la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Ascensione del Signore

At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

Il vangelo di Marco finisce bruscamente. Le donne recatesi al mattino il primo giorno della settimana al sepolcro di Gesù, dopo aver ricevuto l’annuncio di ‘un giovane’ che dice loro ‘Non abbiate paura, voi cercate Gesù nazareno, il crocifisso. Non è qui…’ fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di spavento e di stupore.

L’aggiunta di una pagina finale probabilmente redatta nel II secolo tende a mitigare il silenzio con cui finisce il vangelo. In qualche modo cerca di superare la paura e lo stupore che sono le ultime parole dello scritto di Marco. Per questo è un vangelo che fa difficoltà: parla della fuga dei discepoli e dell’affidamento di  un annuncio alle donne, incaricate di dire ai discepoli e a Pietro, ‘egli vi precede in Galilea…’. Una missione affidata alla cura delle donne. Un rinvio a Gesù che precede. Il ricordo della Galilea che è terra di confine, terra di periferia e di pagani…

La finale lunga di Marco esplicita così alcuni motivi della missione e riporta quanto Luca invece presenta due volte come narrazione nella sua opera: “dopo aver parlato con loro fu elevato in cielo”. Gesù nella sua Pasqua è elevato, portato in alto. Qui sta il nucleo di significato dell’ascensione, festa tutta centrata sull’evento pasquale e che parla di Gesù, dell’umanità, della chiesa e della speranza.

L’ascensione ci parla innanzitutto di Gesù. E’ una ripresa dell’annuncio di Pietro (At 3,14): il santo e il giusto colui che voi avete crocifisso Dio lo ha innalzato alla sua destra (At 2,33). Gesù è innalzato alla destra. L’ascensione riguarda l’identità di Gesù: non è da dimenticare che l’innalzato nella posizione che spetta al re, ‘seduto alla destra’, è il medesimo che nella sua vita ha vissuto un abbassamento. Gesù è innalzato proprio perché è disceso e ha fatto della sua esistenza dono e servizio. Uno dei primi innni delle comunità cristiane ha espresso con grande forza questo duplice movimento: innalzato, elevato dal Padre proprio perché nella sua vita si è abbassato, ha fatto della sua vita un servizio fino alla morte. “per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,9). E sarà poi il IV vangelo ad approfondire il grande orizzonte della discesa e dell’ascesa vedendo in Gesù colui che è disceso dal Padre e al Padre risale (Gv 16,28). Disceso a servire lavando i piedi ai discepoli nel gesto dell’amore che si piega e prende tutta l’umanità e innalzato sulla croce che paradossalmente è momento di elevazione di attrazione proprio perché svelamento del volto di Dio come amore che si dona senza riserve.

Ma l’ascensione parla di Gesù anche perché ci dice che il suo corpo è ora presso il Padre, alla sua destra. Gesù porta con sé nella comunione in Dio tutto l’umano. In questo senso c’è un legame fortissimo tra quello che si celebra a Natale e l’ascensione. Lo esprime bene la liturgia bizantina che canta: “Tu che senza separarti dal seno paterno, o doclissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre. per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini”

E’ questo un messaggio di speranza per noi: l’umanità che noi siamo, tutto l’umano che compone la nostra vita è orientato ad una pienezza di vita, ad entrare in comunione con Dio oltre il male e la morte. Gesù elevato alla destra del Padre ci parla della speranza per la nostra umanità che ha condiviso con noi. Nel cammino di Gesù  possiamo rileggere il senso del cammino della nostra vita.

