la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Solennità del corpo e sangue del Signore – 2012

La scultura di questo crocifisso tratto dalla radice di un albero di olivo è opera di Ugo Fanti, amico di Pistoia.

E’ un’opera artistica che conduce a guardare il corpo di Gesù sulla croce. Apre a considerare il corpo di Cristo come convocazione di tutti coloro che accolgono la chiamata ad essere in Lui e a formare in Lui un solo corpo. Si fa così  invito a scorgere i tratti del suo corpo proprio nei corpi crocifissi della storia, lasciando coinvolgere la nostra vita nella sua, seguendo la sua via. La sua è stata via del dono e del servizio: noi possiamo dare il nostro corpo, le nostre mani, le nostre braccia, i nostri piedi, le nostre forze a lui, sulla strada che Lui ha percorso.

Mi ha così ricordato la preghiera di Mario Pomilio:

Cristo non ha più mani,
ha soltanto le nostre mani
per fare le sue opere.

Cristo non ha più piedi,
ha soltanto i nostri piedi
per andare oggi agli uomini.

Cristo non ha più voce,
ha soltanto la nostra voce
per parlare oggi di sé.

Cristo non ha più forze,
ha soltanto le nostre forze
per guidare gli uomini a sé.

Cristo non ha più Vangeli
che essi leggano ancora.

Ma ciò che facciamo in parole e opere
è l’evangelio che si sta scrivendo.

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Es 24,3-8;Sal 115,12-18;
Eb 9,11-15;
Mc 14,12-16.22-26

Alleanza è parola chiave di queste letture. Alleanza simboleggiata in un rito, alleanza vissuta in un dono di esistenza.  Al cuore della prima lettura c’è la descrizione di un rito: rito del sangue di animali asperso, versato, sull’altare e poi sul popolo. Un rito che va letto nel contesto della mentalità del culto per mezzo dei sacrifici di animali. Non è però un rito finalizzato a placare una divinità assetata di sangue, ma intende essere segno di una grande scoperta propria della fede ebraica. Indica un incontro: simboleggia infatti che una medesima vita – il sangue è simbolo della forza vitale – unisce Dio e il popolo. E’ memoria attraverso un gesto per riscoprire che Dio stabilisce un rapporto, una comunicazione vivente, pulsante come il sangue. E0 memoria di fedeltà all’alleanza che viene da una iniziativa di Dio. E’ anche gesto che accompagna e vuole indicare una parola ascoltata e ricevuta. ‘Quanto ha il Signore lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’. C’è un rapporto dietro a questo segno, una relazione vivente tra Dio che si comunica e un popolo che ascolta. E’ sangue non di morte, ma segno che fa vivere.

Il cammino ha un suo punto d’inizio nell’ascolto. Dio non è lontano e indifferente, ma vicino e ‘parla’. Ascoltarlo non è questione puramente intellettuale. E’ invece dinamismo di coinvolgimento della vita. La parola data impegna Dio che ascolta il grido dell’oppresso e scende a liberare. Ed è anche parola che impegna il popolo in un cambiamento profondo: ‘noi lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’. Solamente se  si attua un coinvolgimento l’ascolto è possibile. E’ un ascolto ben lontano dal distacco e della neutralità, si attua invece nel lasciarsi cambiare e nell’operare scelte nuove. L’eseguire conduce ad ascoltare e la parola ascoltata opera cambiamento nella vita. Così il segno del sangue rinvia alla vita, a quello scorrere di energia vitale che innerva e rende vive le forme dell’esistere dell’uomo. Il sangue simbolo della vita, versato sull’altare e sul popolo, diviene simbolo di una medesima corrente di vita che unisce. Alleanza nel sangue.

Gesù nella sua vita terrena, nel suo passare sulle strade ha testimoniato una vita tutta presa da questo ascolto e da questo coinvolgimento. Fino al punto che nell’ultima cena con i suoi, prima dei giorni dell’arresto, del processo, della condanna, vive liberamente un gesto che dice il modo in cui egli ha interpretato e ha dato senso alla sua vita ed alla sua stessa morte. Non fu una morte subita in modo inconsapevole ma l’esito di un cammino di fedeltà nel dono. Un esito non cercato, perché Gesù mai ebbe l’attitudine dell’eroe che sfida i nemici e la stessa morte. Anzi davanti alla sua morte – e Marco lo sottolinea con forza nel suo vangelo – egli provò angoscia e paura. Tuttavia di fronte alle ostilità per il suo messaggio e il suo agire che destabilizzavano il sistema religioso e politico Gesù rimase fedele all’annuncio del regno.

