la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “giugno, 2012”

Un simbolo da leggere


L’immagine dell’abbraccio tra Mario Balotelli e la mamma dopo la fine della partita della semifinale degli Europei può essere letta come un simbolo. Un simbolo da leggere non come facile rinvio alle glorie di un giovane calciatore o al perdurare della figura del ‘mammismo’ italiano. Ma un simbolo colmo di dolore e di vissuto che propone la sfida del superamento del razzismo, la sfida mai conclusa di estirpare le radici di quella malapianta che è il disprezzo del diverso e dello straniero, di chi ha un colore diverso della pelle. Un simbolo che richiama la drammatica situazione di tanti figli di stranieri presenti tra noi e pienamente partecipi dei percorsi della scuola, delle amicizie, della vita sociale, ma ancora considerati stranieri per la legge in una Italia in cui da decenni sono state seminate a piene mani xenofobia e intolleranza e non sono state attuate scelte politiche capaci di orientare nella linea dell’integrazione processi sociali in atto. A tutti questi figli stranieri per primi sarebbe doveroso e più che mai urgente riconoscere il diritto di cittadinanza, passando dalla considerazione del diritto che deriva dalla consanguineità a quello che deriva dal condividere la vita in una terra che non è di ‘padroni a casa propria’, ma è terra di un’umanità in un cammino comune. In un articolo di oggi 30 giugno su ‘La Repubblica’ dal titolo Il figlio straniero, Gad Lerner si sofferma su quest’immagine e ne ricava riflessioni provocate da una vittoria calcistica ma che rinviano ad altre vittorie di civiltà ancora da attuare. Qui di seguito alcuni stralci (a.c.):

“La costruzione dell’amore c’entra assai poco con la consanguineità. Lo sanno bene tante altre madri come Silvia Balotelli. Tu puoi amare in quanto figlio il figlio di un’altra. E al tempo stesso rispettare la complicata presenza di lei. Sapendo che la parentela si cementa con più fatica al di fuori dalle convenzioni, ma che del resto neppure una famiglia cosiddetta “naturale” può reggersi solo sui buoni sentimenti.

Bisognerà finalmente imparare dai Balotelli che lo stesso vale per la cittadinanza, un vincolo comunitario che nulla ha a che fare con il sangue o il colore della pelle: si può essere italiani a pieno titolo portandosi dentro la reminiscenza di un altrove, di uno sbarco, di una diaspora, di un’ombra lunga. Povero Mario Balotelli, nostro goleador arrabbiato, risalito dalla polvere agli altari! Troppi potenti meccanismi di identificazione circondano la sua statuaria ma acerba figura, trasformandolo in simbolo a prescindere da ogni tormentata sua volontà. Che ne sappiamo di cosa vogliano dire i tuoi primi quattordici mesi di vita trascorsi in un ospedale pediatrico di Palermo, con tre operazioni all’addome e solo le infermiere accanto? Forse potrebbe spiegarcelo mamma Silvia, ma giustamente non lo farà mai. Perché quando all’età di cinque anni il ragazzino affidato ai Balotelli, famiglia bresciana con villino in quel di Concesio, sbalordiva tutti all’oratorio di Mompiano salendo e scendendo dai tavoli senza smettere di palleggiare, lei già s’era fatta esperta in ben altra corsa ad ostacoli: le file interminabili all’Ufficio stranieri della Questura per rinnovargli il permesso di soggiorno. Nato in Italia, affidato a una famiglia italiana, Mario Balotelli ha dovuto attendere il suo diciottesimo compleanno per conseguire l’agognata cittadinanza. Era il 13 agosto 2008, ormai da un anno faceva il goleador nerazzurro in prima squadra a San Siro, e già i più beceri fra le tifoserie avversarie lo assediavano col grido capace di farti impazzire: “Non ci sono negri italiani”. (…) Guardiamola e riguardiamola la foto dell’abbraccio fra Mario e Silvia Balotelli nello stadio di Varsavia. Pensiamo a quelle madri col figlio straniero, in fila per giornate intere. Possiamo sperare che almeno in onore del capocannoniere della Nazionale di calcio italiana, il nostro Parlamento approvi prima delle ferie estive la semplice normativa di civiltà vigente in quasi tutte le democrazie occidentali? Chi è nato qui o è arrivato in Italia da bambino, e ha compiuto fra noi il suo percorso scolastico, ha automaticamente diritto alla cittadinanza della patria adottiva. Il presidente Napolitano ha invano sollecitato che si colmi questa vergognosa lacuna di civiltà, ricevendo i promotori di una legge d’iniziativa popolare in tal senso. Le firme sono depositate in gran numero. Possibile che la destra resti così retrograda da opporvisi ancora? Possibile ignorare il significato delle lacrime di Mario Balotelli durante la visita degli azzurri a Auschwitz, lui che il razzismo lo assaggia di continuo sulla sua pelle? Vietato farla facile. Lo stesso Balotelli non sembra avere nessuna voglia di fare l’eroe positivo; chissà, forse a uno come lui divenire il simbolo della seconda generazione d’immigrati pare una roba da “sfigato”. Se neanche il gol più strepitoso gli basta per appagarsi nell’esultanza (è una prova d’intelligenza sdegnare certe liturgie artefatte, non trovate?), e se l’istinto lo porta a strapparsi di dosso la maglia quando esplode un tumulto interiore, vorrà dire che la sua non è una bella favola, ma piuttosto un’immane fatica. Che neanche il gioco del calcio riesce a scaricare. Ci sono di mezzo quattro genitori e diversi fratelli, un equilibrio affettivo delicato, il vissuto difficile sempre in agguato, nessuna voglia di sopportare le provocazioni. Troppa roba, in neanche ventidue anni. Però in quell’abbraccio multicolore di Varsavia tra un figlio e una madre che solo loro sanno davvero quel che hanno passato, in quella scelta di vita, in quell’amore, noi riconosciamo l’esistenza di un’Italia migliore, preziosa, dove padano fa rima con umano”.

Annunci

XIII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Sap 1, 13-15; 2,23-24;
Sal 29,2.4-6.11-13;
2Cor 8, 7.9.13-15;
Mc 5, 21-43

Nel cap. 5 del vangelo di Marco sono intrecciate due narrazioni di liberazione, una liberazione di una donna malata adulta, una liberazione di un’altra donna bambina. Gesù libera due donne. La prima è la figlia di uno dei capi della sinagoga, di cui è indicato il nome, Giairo. Una bambina di cui alla fine della narrazione viene indicata l’età, dodici anni. Intrecciato con questo è presentato l’incontro di Gesù con una donna che subiva perdite di sangue da dodici anni e non aveva trovato soluzioni per questa sua malattia.

C’è un tratto che ritorna in questi due racconti: la donna che aveva emorragie dice “se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti sarò salvata”. E dice Marco – “da dietro toccò il suo mantello”. Gesù si accorge che qualcuno, mentre tutti premevano intorno, lo aveva toccato e chiede “Chi ha toccato le mie vesti?”. C’è un messaggio dietro a questa descrizione: Gesù toccato e premuto da ogni parte si accorge che qualcuno lo ha toccato in modo particolare. E ‘la cercò’. C’è un’insistenza sull’azione di toccare: è il toccare della donna che spera di essere guarita e che compie un gesto pieno di coraggio ed anche di trasgressione della legge. Dal punto di vista religioso era impura per la sua malattia (Lev 15,25-27), eppure ha il coraggio di toccare la veste di Gesù. E’ un toccare particolare, diverso da quello di tutti coloro che premono intorno. La fola, sembra dire Marco, con la sua ricerca delle cose meravigliose e nell’impersonalità dei rapporti  è impedimento all’incontro con Gesù. Nella folla spingono e premono ma non entrano in contatto con Gesù, non lo toccano. Nella mano della donna che tocca le sue vesti sta invece un desiderio, una sete di vita, una speranza e una fiducia. Gesù cerca e riconosce questa attesa, le dà spazio, si fa attento e in ascolto. Accoglie senza condizioni e scorge come questa sua apertura è già fonte di liberazione e salvezza: ‘Figlia la tua fede ti ha salvata’. La tua fede: la fede della donna è riconosciuta da Gesù come forza di salvezza, quella fede che si esprimeva attraverso un gesto che trasgrediva le regole religiose di un Dio separato dall’uomo e che vive della fiducia di un contatto personale. Quel movimento che aveva condotto la donna a venire a lui e di toccarlo è già liberazione e indica come la donna abbia compreso l’importanza di un rapporto personale e unico.

