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Una vita nascosta, un grande uomo

In questi giorni ci ha lasciato padre Marco Giammarino, un domenicano della nostra comunità dei domenicani di Pistoia. Lo descriverei come un ‘piccolo grande uomo’ e queste righe intendono esprimere la mia stima e l’apprezzamento per la testimonianza che ci ha lasciato nella sua vita.

‘Piccolo’ perché basso di statura, ma anche perché dietro al suo volto rotondo (almeno fino all’ultimo periodo della malattia) nascondeva alcuni tratti, per certi aspetti, propri di bambino. Aveva espressioni di sorriso o di meraviglia che manifestavano una inermità ed una mitezza infantile. Quando nelle fredde serate di inverno scendeva in chiesa per aiutare a sistemare al termine della messa, con sul capo un pesante berretto di lana, gli amici sorridendo gli dicevano che assomigliava a Cucciolo, uno dei sette nani. Così nel suo modo di scrivere e di esprimersi manteneva uno stile piano, elementare. Il suo riflettere progrediva sempre passo passo senza salti, senza citazioni dotte, e quando doveva riferirsi ad un libro letto, lo faceva quasi con timidezza o lo suggeriva tra le righe. Una grande semplicità che non faceva trasparire la ricchezza di preparazione, di cultura, di interessi.

E tuttavia un ‘grande’ uomo. Un gigante che nascondeva nei suoi modi semplici, riservati e dimessi una cultura maturata giorno dopo giorno, un vivacità intellettuale che raramente si trova ed una esperienza di fede lontana dalle forme del devozionalismo e nutrita di senso dell’umano. Nato a Torino il 27.11.1933 ma subito trasferitosi a Roma con la famiglia era entrato nell’Ordine giovanissimo. Dopo gli anni del collegio aveva vissuto il suo noviziato a san Domenico di Fiesole nel 1950/51 ed era stato ordinato nel 1958. Ricordava i primi anni della formazione come un tempo assai difficile per la chiusura culturale e per questo visse gli anni del Concilio Vaticano II come momento di liberazione e di apertura.

Dopo gli studi all’interno dell’Ordine si era così laureato in filosofia a Perugia nel 1968, e si era impegnato  in attività apostoliche a contatto con i giovani nel collegio di Arezzo e poi con gli scout e nella parrocchia a Perugia. Successivamente, dopo essere stato superiore a Lucca, nel 1970  fu trasferito a Pistoia e qui è rimasto fino alla morte.  Entrò a far parte della redazione di ‘Vita sociale’. Fu priore della comunità e più volte sottopriore.  Dal 1970 intraprese l’insegnamento prima nella scuola privata poi dal 1976 nella scuola statale. Fu così professore per molti anni di italiano e storia all’Istituto Tecnico Commerciale di Agliana. Coltivava nel frattempo la sua passione per la letteratura, per la poesia e con il suo fare mite era un punto di riferimento per tanti giovani.

Vorrei ricordarlo con tre testi che rinviano a tre grandi attenzioni della sua vita. Il primo testo riguarda la vicenda del dibattito all’interno dei domenicani al momento della conquista dell’America Latina.

Per tanti anni padre Marco curò per la rivista ‘Vita sociale’, promossa dai domenicani pistoiesi, una rubrica di notizie e di informazioni sull’America latina nel tempo delle dittature e delle lotte per i diritti. Era attento ai movimenti e alla teologia della liberazione. Assistetti personalmente ad un incontro tra un domenicano brasiliano che subì la prigionia negli anni della dittatura dei militari in Brasile e padre Marco a Pistoia pochi anni fa. Fu un incontro molto bello in cui ci rendemmo conto dell’importanza del suo silenzioso lavoro di informazione e di pubblicazione di documenti riguardo a ciò che stava avvenendo in America Latina negli anni ’70 . La sua era anche una attenzione all’America Latina a partire dall’approfondimento sulla vicenda della conquista del XVI secolo. In particolare aveva studiato la riflessione dei domenicani contro le ingiustizie e l’elaborazione di una teologia dei diritti umani, condotta in particolare da Bartolomé de Las Casas e da Francisco de Vitoria.

Ecco il testo della predica di Antonio Montesinos, tenuta a nome dell’intera comunità dei domenicani in cui era priore Pedro de Cordoba, di fronte ai coloni la prima domenica di avvento del 1511 nell’isola di Hispaniola, un documento di condanna dell’oppressione che veniva condotta dagli spagnoli nei confronti degli indios:

«Vox clamantis in deserto. Siete tutti in peccato mortale, e in esso vivete e morirete, per la crudeltà e tirannia che usate verso queste genti innocenti. Con che diritto e con che giustizia tenete questi indiani in servitù tanto crudele e orribile? Con quale autorità avete condotto sì detestabili guerre contro queste genti che vivevano mansuete e pacifiche nelle loro terre, in queste terre dove in numero infinito li avete annientati con morti e scempi di cui mai s’era udito prima? Come potete tenerli così oppressi e fiaccati, senza nutrirli né curarli nelle loro malattie, sì che per le eccessive fatiche vi muoiono tra le mani, o per meglio dire li uccidete, onde cavarne oro da accumulare un giorno dopo l’altro? Non sono essi uomini? Non hanno un’anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?»

