la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VI domenica di pasqua – anno B – 2012

At 10,25-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

Domenica scorsa l’immagine della vite. Nei discorsi di addio di Gesù torna l’insistenza sul ‘rimanere’. E al cuore delle parole di Gesù l’amore. Il volto di Dio come Padre che ama. La missione di Gesù come esistenza donata per gli altri. L’identità dei discepoli centrata sulla chiamata ad amare ‘come io vi ho amati’. Ed infine una parola sulla gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Sono tutte parole che affascinano perché fanno risuonare attese profonde del cuore umano e presentano un modo di vivere che se realizzato apre veramente un altro mondo possibile. L’attesa di amore, la scoperta che siamo preceduti da una presenza che chiama e sceglie. “Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi”. La nostra vita non è lasciata alla solitudine e alla dimenticanza ma c’è qualcuno che ci ha chiamati e amati. E ci è chiesto non altro se non aprirci a ricevere e scoprire questa gratuità fontale e a rimanervi. Non è ‘conquistare’ o ‘afferrare’ la prima parola della nostra vita, ma ‘ricevere’ e ‘accogliere’: aprirsi ad un dono che precede e si offre. Un dono di presenza e di incontro. C’è la precedenza di un dono che scardina ogni pretesa di costruzione o di attività. E’ vangelo, ‘bella notizia’, di gioia: offerta di una dimensione in cui scoprirsi accolti benevolmente, non trattati da schiavi o disprezzati. Sta qui la radice di quella dignità che è presente in ogni persona e che Gesù accompagna a riconoscere. Questo riconoscimento apre ad una gioia che si connota come scoperta di un fiorire dell’esistenza nella relazione. La gioia è il sentimento degli amici. E poi c’è lo stupore per la fecondità possibile di amore che sta dentro alla nostra vita: “vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga…”. La promessa di portare frutto è apertura alla fiducia. Anche nelle esistenze più segnate dalla fatica e dall’incapacità c’è possibilità di fecondità, c’è dono di incontro, c’è apertura al futuro.

Eppure tutte queste sono anche parole che si scontrano con l’incapacità di amare nella gratuità, con l’esperienza dell’amore tradito, con la percezione dell’amore che nasconde egoismo, forme sottili di dipendenza e pretese di dominio. Si scontrano anche con una predicazione dell’amore che non ha una traduzione concreta visibile e che rimane parola stanca e vuota.

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Abbiamo scambiato e scambiamo la chiamata a fare comunità con una vita che è segnata dalla mentalità dell’efficienza, dalle logiche della distanza tra superiore e suddito, soprattutto segnate da un clericalismo insopportabile. Le parole dell’amicizia rimangono relegate o ad un intimismo che ne banalizza lo spessore, o cancellate dall’orizzonte di una vita comunitaria ridotta ad una divisione di compiti e funzioni, senza più respiro di sincerità, di fiducia, di certezza nell’essere accolti che è il cuore dell’amicizia.

Le parole del vangelo aprono orizzonti e fanno respirare aria diversa: ma è percezione comune a tanti che il vangelo rimanga ingabbiato in modalità concrete di strutture ecclesiali, di stili di vita, di scelte da parte di chi ha ruoli di responsabilità che lo soffocano anziché lasciare che la parola faccia il suo corso nell’aprire a sempre nuove e inedite conversioni.

Penso tuttavia che in questo tempo un’operazione faticosa ma sempre più ineludibile sia quella di ricercare le tracce del vangelo  là dove sono, nei percorsi al di fuori, là dove lo Spirito precede e apre a scoprire che ‘Dio non fa preferenze di persone’… E’ la scoperta di Pietro che si converte al vangelo: “chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto come noi lo Spirito santo?…”

E lo Spirito soffia. Dove c’è l’amore di chi fa della sua vita un dare se stesso facendo diventare il nemico amico, lì c’è epifania di un amore che viene da Dio.  E apre il cuore e spalanca a percorsi nuovi e fa respirare aria fresca.