Marco presenta un secondo toccare: questa volta è il toccare di Gesù. Gesù prese la mano della bambina, la figlia di Giairo e le dice ‘Fanciulla io ti dico: Alzati’. In questa parola sta racchiuso l’annuncio della risurrezione come un alzarsi. Dietro a Gesù ci sono solamente a Pietro Giacomo e Giovanni, i discepoli che lo seguono nella trasfigurazione e nel giardino del Getsemani. E’ un momento particolare in cui si manifesta qualcosa di importante della sua vita e della sua persona. Gesù indica che la bambina non è morta ma dorme. A Giairo, ormai sconfitto dall’annuncio della morte della figlia, Gesù aveva detto: ‘Non temere soltanto abbi fede’. Gesù prende la mano della bambina non tra la confusione dei curiosi, ma nella casa, preso con sé solo il padre con lei. Accompagna a leggere nella fede la presenza di Dio che dà vita: la fanciulla non è morta ma dorme – e Marco sottolinea che lo deridevano -. Il suo annuncio è incredibile. Gesù è così presentato nel suo gesto profondamente umano del toccare, del prendere per mano. Prende per mano, riconsegna alla vita e alla relazione. E annuncia già in questo il suo prendere per mano l’umanità in attesa di liberazione. Tutto Israele (il riferimento di dodici è allusione alle dodici tribù di Israele) ma anche tutta l’umanità nella condizione degli impuri è presa per mano, è invitata alla fede. La morte non è l’ultima parola, nella fede va letta come un dormire. Gesù prende per mano, rialza e accompagna ad un incontro con Lui.

Alessandro Cortesi op

Natività di san Giovanni Battista – 2012

Is 49,1-6; At 13,22-26; Lc 1,57.66-80

Giovanni, il profeta

Giovanni è una figura chiave per accostare Gesù. Gesù fu certamente affascinato da Giovanni, dalla sua testimonianza e ad un certo punto si recò da lui presso il Giordano dove predicava e battezzava. Troviamo nei vangeli alcune parole di Gesù su Giovanni cariche di ammirazione: “tra i nati di donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui” (Lc 7,28). Gesù indica Giovanni come un profeta: “cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì io vi dico, anzi più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco dinanzi a te mando il mio messaggero davanti a te egli preparerà la tua via (Es 23,20)” (Lc 7,26-27). Giovanni è profeta perché intende la sua vita nel rispondere ad una esigenza che viene dalla chiamata di Dio, nell’annunciare la sua Parola, oltre ogni considerazione di tranquillità e di sicurezza della sua stessa vita. Giovanni è profeta. In tempi difficili come quelli che stiamo vivendo ascoltare la voce dei profeti, ricercare la loro testimonianza, farsi eco delle loro indicazioni è quanto mai importante. Giovanni è figura di profeta che contesta ogni genere di potere che sottomette l’uomo. In che modo viviamo questa attenzione alla parola di Dio e alle voci dei profeti che ci richiamano con la loro coerenza alla fedeltà alla Parola?

Il nome Giovanni: Dio fa grazia

Il nome di Giovanni reca in sé l’orizzonte in cui si pone la sua vita: ‘Dio ha fatto grazia’. Giovanni annuncia un tempo che sta per finire, un tempo in cui prepararsi ad un intervento di Dio nella storia. Un tempo in cui non valgono i diritti acquisiti di tipo religioso. Nessuno può nutrire pretese davanti a Dio ma tutti sono chiamati a cambiare nel cuore per accogliere la grazia di Dio. E per tutti, al di là delle separazioni di tipo religioso, vi è possibilità di cambiamento per accogliere la presenza di Dio. Giovanni è profeta della conversione. E’ annunciatore esigente di un cambiamento in vista di prepararsi al giorno di Jahwè. Gesù condividerà con Giovanni la distanza rispetto al tempio, al culto, ed il superamento delle separazioni tra puro e impuro, come pure la critica ad ogni potere, politico o religioso, che si impone sulle esistenze. In modi analoghi anche se diversi, sia Giovanni sia Gesù subiscono il rifiuto: “È venuto infatti Giovanni Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Lc 7,33-34). Il nome Giovanni indica l’agire di misericordia di cui Giovanni è testimone. E’ nome che fa vincere il silenzio di Zaccaria, che apre alla benedizione, è nome che apre allo stupore: ‘Che sarà mai questo bambino?’. Luca in tal modo rilegge a partire dagli eventi della Pasqua le due vicende di Giovanni e di Gesù in parallelo e presenta Giovanni come colui che prepara la via di Gesù. Giovanni è segno della presenza di Dio che fa grandi cose e  dice che nella vita c’è una chiamata a corrispondere al ‘nome’ ricevuto. Ognuno e ognuna ha ricevuto un ‘nome’ che possiamo accogliere come promessa e come apertura agli altri nel percorso della vita.

Una nascita segno di benedizione e gioia

La nascita di Giovanni è presentata da Luca in un contesto di meraviglia, di gioia e di benedizione di Dio. Giovanni è segno della azione di Dio che porta vita là dove tutto sembra declino e morte. La vecchiaia simbolo di decadimento diviene luogo di vita e di gioia condivisa. Elisabetta, detta la sterile (Lc 1,36), nella sua vecchiaia ha potuto partorire questo bambino. E’ segno che Dio compie ciò che è impossibile all’uomo. La misericordia di Dio apre a scoprire  speranza e apertura ad una vita inattesa. E’ parola di bene che fa germogliare l’insperato. Giovanni nasce nell’esperienza di Elisabetta e Zaccaria, due figure che Luca presenta come ‘giusti’: cioè fedeli di fronte al Dio fedele. Il loro cammino non va senza prove, dubbi, senza momenti di venir meno. Zaccaria è presentato nel suo cedere all’incredulità. Tuttavia in questo cammino vissuto con fatica Dio agisce nonostante le fragilità e i cedimenti. La nascita di Giovanni è segno che Dio fa grazia, ha una parola di bene anche laddove sembra che non ci vi sia possibilità di vita e di futuro. L’esperienza della grazia fa rallegrare insieme: “I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei” (Lc 1,57). La parola di benedizione di Dio trova eco nelle parole di gioia, di bene, del rallegrarsi insieme. Sono feconde di parole condivise di bene. Abbiamo bisogno oggi di profeti che ci indichino la parola di bene di Dio nella nostra storia. Abbiamo anche bisogno di scambiarci parole di bene che sappiano riconoscere i segni di grazia nonostante incapacità, dubbi, cedimenti. E abbiamo bisogno di luoghi e  momenti per scambiare insieme ascolto e possibilità di gioire insieme.

Alessandro Cortesi op

Dignità umana: una riflessione e spunti per un dialogo



E’ appena uscito l’opuscolo “Prospettive domenicane per l’Europa” 2012 n.8 a cura del progetto Espaces Europa. Per questo numero ho scritto l’articolo che riporto qui di seguito. (a.c.)

 ————————

L’uomo ad immagine di Dio: appunti per un contributo al dibattito sulla dignità umana

Questo intervento intende offrire alcuni appunti per una lettura della nozione biblica dell’uomo e della donna come immagine di Dio che sta alla base del riconoscimento della comune dignità di tutti gli esseri umani. Si propone di indicare alcuni elementi implicati in tale intuizione ed espressi nella tradizione cristiana. Nella linea del Concilio Vaticano II che ha ripreso questa indicazione quale punto di riferimento per una riflessione antropologica in dialogo con le culture, si evidenzia infine in quali modi questa idea può essere feconda nell’attuale dibattito.

