la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

A fine ottobre 2011, tra il 22 e il 23, una volontaria italiana, Rossella Urru, insieme a due collaboratori spagnoli, è stata rapita in un campo profughi Saharawi nel Sud dell’Algeria. Era lì per dire con la sua presenza solidarietà al popolo Sahrawi come coordinatrice di attività di una ONG per lo sviluppo dei popoli. Dopo più di sei mesi è ancora nelle mani dei suoi rapitori, una formazione di guerriglieri del Mali che si ispirano a Al Qaeda (Aqmi).

E’ una vicenda che colpisce per la situazione di angoscia che quella giovane sta provando in questo tempo così prolungato, per la violenza che si accanisce contro i più vulnerabili, contro chi vive concretamente solidarietà e vicinanza verso popoli segnati dalla privazione di diritti. Ma colpisce anche perché Rossella, come tanti volontari nel mondo, si era recata nel deserto del Sahara algerino nei campi profughi Saharawi, perché aveva scoperto una patria, una ‘casa’ più ampia della sua patria di origine. Aveva scoperto che poteva portare quanto aveva maturato nella sua casa per far sì che altri potessero ‘dimorare’ nella loro terra facendo esperienza di relazioni di solidarietà. Una donna uscita dalla sua casa per portare speranza di dimorare in pace ad un popolo in esilio, è stata privata della rete dei suoi affetti e costretta in condizione di prigionia. Una donna che ha deciso di ‘rimanere’ al fianco di un popolo tenuto lontano dalla sua ‘casa’, per costruire legami di speranza.

‘Rimanete in me…’ Dietro a queste parole di Gesù sta l’indicazione di una relazione profonda personale. Il rapporto con lui ha a che fare con il ‘dimorare’, con lo ‘stare a casa’. E la casa è luogo che ripara, difende, ma anche luogo in cui si cresce maturando giorno dopo giorno l’apertura a relazioni, diverse, ognuna originale e unica e da comporre insieme nella difficoltà di uscire continuamente da relazioni di possesso o univoche per vivere la bellezza e la fatica di rapporti plurali. E per uscire dalla casa e scoprire la fioritura della vita nel costruire dimore di relazioni.

Il dimorare non è solamente poter vivere sotto un tetto, ma è costruzione di rapporti in cui si impara a riconoscere e ad essere riconosciuti. Così si parla di una casa ‘calda’, non solo perché ha sistemi di riscaldamento efficienti, ma perché le parole pronunciate, i gesti compiuti, i pensieri, il tempo vissuto stanno sotto il segno del riconoscimento dell’altro. Ciò avviene non per generazione spontanea, ma accade quando si lascia spazio alle sorgenti più profonde della propria vita. Ognuno infatti è nato venendo fuori da una casa, da una dimora di relazione in cui è potuto crescere in un rapporto vivente. Così tutta la vita reca in sé una spinta ad uscire e farsi accoglienza e germogliare in incontri nuovi. Ciò avviene quando la presenza dell’altro viene riconosciuto e diviene importante.

Chi ha imparato a vivere vincendo le paure di fronte all’altro si apre a scoprire che si può essere ‘a casa’, e  sentirsi a casa custodendo quella dimora interiore anche sulle strade, anche quando si varcano soglie delle case degli altri, o quando altri giungono a bussare alla nostra porta. Maturare la consapevolezza e il senso del dimorare apre anche a scoprire che la dimora è chiamata ad essere luogo dell’ospitalità e il cuore, l’interiorità, può divenire casa di relazioni aperte e molteplici. Anche fuori della propria casa, sentendosi a casa là dove c’è la relazione, o dove essa non c’è e si deve costruire con fatica.

‘Rimanete in me’ è la parola al cuore del vangelo di oggi. Leggo in questo ‘rimanete’ innanzitutto la apertura di ospitalità della persona di Gesù. Aveva capacità, pur non avendo casa, di offrire casa a chi incontrava, ai suoi che si sapevano riconosciuti da lui, a coloro che da lui si recavano sapendo di poter trovare accoglienza e sostare con lui come chi sa che trova
dimora.  Entrare in questa relazione è scoprire quella casa in cui ci sono molti posti: “nella casa del Padre mio ci sono molti posti… Io vado a  preparavi un posto”. C’è posto per la nostra vita nel cuore di Dio. C’è accoglienza e non esclusione. Il venire di Gesù per tutti – e la sua vita è stata una testimonianza della sua condivisione aperta a coloro che erano tenuti fuori delle case e delle città, emarginati e da evitare – esprime questi orizzonti nuovi in cui scoprire un volto di Dio che fa dimorare, che costruisce dimora. Ma è così anche delle nostre comunità o proprio questo tesoro è del ‘rimanere’ come smarrito?

Gesù chiede ai suoi di ‘rimanere in lui’ perché nella sua vita c’è una dimensione profonda che offre come dono: il suo dimorare nel Padre. La sua esperienza umana è segnata dal suo rapporto unico e particolare di legame con il Padre che chiama Abba’. Per questo Gesù chiede ai discepoli di rimanere in lui. E’ un rimanere che si comunica. Ed è in vista di un fiorire, di un germogliare alla vita.

Nel Primo testamento nel segno della vigna sono posti insieme diversi elementi: da un lato la cura appassionata, la fedeltà amorosa e la vicinanza di Jahwè, il Dio della promessa e della benevolenza che ha cura e coltiva la vigna metafora del popolo d’Israele; d’altro lato questa immagine porta con sé il rinvio all’infedeltà, alla dimenticanza ed alla durezza di cuore di coloro a cui Dio offre la sua alleanza.

Dio degli eserciti, volgiti,  guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16).

Gesù dice: ‘Io sono la vera vite’. La vite passa da essere rinvio ad Israele ad indicare la presenza stessa di Gesù. Gesù è pienamente inserito nella vicenda di Israele, fa propria la vicenda di tutto un popolo e si pone come termine di riferimento di tutte le promesse di Dio.  La vera vite è lui e nella metafora si coglie la sua vicenda personale ma anche la dimensione comunitaria, di comunicazione di vita che da lui trae origine.

Seguire Gesù implica entrare in un rapporto, in un ‘dimorare’ che è coinvolgimento dell’esistenza. Non chiude ma apre orizzonti ancora inesplorati. In fondo l’importante nella vita è la tessitura di relazioni in cui altri possano scoprire di essere a casa. E’ questo il germogliare dell’esistenza e la sua possibilità di portare frutti.

La testimonianza di Cristo e del vangelo oggi ci giunge da tanti che hanno lasciato germogliare nella loro vita parole di Gesù che non sono proprietà esclusiva di nessuno, ma portano frutto lì dove trovano accoglienza e divengono vita: “se le mie parole rimangono in voi porterete molto frutto…”. Ed anche le comunità cristiane che altro dovrebbero vivere oggi se non questa serena apertura ad aprire spazi perché le parole di Gesù rimangano, a creare luoghi in cui chi è escluso e senza patria e senza riconoscimento possa sentirsi accolto? E tutto ciò senza tante altre preoccupazioni?

Alessandro Cortesi op

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: