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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Pasqua di risurrezione – Omelia nella notte

At 10,34.37-43; 1Cor 5,6-8; Mc 16,1-8

Notte tra le notti

Questa notte ci parla di fuoco, di luce, di acqua, di olio… ci parla di vita che è più forte della morte. Ci parla di Gesù incontrato come il risorto, il vivente. E’ una notte di veglia e di liberazione. E’ come se fossimo noi ad essere liberati dall’Egitto in questa notte, fatti partecipi di quella storia che segna la nascita del popolo d’Israele. Ci pone sul crinale del rapporto con il popolo dell’alleanza, e ci rinvia alle promesse di Dio che mai sono state revocate. Ci pone in rapporto a Pesach, la festa del ‘saltare’ dell’angelo che saltò le case degli ebrei in Egitto, e ci fa vivere il memoriale di quella Pasqua e della Pasqua vissuta da Gesù che ha inteso la sua morte come dono fino alla fine.

Ma anche questa notte è un’eco della prima notte della creazione, e di tutte le notti segnate dal chiarore delle stelle, in cui Abramo e i credenti di ogni tempo, hanno scorto in bagliori di luci interiori e profonde il segno di una chiamata a partire. E’anche memoria della notte del passaggio del mare, dell’ingresso nel cammino verso la libertà dell’esodo, da non dimenticare, sempre da riprendere e rinnovare. E questa notte ci fa guardare alla notte ultima quando cielo e terra e tutta la storia, e le nostre speranze, e le fatiche e i dolori saranno presi e trasformati nell’ultima venuta del Signore nella gloria.

E’ anche una notte di annunci di gioia. Come dagli antichi amboni delle chiese romaniche a forma squadrata di sepolcro si innalzava la voce del diacono che cantava il canto di gioia dell’Exsultet così anche questa sera abbiamo cantato l’annuncio pasquale: ‘O meravigliosa condiscendenza del suo amore per noi…’. E abbiamo così raccolto l‘eco di quel misterioso annuncio accolto nel cuore dalle donne all’alba del primo giorno della settimana: ‘Non abbiate paura. Non è qui’

Dio nessuno lo ha mai visto, dice il IV vangelo, ma il Figlio, colui che era nel seno del Padre, colui che è divenuto carne, che ha condiviso la debolezza della nostra umanità fragile, lui ce lo ha raccontato. E ce lo ha raccontato nel gesto dello scendere, del cingersi, del lavare. O meravigliosa condiscendenza…

Gesù ci ha raccontato il volto di Dio come presenza capace di amare nel suo gesto dell’ultima cena: la lavanda dei piedi. Gesù ci ha parlato di un Dio che scende e si cinge per noi, per lavare i nostri piedi sporchi. E Gesù raccontandoci questo volto impensabile di Dio che non tiene nulla per sè ma si pone a servire ci dice anche cosa è stata tutta la sua vita. In questa notte ritroviamo la sorgente del nostro incontro con Gesù, il crocifisso che è risorto.

Notte solcata di luce

Lo stupore di questa notte è la meraviglia per la tenue luce del cero che solca il buio ed entra nella chiesa seguito dalle tante fiammelle  delle nostre candele. E’ un gesto che sintetizza la nostra vita. Prendiamo luce dalla vita di Gesù, dalla sua morte e risurrezione. Abbiamo ricevuto questo dono di luce nel battesimo e le fiammelle si dipanano come un piccolo rivo e poi come fiume. E la luce si comunica. Non è forse così la nostra vita?

Abbiamo ricevuto un dono di luce da qualcuno che è stato per noi testimone. Non solo qualcuno ha tenuto per noi in mano nel momento del battesimo quella fiammella, ma se siamo qui questa sera è perché c’è un dono di presenza che ci riporta a Gesù e che abbiamo scoperto in volti vicini e conosciuti. C’è al cuore della nostra vita qualcosa che non viene da noi e che abbiamo ricevuto da altri. E’ questa l’esperienza del credere che si affida alla debolezza della testimonianza.

Per questo possiamo dire grazie al Signore per tutti coloro che abbiamo incontrati come testimoni sulla nostra strada  e sono stati luce, capaci di trasmettere la bellezza dell’incontro con Gesù. Questo è il senso di tante letture che ci parlano nelle Scritture di Gesù stesso.

E possiamo anche scoprire che questa è l’esperienza umana di chi sosta a scoprire che nella propria esistenza ci sono luci di vita che provengono da altri e che fanno sorgere sentimenti di gratitudine, di dono e di stupore. C’è nell’esistenza qualcuno che spalanca orizzonti nuovi, che porta luce dove c’era buio, che offre significato.

