella vita perduta per il Padre e per gli altri, era una vita così piena da essere il segno di qualcosa di più grande di inaudito, della vita stessa di Dio. I loro gesti di tenerezza, la libertà di sprecare tempo e denaro per andare a ungere un morto sono i gesti che rivelano le dimensioni dell’affetto. Gesti così pienamente umani da divenire luogo del manifestarsi di Dio stesso. E la loro presenza è alle origini della nostra fede. Ancora non ci apriamo a comprendere e vivere ciò che questo può significare per la vita delle chiese, per la nostra fede. Nel racconto della passione il loro profilo è indicate con poche parole ma cariche di significati: lo seguivano e lo servivano. A loro è affidata la parola ‘Non abbiate paura’.

Quell’olio che portavano in quell’alba racchiude un segreto: è l’olio dell’amore che guarda oltre la morte, è l’olio della cura che racconta della speranza oltre ogni buio, è l’olio della vicinanza che sa vedere nel volto di un condannato lo splendore della vita in Dio. In quell’olio sta un po’ il segreto della Pasqua. Laddove la nostra vita diviene olio sprecato lì c’è una parola che si fa incontro. Non abbiate paura Non è qui nel luogo della morte.  Vi precede. Tutta la nostra vita può aprirsi a rincorrere a stare dietro a colui che sempre ci precede, che sta davanti a noi.

Alessandro Cortesi op

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