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Vaticano e dintorni

In riferimento alle vicende che hanno scosso in questi giorni il Vaticano vorrei riprendere due articoli di Luigi Sandri, vaticanista e già inviato dell’Ansa, che non si fermano al gossip da romanzo giallo e che ricostruiscono con ordine e chiarezza la situazione. Mi sembra che in essi siano evidenziati elementi importanti per dare un’interpretazione di eventi che sconcertano soprattutto tutti coloro che vivono l’esperienza della fede e la vita ecclesiale nel desiderio di seguire Gesù e di partecipare ad una comunione di persone che imparano ogni giorno a seguirlo, ben lontani dal pensare la chiesa come una struttura di potere e di finanza che appare ben lontana dallo spirito evangelico.

Mi sembra importante la breve nota del card. Martini apparsa sul Corriere della Sera del 27 maggio: “La Chiesa, dopo le notizie di cronaca di queste ore che parlano del «corvo» in Vaticano, deve con urgenza recuperare la fiducia dei fedeli. (…) Lo scandalo ha sempre una natura triplice: c’è chi lo riceve, chi lo fa, chi ne approfitta; ma la Chiesa può guardare oltre e leggere in senso positivo quanto è emerso. La Chiesa perda i denari, ma non perda se stessa. Perché quanto è accaduto può avvicinarci al Vangelo e insegnare alla Chiesa a non puntare sui tesori della terra. (Matteo 6, 19-21)”.

Queste parole possono essere accostate alle osservazioni di Aldo Valli apparse su Europa del 29 maggio:

“Le domande sono di portata radicale. Perché il papa deve essere capo di stato? Perché il Vaticano deve avere una banca? Perché il successore del pescatore Pietro deve essere al centro di un sistema di potere? In Vaticano sono ore drammatiche. Mentre il povero Paoletto è in carcere, pesce piccolo catturato senza troppe difficoltà, diversi schieramenti si affrontano e si osservano. Perché anche tra i corvi non tutti sono puri di cuore e c’è chi vuole utilizzare la situazione per altre trame di potere. Finora la Santa sede sta reagendo nel modo più sbagliato. Con i gendarmi e il silenzio. Lo si è visto domenica in piazza San Pietro. Quando è arrivata la marcia per Emanuela Orlandi, persone insospettabili si aggiravano per osservare e fotografare. Come se i partecipanti alla manifestazione fossero malfattori da schedare. E il papa, che avrebbe potuto dire una parola come padre su una sua giovane cittadina scomparsa nel nulla e una famiglia distrutta dal dolore, è rimasto zitto nel giorno dedicato allo Spirito santo”.

Hans Küng in un’intervista a Repubblica del 28 maggio, offre una lettura da cui emerge come questi eventi siano sintomi di una crisi profonda dell’istituzione ecclesiale che esigerebbe una riforma della Chiesa da lui prospettata e presentata in un libro di recente uscito anche in Italia:

“Tutti questi eventi mi appaiono come sintomi della crisi di un sistema intero nel suo complesso. Io parlo del sistema della curia romana, del sistema romano delle cui caratteristiche negative soffre la Chiesa cattolica tutta, nel mondo intero. E naturalmente questi eventi contemporanei danno l  ́impressione di una incapacità papale. Di avere a che fare con un pontefice incapace. Su questo ho appena scritto un libro, Salviamo la Chiesa, in Italia sta per uscire (è già pubblicato da Rizzoli ndr.). Quel che mi sta a cuore è approfondire la problematica dell ́indispensabile riforma della Chiesa”.

Qui di seguito due articoli di Luigi Sandri pubblicati in ‘Trentino’

“Guerra aperta nei gangli economico-finanziari della Santa Sede. Infatti, improvvisamente, ieri sera il professore Ettore Gotti Tedeschi è stato “sfiduciato” dal Consiglio di sovraintendenza dello Ior (l’Istituto per le Opere di religione, la “banca” vaticana), di cui era presidente. Interpellato dalle agenzie in merito alla clamorosa decisione, l’interessato ha detto: “Preferisco non dire nulla, altrimenti dovrei dire solo brutte parole”.

E’ troppo presto per conoscere le reali motivazioni di questo evento inaspettato. Si può dire, comunque, che esso si inquadra nel clima di aspri contrasti, ai vertici vaticani, sul come gestire le attività economiche e finanziarie dello Stato della Città del Vaticano, e della Santa Sede, e sul come rendere operative le norme di trasparenza annunciate ma, secondo molti, non totalmente attuate. E, sullo sfondo, probabilmente vi è un contrasto tra lo Ior e la Segreteria di Stato, guidata dal cardinale Tarcisio Bertone, classe 1934, o, più probabilmente, tra alcuni dirigenti della “banca” vaticana” e alcuni personaggi di primo piano delle gerarchie ecclesiastiche, o, ancora, per laceranti dissidi interni sia al Consiglio di sovraintendenza che alla Commissione cardinalizia di vigilanza, presieduta da Bertone.