Immagine di Dio: tradizione biblica

“Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27)

Questo versetto del racconto della creazione di Genesi secondo la tradizione sacerdotale costituisce un riferimento essenziale nella tradizione  ebraico cristiana. Esso racchiude l’affermazione della grandezza dell’uomo, e nel contempo indica un limite fondamentale ed una critica radicale di fronte ad ogni dominio dell’uomo sull’uomo: nessun essere umano e nessun altro elemento della natura può pretendere di prendere il posto di Dio creatore e di porsi come un assoluto. L’uomo, situato nella condizione di creatura davanti al Creatore condivide con tutta la creazione la condizione di limitatezza e di bisogno dell’altro. Queste parole bibliche racchiudono da un lato l’affermazione della dignità incomparabile di ogni essere umano. Essa deriva dalla comunione con Dio. D’altro lato tale condizione non è statica ma è segnata da una chiamata ad un compimento di tale rapporto, espressa nella metafora dell’immagine somigliante. Nel salmo 8,6-9 si pone la domanda su chi è l’uomo e viene delineata la sua condizione particolare nel creato: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”. Ogni uomo e ogni donna hanno pari dignità rispetto ai propri simili. L’ umano, nella sua totalità, nella diversità di uomo e donna, è presentato come immagine di Dio in una situazione di relazione costitutiva di fronte all’altro. Questa relazione fondante è anche appello a vivere la relazione con l’altro come luogo di realizzazione di sé nell’incontro e nella comunione con Dio stesso. La visuale biblica considera l’uomo come partecipe della dimensione creaturale e nel contempo con un compito di responsabilità che si esprime nella prassi della custodia e della cura in rapporto con la terra (Gen 2,15). Immagine è quindi l’uomo nella sua totalità, non un suo elemento o una sua facoltà particolare, ed è altresì costituita dalla relazione e nella relazione: si tratta di una relazione di uomo e donna, con gli altri, con gli animali, con tutto il creato e con Dio. L’essere dell’uomo ‘ad immagine’ ha un carattere profondamente relazionale.

Nella riflessione del Nuovo testamento la comunità cristiana approfondisce questa linea di pensiero cogliendo come Gesù Cristo sia immagine di Dio (2Cor 4,4): “Egli è immagine del Dio invisibile generato prima di ogni creatura” (Col 1,15; cfr Eb 1,3). si tratta di una immagine che comprende uomo e donna (Gal 3,28).

Già nel Primo Testamento emerge il riconoscimento di una condizione di dignità allo straniero, all’orfano e alla vedova, categorie svantaggiate di poveri. Ad essi si chiede di guardare con lo sguardo di Dio che ha cura dei poveri e si è chinato sul popolo di Israele, oppresso nella schiavitù di Egitto, che viene ad essere parte per il tutto del genere umano. Nel suo insegnamento Gesù apre alla considerazione della dignità di chi è tenuto ai margini, sia per motivi sociali, come i malati o i miseri, sia per motivi religiosi e morali, come i peccatori, i piccoli e i poveri. L’annuncio che il regno di Dio appartiene ai poveri e la sua prassi di vicinanza e di ospitalità possono essere viste come il centro della sua testimonianza tesa a presentare il volto di Dio. Gesù riconosce l’unicità di ogni persona e la dignità di persone considerate indegne, scorgendo in esse la capacità di amare gratuitamente, nonostante il peccato, come nell’episodio della donna peccatrice di Lc 7, o la possibilità di aprirsi al dono di un incontro grazioso, come i malati guariti e i peccatori perdonati. Egli stesso disprezzato e condotto alla condanna ignobile della croce testimonia invece una vita vissuta fino alla fine nella fedeltà al Padre e nel dono e nel servizio.

Questa figura della dignità di chi è considerato indegno si radica già nella vicenda del servo sofferente di Isaia (Is 52,13-53,12): non si presenta in modo da poter suscitare attenzione e attrazione, eppure proprio questo volto dai tratti enigmatici rappresenta l’intero popolo di Israele e giunge ad indicare l’uomo nella sua condizione di miseria, e nel subire la sofferenza in solidarietà diviene causa di salvezza per le moltitudini.

Per cercare nella tradizione classica parallelismi e distanze rispetto a tali concezioni si potrebbe far riferimento a due orizzonti. Il primo è rappresentato dalla concezione della dignità in ambito greco e poi romano. Nella tradizione greca l’uomo degno è il valoroso, colui che attua gesti di valore nei confronti di altri. Ettore è il paradigma di tale valore che si fonda sulla capacità di eccellenza nel compiere il bene e nell’affrontare le prove. Nell’ambito romano, che si collega al mondo greco, la nozione di dignitas si delinea in rapporto alle azioni non tanto di chi riceve cura da altri, ma di chi opera attivamente e si rende meritevole nei confronti della patria o del prossimo. Gli uomini degni, secondo tale visuale, sono i virtuosi, capaci di compiere opere grandi e i valorosi che hanno conquistato un merito (dignitas in latino significa merito, grado, carica) con le loro opere, corrispondendo così ad una visione gerarchica dell’umanità.

Un diverso orizzonte è rappresentato dalle parole che Sofocle pone sulla bocca di Edipo nel dialogo con Ismene, nell’Edipo a Colono: “E’ quando io sono niente che divento veramente uomo”. Si tratta di una confessione di un uomo che ha vissuto l’abiezione del male e addirittura con il suo incesto e con l’uccisione del padre ha varcato quei limiti che lo pongono fuori dal consesso umano. In quella condizione di indegnità Edipo esprime la consapevolezza e la possibilità di essere riconosciuto come uomo nonostante il male compiuto. Supplica così di non veder ridotta la sua persona agli atti, pur malvagi, che ha compiuto.

Tale figura s’incontra con l’affermazione cristiana secondo la quale ogni volto è immagine di Dio e va considerato nella sua dignità. Nella visione del Nuovo Testamento la partecipazione all’immagine è processo dinamico di configurazione all’immagine di Cristo: non c’è una considerazione statica, ma si tratta di diventare immagine. La lettera ai Colossesi esplicita questa dimensione dinamica utilizzando la metafora dello ‘spogliarsi e rivestirsi’ nella linea di una novità che trasforma l’esistenza nella relazione con Cristo e in rapporto al Padre (Col 3,10): “Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore”. Il divenire immagine si compie in un percorso che implica la lotta e il superamento del male ed una trasformazione che è effetto di una relazione con Cristo presentata nei termini della illuminazione (2Cor 3,18-4,6): un passaggio dalla morte alla vita per rinascere in modo nuovo (Gal 3,26-28). La configurazione a Cristo indica così una vita vissuta nei termini dell’attenzione a chi umanamente è indegno, i malati, i poveri, i carcerati, gli stranieri (cfr. Mt 25) scorgendo nel loro volto la dignità del crocifisso che si identifica con i suoi fratelli più piccoli.

Sviluppi patristici: ad immagine e somiglianza

L’intuizione biblica dell’uomo creato secondo l’immagine di Dio trova grande sviluppo nella tradizione patristica. Diverse sottolineature sono offerte nell’interpretazione dei versetti di Gen 1,26-27.

I padri elaborano le loro interpretazioni sulla base del testo greco della Bibbia. La traduzione dei LXX apporta in particolare al testo di Gen 1,26 una serie di importanti risonanze: introduce infatti termini come eikon e omoiosis derivanti dalla tradizione filosofica. Soprattutto essi recavano con sè lo spessore semantico immesso da Platone che gli aveva ampiamente utilizzati nel suo pensiero.

Nel pensiero platonico la nozione di immagine implica una relazione tra mondo sensibile e mondo intellegibile: l’immagine partecipa come ‘copia’ del suo modello (Parmenide 132d; Cratilo 439ab). C’è una differenza radicale tra il mondo sensibile della menzogna e del divenire (Fedro 250b) e il mondo intellegibile, tuttavia essi stanno in relazione in quanto il sensibile partecipa come una copia rispetto al modello, e ne è un riflesso. La somiglianza/assimilazione è da Platone associato alla vocazione del filosofo: è un’esigenza spirituale e l’amico della sapienza la realizza attraverso la vita virtuosa e con l’esercizio della contemplazione (Repubblica VI 13,500c; X 12,613ab; Leggi IV 716cd).