A Giaffa, il luogo della fuga del profeta Giona, Pietro ha una visione con l’invito di una voce celeste. Ed è raggiunto da alcuni inviati da parte di un centurione, un pagano di Cesarea, uomo pio e timorato di Dio. Questi eventi spingono Pietro a muoversi, a recarsi nella casa del pagano Cornelio. Inizia così un cammino nuovo per Pietro e per le chiese. La preoccupazione per la separazione dagli impuri, la cura per non contaminarsi, così forte nella concezione religiosa di Pietro, viene meno nel suo incontro con Cornelio che lo accoglie andandogli incontro. Pietro riconosce innanzitutto che c’è una comune umanità che lo lega a Cornelio: anch’io sono un uomo come te’.  Scopre che se anche ‘non è lecito che un ebreo stia con un pagano’ Dio in quell’occasione gli sta facendo intendere che non si deve evitare nessun uomo come impuro: anche i pagani, considerati impuri sono chiamati all’incontro con Cristo.

Nel suo discorso ci sono le linee del primo annuncio della fede cristiana dopo la Pasqua. Al centro sta la proclamazione di Gesù di Nazareth: egli è passato dovunque facendo del bene e guarendo… lo uccisero mettendolo in croce, ma Dio lo ha fatto risorgere il terzo giorno. Pietro ricorda anche che nel suo nome proviene per chiunque crede il perdono dei peccati.

Mentre Pietro parlava lo Spirito scende sui pagani. Il testo degli Atti insiste sulla presenza dello Spirito santo che caratterizza la vita delle prime comunità: dono della pasqua è il suo soffia che ‘non sai di dove viene  dove va’ eppure guida e chiama dall’interno delle vicende umane. E questo incontro di Pietro e Cornelio è una pagina centrale negli Atti degli apostoli, chiave di volta di tutto lo scritto. Una pagina che narra la novità dello Spirito. E’ lo Spirito che conduce a superare la separazione tra il puro e l’impuro. E’ lo Spirito che apre all’incontro. Le visioni stesse sono i suggerimenti dello Spirito che irrompono nella quotidianità. Luca intende dirci che nella vicenda quotidiana è all’opera lo Spirito santo, per vie non racchiudibili entro schemi prefissati, che comunicano l’inatteso del disegno di Dio. E’ all’opera e precede. Sta tra chi ancora non ne riconosce l’azione silenziosa e spinge i credenti ad aprirsi a modi più autentici di vivere la fede. A non ridurla a costruzione umana. Il discepolo è chi rimane in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce. E lo Spirito precede: è all’azione in Cornelio – pagano e al di fuori delle appartenenze religiose – e discende su di lui e su tuta la sua famiglia nel momento in cui la testimonianza di Pietro su Gesù è comunicata.

Questo episodio è sovente presentato come la vicenda della conversione di un pagano, Cornelio, che con tutta la sua famiglia accoglie l’annuncio di Gesù nella sua vita. La parola di Pietro non fa altro che confermare e riconoscere un’azione dello Spirito che scende sui pagani suscitando lo stupore degli ebrei. E Pietro dovrà giustificare tale sua scelta. Certamente qui è descritta l’esperienza della prima comunità cristiana, dell’adesione alla fede di credenti provenienti dal paganesimo. Un segno della portata universale dell’evento della pasqua come dono di vita e di liberazione per tutti, senza esclusioni e senza separazioni.

Ma l’episodio è anche il racconto di una conversione sempre da attuare nelle chiese. Racchiude infatti un messaggio profondo che la narrazione comunica: è il passaggio della conversione di Pietro. Pietro chiuso negli schemi dell’opposizione del puro e dell’impuro, proprio nell’andare incontro, nell’entrare nella casa dell’altro, nel superare la distanza e la diffidenza, scopre che lo Spirito agisce in modo creativo, e sempre precede. E’ lo Spirito che apre e invita a non rinchiudere la parola del vangelo entro i ristretti confini di una religione fatta di prescrizioni e di decreti.

Conversione di Cornelio, apertura dei giusti e dei pagani al dono del vangelo; conversione di Pietro, richiamo alla continua conversione da vivere nel dialogo e nel non considerare impuro quello che Dio ha reso puro con la morte e risurrezione di Gesù. Tra queste conversioni si situa il nostro cammino  anche oggi.

Alessandro Cortesi op

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