la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Pasqua anno B – 2012

 

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

‘Vedere’ e ‘soffiare’ sono due verbi chiave del IV vangelo, che compaiono nei racconti pasquali. Due movimenti, si direbbe, due azioni proprie della Pasqua.

‘Soffiare’ è il primo gesto di Gesù, quando – dice Giovanni – ‘stette in mezzo ai suoi’ mentre essi erano riuniti, le porte chiuse e presi dalla paura. Chiusi perché rintanati e chiusi perché bloccati interiormente e impauriti.

‘Stette in mezzo a loro’ e offrì loro il primo dono della risurrezione, la pace. E’ solo la pace che può far uscire dalla paura e dalle chiusure. Poi soffiò su di loro. Stette in mezzo come era stato in mezzo ai due condannati insieme con lui. In mezzo, come centro di attrazione di una comunità che trova la sua ragione d’essere non in qualche tipo di gerarchia, ma nella presenza del crocifisso che attrae a sé. E’ il medesimo Gesù che si è chinato a lavare i piedi e aveva detto: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”.

‘Soffiò su di loro’. Attorno a lui si raduna una comunità che riceve come dono un soffio, un alito di vita. I credenti in Gesù dopo la sua risurrezione sono generati da questo soffio di vita che è il suo respiro: è soffio che ricorda e rinnova l’alito di Dio su Adamo, tratto dalla terra (Gen 2,7). E come nel giardino delle origini, così nel giardino vicino al sepolcro vuoto trova inizio una nuova creazione. E’ creazione di vita, è creazione che riprende il cammino di Adamo e lo apre ad orizzonti nuovi: è soffio che viene dal crocifisso e comunica Spirito santo.

In questo soffio si è rinviati all’ultimo gesto di Gesù sulla croce quando ‘consegnò lo spirito’. Nella sua morte Gesù porta a compimento una consegna totale di sé al Padre e all’umanità: consegna lo Spirito ai suoi, affida lo spirito come presenza. Sarà lui che guiderà alla ‘verità tutta intera’ – non una dottrina ma un incontro con Gesù che ha detto ‘Io sono la via la verità e la vita’ – in modi nuovi, più profondi, da scoprire nel cammino della storia. Il risorto affida colui che ricorderà, ma anche spingerà avanti e sarà consolatore e  guida. Lo Spirito è soffio di nuova creazione, affidato.

C’è poi il movimento del vedere: è movimento dei discepoli. C’è vedere e vedere, dice il IV vangelo. E il vedere ha a che fare con i segni. L’intero IV vangelo è popolato di segni: tutta la prima parte fino al capitolo 12 parla di segni. Poi nessun segno più, fino all’unico grande segno, il segno della morte di Gesù sulla croce. Tutti  segni orientati a quell’ora. E al mattino del primo giorno della settimana i segni del lenzuolo e delle bende piegati per bene. E poi il segno dei chiodi e delle ferite sul costato di Gesù in mezzo ai suoi incontrato vivente.

Ci sono segni cercati, talvolta richiesti con insistenza come riprova e come condizione del credere, segni eclatanti rincorsi da ricerche ambigue. E ci sono segni piccoli che devono essere visti con sguardo capace di leggerli. E’ questione allora non di grandiosità dei segni ma di vedere. Il IV vangelo sembra dirci che nella vita umana ci può essere un vedere che si ferma ai segni, che li cerca e non rimane appagato e soddisfatto di segni per quanto rilevanti essi siano. Ma c’è anche un altro vedere che si apre a scorgere, oltre i segni, la presenza di Gesù. Si apre al segno dell’amore che si china e si consegna. E così scorge i segni appunto come soglia per andare oltre. E c’è un vedere ulteriore di chi non vede eppure crede, perché si affida all’amore.