L’esegesi patristica cercherà di unire insieme l’interpretazione di due pagine di Genesi: Gen 1,26 e Gen 2,5 in cui si parla dell’uomo plasmato dalla terra, contrapponendosi a visuali segnate da uno spiritualismo estremo ed integrando la tradizione platonica nel quadro della fede biblica.

A partire da questi testi, Ireneo, nel II secolo, afferma la partecipazione dell’uomo alla condizione terrena, sottolinea la tensione presente tra un dono di immagine che non può venir meno e la dimensione dinamica del compiere la somiglianza. Questa si può attuare nella vita come risposta libera ad un invito personale di comunione. Nella vita cristiana c’è un primato dell’azione di Dio espresso dalla metafora dell’argilla che esprime da un lato la condizione di miseria ma dall’altro anche la dignità dell’uomo nel soffio di vita che eleva l’Adamo tratto dalla terra ad entrare in una relazione personale con Dio: “Non sei tu che fai Dio, ma Dio che fa te. Se dunque tu sei l’opera di Dio, attendi la mano dell’artista, che fa ogni cosa al momento opportuno nei confronti tuoi, che sei l’oggetto modellato. Presentagli un cuore flessibile e adattabile e conserva la forma che l’Artista ti ha dato. Nel mantenere questa conformità, salirai fino alla perfezione, perché l’arte di Dio nasconderà l’argilla in te” (Contro le eresie IV 39,2). L’insistenza particolare di Ireneo sta nell’affermare che tutto l’uomo, non solamente una sua parte, è costituito secondo l’immagine (Contro le eresie V 6,1): “‘Tutto il vostro essere – lo spirito l’anima e il corpo – sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore Gesù’. Invece Dio sarà glorificato nella sua propria creatura, rendendola conforme e simile al suo proprio Figlio. Infatti per mezzo delle Mani del Padre, cioè il Figlio e lo Spirito, l’uomo e non una parte dell’uomo, è fatto ad immagine e somiglianza di Dio”. Egli intende così reagire ad una concezione deterministica della vita umana e pone accento sulla relazione costitutiva che comprende tutte le dimensioni dell’uomo. La somiglianza è infatti come un seme e può essere sviluppata: il soggetto umano nella sua accoglienza libera è chiamato a fiorire in tale compimento dell’immagine. Il cammino storico dell’umanità è così letto come vicenda in cui si svolge la responsabilità umana nella relazione con Dio. Centrale nella visione di Ireneo è l’idea secondo cui l’uomo è posto in relazione con le tre persone divine che sono coinvolte in un’opera di plasmazione che continua nella storia della salvezza: per mezzo delle mani del Padre, cioè il Figlio e lo Spirito, tutto l’uomo, e non solamente una parte dell’uomo, è fatto ad immagine e somiglianza di Dio.

La categoria dell’uomo immagine, attraverso l’interpretazione di Filone giunge anche nella riflessione dei   padri alessandrini. Origene in particolare, ha presente le critiche di chi vi scorgeva una concezione materiale e antropomorfica del divino. Insiste perciò sulla dimensione interiore e spirituale dell’immagine di Dio nell’uomo e accentua inoltre, in polemica con il pensiero deterministico degli gnostici, la dimensione della libertà umana. L’autentica immagine di Dio è spirituale ed è l’anima umana, e centrale è il ruolo della libertà nella trasformazione della vita in rapporto al Logos. In senso stretto l’immagine di Dio è il Logos nella sua divinità e svolge la sua mediazione in quanto Logos incarnato. L’uomo, a sua volta è immagine non nella dimensione del suo corpo, ma nel senso che, guardando la sua anima, può conoscere il Verbo che si è rivelato in Cristo: “Quale altra è dunque l’immagine di Dio, a somiglianza della quale l’uomo è stato fatto, se non il nostro Salvatore? Abbiamo dunque gli occhi rivolti sempre a questa immagine di Dio, per poter essere di nuovo trasformati alla sua somiglianza” (Omelie sulla Genesi 1,13)

Agostino riprende l’indicazione biblica di Gen 1,26 dell’uomo come dominus del creato e vede il fondamento di una signoria da attuarsi come cura nel fatto del suo rassomigliare a Dio. Per arrivare a Dio bisogna interrogare l’uomo: è la strada agostiniana dell’interiorità, la ‘svolta antropologica’ del cristianesimo antico. L’uomo è immagine di Dio Trinità, relazione in se stesso, nel suo essere costituito di mente conoscenza e amore o memoria, intelligenza e volontà ed è visto immagine di Dio in quanto ‘capace di Dio’ (Trinità 14,8,11).

Tale impostazione presenta una fondamentale apertura ad una trascendenza costitutiva ed alla fondazione trascendente, in Dio, del medesimo senso della vita e dell’operare dell’uomo: tuttavia appare anche l’insistenza sulla libertà e sulla responsabilità umana nel compiere l’immagine che lo costituisce a livello di creazione nel corso della propria esistenza ed in un orizzonte di relazione.

La considerazione della condizione umana come ‘immagine’ apre ad una visione che superi la visuale di contrapposizione tra l’umanità e Dio; nel contempo preserva tutto lo spazio della responsabilità umana. La dignità umana non è vista come un dato separato ma è inclusa nella vita stessa di Dio che comunica una partecipazione alla sua immagine.

L’essere immagine implica una relazionalità intrinseca alla condizione umana, che trae il suo fondamento nel dono originario costitutivo della vita umana. Questa è chiamata a compiersi nella relazione creaturale, con gli altri e con la natura. Dio dona la sua comunione coinvolgendo l’umanità nel cammino del divenire immagine: suscita così la responsabilità per una trasformazione che si deve attuare nella libertà e nella cura degli altri e della creazione.

La ripresa del Vaticano II

Il Concilio Vaticano II ha ripreso questa nozione di immagine di Dio e nella costituzione pastorale Gaudium et spes l’ha suggerita come motivo fondamentale per affermare la dignità umana e i diritti di ogni persona. In particolare sottolinea l’orizzonte  cristologico: è Cristo l’immagine di Dio invisibile e sottolinea anche la struttura trinitaria dell’immagine (GS 10). Si esprime anche la visione di continuità tra cammini di autentica umanità e l’immagine di Dio che è Cristo stesso: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo […]. Cristo […] svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). In questa linea l’attività umana è letta come risposta alla chiamata divina ed espressione di responsabilità (GS 34). Altresì è indicata un’analogia tra la comunione interna alla vita delle persone divine, e quella che l’umanità è chiamata a formare sulla Terra (cfr GS. n. 24)

La nozione di immagine nel dibattito sulla dignità umana

In questo rapido panorama della riflessione sull’umanità come immagine di Dio si possono riscontrare alcuni aspetti fecondi nel dibattito odierno sulla dignità dell’uomo.

Questa visione presenta un valore proprio della creazione per cui l’uomo e la donna sono immagine all’interno della creazione ed in rapporto ad essa. Tuttavia anche la creazione è letta nella relazionalità che la apre oltre se stessa ad un rapporto con Dio stesso.

In secondo luogo la concezione dell’uomo come immagine di Dio ha in sé una valenza dinamica nella considerazione di una lettura trinitaria che è relazionale e non solamente fisico biologica.

In terzo luogo si può evidenziare come essa connoti l’uomo e la donna come esseri in cammino, orientati ad una pienezza che è mèta da raggiungere nel futuro e responsabili in una vicenda storica da considerare luogo dello svolgimento della storia di salvezza.

Il tema dell’immagine pone inoltre le istanze fondamentali della comunione, della cura e del servizio. Il divenire immagine trova il luogo del suo realizzarsi proprio nel dialogo e nella ricerca da condurre insieme a tutti coloro che condividono la medesima umanità, verso ciò che è autenticamente umano.

Secondo tali orizzonti la nozione dell’umanità come immagine di Dio può essere un contributo nella considerazione della dignità di ogni uomo e donna. L’immagine infatti si attua nella relazione e dice attitudine di apertura nei confronti di ogni altro.

