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In difesa di un amico

 

Nelle ultime settimane in alcuni blog e siti si è scatenata una campagna, con radici lontane, di ostilità e critica nei confronti di Enzo Bianchi. I toni di questi interventi sono segnati da una aggressività particolare. La critica appare offensiva e a ben guardare immotivata nei confronti non solo dei suoi scritti e del suo insegnamento ma anche della sua persona.

Enzo Bianchi viene accusato di eresia nel non riconoscere la divinità di Gesù Cristo. E’ una accusa che si basa su di una lettura parziale e tendenziosa di suoi scritti e interventi. E sono prese di posizione che propongono una immagine di chiesa come luogo dell’esclusione e della caccia all’eretico.

Come osserva Christian Albini (nel suo blog Sperare per tutti): “Il punto è che in Bianchi si trova l’eresia solo se la si vuole cercare a tutti i costi, distorcendo il senso delle parole. Sembra che ci siano dei cattolici a caccia di streghe. Scrutano le parole e gli scritti di altri cattolici alla ricerca di errori da denunciare e condannare. Ergono tribunali improvvisati, senza averne peraltro titolo”.

Sappiamo dalla storia del cristianesimo come questo tipo di attacchi nascondano spesso letture preconcette, incapacità di cogliere istanze che stanno alla base di un lavoro teologico, incomprensione del linguaggio e delle forme espressive, oppure nascondano altre ragioni.

Spesso proprio la fatica di chi cerca di formulare e annunciare la comune fede in fedeltà all’ispirazione evangelica e in un linguaggio capace di incontro e di vicinanza alla sensibilità e alla cultura contemporanea si presta alle forme più dolorose di accusa, di ostilità quando non di emarginazione e delegittimazione.

Come ben osserva Massimo Faggioli (in “Europa” 12 aprile 2012): “Alcuni autonominatisi guardiani dell’ortodossia non tollerano che si parli ancora di Concilio Vaticano II, di laicità, di dialogo ecumenico. A Bose si rimprovera di non utilizzare come unico linguaggio specifico del cattolicesimo contemporaneo quello della teologia politica. La vera “eresia” di Bose, agli occhi dei volonterosi delatori, è aver capito che è sul piano del dialogo culturale con la società, e non sul piano della conquista dei pubblici poteri, che si gioca il futuro del cristianesimo e del cattolicesimo in modo particolare”.

Non penso che Enzo Bianchi abbia bisogno di difese per affermare la sua testimonianza di credente fedele a Gesù Cristo e alla chiesa di Dio e di monaco impegnato nel cammino dell’ecumenismo. Vorrei solo offrire una testimonianza personale. I testi, le riflessioni, i commenti esegetici e gli interventi di Enzo Bianchi sono stati sempre per me un importante riferimento, anche e proprio nell’insegnamento teologico. Ritrovo in essi una capacità di comunicare in maniera semplice, mai semplicistica, ciò che è frutto di approfondite ricerche nel campo dell’esegesi biblica e della teologia, ed una dimensione sapienziale che accompagna sempre il suo dire con la capacità di equilibrio tra apertura al dialogo e fedeltà al vangelo.

Si tratta di una testimonianza di quell’accoglienza della tradizione non come ripetizione ma come inserimento e sviluppo in una ‘tradizione vivente’, secondo la bella espressione cara a Yves Congar e Marie-Dominique Chenu. Enzo Bianchi coniuga un afflato di fede profonda e di fedeltà alla chiesa di Dio con l’apertura dialogica alle istanze del pensiero contemporaneo. La sua apertura sincera all’altro non è strategia ma autentico desiderio di ricerca comune.

Spiace cogliere come Enzo Bianchi, e con lui altri uomini e donne, servitori del popolo di Dio, siano osteggiati nel loro servizio, offesi e spesso emarginati. Ed è certamente da apprezzare lo stile evangelico di tutti coloro che in questa difficile stagione ecclesiale sanno mantenere contro l’aggressività e la critica ostile la fedeltà di un servizio e di un lavoro quotidiano e nascosto e la coerenza di una testimonianza mite.

Alessandro Cortesi op

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