la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica di Pasqua 2012

At 10,34a.37-43; 1Cor 5,6b-8; Lc 24,13-35

(le immagini sono di Arcabas)

Emmaus è villaggio dell’incontro, e di incontri diversi. Due erano in cammino, in un cammino di delusione, di sfiducia e di allontanamento. E’ avvenuta la rottura della morte di Gesù: il sogno di seguirlo si è infranto. Davanti si ripresenta una quotidianità senza luce e senza sogni. Eppure almeno quei due si incontrano e camminano insieme.

Emmaus è il cammino del conversare: erano due e si interrogavano. C’è una lieve luce nella loro tristezza: la portavano insieme. Ne parlavano. Ed in questo loro discorrere uno sconosciuto si fa compagno del loro interrogarsi, si fa presenza tra le loro parole, quasi a dire che là dove c’è un dialogo la Parola si rende presente. Non lo conoscono: diviene terzo di un percorso in cui solo fa domande, e richiama a far memoria.

E ne nasce un racconto. Fa emergere una fiducia ed una vita per il momento solo ricordata con passione che si rinnova, ed è espressa con rimpianto, come cosa conclusa, per sempre, da lasciare nell’armadio dei ricordi e dei sogni falliti. Il racconto fa riporre al loro posto i tasselli della speranza, uno accanto all’altro, e le attese e le parole delle donne e quelle parole dei messaggeri, testimoni che affermano che egli è vivo. Sulle labbra dei due pellegrini tristi, inconsapevolmente, si fa spazio l’annuncio incredibile e che può aprire ad una vita nuova: egli è vivo, colui che hanno condannato a morte e hanno crocifisso. Il medesimo, egli è vivo.

Ed il loro compagno li guida allora a scorgere come quella presenza non appartiene al passato, non è voce incredibile di un’alba ancora buia prima del sorgere del sole: ma è incontro possibile, è storia nuova, al presente, che si fa esperienza di incontro e amicizia.

Cominciando da Mosè e dai profeti spiegò loro… Sono tolte le pieghe di una storia che è storia di promessa e di incontro,  non una storia di altri ma una storia che diviene la propria, in cui ci si scopre coinvolti. E la sua presenza inizia ad essere avvertita come importante: resta con noi, perché si fa sera.


Non solo le Scritture, come luogo in cui ritrovare la gioia dell’incontro, ma anche il gesto: lo spezzare il pane. Quel gesto compiuto tante volte non nella solennità del rito, ma nella quotidianità della condivisione, quando il pane non bastava per tutti e fu spezzato e distribuito, quando il pane era sui tavoli semplici delle case, quel pane spezzato a Gerusalemme nella cena, prima dell’arresto e del processo e della condanna.

Una indicazione per il loro presente e futuro. Spezzare il pane rimane ricordo dell’ultima cena ma si compie nel condividere il pane della propria esistenza facendone pane spezzato per altri nel servizio.

Allora si aprirono loro gli occhi. Credere che egli è vivo è esperienza di vedere con occhi nuovi: tutto attorno resta uguale ma tutto è visto in modo nuovo. Tutto sta sotto il segno dell’incontro e di una presenza. Ma ancora non basta: perché i due ritornano.

Ritornano a quella comunità che aveva camminato con Gesù, il profeta di Nazaret. Ritrovano gli undici e ‘narravano ciò che era accaduto per via e come l’avevano riconosciuto  nello spezzare il pane’.
E’ un incontro che non rende dei privilegiati, dei rinchiusi, ma spinge ad incontrare altri. Porta a scoprire  che anche altri, in modi diversi, hanno vissuto quel ‘darsi ad incontrare del Risorto’ che non è iniziativa loro, ma li ha sorpresi. Ed hanno visto i loro occhi aprirsi, per poter raccontare, per poter dire della via, per poter percorrere d’ora in poi altre e nuove vie. Per poterlo incontrare ancora là dove è spezzato e condiviso il pane, della parola, della vita, della quotidianità.

Alessandro Cortesi op

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