Si riapre così una questione che la Santa Sede aveva sperato di chiudere quando, nel 2009, aveva scelto – e la decisione era stata soprattutto del Segretario di Stato – Gotti Tedeschi alla guida, diciamo così, dello Ior. Questo anomalo Istituto – più che una banca, infatti, è una fondazione – fu creato da Pio XII nel 1942, riordinando una materia che per certi aspetti risaliva a Leone XIII, a fine Ottocento, e per altri a Pio XI. Ignoto alla gente comune, lo Ior divenne famoso in Italia quando, nel 1982, fu accusato di essere implicato nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il banchiere che, fin che visse – nel giugno dell’82 fu “suicidato” – sempre affermò che l’indebitamento del Banco era dovuto al fatto che lo Ior, il cui presidente allora era monsignor Paul Marcinkus, gli doveva ingentissime somme; “dovere” di restituzione sempre negato dalla Santa Sede. Ma Calvi aveva degli intrecci affaristici con la “banda della Magliana” nella quale stava emergendo Enrico De Pedis, detto Renatino; il gruppo voleva dunque che Marcinkus “restituisse” i denari e, non ottenendoli, nel giugno del 1983 avrebbe (il condizionale è d’obbligo: la magistratura sta ancora accertando, e le testimonianze in merito sono contraddittorie) rapito Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente vaticano, per ricattare lo Ior e avere i pretesi denari.

Questo “giallo” è tornato di attualità perché il 14 maggio scorso le autorità italiane hanno aperto la tomba di De Pedis che si trovava nella cripta della basilica romana di Sant’Apollinare (e a tutt’oggi ci si domanda come poté il cardinale Ugo Poletti, allora vicario di Roma, permettere che il boss di una organizzazione malavitosa, assassinato nel 1990, fosse sepolto in una chiesa), e ciò al fine di verificare se si potesse sciogliere l’enigma, finora irrisolto, della fine della povera Emanuela.

Ma, tornando agli anni Ottanta, Marcinkus, per decisione delle autorità vaticane, non poté essere interrogato dalle autorità italiane che indagavano sul crack dell’Ambrosiano e sulle eventuali responsabilità dello Ior nella vicenda. Una politica “opaca” che sollevò allora molte perplessità per una decisione infine presa da papa Wojtyla.

Giovanni Paolo II, comunque, nel 1990 diede una nuova configurazione allo Ior, nella speranza – sottesa – che vicende come quelle legate a Marcinkus non si ripetessero mai più. Pare invece che, anche dopo la “riforma”, lo Ior abbia facilitato l’arrivo… dall’Italia, di importanti somme di denaro di assai dubbia provenienza. Chiamando allo Ior Gotti Tedeschi il Vaticano pensava di avere finalmente dato una svolta; ma, se così fu, e così (dall’esterno) sembrava essere, ci si domanda che cosa significhi l’affermazione del comunicato vaticano di ieri sera: quello al presidente è stato “un voto di sfiducia, per non avere egli svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio”. Nei prossimi giorni ne sapremo di più. E’ certo, comunque, che questa vicenda è un nuovo tassello che avvelena il clima del pontificato in atto”.

Luigi Sandri in “Trentino” – 25 maggio 2012

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“Sono venuti a galla, in questi giorni, “misteri” o “segreti” del Vaticano, su vicende recentissime, o inglobanti gli ultimi tre decenni, che hanno per molti aspetti i risvolti di un romanzo giallo. Qui, però, non ci interessa occuparci di questa cronaca pruriginosa ma, se possibile, inquadrare alcuni dei problemi nodali che fanno da sfondo a queste vicende.

Il 14 maggio la magistratura italiana ha deciso la riapertura, nella cripta della basilica romana di Sant’Apollinare, della tomba di Enrico De Pedis, detto Renatino, boss della banda della Magliana (gruppo mafioso che prendeva il nome da un quartiere di Roma ove aveva la sue radici), assassinato nel 1990. Qualche persona aveva infatti affermato: “Se volete sapere la verità su Emanuela Orlandi, cercate nella tomba di De Pedis”. La ragazza, figlia quindicenne di un dipendente del Vaticano, era scomparsa a Roma nel giugno 1983: e, sempre secondo voci e testimonianze (tutte da verificare), la citata banda avrebbe rapito Emanuela per ricattare lo Ior (Istituto per le Opere di religione, la “banca” vaticana). Nel 1982 vi era stato il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, “suicidato” a Londra; fallimento causato, secondo l’accusa, anche al fatto che monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior, non intendeva restituire a Calvi denari che questi riteneva dovutigli; e la banda, collegato in qualche modo al banchiere, avrebbe così perso ingentissime somme.