Nella cena, vissuta con i suoi nei giorni della Pasqua, pronunciò parole giunte a noi in due grandi tradizioni, quella di Marco e Matteo e quella riportata da Luca e Paolo. Le parole che Marco ci ha riportato nel suo vangelo rinviano al rito dell’alleanza, al rito del sangue. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”.

In questo momento così drammatico Gesù richiama il rito dell’alleanza (cfr. Es 24, 3-8), insieme al riferimento al significato della Pasqua ebraica. Offre così una luce nella quale leggere tutto il suo cammino. Il sangue – segno dell’antico rito di alleanza – parla  una medesima vita che unisce il Dio liberatore degli oppressi e il popolo. Gesù di fronte alla sua morte manifesta uno dei tratti più profondi del suo volto, il suo essere uomo libero, libero nel mantenersi fedele a fare della sua vita un dono, nella fedeltà al Padre e al regno che aveva annunciato. La sua è una vita perduta… è sangue versato. E non è sangue di animali offerti, ma è la sua stessa vita. Il luogo di incontro tra Dio e uomo è la sua esistenza ‘sprecata’ come dono. Il sangue dell’alleanza è a questo punto non più quello dei sacrifici ma il sangue suo, la sua stessa esistenza. Nel suo donarsi si attua l’incontro e la comunione con Dio. Pone così  fine a tutta la logica dei sacrifici e del culto e annuncia che l’incontro con Dio si attua nel fare della propria esistenza un dono, una consegna sino alla fine a Dio e agli altri.

Indica così in quei segni, il pane  e il vino, tutta la sua vita e la sua speranza che non viene meno anche di fronte alla morte. La sua vita è nell’orizzonte dell’alleanza ‘per i molti’, ‘per le moltitudini’. Questa espressione rinvia alla figura del servo di Jahwè (Is 53,11-12) di cui si dice che ‘giusticherà le moltitudini’: indica non una parte o qualcuno in particolare, ma l’umanità  nell’apertura a tutti, senza confini. E’ sangue donato, e donato per tutti: è vita donata con lo sguardo rivolto a tutti senza nessuna esclusione. Una esistenza che si fa pro-esistenza, vita aperta nel divenire dono.

La morte non è così l’ultima parola: lo sguardo di Gesù va alla fedeltà di Dio, al venire del regno nonostante le contraddizioni. E promette ‘lo berrò nuovo nel regno di Dio’.  Gesù fonda la sua esistenza sulla fedeltà del Padre e guarda ad un futuro in cui nonostante ogni contraddizione il regno si compie. Apre così la comunità dei suoi a vivere quel gesto che ci ha lasciato come memoria della sua vita nell’attesa di un tempo ultimo.

Il ‘regno di Dio’ era stato il cuore del suo annuncio: presentato nelle sue parole che liberavano, nei gesti della sua accoglienza verso tutti coloro che erano tenuti fuori, verso chi viveva in situazioni segnate dal male, per liberarli. I gesti della sua vita concreta, le sue scelte, il suo modo di incontrare le persone, il modo in cui ha vissuto il suo cammino umano sono stati dono di liberazione, uscita dalla logica della violenza, della sopraffazione, liberazione dalla visione sacrale, offerta di un rapporto con Dio presentato come l’Amante. La sua vita, nel suo essere essere-per-gli-altri è racconto del volto di Dio come amore che si perde e libera. Gesù ha raccontato questo facendosi piccolo e povero e per questo scegliendo i piccoli e  i poveri.

Il suo corpo è la sua vita umana luogo di dono e di incontro tra Dio e la nostra umanità. I discepoli a quella cena sono invitati a prendere parte: ‘prendete, mangiate’. Ripetere il gesto di Gesù dell’ultima cena, fare questo ‘in memoria di lui’ è occasione di tornare al suo cammino: mantenere lo stupore di scoprire come ha vissuto la sua esistenza umana, lasciarsi cambiare dalla sua vita.

Vivere l’Eucaristia rinvia a questo: corpo di Cristo è la sua vita donata. Corpo di Cristo è la convocazione di tutti coloro che accolgono questa Parola di vita e la traducono in esistenza. E così si uniscono a lui. Corpo di Cristo è il segno del pane spezzato, del vino versato,  lasciato da Gesù, per poter imparare a scoprire il corpo di Cristo nei volti di tutti coloro in cui Gesù si identifica: il corpo, la vita delle vittime, dei dimenticati, dei poveri. Vivere l’esistenza facendone luogo di consegna e condivisione è fare eucaristia, è il culto autentico. Vivere lasciando spazio al crescere del regno, regno per i piccoli e i poveri è accogliere già il dono di Gesù e apre a scoprire il senso della sua vita vissuta come dono e servizio.

Alessandro Cortesi op

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