In questi elementi mi sembra si possa trovare la fecondità di questa tradizione qui rapidamente tratteggiata nel dibattito contemporaneo e la possibilità di un apporto nella ricerca di percorsi che offrano a ciascun uomo e donna, in ogni momento dell’esistenza, il pieno riconoscimento della propria dignità.

Alessandro Cortesi op

N.B. Chi desidera l’opuscolo a stampa può richiederlo all’indirizzo: info@domenicanipistoia.it, indicando richiedente e recapito postale e gli verrà inviato.

XI domenica del tempo ordinario B – 2012

Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Le parabole di Gesù: un modo di rivolgere la parola che dovrebbe farci pensare. E dovrebbe aprirci a nuovi modi per accogliere e trasmettere il vangelo. Provo ad indicare alcune piste su cui ripensare il nostro seguire Gesù imparando da lui: la prima riguarda l’arte del raccontare, la seconda è quella della quotidianità, la terza è la logica dei segni piccoli.

L’arte del raccontare…

Gesù parla in parabole per annunciare il ‘regno di Dio’. Tutto il suo insegnamento e il suo agire si svolgono attorno al regno di Dio. Ma non è una rivendicazione di un potere o di un dominio su popoli o sulle coscienze. E’ annuncio che riguarda il volto di Dio stesso, ma anche la relazione tra Dio stesso e noi, ed è parola sulla vita stessa di Gesù: proprio nelle sue scelte, nel suo agire il regno sta iniziando, un mondo nuovo in cui Dio libera e apre alla pace, alla giustizia, al porre al centro i piccoli. E’ sorprendente che laddove ci si dovrebbe aspettare il linguaggio del sacro, una lingua sacra, un agire sacrale, Gesù usa invece il linguaggio del quotidiano, usa una lingua comprensibile a chi semina, a chi vive della pesca, a chi impasta la farina. E vive gesti di ospitalità. Non definisce ma racconta. Le parole descrivono un dinamismo, e accennano ad un paragone: così avviene nel regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno. E così crea una tensione. Gesù non offre una definizione di quello che è il regno di Dio. Non utilizza le immagini per dire un concetto. Ma indica un percorso aperto che opera qualcosa nel cuore di chi ascolta: ‘il regno di Dio è simile a…’ lascia aperta l’immaginazione. Perché il regno di Dio investe l’esistenza e chiede coinvolgimento.

Forse anche noi dovremmo imparare a raccontare il vangelo del regno di Dio. L’insegnamento religioso è spesso vissuto o come offerta di tante nozioni, o come prescrizione di comportamenti. Si associa così il discorso religioso o ad una dottrina dai contorni fumosi e lontani, oppure ad una serie di precetti morali che generano o paura o ripulsa. Di raro si associa il vangelo ad un racconto. Gesù parla del Padre che apre ad un rapporto con Lui, utilizzando racconti che fanno riferimento alla vita quotidiana. Per questo non è facile definire cosa è il regno di Dio: bisognerebbe ripercorrere tutte le parabole e cogliere in ognuna aspetti diversi e complementari e poi tesserli insieme.

Gesù rinvia alla quotidianità

Nelle sue parabole Gesù tocca la quotidianità e indica così che il rapporto con Dio non è da pensare o ricercare in momenti eccezionali o avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. Nel suo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è una cosa ‘sacra’ da attuare in un territorio lontano, o riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia che innerva l’esistenza e ne fa scorgere dimensioni profonde, e la apre a scoprire che in quella terra è deposto un seme. In questa terra, in questo quotidiano è presente un seme: ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. E’ liberante questo annuncio di una realtà già presente nella nostra terra e che porta frutto buono. E’ liberante perché porta  a decentrare la vita personale. E dovrebbe far decentrare anche lo sguardo delle chiese, troppo preoccupate di porsi al centro e di esaurire le aperture del regno. Ma è anche spinta a cercare a scoprire i segni di questo germogliare e fiorire di un seme gettato e presente nella terra di questa esistenza.

Gesù indica la logica dei piccoli segni.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza della conclusione: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. E’ invito a scorgere la presenza del regno come una realtà nascosta, che non è presente laddove c’è affermazione, ricchezza e gloria. Tuttavia sta crescendo in segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché non ha potenza o privilegi. Gesù pronuncia le parabole proprio in momenti di delusione, di scoramento perché il mondo che lui annunciava non si realizzava. Egli stesso si trovava di fronte al fallimento e al rifiuto. Ma proprio in questi momenti Gesù indica come il regno sia piccola cosa che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. Annuncia che il regno cresce nonostante le contraddizioni e la sua piccolezza. Ed è seme che fa crescere e porta frutto perché vi sia condivisione e riparo, come il frutto della spiga, come sui rami del grande albero. Invita così a coltivare la pazienza, a non cedere alle logiche della grandezza e della fretta. Libera dalla preoccupazione della riuscita e del successo. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola è racconto particolare perché coinvolge e fa qualcosa in chi ascolta: è nel senso più profondo ‘poesia’.

Così scrive Paul Ricoeur, un filosofo che ha scrutato con attenzione il modo di raccontare di Gesù: “Temo che un tentativo eccessivamente zelante di trarre dalle parabole un’applicazione immediata per l’etica privata o per la morale politica sia destinato a naufragare. Possiamo subito supporre che uno zelo del genere, senza adeguate riserve, finirebbe per tradurre le parabole in consigli insipidi, in banalità moraleggianti. E i moralismi banali sono forse il mezzo più sicuro per ucciderle, più dei concetti teologici trascendenti. (…) A me pare che ascoltare le parabole di Gesù significhi lasciare aperta l’immaginazione alle nuove possibilità dischiuse grazie alla stravaganza di questi brevi racconti. Se guardiamo alle parabole come a una parola che si rivolge più alla nostra immaginazione che alla nostra volontà, non saremo tentati di ridurle a consigli pratici, ad allegorie moraleggianti. Lasceremo che la loro forza poetica sbocci in noi. (…) La forza poetica della parabola è la forza stessa dell’evento, dove per ‘poetico’ qui si intende qualcosa di più che la poesia come genere letterario poetico, qui significa creativo. Ed è al cuore della nostra immaginazione che lasciamo che l’evento avvenga prima che possiamo convertire il nostro cuore e rafforzare la nostra volontà” (P.Ricoeur, La logica di Gesù, testi scelti a cura di E.Bianchi, ed. Qiqajon 2009, 48-52).

Alessandro Cortesi op

(nell’immagine bassorilievi della Fontana Maggiore in piazza IV novembre a Perugia – Nicola e Giovanni Pisano  1275-78)

Una vita nascosta, un grande uomo

In questi giorni ci ha lasciato padre Marco Giammarino, un domenicano della nostra comunità dei domenicani di Pistoia. Lo descriverei come un ‘piccolo grande uomo’ e queste righe intendono esprimere la mia stima e l’apprezzamento per la testimonianza che ci ha lasciato nella sua vita.

‘Piccolo’ perché basso di statura, ma anche perché dietro al suo volto rotondo (almeno fino all’ultimo periodo della malattia) nascondeva alcuni tratti, per certi aspetti, propri di bambino. Aveva espressioni di sorriso o di meraviglia che manifestavano una inermità ed una mitezza infantile. Quando nelle fredde serate di inverno scendeva in chiesa per aiutare a sistemare al termine della messa, con sul capo un pesante berretto di lana, gli amici sorridendo gli dicevano che assomigliava a Cucciolo, uno dei sette nani. Così nel suo modo di scrivere e di esprimersi manteneva uno stile piano, elementare. Il suo riflettere progrediva sempre passo passo senza salti, senza citazioni dotte, e quando doveva riferirsi ad un libro letto, lo faceva quasi con timidezza o lo suggeriva tra le righe. Una grande semplicità che non faceva trasparire la ricchezza di preparazione, di cultura, di interessi.