L’ascensione ci parla anche della chiesa: ‘andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura’. Il tempo che si apre è tempo di assenza. Gesù non è più visibile, non può più essere incontrato come l’hanno incontrato i testimoni che l’hanno seguito sulle strade della Galilea. Ma questa assenza apre ad una presenza nuova. Gesù affida ai suoi di continuare i suoi gesti, di annunciare il vangelo al cuore della sua esistenza. Il compito dei discepoli sarà quello di lasciare spazio alla sua compagnia. “predicarono dappertutto mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”. Gesù li invia a continuare quanto egli ha vissuto, l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) e la testimonianza di segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). ‘Vedere’ i segni implica aprirsi ad uno sguardo della fede che porta ad interpretare la storia stessa alla luce della risurrezione. C’è d’ora in poi una presenza silenziosa che è il crescere della Parola, e i segni che il Signore offre. Ai discepoli sta il compito di continuare a seguire e di continuare a credere. In tal senso comunicare il vangelo implica un radicale affidamento a colui che è soggetto primo della loro missione: è il Signore che agisce e richiede la fede dei suoi per poter offrire segni della sua presenza. Non chiede loro particolari progetti di evangelizzazione: li chiama  ad essere solamente affidati a lui e continuare a seguirlo.

L’Ascensione ci parla anche del rapporto tra Gesù e il dono dello Spirito: Gesù elevato in alto è colui che fa discendere lo spirito. E’ ancora la liturgia bizantina che rimarca questo aspetto: “Il Signore è asceso nei cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall’eternità, nel suo seno, dimora. Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”.

Il dono dello Spirito è rinvio ad incontrare la presenza di Gesù nella storia. La vita del comunità del tempo non deve stare nell’atteggiamento di chi si fissa a guardare il cielo. Piuttosto è rinviata a  rivolgere attenzione e cura alla terra, a divenire responsabile del tempo e nel tempo dato, non sognando un altro tempo o altre condizioni, accogliendo le spinte dello Spirito. Il dono dello Spirito apre all’essere responsabili del vangelo e capaci di camminare in questa via di incontro nell’attesa di un compimento che verrà ma che è già dato ora come comunione.

Il ‘salire’ di Cristo appare come un abbandono e un’assenza, ma in profondità è una convocazione ed apertura sul tempo che si apre: un tempo abitato in cui scorgere le sue chiamate e la sua presenza che precede, un tempo in cui non farsi seguire ma in cui scoprire il seguirlo: seguire lui che ci precede.

C’è una ulteriore dimensione dell’evento dell’ascensione: l’orizzonte che apre all’attesa e alla speranza. E’ quanto viene espresso nella preghiera di colletta che evoca il rapporto profondo tra Cristo capo e la chiesa come corpo del suo Signore che attende di partecipare con Lui e in Lui  alla comunione e alla gioia nella vita per sempre: “Esulti di santa gioia la tua chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, perché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria”

A conclusione vorrei riprendere alcune espressioni di Jon Sobrino che sintetizzano una spiritualità nell’orizzonte dell’ascensione: “in quanto la fede è un camminare con una prassi per far scendere dall croce le vittime, la teologia è  intellectus amoris. In quanto la fede è un camminare con la speranza che Dio faccia giustizia e il carnefice non trionfi sulla vittima, la teologia è intellectus spei. In quanto la fede è un non poter smettere di camminare perché qualcosa anteriore a noi, ci muove a farlo (‘nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo’: Ger 20,9), la teologia è intellectus gratiae. (…) Il cristianesimo, se si vuole usare questo linguaggio, è ‘una religione del camminare nella storia’ (…) molte altre cose si potrebbero dire sull’identità cristiana nel nostro tempo, ma forse bastano due: ricordare ciò che è importante, senza banlizzarlo, ora che il nuovo sembra ricacciarlo nell’oblio (…), e camminare con l’ostinazione della speranza, che c’è una meta, senza banalizzarlo, trasformandolo in vagare. A questa parbaola viva che è Gesù Cristo, in ultima analisi si può dare soltanto una risposta personale… Ma il coraggio maggiore proviene da chi incoraggia con la sua vita reale, chi oggi assomiglia in vita e in morte a Gesù. Egli è il cammino di Dio in questo mondo di vittime e di martiri, ed è il cammino verso il Padre e il cammino verso gli esseri umani, soprattutto i poveri e le vittime di questo mondo” (Jon Sobrino, La fede in Gesù Cristo, Cittadella, 552-553).

Alessandro Cortesi op

 

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