Notte di buio e di luce

Eppure ancora il buio è presente nella nostra vita in tanti modi: ed è anche questa esperienza che accomuna tutti. Chi vive la malattia, chi una sofferenza forte, chi vive situazioni in cui il futuro si presenta come minaccioso e fonte di angoscia, chi ha lasciato il suo paese sperando in una vita migliore e si trova a fare i conti con vie che si chiudono davanti. In questa notte tante persone pensano con ansia e preoccupazione al loro lavoro, alla crisi che tocca in modo pesante i più deboli. E possiamo pensare al buio di chi vive in situazioni dove c’è la violenza, la malattia e la disperazione. Se la croce è il segno dell’uomo che produce morte, e dell’ingiustizia che condanna chi è debole e innocente, del male che ci schiaccia, la luce di questa sera è segno che la vita Gesù non è rimasta prigioniera delle forze del male, del buio, ma è fonte di luce. Ha attraversato il buio della morte portando quella luce che è l’amore che si offre, la vita di Dio, in ogni abisso.

Questa luce del cero pasquale che ha solcato il buio della notte ci parla di una luce che vince ogni tenebra, il buio dentro di noi e il buio attorno a noi. Non è una offerta di soluzione di problemi e di angustie, ma è dono di presenza. ‘Non vi lascerò soli’. Gesù non è nel luogo della morte: “Non è qui” è il cuore dell’annuncio pasquale.

Proprio la sua assenza, proprio il vuoto del sepolcro diviene luogo di un incontro nuovo e possibile senza la pretesa di rinchiudere la sua presenza dentro i nostri angusti confini. Il sepolcro vuoto è indicazione per un cammino. ‘Non è qui… vi precede’. Il sepolcro vuoto è quindi indicazione per non pretendere di avere in mano la sua presenza ma per inseguirla, per attenderla, per invocarla, là dove lui si fa vicino. Gli artisti hanno talvolta saputo esprimere questa presenza nuova nel vuoto dell’assenza, nel senso di gioia che apre porte e finestre e fa partire con un senso di presenza nel cuore, interiore che nessuno può portare via. Una assenza che diviene rinvio alla sua vita per trovare lì i criteri per il nostro cammino. Una assenza che ci sospinge a rileggere le Scritture per rintracciare nella storia di alleanza il significato più profondo della sua vita e della sua identità in rapporto al Dio amante e fedele.

E’ il crocifisso che è annunciato come il risorto. Da qui sorge la domanda: dove Gesù si fa vicino? dove si può incontrarlo vivente per noi? Possiamo anche noi incontrare Gesù risorto?

Il giovane che dà l’annuncio alle donne offre un’indicazione: “Vi precede in Galilea”. La Galilea è lo spazio di confine e marginale dove Gesù ha annunciato il regno di Dio, dove ha parlato in parabole, dove ha condiviso la mensa con gente per bene e irregolari. La Galilea  indica i luoghi in cui egli passava facendo del bene, accogliendo i malati e lasciandosi toccare dagli esclusi. La Galilea è luogo in cui Gesù ha accompagnato i suoi a rileggere la Scrittura e ha raccolto la sua comunità, dove ha parlato della sua via come quella di chi è venuto per servire. La Galilea ha i contorni di un quotidiano in cui l’apparente assenza di Dio diviene luogo di una ricerca per lasciarci trovare da lui e per incontrarlo oggi.

Notte attraversata da passi di donne

Questa notte è anche inizio di quel primo giorno della settimana, della visita delle donne con gli oli per ungere il corpo di Gesù. Le donne – ci dicono i racconti della passione – hanno seguito Gesù fino alla fine. Sono state le uniche a seguirlo mentre progressivamente tutti lo hanno abbandonato e non l’hanno capito. Il loro stare vicino a lui non aveva altri interessi, non erano preoccupate per sé. Erano capaci di gratuità e di cura. Capaci di avere lo sguardo dell’amore e di intuire che quella vita perduta per il Padre e per gli altri, era una vita così piena da essere il segno di qualcosa di più grande di inaudito, della vita stessa di Dio. I loro gesti di tenerezza, la libertà di sprecare tempo e denaro per andare a ungere un morto sono i gesti che rivelano le dimensioni dell’affetto. Gesti così pienamente umani da divenire luogo del manifestarsi di Dio stesso. E la loro presenza è alle origini della nostra fede. Ancora non ci apriamo a comprendere e vivere ciò che questo può significare per la vita delle chiese, per la nostra fede. Nel racconto della passione il loro profilo è indicate con poche parole ma cariche di significati: lo seguivano e lo servivano. A loro è affidata la parola ‘Non abbiate paura’.

Quell’olio che portavano in quell’alba racchiude un segreto: è l’olio dell’amore che guarda oltre la morte, è l’olio della cura che racconta della speranza oltre ogni buio, è l’olio della vicinanza che sa vedere nel volto di un condannato lo splendore della vita in Dio. In quell’olio sta un po’ il segreto della Pasqua. Laddove la nostra vita diviene olio sprecato lì c’è una parola che si fa incontro. Non abbiate paura Non è qui nel luogo della morte.  Vi precede. Tutta la nostra vita può aprirsi a rincorrere a stare dietro a colui che sempre ci precede, che sta davanti a noi.

Alessandro Cortesi op

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