la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Nel film ‘Corpo celeste’ (Alice Rohrwacher, 2011) c’è una interessante contrapposizione di due figure di ‘pastori’. Sono poste all’interno di un quadro che presenta lo svolgersi della vita di una città del profondo Sud italiano, Reggio Calabria, attraverso gli occhi di una bambina rientrata con la sua mamma dopo aver vissuto per dieci anni in Svizzera. Agli occhi di questa tredicenne si apre la visione della città e del suo degrado che lei osserva chiusa nella sua timidezza, senza pregiudizi ma in una realtà che verso di lei, verso il suo divenire adolescente rimane indifferente quando non ostile. E Marta osserva così l’ambiente parrocchiale ritratto nella sua artificialità e distanza. Il catechismo che Marta è invitata a seguire, per trovare un luogo di socializzazione e farsi amici, è presentato nel suo essere luogo di assorbimento e scimmiottatura degli elementi più superficiali e vani della cultura televisiva. Il vangelo ridotto a quiz, la catechesi condotta attraverso insignificanti e strazianti musiche modellate sui programmi della TV commerciale  – ‘Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta…’ è la canzone cantata su un palcoscenico indicato come ‘l’Isola dei cattolici’ – la cura spasmodica della preparazione della cresima come evento per far bella figura di fronte all’autorità ecclesiastica distante, fredda e insensibile.

Uno dei protagonisti del film è il parroco, don Mario, inserito in una logica clericale che lo mantiene assente rispetto ad ogni preoccupazione educativa, preoccupato di una sua personale carriera legata all’istituzione di cui appare un grigio funzionario. Per questo la sua attività di visita alle famiglie della parrocchia è assorbita dalla riscossione del denaro di affitti e dal procacciare voti per il partito politico locale da cui spera un appoggio. E’ una figura anch’egli vittima di un sistema fatto di apparenze ma vuoto, descritto nella sua preoccupazione di preparare grandi eventi in grado di mostrare la chiesa come istituzione forte e visibile – la processione, la festa della cresima con l’evento del nuovo crocifisso figurativo –.

A questa figura si contrappone quella di un anziano prete, rimasto solo in un paese disabitato dell’Aspromonte – ritratto nella inutilità di una situazione dimenticata – dove don Mario si reca per prendere il crocifisso. Una tra le scene più intense del film è quella in cui il prete anziano in un dialogo chiede alla bambina: ‘come pensi a Gesù? come Gesù dolce, magari con gli occhi azzurri, che sta per abbracciarti?’ La bambina rimane interdetta ed egli riprende: ‘Non è così; Gesù correva di qua e di là, lo chiamavano, si muoveva per curare, per guarire, per incontrare e pensavano che fosse matto’. Ed aprendo un vecchio libro consumato dall’uso le legge la pagina del vangelo in cui “i suoi familiari dicevano ‘costui è matto’”.

La pagina del IV vangelo che oggi ascoltiamo ci parla di Gesù come del ‘bel pastore’ e facilmente si presta a incomprensioni e a fraintendimenti. E’ bel pastore che poteva essere considerato fuori di sé proprio perché è pastore che dà la propria vita per le pecore. E’ una pagina che parla di Gesù, del volto di Dio che lui ci ha fatto conoscere e reca in sé una contestazione forte contro modalità di essere pastori che dimenticano di fatto la sua via, e fanno sì che la sua presenza si allontani – così come nel medesimo film ad un certo punto il crocifisso sbalzato dall’auto viene portato via dalle onde quasi a sottrarsi a riempire quello spazio che nella chiesa manifesta una assenza -.

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. La grande immagine del pastore è al centro di questa pagina. E’ un discorso sul volto di Gesù e sul volto di Dio. Ed è un discorso condotto in una opposizione tra il buon pastore e il mercenario. C’è una vena polemica che attraversa il discorso. E’ una polemica che contrappone il modo di essere capi e guide secondo modalità che contrastano l’annuncio biblico e il modo in cui Gesù interpreta il suo essere guida e capo.