E tuttavia un ‘grande’ uomo. Un gigante che nascondeva nei suoi modi semplici, riservati e dimessi una cultura maturata giorno dopo giorno, un vivacità intellettuale che raramente si trova ed una esperienza di fede lontana dalle forme del devozionalismo e nutrita di senso dell’umano. Nato a Torino il 27.11.1933 ma subito trasferitosi a Roma con la famiglia era entrato nell’Ordine giovanissimo. Dopo gli anni del collegio aveva vissuto il suo noviziato a san Domenico di Fiesole nel 1950/51 ed era stato ordinato nel 1958. Ricordava i primi anni della formazione come un tempo assai difficile per la chiusura culturale e per questo visse gli anni del Concilio Vaticano II come momento di liberazione e di apertura.

Dopo gli studi all’interno dell’Ordine si era così laureato in filosofia a Perugia nel 1968, e si era impegnato  in attività apostoliche a contatto con i giovani nel collegio di Arezzo e poi con gli scout e nella parrocchia a Perugia. Successivamente, dopo essere stato superiore a Lucca, nel 1970  fu trasferito a Pistoia e qui è rimasto fino alla morte.  Entrò a far parte della redazione di ‘Vita sociale’. Fu priore della comunità e più volte sottopriore.  Dal 1970 intraprese l’insegnamento prima nella scuola privata poi dal 1976 nella scuola statale. Fu così professore per molti anni di italiano e storia all’Istituto Tecnico Commerciale di Agliana. Coltivava nel frattempo la sua passione per la letteratura, per la poesia e con il suo fare mite era un punto di riferimento per tanti giovani.

Vorrei ricordarlo con tre testi che rinviano a tre grandi attenzioni della sua vita. Il primo testo riguarda la vicenda del dibattito all’interno dei domenicani al momento della conquista dell’America Latina.

Per tanti anni padre Marco curò per la rivista ‘Vita sociale’, promossa dai domenicani pistoiesi, una rubrica di notizie e di informazioni sull’America latina nel tempo delle dittature e delle lotte per i diritti. Era attento ai movimenti e alla teologia della liberazione. Assistetti personalmente ad un incontro tra un domenicano brasiliano che subì la prigionia negli anni della dittatura dei militari in Brasile e padre Marco a Pistoia pochi anni fa. Fu un incontro molto bello in cui ci rendemmo conto dell’importanza del suo silenzioso lavoro di informazione e di pubblicazione di documenti riguardo a ciò che stava avvenendo in America Latina negli anni ’70 . La sua era anche una attenzione all’America Latina a partire dall’approfondimento sulla vicenda della conquista del XVI secolo. In particolare aveva studiato la riflessione dei domenicani contro le ingiustizie e l’elaborazione di una teologia dei diritti umani, condotta in particolare da Bartolomé de Las Casas e da Francisco de Vitoria.

Ecco il testo della predica di Antonio Montesinos, tenuta a nome dell’intera comunità dei domenicani in cui era priore Pedro de Cordoba, di fronte ai coloni la prima domenica di avvento del 1511 nell’isola di Hispaniola, un documento di condanna dell’oppressione che veniva condotta dagli spagnoli nei confronti degli indios:

«Vox clamantis in deserto. Siete tutti in peccato mortale, e in esso vivete e morirete, per la crudeltà e tirannia che usate verso queste genti innocenti. Con che diritto e con che giustizia tenete questi indiani in servitù tanto crudele e orribile? Con quale autorità avete condotto sì detestabili guerre contro queste genti che vivevano mansuete e pacifiche nelle loro terre, in queste terre dove in numero infinito li avete annientati con morti e scempi di cui mai s’era udito prima? Come potete tenerli così oppressi e fiaccati, senza nutrirli né curarli nelle loro malattie, sì che per le eccessive fatiche vi muoiono tra le mani, o per meglio dire li uccidete, onde cavarne oro da accumulare un giorno dopo l’altro? Non sono essi uomini? Non hanno un’anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?»

Un secondo testo è una poesia. Marco nutriva una attenzione particolare e una  passione per i libri e la lettura. Sapeva scegliere i libri più significativi e li affrontava con un impegno paziente e sistematico di lettura e schedatura. La sua biblioteca, di cui era geloso custode, conserva una sezione ordinata in cui sono presenti i testi non solo della poesia classica, ma di tutti i principali poeti contemporanei di cui seguiva puntualmente le edizioni di raccolte. Padre Marco aveva sul comodino nei suoi ultimi giorni tra altri libri una raccolta di poesie di Maria Luisa Spaziani (1924-)

Di lei traggo questa poesia dal titolo ‘Testamento’ dalla raccolta ‘La luna è già alta’:

Lasciatemi sola con la mia morte.
Deve dirmi parole in re minore
che non conoscono i vostri dizionari.
Parole d’amore ignote anche a Petrarca,
dove l’amore è un oro sopraffino
inadatto a bracciali per polsi umani.

Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche
perchè dalla nascita l’ho avuta vicina.
Siamo state compagne di giochi e di letture
e abbiamo accarezzato gli stessi uomini.
Come un’aquila ebbra dall’alto dei cieli,
solo lei mi svelava misure umane.

Ora m’insegnerà altre misure
che stretta nella gabbia dei sei sensi
invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre.
E’ triste lasciare mia figlia e il libro da finire,
ma lei mi consola e ridendo mi giura
che quanto è da salvare si salverà.

Un terzo testo è un suo scritto, redatto in occasione di un incontro di formazione tenutosi a Pistoia nel dicembre 2007, per l’introduzione dei lavori: dagli anni del suo impegno in ‘Vita sociale’ seguiva soprattutto le linee della teologia post-conciliare con attenzione alle voci della teologia francese, dei teologi della liberazione e negli ultimi anni aveva maturato una attenzione ai temi del dialogo interreligioso, e proprio in tale ambito ho avuto occasione anch’io di collaborare con lui. In questo testo parla di quale fosse secondo lui il compito dei domenicani, del fare teologia e degli orizzonti del dialogo interreligioso:

“Si discute ancora, quando si parla del tipo di vocazione domenicana, se si debbono privilegiare le caratteristiche dei monaci o quelle dei predicatori e, a seconda  delle tendenze di ciascuno si cerca di fare le proprie scelte, trascurando magari quello che ci dicono gli storici al riguardo. un aspetto della nostra vocazione, del nostro carisma però è sicuro: siamo un ordine di teologi; non solo nel senso che abbiamo avuto grandi teologi sia nel passato lontano come s. Tommaso e s. Alberto sia in quello più recente come p.Chenu, p.Congar, p.Lagrange, p.Lebret, ecc., ma anche nel senso che ognuno di noi, sacerdote o monaca o suora o laico deve sentirsi, deve essere, è un teologo. Non ci sono scappatoie, non ci sono alternative se ci si vuole definire ed essere domenicani. Questo è il nostro carisma: siamo teologi, siamo tutti teologi. Ma fare teologa oggi  vuol dire confrontarsi con gli altri, con le altre religioni, affrontare il dialogo interreligioso. (…) Un grosso pericolo: Péguy diceva ‘c’è qualcosa di più grave di un uomo perverso, l’uomo abituato’. E’ importante accogliere la novità dell’altro, lasciarci guidare dallo Spirito, che ci porta non sappiamo dove, né fin dove, sicuramente però ci porta ad accogliere Dio in un modo che supererà tutte le nostre immagini e rappresentazioni e concetti teologici o filosofici. (…) Avremo quindi giorni intensi di ricerca e di studio che mi auguro, vivremo insieme con grande partecipazione e con grande fraternità ricordando il nostro programma di fondo: in dulcedine societatis quaerere veritatem” (tratto da Cristiani e buddisti: tra Oriente e Occidente, Quaderni di formazione permanente, Convento san Domenico Pistoia 2007, stampa fuori commercio)

Non era un uomo che si metteva in mostra. Preferiva il dialogo riservato e i rapporti a tu per tu. Era grande suggeritore di libri da leggere e accoglieva con curiosità suggerimenti di letture su cui poi condividere giudizi e scoperte. Sfuggiva gli eventi culturali di apparenza ma era aggiornatissimo sulla base di letture condotte nella sua piccola camera stipata di libri.