La magistratura ha accertato che nella tomba vi erano effettivamente i resti di Renatino, ma, a quanto per ora si sa, nulla che rinviasse ad Emanuela. E allora? Un fatto, comunque, è certo: monsignor Pietro Vergari, e il cardinale Ugo Poletti – al tempo l’uno rettore del sant’Apollinare e l’altro, ormai defunto, Vicario di Roma – diedero il permesso, richiesto dai familiari del morto, di seppellire De Pedis nella cripta di quella basilica: un onore che, frequente nei secoli andati, nel Novecento era diventato rarissimo. Le autorità ecclesiastiche, si viene a sapere, ritennero che Renatino era stato “un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica”. Domanda: stante il “curriculum” del boss, ai prelati non venne un prudente dubbio sull’origine dei soldi di quel “benefattore”? Vergari – iscritto adesso dalla procura di Roma nel registro degli indagati, ma come “atto dovuto” – ha ribadito la correttezza della sua azione di un tempo, e aggiunto di “non avere nulla da nascondere”. Al di là dell’aspetto legale della vicenda, che spetta ai magistrati investigare, qualcosa stona nella vicenda, e fino a che non sarà data risposta convincente al perché di quell’improvvida autorizzazione, è vano lamentarsi per le voci  che adombrano legami infamanti per le gerarchie ecclesiastiche.

Di tutt’altro genere sono gli interrogativi provocati da documenti riservati che, dai piani alti del Vaticano, da cinque mesi ogni tanto escono sulla stampa e che ora, insieme ad altri, sono raccolti in “Sua Santità”, un libro di Gianluigi Nuzzi. Un comunicato della Sala stampa della Santa Sede, il 19 maggio, affermava: “La nuova pubblicazione  non si presenta più come una discutibile – e obiettivamente diffamatoria – iniziativa giornalistica, ma assume chiaramente i caratteri di un atto criminoso». Le decine di documenti, la cui veridicità il Vaticano non ha smentito, sono stati fotografati o fotocopiati da uno o più personaggi, non sappiamo se laici o ecclesiastici, che hanno adito alle stanze più segrete del Palazzo apostolico e della Segreteria di Stato. Questi personaggi, apprendiamo, hanno avuto una crisi di coscienza, e per salvare la Chiesa romana da una fine ingloriosa, hanno deciso di violare la riservatezza propria del loro ufficio, e, perché la Chiesa sappia, di diffondere una serie di documenti che non riguardano, beninteso, la vita privata delle persone, ma i rapporti di potere all’interno delle mura leonine. In particolare, i testi resi noti rappresentano un attacco frontale al segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, ritenuto – da monsignori e da cardinali – incapace di gestire la sua alta carica, e orientato più a punire che a premiare chi, nella Cittadella, osa denunciare il marcio che si annida in vari settori legati all’economia.

Formalmente, le lettere di prelati e porporati cardinali allo stesso pontefice, sono rispettosissime verso di Lui, mentre però criticano Bertone. Ma nelle missive aleggia una domanda, indiretta ma prepotente: chi ha messo a guidare la Segreteria di Stato un cardinale che non aveva nessuna esperienza diplomatica? Fu, nel 2006, lo stesso Benedetto XVI, che, malgrado ne fosse da molti sconsigliato, volle accanto a sé chi per diversi anni era stato segretario della Congregazione per la dottrina della fede quando Joseph Ratzinger ne era prefetto.

Ma perché Oltretevere le crisi di coscienza esplodono adesso (diciamo, negli ultimi dodici mesi)? Perché – questa la nostra opinione – l’attacco diretto a Bertone, e indiretto a papa Benedetto, sono dei tasselli in vista del conclave. Nessuno sa quanto l’evento avverrà, e tutti augurano lunga vita all’85enne pontefice. Ma, intanto, bisogna prepararsi alla successione (che potrebbe avvenire anche con le dimissioni di Ratzinger). Depurati da elementi contingenti, i documenti “top secret” resi noti sono la spia di sorde lotte di potere, o, meglio, di scontri di mentalità nel Collegio cardinalizio: tra chi di fatto immagina il papato come una potenza di questo mondo, e chi lo vorrebbe evangelicamente convertito; tra chi difende lo status quo delle strutture ecclesiastiche e della pastorale, e chi sogna ardite riforme”.

Luigi Sandri in “Trentino” 24 maggio 2012

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