Tutti gli eventi della risurrezione di Gesù sono presentati con un’insistenza particolare sulla tematica del ‘vedere’. Maria Maddalena vede al mattino del primo giorno della settimana il sepolcro vuoto. E vide anche due messaggeri, e vide anche Gesù. Ma non riconosce. Non riesce ad aprirsi all’incontro con il risorto finché Gesù non la chiama per nome con la parola dell’amore: ‘Maria’. C’è il vedere di chi rimane fermo lì, chiuso nella ricerca di un passato ma non va oltre e come Maria deve essere accompagnata ad un vedere nuovo. E subito Maria vede in modo nuovo e riconosce. Anche Pietro – figura che sintetizza l’istituzione – vede i segni davanti a sé ma non riesce a leggerli. Il discepolo amato invece ‘vide e credette’. Vide i medesimi segni di Pietro, il sepolcro vuoto, il sudario piegato da parte con le bende. E vide e credette. Il discepolo che Gesù amava ha avuto uno sguardo con gli occhi spalancati dall’amore, da quel fidarsi che va oltre i segni.

E subito Giovanni annota: ‘Non avevano ancora compreso le Scritture’. C’è allora un vedere che passa attraverso un riandare alle Scritture e che può aprirsi al credere senza aver bisogno dei segni. E c’è un vedere che di fronte ai segni si apre al credere. Sa trovare le tracce anche laddove i segni sono ambigui e lasciano uno spazio vuoto, in cui aprire la ricerca. E’ anche la vicenda di Tommaso, il gemello: ‘se non vedo i segni…’ Quasi che i segni possano risolvere il percorso del credere. Il rischio è sempre quello di fermarsi ai segni e di non giungere ad un incontro personale con Gesù.

Ma Tommaso diviene esempio di ogni credente. Sì incerto e attardato, incapace di affidarsi, chiamato a passare dalla richiesta di evidenze, dimostrazioni e prove, ad un credere che si affida alla testimonianza. Come Tommaso anche noi non siamo a contatto con quei segni che Maddalena, e Pietro e il discepolo poterono vedere e da lì interpretare con la luce della fede come annuncio della presenza del Risorto, vivente, vicino.

Tommaso è nome del discepolo associato spesso al non credere. Si pensa a lui come incredulo bisognoso di segni. Eppure nel IV vangelo proprio Tommaso è colui che viene presentato come colui che ha capito dove conduce il cammino di Gesù, che ha compreso che questo cammino è da condividere ed è il primo a cui è posta in bocca la professione di fede che riconosce nel crocifisso con i segni della passione il Signore e il volto di Dio: ‘Mio Signore e mio Dio’.

Veramente dice Tommaso Gesù ci ha raccontato nella sua vita e nella sua morte il volto del Padre. C’è quindi un cammino del credere, talvolta lento, spesso faticoso.

Noi viviamo affidati al riandare alle Scritture e affidati alla testimonianza dei primi testimoni, ad un credere senza vedere: è la fragilità del credere come affidarsi a Gesù, alla sua parola che si radica nella promesse di Dio, e alla testimonianza. E’ un filo tenue e fragile che lega ogni esperienza del credere in una rete di relazioni, di affidamenti, di compagnia. Un credere fondato su null’altro se non sull’affidamento dell’amore. Non si può vivere come credenti nella solitudine di un privilegio. E’ uno stare nella relazione aggrappati a chi ha visto i segni, a chi è andato oltre i segni e con la sua parola ci regala il suo sguardo perché possiamo vivere nella beatitudine che chiude il IV vangelo: ‘beati coloro che pur non avendo visto crederanno’. E’ questa l’azione dello Spirito, è questa l’azione dell’amore: creare un vedere nuovo.

Nella nostra vita e nella storia non è cessato l’agire dello Spirito: il suo soffio guida e precede e rende ancora occhi nuovi per leggere i segni che ci sono dati, per valicare frontiere, per andare oltre ogni sistema di religione chiusa nella paura, per vivere la libertà dell’incontro con il Risorto.

Alessandro Cortesi op

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