Aveva maturato, non senza sofferenze e distacchi, un approccio alla vita lontano da una mentalità clericale e chiusa. Ricordo quando proponeva, incompreso e talvolta osteggiato, per momenti di formazione dei frati, letture come l’opera di Thomas Mann, oppure la conoscenza di testi buddisti e l’analisi del Corano. Ricordo l’interesse con cui ha seguito fino alla fine le attività promosse nell’impegno di una riflessione sui segni dei tempi dal gruppo Espaces di cui faceva parte.

Tra le sue carte due oggetti gli erano cari e li teneva vicini a sé: gli orari settimanali di tutti gli anni scolastici, che teneva affissi con nastro adesivo sulla porta della stanza uno sopra l’altro, quasi per non staccarsi dalla scuola anche dopo che era andato in pensione. E un libro di fotografie con le foto di tutte le classi di cui era stato professore.

Il suo cammino rimane per noi una eredità da custodire e di cui ringraziare.

Alessandro Cortesi op

Solennità del corpo e sangue del Signore – 2012

La scultura di questo crocifisso tratto dalla radice di un albero di olivo è opera di Ugo Fanti, amico di Pistoia.

E’ un’opera artistica che conduce a guardare il corpo di Gesù sulla croce. Apre a considerare il corpo di Cristo come convocazione di tutti coloro che accolgono la chiamata ad essere in Lui e a formare in Lui un solo corpo. Si fa così  invito a scorgere i tratti del suo corpo proprio nei corpi crocifissi della storia, lasciando coinvolgere la nostra vita nella sua, seguendo la sua via. La sua è stata via del dono e del servizio: noi possiamo dare il nostro corpo, le nostre mani, le nostre braccia, i nostri piedi, le nostre forze a lui, sulla strada che Lui ha percorso.

Mi ha così ricordato la preghiera di Mario Pomilio:

Cristo non ha più mani,
ha soltanto le nostre mani
per fare le sue opere.

Cristo non ha più piedi,
ha soltanto i nostri piedi
per andare oggi agli uomini.

Cristo non ha più voce,
ha soltanto la nostra voce
per parlare oggi di sé.

Cristo non ha più forze,
ha soltanto le nostre forze
per guidare gli uomini a sé.

Cristo non ha più Vangeli
che essi leggano ancora.

Ma ciò che facciamo in parole e opere
è l’evangelio che si sta scrivendo.

——————————————————————–

Es 24,3-8;Sal 115,12-18;
Eb 9,11-15;
Mc 14,12-16.22-26

Alleanza è parola chiave di queste letture. Alleanza simboleggiata in un rito, alleanza vissuta in un dono di esistenza.  Al cuore della prima lettura c’è la descrizione di un rito: rito del sangue di animali asperso, versato, sull’altare e poi sul popolo. Un rito che va letto nel contesto della mentalità del culto per mezzo dei sacrifici di animali. Non è però un rito finalizzato a placare una divinità assetata di sangue, ma intende essere segno di una grande scoperta propria della fede ebraica. Indica un incontro: simboleggia infatti che una medesima vita – il sangue è simbolo della forza vitale – unisce Dio e il popolo. E’ memoria attraverso un gesto per riscoprire che Dio stabilisce un rapporto, una comunicazione vivente, pulsante come il sangue. E0 memoria di fedeltà all’alleanza che viene da una iniziativa di Dio. E’ anche gesto che accompagna e vuole indicare una parola ascoltata e ricevuta. ‘Quanto ha il Signore lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’. C’è un rapporto dietro a questo segno, una relazione vivente tra Dio che si comunica e un popolo che ascolta. E’ sangue non di morte, ma segno che fa vivere.

Il cammino ha un suo punto d’inizio nell’ascolto. Dio non è lontano e indifferente, ma vicino e ‘parla’. Ascoltarlo non è questione puramente intellettuale. E’ invece dinamismo di coinvolgimento della vita. La parola data impegna Dio che ascolta il grido dell’oppresso e scende a liberare. Ed è anche parola che impegna il popolo in un cambiamento profondo: ‘noi lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’. Solamente se  si attua un coinvolgimento l’ascolto è possibile. E’ un ascolto ben lontano dal distacco e della neutralità, si attua invece nel lasciarsi cambiare e nell’operare scelte nuove. L’eseguire conduce ad ascoltare e la parola ascoltata opera cambiamento nella vita. Così il segno del sangue rinvia alla vita, a quello scorrere di energia vitale che innerva e rende vive le forme dell’esistere dell’uomo. Il sangue simbolo della vita, versato sull’altare e sul popolo, diviene simbolo di una medesima corrente di vita che unisce. Alleanza nel sangue.

Gesù nella sua vita terrena, nel suo passare sulle strade ha testimoniato una vita tutta presa da questo ascolto e da questo coinvolgimento. Fino al punto che nell’ultima cena con i suoi, prima dei giorni dell’arresto, del processo, della condanna, vive liberamente un gesto che dice il modo in cui egli ha interpretato e ha dato senso alla sua vita ed alla sua stessa morte. Non fu una morte subita in modo inconsapevole ma l’esito di un cammino di fedeltà nel dono. Un esito non cercato, perché Gesù mai ebbe l’attitudine dell’eroe che sfida i nemici e la stessa morte. Anzi davanti alla sua morte – e Marco lo sottolinea con forza nel suo vangelo – egli provò angoscia e paura. Tuttavia di fronte alle ostilità per il suo messaggio e il suo agire che destabilizzavano il sistema religioso e politico Gesù rimase fedele all’annuncio del regno.

Nella cena, vissuta con i suoi nei giorni della Pasqua, pronunciò parole giunte a noi in due grandi tradizioni, quella di Marco e Matteo e quella riportata da Luca e Paolo. Le parole che Marco ci ha riportato nel suo vangelo rinviano al rito dell’alleanza, al rito del sangue. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”.

In questo momento così drammatico Gesù richiama il rito dell’alleanza (cfr. Es 24, 3-8), insieme al riferimento al significato della Pasqua ebraica. Offre così una luce nella quale leggere tutto il suo cammino. Il sangue – segno dell’antico rito di alleanza – parla  una medesima vita che unisce il Dio liberatore degli oppressi e il popolo. Gesù di fronte alla sua morte manifesta uno dei tratti più profondi del suo volto, il suo essere uomo libero, libero nel mantenersi fedele a fare della sua vita un dono, nella fedeltà al Padre e al regno che aveva annunciato. La sua è una vita perduta… è sangue versato. E non è sangue di animali offerti, ma è la sua stessa vita. Il luogo di incontro tra Dio e uomo è la sua esistenza ‘sprecata’ come dono. Il sangue dell’alleanza è a questo punto non più quello dei sacrifici ma il sangue suo, la sua stessa esistenza. Nel suo donarsi si attua l’incontro e la comunione con Dio. Pone così  fine a tutta la logica dei sacrifici e del culto e annuncia che l’incontro con Dio si attua nel fare della propria esistenza un dono, una consegna sino alla fine a Dio e agli altri.

Indica così in quei segni, il pane  e il vino, tutta la sua vita e la sua speranza che non viene meno anche di fronte alla morte. La sua vita è nell’orizzonte dell’alleanza ‘per i molti’, ‘per le moltitudini’. Questa espressione rinvia alla figura del servo di Jahwè (Is 53,11-12) di cui si dice che ‘giusticherà le moltitudini’: indica non una parte o qualcuno in particolare, ma l’umanità  nell’apertura a tutti, senza confini. E’ sangue donato, e donato per tutti: è vita donata con lo sguardo rivolto a tutti senza nessuna esclusione. Una esistenza che si fa pro-esistenza, vita aperta nel divenire dono.

La morte non è così l’ultima parola: lo sguardo di Gesù va alla fedeltà di Dio, al venire del regno nonostante le contraddizioni. E promette ‘lo berrò nuovo nel regno di Dio’.  Gesù fonda la sua esistenza sulla fedeltà del Padre e guarda ad un futuro in cui nonostante ogni contraddizione il regno si compie. Apre così la comunità dei suoi a vivere quel gesto che ci ha lasciato come memoria della sua vita nell’attesa di un tempo ultimo.