Un secondo testo è una poesia. Marco nutriva una attenzione particolare e una  passione per i libri e la lettura. Sapeva scegliere i libri più significativi e li affrontava con un impegno paziente e sistematico di lettura e schedatura. La sua biblioteca, di cui era geloso custode, conserva una sezione ordinata in cui sono presenti i testi non solo della poesia classica, ma di tutti i principali poeti contemporanei di cui seguiva puntualmente le edizioni di raccolte. Padre Marco aveva sul comodino nei suoi ultimi giorni tra altri libri una raccolta di poesie di Maria Luisa Spaziani (1924-)

Di lei traggo questa poesia dal titolo ‘Testamento’ dalla raccolta ‘La luna è già alta’:

Lasciatemi sola con la mia morte.
Deve dirmi parole in re minore
che non conoscono i vostri dizionari.
Parole d’amore ignote anche a Petrarca,
dove l’amore è un oro sopraffino
inadatto a bracciali per polsi umani.

Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche
perchè dalla nascita l’ho avuta vicina.
Siamo state compagne di giochi e di letture
e abbiamo accarezzato gli stessi uomini.
Come un’aquila ebbra dall’alto dei cieli,
solo lei mi svelava misure umane.

Ora m’insegnerà altre misure
che stretta nella gabbia dei sei sensi
invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre.
E’ triste lasciare mia figlia e il libro da finire,
ma lei mi consola e ridendo mi giura
che quanto è da salvare si salverà.

Un terzo testo è un suo scritto, redatto in occasione di un incontro di formazione tenutosi a Pistoia nel dicembre 2007, per l’introduzione dei lavori: dagli anni del suo impegno in ‘Vita sociale’ seguiva soprattutto le linee della teologia post-conciliare con attenzione alle voci della teologia francese, dei teologi della liberazione e negli ultimi anni aveva maturato una attenzione ai temi del dialogo interreligioso, e proprio in tale ambito ho avuto occasione anch’io di collaborare con lui. In questo testo parla di quale fosse secondo lui il compito dei domenicani, del fare teologia e degli orizzonti del dialogo interreligioso:

“Si discute ancora, quando si parla del tipo di vocazione domenicana, se si debbono privilegiare le caratteristiche dei monaci o quelle dei predicatori e, a seconda  delle tendenze di ciascuno si cerca di fare le proprie scelte, trascurando magari quello che ci dicono gli storici al riguardo. un aspetto della nostra vocazione, del nostro carisma però è sicuro: siamo un ordine di teologi; non solo nel senso che abbiamo avuto grandi teologi sia nel passato lontano come s. Tommaso e s. Alberto sia in quello più recente come p.Chenu, p.Congar, p.Lagrange, p.Lebret, ecc., ma anche nel senso che ognuno di noi, sacerdote o monaca o suora o laico deve sentirsi, deve essere, è un teologo. Non ci sono scappatoie, non ci sono alternative se ci si vuole definire ed essere domenicani. Questo è il nostro carisma: siamo teologi, siamo tutti teologi. Ma fare teologa oggi  vuol dire confrontarsi con gli altri, con le altre religioni, affrontare il dialogo interreligioso. (…) Un grosso pericolo: Péguy diceva ‘c’è qualcosa di più grave di un uomo perverso, l’uomo abituato’. E’ importante accogliere la novità dell’altro, lasciarci guidare dallo Spirito, che ci porta non sappiamo dove, né fin dove, sicuramente però ci porta ad accogliere Dio in un modo che supererà tutte le nostre immagini e rappresentazioni e concetti teologici o filosofici. (…) Avremo quindi giorni intensi di ricerca e di studio che mi auguro, vivremo insieme con grande partecipazione e con grande fraternità ricordando il nostro programma di fondo: in dulcedine societatis quaerere veritatem” (tratto da Cristiani e buddisti: tra Oriente e Occidente, Quaderni di formazione permanente, Convento san Domenico Pistoia 2007, stampa fuori commercio)

Non era un uomo che si metteva in mostra. Preferiva il dialogo riservato e i rapporti a tu per tu. Era grande suggeritore di libri da leggere e accoglieva con curiosità suggerimenti di letture su cui poi condividere giudizi e scoperte. Sfuggiva gli eventi culturali di apparenza ma era aggiornatissimo sulla base di letture condotte nella sua piccola camera stipata di libri.

Aveva maturato, non senza sofferenze e distacchi, un approccio alla vita lontano da una mentalità clericale e chiusa. Ricordo quando proponeva, incompreso e talvolta osteggiato, per momenti di formazione dei frati, letture come l’opera di Thomas Mann, oppure la conoscenza di testi buddisti e l’analisi del Corano. Ricordo l’interesse con cui ha seguito fino alla fine le attività promosse nell’impegno di una riflessione sui segni dei tempi dal gruppo Espaces di cui faceva parte.

Tra le sue carte due oggetti gli erano cari e li teneva vicini a sé: gli orari settimanali di tutti gli anni scolastici, che teneva affissi con nastro adesivo sulla porta della stanza uno sopra l’altro, quasi per non staccarsi dalla scuola anche dopo che era andato in pensione. E un libro di fotografie con le foto di tutte le classi di cui era stato professore.

Il suo cammino rimane per noi una eredità da custodire e di cui ringraziare.

Alessandro Cortesi op

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