Pastori erano infatti le guide d’Israele, quei capi politici e religiosi contro cui i profeti avevano indirizzato parole di fuoco. Ezechiele aveva rivolto un’invettiva contro i pastori che pascono se stessi e hanno fatto sbandare il gregge. “Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! … i miei pastori non sono andati in cerca del mio gregge – hanno pasciuto se stessi senza aver cura del gregge” (Ez 34,2.8).

A tale tradimento dei pastori è contrapposta una decisione di Dio stesso: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore…Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà loro pastore”. E’ Dio quindi il pastore; Gesù nelle sue parole assume questa promessa e si presenta come pastore che ‘conosce’. II senso della sua vita sta in questo ‘conoscere’, nell’incontrare personalmente e profondamente. E’ la via del dono di sé: il buon pastore dà la vita per le pecore.

Gesù assume quella promessa di aver cura, di accompagnare il popolo di Dio. Nei suoi gesti si riflette la prospettiva spalancata da Ezechiele: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”.

Penso che in queste parole di Gesù sia da cogliere la richiesta di volgere a lui lo sguardo come pastore, con l’attenzione a non confondere il discorso che riguarda lui e lui solo con quello che riguarda i pastori di ogni epoca e di ogni ambito.

Viviamo tempi in cui a diversi livelli si ripropone una logica clericale: la logica che vede gerarchie, caste, di privilegiati che sfruttano gli altri sottomessi e non si curano che il gregge sia disperso e impoverito. Non c’è attenzione a far sì che siano tenuti e promossi i legami che uniscono le persone le une alle altre in reti di relazione, di solidarietà, di attenzione reciproca. Viviamo un momento di progressivo sgretolarsi di legami a livello sociale mentre c’è chi approfitta in modo scandaloso di posizioni di privilegio e di responsabilità.

Ma c’è una logica clericale che non viene meno anzi si ripropone in forme nuove nella chiesa. Essere pastori diviene motivo di privilegio, di superiorità, di distanza rispetto al vivere quotidiano di tanti. Essere guide si connota più nel senso di presenza politica, del controllo, del giudizio, dell’imposizione di pesi insopportabili. E’ il profilo dell’autorità vissuta come dominio nei confronti delle sofferenze dei poveri, delle angustie di chi è in ricerca, della fatica di chi vive ferite e drammi interiori. E’ anche il modo di vivere la responsabilità di guida con senso di sufficienza, di indifferenza rispetto ai percorsi delle persone nella quotidianità e nella fatica del loro vivere. E’ il modo di vivere l’autorità come allontanamento e presa di distanza rispetto a chi invece è da custodire, da ascoltare e da accompagnare condividendo cammino e interrogativi.

In contrasto con i pastori che pascono se stessi ci sono tre caratteristiche del ‘bel pastore’. ‘Bello’, secondo la traduzione letterale, perché attrae e condivide. Gesù comunica la sua bellezza nell’essere uomo che fa propria la nostra umanità e ci rinvia a ricercare la sua bellezza nel volto umano. La sua bellezza si compie nel dono della vita. In queste accentuazioni Gesù parla di se stesso: il ‘bel pastore’ si prende cura innanzitutto; poi accompagna; infine ha lo sguardo rivolto a chi non è di questo recinto. Essere pastore implica un prendersi cura. La cura implica attenzione, immersione nella realtà. Non è opera di genere intellettuale, ma coinvolgimento nelle relazioni. Essere pastore è accompagnare, intendendo la responsabilità di guida come chiamata di compagnia.

Non solo ma “ho altre pecore che non provengono da questo ovile”. Il profilo di pastore che Gesù propone è quello di chi apre possibilità di relazioni nuove a chi non è all’interno di appartenenze stabilite, a chi è disperso, a “chi non proviene da questo recinto”. Un pastore che guarda oltre i recinti…

Alessandro Cortesi op

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