Il ‘regno di Dio’ era stato il cuore del suo annuncio: presentato nelle sue parole che liberavano, nei gesti della sua accoglienza verso tutti coloro che erano tenuti fuori, verso chi viveva in situazioni segnate dal male, per liberarli. I gesti della sua vita concreta, le sue scelte, il suo modo di incontrare le persone, il modo in cui ha vissuto il suo cammino umano sono stati dono di liberazione, uscita dalla logica della violenza, della sopraffazione, liberazione dalla visione sacrale, offerta di un rapporto con Dio presentato come l’Amante. La sua vita, nel suo essere essere-per-gli-altri è racconto del volto di Dio come amore che si perde e libera. Gesù ha raccontato questo facendosi piccolo e povero e per questo scegliendo i piccoli e  i poveri.

Il suo corpo è la sua vita umana luogo di dono e di incontro tra Dio e la nostra umanità. I discepoli a quella cena sono invitati a prendere parte: ‘prendete, mangiate’. Ripetere il gesto di Gesù dell’ultima cena, fare questo ‘in memoria di lui’ è occasione di tornare al suo cammino: mantenere lo stupore di scoprire come ha vissuto la sua esistenza umana, lasciarsi cambiare dalla sua vita.

Vivere l’Eucaristia rinvia a questo: corpo di Cristo è la sua vita donata. Corpo di Cristo è la convocazione di tutti coloro che accolgono questa Parola di vita e la traducono in esistenza. E così si uniscono a lui. Corpo di Cristo è il segno del pane spezzato, del vino versato,  lasciato da Gesù, per poter imparare a scoprire il corpo di Cristo nei volti di tutti coloro in cui Gesù si identifica: il corpo, la vita delle vittime, dei dimenticati, dei poveri. Vivere l’esistenza facendone luogo di consegna e condivisione è fare eucaristia, è il culto autentico. Vivere lasciando spazio al crescere del regno, regno per i piccoli e i poveri è accogliere già il dono di Gesù e apre a scoprire il senso della sua vita vissuta come dono e servizio.

Alessandro Cortesi op

Solennità della Santissima Trinità – anno B

Dt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

Quale è il luogo di Dio? Se la terra è luogo della vita umana il luogo di Dio è lassù, nel cielo. Ma l’esperienza fondamentale di Israele è che Dio si rende vicino e scende  nel ‘quaggiù’, ascolta il grido degli oppressi, scende a liberare. Quaggiù, nel luogo della vicenda umana, la terra. “Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”. Se da un lato Dio è il lontano, non s’identifica con nessuna realtà della storia e non può essere confuso con alcun elemento della creazione – è  Signore, infatti e creatore, contro ogni idolatria – tuttavia è anche il Dio vicinissimo, unico e vicino, è coinvolto nella vita di un popolo chiamato a diventare segno per tutti i popoli. A lui rivolge la sua parola, offre alleanza: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa  e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?” La cosa grande è che Dio si fa vicino a un popolo piccolo, gli rivolge una parola.

Israele scopre così il volto di un Dio vicino. Dio chiama, sceglie non secondo i criteri della potenza ma si fa vicino ad  un popolo oppresso, si comunica per liberarlo. Il suo volto è quello di Dio liberatore. Israele è così continuamente chiamato a scorgere la voce di Dio che chiama nei segni della storia. Sarà sempre lì acanto alle vittime e nelle attese di liberazione. Stare in ascolto di Lui comporta uscire dagli schemi che lo pongono lassù, senza rapporto con il quaggiù. Non si può mai pretendere di possederlo o rinchiuderlo in pensieri umani. Il Primo Testamento è narrazione non tanto della ricerca umana di Dio, quanto del venire di Dio in cerca dell’uomo. E’ un venire, il suo, che continuamente si ripropone in modi nuovi, nella chiamata di un popolo che sia testimone per tutti del Dio che scende a liberare.

Gesù ha manifestato un tratto proprio che ha colpito i suoi ed è rimasto nella memoria di lui custodita dai vangeli: la sua vicinanza, il senso di affidamento a colui che egli chiama Abbà, Padre. A lui, l’Abbà, Gesù si affida senza riserve. Nei momenti decisivi della sua esistenza, nella sua preghiera, prima della passione nell’orto degli ulivi (Mc 14,36; cfr Gv 11,41; 17,1). E’ un rapporto di intimità particolare. Gesù vive la sua esperienza umana nell’affidamento radicale, nella fiducia che gli farà affrontare anche l’ostilità, il rifiuto, la morte nel mantenersi fedele a Dio, nella certezza che il suo regno si compie.

Gesù aveva comunicato ai suoi la sua fiducia parlando della preghiera. Preghiera non è sprecare tante parole come fanno i pagani, non è rivolgersi a un Dio lontano per controllarlo o piegarlo ai propri disegni, ma è aprirsi ad un rapporto con colui che Gesù chiama il Padre, l’Abbà. E’ Padre che ama e desidera vita e salvezza per tutti (Lc 11,1-4; Mt 6,9-13). Gesù usa questa parola così vicina all’esperienza umana dell’essere situati in un rapporto di amore: dietro quel volto del padre sta la tenerezza dell’amore femminile di un Dio che ha cura. Non il dio maschio e guerriero, ma il padre/madre che attende che abbraccia i suoi figli con tratto di donna.

Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù è così riconosciuto e chiamato come ‘il figlio’, che viene dal Padre. In lui ognuno è invitato a scoprirsi figlio del Padre e fratello suo. E’ l’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, quando Gesù dona ai suoi di vivere la gioia di una sua presenza nuova. Nello Spirito. Promette ai suoi che la sua assenza apre ad un incontro nuovo. Lo Spirito è presenza interiore, da inseguire, come il vento: nei vangeli si parla di lui come il grande suggeritore, colui che ricorderà tutto quello che Gesù ha detto (Gv 14,26)  colui che consola (Gv 14,15). In lui possiamo scoprirci innestati nella vita dell’Abbà, dono di comunione: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (cfr. Gv 14,20).

Paolo esprime questo con le sue parole ai romani: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abbà, Padre’. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Rom 8,15-16) .

Riconoscere Dio come  Abbà  è in radice un dono,  non viene da noi, è possibilità che può provenire dall’accogliere la presenza dello Spirito, dono della Pasqua (cfr Gv 20,22).

Queste tracce ci aiutano a scoprire che il volto di Dio che Gesù ci ha raccontato è volto di comunione, di amore che si dona e genera accoglienza. Ma ci fa anche  scoprire che la nostra identità più profonda, la chiamata che sta al cuore della nostra vita umana  è comunione, dono di sé, apertura all’altro, gioia dell’incontro.

Nel cuore della nostra vita, negli affetti e legami che viviamo avvertiamo una sete ed una nostalgia di comunione. In queste aperture del nostro essere possiamo scorgere da dove proveniamo. La parola di Gesù ci dice che la vita del Padre del Figlio e dello Spirito, una vita di comunione e relazione, è sorgente e grembo della nostra stessa vita. E’ anche il porto dei nostri giorni. Ed è questo motivo di speranza nei giorni e nella fatica del presente.

E’ anche ricco di provocazione leggere che nel momento in cui Gesù affida ai suoi la promessa, nel vederlo essi però dubitavano (Mt 28,17). Gesù affida il racconto del Padre del Figlio e dello Spirito alla pochezza e alla debolezza degli undici. Non dovranno abituarsi a questo diventandone i padroni, ma dovranno mantenere sempre il senso della loro pochezza e lo smarrimento. Scoprire il Dio lontano eppure il vicinissimo fa sentire piccoli e inadeguati. Gesù accetta anche il nostro dubbio. Proprio a chi dubita si affida, perché si possa riconoscere il volto di Dio amicizia sempre al di là eppure anche dentro la nostra esperienza umana laddove si sperimenta comunione, apertura sincera all’altro, relazione.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo