la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2012”

XVII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

“Venne un uomo che portò pane di primizie…” Eliseo è un uomo di Dio. Il suo invito ‘Dallo da mangiare alla gente’ è sconcertante. Come possono pochi pani d’orzo e grano appena raccolto sfamare tanta gente? Nel suo gesto c’è anche una indicazione del superamento dei privilegi: l’uomo di Dio vive per portare la parola di Dio e per far parte dei doni. Un dono recato a lui dev’essere distribuito a tutti, non può essere trattenuto. Ma in questa indicazione dell’uomo di Dio c’è anche il rinvio ad ogni uomo.

La sua parola poi si pone in contrasto con la logica del calcolo e della programmazione: dare quei pochi pani contrasta con la constatazione dell’insufficienza per tanta gente. Eppure proprio entrare nella logica del dono può aprire a scoperte impensabili. Si tratta poi di primizie, sono pani importanti, i primi pani impastati con l‘orzo che matura presto. La parola dell’uomo di Dio invita a distribuire ciò che si guarderebbe con attenzione e cura prima di darlo via. Eppure l’invito è perentorio: ‘dallo da mangiare’. La sua parola si fonda sulla fiducia nella parola di Dio: ‘poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne faranno avanzare”.

C’è un protagonista silenzioso di questa scena ed è la presenza di Dio. L’ascolto della sua parola genera una vita che può percorrere strade nuove e sconosciute alla mentalità del calcolo, del pensiero chiuso sul proprio io, e chiede un affidamento gratuito.

Eliseo si rende così strumento di un ‘miracolo’ che è segno che rinvia alla Parola di Dio.  La distribuzione di primizie è compiuta sulla base della sua promessa: proprio nel distribuire ne basterà per tutti ed addirittura ne avanzerà. La fede d’Israele è radicata nell’esperienza dell’Esodo, nel dono della manna, il cibo per ciascun giorno che non doveva essere ammassato, trattenuto, ma raccolto giorno per giorno, dono di Dio che provvede ai suoi figli e dà il nutrimento necessario.

Nel racconto di Giovanni è Gesù al centro. Il contesto è quello della Pasqua vicina: è un gesto che trae luce dal riferimento alla Pasqua. Il luogo dove la scena si svolge è l’altra riva del mare. Quell’altra riva lontano dai luoghi in cui Gesù si deve confrontare con la logica meschina e chiusa di chi non comprendeva e non voleva accogliere i suoi gesti di liberazione. Ed è anche un luogo sul monte.

Gesù sa leggere la situazione di coloro che venivano da lui e si preoccupa: ‘Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?’ Filippo vede l’impossibilità di comprare pane per tutta quella gente. Andrea allora presenta un ragazzo con cinque pani e due pesci. Un gesto di gratuità:quello che ha è poco ma lo presenta ugualmente. ‘Che cos’è questo per tanta gente?’. In questo momento di difficoltà Gesù compie due gesti, prende i pani, pronuncia la benedizione e li diede a quelli che erano seduti. E’ un segno che pone al centro il gesto dell’accogliere, del ringraziare e del distribuire. Nel distribuirlo il pane è sufficiente per tutti e non viene meno. La distribuzione è unita al gesto del benedire. E’ un richiamo al gesto dell’Eucaristia che veniva vissuta nelle prime comunità cristiane. Nel gesto di Gesù si ritrova così l’origine e il senso della liturgia eucaristica. Il pane e i pesci che Gesù distribuisce saziano tutti ed anche ne avanzano dodici canestri con i pezzi dei pani d’orzo. Dodici, un numero che rinvia alla totalità del popolo d’Israele: ce n’è per tutti ed è un cibo che raduna un popolo chiamato a comunicare. La pagina si conclude nell’incomprensione: il segno di Gesù rinvia al volto di Dio che dona cibo e sazia la fame dei suoi figli. Le folle lo intendono invece come motivo di soluzione di problemi immediati. Lo cercano per farlo re. Ma Gesù prende le distanze da questo tipo di ricerca: si ritirò sul monte, lui da solo.

La pagina di Giovanni narra un segno di Gesù:  la distribuzione e la condivisione ci apre una fessura per comprendere il nostro presente e per vivere in esso alla luce di questa Parola.

Le nostre vite sono spesso soffocate da una insistenza che è presente attorno a noi ma anche dentro di noi su tutto ciò che è calcolo, previsione, programmazione. Spesso tutto questo è connesso anche al denaro, al punto che la questione centrale del nostro vivere è divenuta la preoccupazione per l’andamento delle finanze e del denaro alla Borsa, da cui dipendono le sorti di interi popoli. Se è legittimo preoccuparsi di ciò che permette di vivere, se stessi e gli altri, è tuttavia una forma di schiavitù e di idolatria mettere il senso della vita solamente nel denaro, nel profitto delle proprie attività, nel calcolo dell’utile che può derivare da ciò che facciamo.

La situazione di crisi che viviamo può farci guardare oltre, a ciò a cui dare valore oltre l’interesse, andando oltre la affannosa ricerca del profitto e dell’utile. Proprio nel tempo della crisi possiamo scoprire il valore di cose che non sono quantificabili in termini di denaro e che pure valgono tanto di più. Possiamo scoprire il valore di ciò che si pone fuori dalle logiche dell’utilità e del calcolo per seguire le vie del gratuito e del sovrappiù. La crisi ci invita ad aver lo sguardo di Gesù che sa vedere le necessità e il bisogno della folla. Può anche essere occasione per scoprire come  distribuire il pane e le risorse facendo nostro il gesto di Gesù, dell’accogliere del ringraziare, del condividere. Solo la condivisione può spezzare i meccanismi di ingiustizia che sembra non possano essere messi in discussione.

Anche noi possiamo offrire primizie di tempo, di competenze, di salute, di vita. Possiamo scoprire che quanto abbiamo, nel momento in cui è dato, trova modo di moltiplicarsi e diviene sufficiente per molti. E potremo anche aprirci al miracolo della sovrabbondanza. Quanto è condiviso a partire da gesti di gratuità e generosità diviene sufficiente per molti e addirittura ne avanza. “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

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XVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”. La parola guida di questa domenica è ‘pastore’. Nelle pagine dei profeti emerge una denuncia molto chiara contro coloro a cui è stato affidato un compito di guida e che non l’hanno vissuto prendendosi cura delle persone, ma se ne sono disinteressati. Sono così accusati di aver disperso il popolo di Dio: sono venuti meno al compito di dare vita e aiutare nel cammino. Non sono stati autentici pastori perché  non hanno avuto cura della salute del gregge e non l’hanno accompagnato, hanno imposto esigenze insopportabili. Dietro all’immagine del pastore sta il riferimento ai capi del popolo, ai re, ai sacerdoti. Geremia annuncia che Dio stesso si prenderà cura del suo popolo,  invierà un pastore che eserciterà la giustizia, cioè dirà con il suo agire la fedeltà di Dio alle sue promesse: un pastore capace di riflettere lo sguardo di Dio e la sua fedeltà, la cura per la vita di ognuno e per tutto il popolo.

L’immagine del pastore ritorna nei vangeli. Marco in particolare presenta i caratteri principali del pastore nel suo modo di guardare e nella capacità di commuoversi. E li vede in Gesù: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Pone così in primo piano la capacità di ‘vedere’ di Gesù: il suo sguardo non si ferma alla superficie ma coglie ciò che sta nel cuore delle persone. Questo tratto, umano e profondo della sua vita è fondamentale. Per Gesù le persone che incontra non sono numeri né ‘casi’, non sono nemmeno delle masse indistinte di cui servirsi. Per lui ogni persona è un volto e un cammino di cui prendersi cura. Il suo vedere sa scorgere nelle situazioni non un problema da risolvere ma un ‘tu’, un popolo fatto di volti, che soffre, che pone una domanda, che vive di una attesa, che avverte il peso della contraddizione del male ma anche la sete di autenticità.  La folla che Gesù si trova davanti perde allora i contorni di un gruppo senza diversificazione: Gesù la guarda come ‘pecore che non hanno pastore’, coglie il disorientamento, la ricerca e il desiderio presente nei cuori. Marco richiama l’immagine del pastore che certo rinviava alle guide, ma richiamava anche quel rapporto unico, di vita e di cura, dei pastori della Palestina che avevano nelle pecore l’unico motivo della loro sussistenza. Per questo quel rapporto era prezioso.

Il modo di guardare di Gesù è un vedere che sosta, si ferma, lasciandosi colpire da chi ha di fronte. Il suo primo movimento è ascolto, ospitalità. Non passa oltre senza fermarsi. Come il samaritano della parabola. Questo sguardo esprime ciò che Marco indica con il termine commuoversi. Gesù si commuove di fronte alle persone. Si lascia ferire innanzitutto. Non si pone come chi ha qualcosa da dare. Gesù incontra le persone come chi è povero, e fa spazio per  accogliere la sofferenza, la ricerca, la paura, insomma tutto ciò che si muove nel più profondo del cuore umano. Senza giudicare, senza escludere, ma facendosi compagnia. Prendendo su di sé l’angustia dell’altro. E’ la capacità di vicinanza e di cura di Gesù. E nelle testimonianze dei vangeli traspare tutto questo nei momenti in cui viene fissato nel suo commuoversi. Commuoversi, verbo femminile, verbo delle viscere. Gesù si lascia cambiare dentro nel suo vedere chi gli sta di fronte e così racconta il volto di Dio della commozione e della vicinanza nel dolore. Un Dio che prende su di sé,  che soffre insieme, che attende e condivide il silenzio della ricerca.

E Gesù invita i suoi: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto”. Indica un luogo della solitudine, il deserto, come spazio in cui ritrovare il senso del proprio andare e in cui riposare. Suggerisce, proprio nel mezzo di un momento concitato, ai suoi l’importanza di riposare, di fermarsi di fronte alle tante esigenze che nemmeno lasciavano tempo per mangiare. Per ritrovare il senso profondo del proprio cammino, per riscoprire la relazione con lui e tra di loro.

Suggerisco due spunti di riflessione per noi a partire da queste letture che parlano di un profeta che si commuove ed indicano la caratteristica del vedere di Gesù.

Viviamo nella cultura dell’immagine in cui il vedere ha grande parte nella nostra esperienza quotidiana. Ma spesso il nostro vedere non matura la capacità di sostare e di andare a fondo, non sa leggere le situazioni e non si lascia toccare dagli sguardi degli altri. Vediamo innumerevoli cose, ma abbiamo talvolta perduto la capacità di fermarsi sugli occhi, sullo sguardo che racconta le fatiche della vita, le domande inespresse, le attese nascoste. Siamo tesi al moltiplicare le cose da vedere ma perdiamo di vista l’importanza di un solo sguardo che è una vita. Imparare a guardare come Gesù è indicazione dello sguardo del profeta chiamato a leggere dentro le situazioni, le cose, le persone, e a lasciarvi spazio in se stesso. Imparare a vedere così implica imparare a valutare ciò che vale, e soprattutto conduce a lasciarsi ferire dagli sguardi dei volti.

Gesù si commuove. Spesso intendiamo il lavoro e impegno come luogo di una rincorsa di tante cose, per qualcuno il denaro, per altri la carriera, il potere, per altri il riconoscimento sociale, per altri ancora l’efficienza nel produrre o nel dare servizi: tutte cose che possono essere buone e meno buone. Anche le attività più belle rischiano di spegnersi nella rincorsa di un fare che è ripiegamento su di sé, ricerca egoistica senza cura dell’altro. Gesù invita a sostare per liberarsi dalla rincorsa all’efficienza e dal pensare che ciò che vale di più siano le cose di fuori. Nel luogo solitario si scopre la giusta dimensione della propria esistenza, si può coltivare un modo di guardare senza il quale tutto diviene esecuzione di un ruolo, efficientismo anche religioso, o affermazione di sé e del proprio ruolo, risoluzione di problemi e non sguardo alle persone.

In questo tempo di estate che può essere tempo di riposo e occasione di momenti di sosta possiamo tentare di ricercare quel deserto – un luogo interiore più che esteriore, da scoprire anche in tempi e luoghi esteriori –  dove aprirci alla compassione e al commuoversi di Gesù. Scoprirsi accolti e solo da lì pensare di poter divenire fragile raggio di uno sguardo di ospitalità per altri.

Alessandro Cortesi op

XV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Am 7,12-13; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

C’è un irriducibile scontro  presentato nella pagina di Amos. Il profeta è cacciato via dal sacerdote del santuario perché vada altrove a portare la sua parola perché “questo è il santuario del re e il tempio del regno”. Santuario e potere del re uniti come una sola cosa. In un abbraccio mortale. Chi detiene il potere o è ad esso legato non può sopportare la voce del profeta che ne svela le incoerenze e denuncia l’ingiustizia. Amos è profeta suo malgrado e nella sua risposta al sacerdote che gli impone di allontanarsi richiama ciò che sta al cuore della sua esistenza: la sua non è parola propria, egli non persegue interessi personali, ma gli è stata consegnata una chiamata e una parola che viene dal Signore.

In questo drammatico dialogo è evocato un capovolgimento: Betel era il luogo in cui Giacobbe aveva incontrato Dio quando pensava che Dio fosse lontano da lui. E aveva chiamato quel luogo, in quella notte di solitudine e di povertà, Bet-El, cioè ‘casa di Dio’ (Gen 28,19). Aveva là scoperto che Dio gli era vicino in modo inatteso, proprio quando era privato di tutto e aveva dietro di sè una terra da lasciare e davanti a sè un futuro incerto: povero e indifeso scopre il Dio vicino e fedele che non lo abbandona. Aveva lasciato una pietra a ricordo di quell’incontro. Ora quella pietra era divenuta un tempio, quel tempio un santuario alle dipendenze dal potere del re. Il sacerdote è ora preoccupato non delle indicazioni di Dio, ma di quelle del re. La casa di Dio è trasformata in casa di un potere che non sopporta la parola del profeta… Una forte provocazione connessa a tutta la profezia di Amos: Amos richiama ad un culto che non si colloca nel santuario, nell’ambito dei sacrifici, ma che si concretizza nel fare giustizia al povero, nel distribuire equamente le ricchezze, nel capovolgere logiche di sfruttamento. Tutto questo è insopportabile alle orecchie del potere e per questo Amos viene allontanato, ma la sua missione viene solo da Dio ed in questo egli manifesta la libertà del profeta.

Anche Gesù “chiamò a sé i dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. Gesù invia i suoi. In questo gesto indica già uno stile: andare è un fatto importante. Chi va non rimane fermo, non si pone in una situazione stabilizzata; chi va è inviato ad incontrare, a stare dove ci si espone al rischio della relazione. Anzi la relazione sta come caratteristica di questo andare perché Gesù invia a due a due. Insieme. Come a dire che l’essere inviati da lui non è una questione di affermazione personale, ma è un andare nella relazione aperta e vive di uno scambio in un cammino compiuto al plurale, in un ‘noi’ che è luogo della comunicazione della presenza stessa di Gesù.

E nell’inviare Gesù non dà ai dodici indicazioni particolari sul tipo di insegnamento, o su questioni dottrinali. Ciò che richiede è centrato soprattutto sul loro modo di essere, sullo stile del loro andare: solo un bastone e i calzari, né pane, né sacca, né denaro, non due tuniche. Uno stile di sobrietà e di povertà: il messaggio che recano si comunica già e in primo luogo nel modo in cui vivono. Lo stile del loro andare è già vangelo, è già riferimento a Gesù, che ha vissuto da povero. Gesù non li invia a portare aiuto ai poveri, li fa andare assumendo la condizione del povero. Non si distingueranno per abilità di parola, ma per il potere sugli spiriti impuri, cioè per la capacità di liberare, per essere presenza di liberazione. Gesù costituisce testimoni, non preoccupati di andare contro qualcuno, ma tesi solo a dire con la voce della vita uno stile che è già vangelo.

Potremmo cogliere da queste pagine due forti indicazioni per noi nel nostro tempo.

La prima indicazione proviene dallo stile del profeta e dal compito del profeta. Viviamo un tempo di crisi economica e sociale in cui si ripropone, per uscire da essa, la stessa via di competizione, di esaltazione del mercato, di svalutazione dei diritti umani che sta all’origine della crisi. In questo tempo il compito dei profeti è quello di denunciare questa logica e la devastazione che sta producendo nelle società. Compito del profeta è affermare che la parola di Dio che riconosce dignità ai suoi figli è fonte di critica alle logiche del profitto e del mercato. La testimonianza del profeta è anche quella che di non aver paura di fronte alla reazione del sacerdote e del re, infastiditi dal suo disturbo. In questi giorni sono morti nel canale di Sicilia 54 migranti su un gommone alla deriva, provenienti da paesi dove c’è la guerra, morti per sete senza essere segnalati da alcuna imbarcazione e nell’indifferenza. Non si può rimanere indifferenti. Anche queste morti sono generate da una iniquità e dall’ingiustizia a livello globale. Testimonianza di profezia implica una critica ad un mondo fondato sul denaro e sulla ricerca di accumulo nell’indifferenza alla dignità degli esseri umani.

Una seconda indicazione per noi può venire dallo stile che Gesù chiede ai suoi, e che è stato lo stile stesso di Gesù. L’essenziale, l’andare sulla via senza appesantimenti di tutto ciò che impedisce l’incontro e non lascia spazio al vangelo. La bella notizia è per i poveri e può giungere solamente se c’è uno stile di condivisione e di povertà. Questo tratto di sobrietà del vivere, la ricerca dell’essenziale, la consapevolezza che ciò che conta non è la proclamazione teorica di valori generici ma l’effettiva coerenza nella vita di uno stile improntato alla semplicità, al distacco dalle ricchezze, è merce rara oggi, anche all’interno delle chiese. Gesù non dà indicazioni né di strategie di annuncio, né di strumenti da utilizzare per poter contare e neppure indica che la finalità dell’invio sta nell’accrescere il gruppo o in qualche altro genere di affermazione. E’ richiesta solo la testimonianza.

E’ questa una provocazione per  noi a vivere una testimonianza impostata alla scelta di nonviolenza che non usa mezzi forti, né ricerca la visibilità per imporsi, ma che segue la via di Gesù. Lo stile del nostro vivere, che attraversa le pieghe del quotidiano, il modo di usare i beni, il tratto nel rivolgersi all’altro è già parola eloquente: afferma, con il coinvolgimento della vita, che la nostra forza è la parola di Dio, e dice anche la fiducia non nei mezzi potenti del denaro, dei beni e del potere umani, ma nell’affidamento a Gesù e alla sua promessa. Ma c’è oggi attenzione a questo stile nei cammini di chiesa?

Alessandro Cortesi op

XIV domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Ez 2,2-5; Sal 122; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

“Mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”. La vita del profeta è situata tra un ascolto e un invio: sta nella disponibilità ad ascoltare Dio che parla innanzitutto e risponde all’invio di Dio che fa alzare per mettersi in cammino, per comunicare ad altri la parola accolta.

E’ un tratto della storia di Israele, ma si potrebbe dire che è tratto della storia di ogni tempo, la difficoltà a lasciare spazio ai profeti. Il profeta reca una parola scomoda. Non si presta a giustificare l’esistente. Non si fa strumentalizzare da chi detiene il potere. La parola profetica, se per un verso suscita meraviglia e attenzione, dall’altro è percepita come disturbo, perché ha una carica di critica e sollecita al cambiamento, invita a volgere lo sguardo oltre, smaschera le pretese di chi è chiuso nel proprio egoismo (il cuore indurito).

Marco presenta il momento in cui Gesù, proprio nella sua patria, sperimenta lo stupore da parte di molti per le sue parole e per il suo agire, ma anche la distanza ed il rifiuto. Marco presenta così Gesù come profeta disprezzato nella sua stessa patria. Ciò che costituisce difficoltà e ostacolo all’accoglienza della sua persona, è il mettere insieme le sue parole e le sue azioni. Queste sono segni che rinviano a Dio stesso, ed aprono la domanda sulla sua stessa persona. ‘Da dove gli vengono queste cose?’. L’insegnamento e i gesti di liberazione di Gesù parlano del Dio vicino e liberatore e indicano la sua missione come opera di liberazione per restituire l’uomo al suo volto umano.

Eppure ciò che gli abitanti di Nazareth non riescono ad accogliere è il fatto che un profeta, un uomo che viene da Dio, si presenti nella realtà dimessa e familiare così troppo vicina e umana di Gesù: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo e di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E’ questo volto così vicino, senza contorni sacrali, che condivide l’esistenza di famiglia e di legami e rapporti quotidiani, ad essere rifiutato. Marco suggerisce un passaggio fondamentale del suo vangelo: una grande difficoltà in rapporto a Gesù sta nel riconoscere il volto di Dio nel volto dell’uomo, in una umanità che appare troppo vicina e familiare.

In questo è delineata la caratteristica del profeta: Gesù è profeta, inviato a rendere vicino il volto di Dio che soffre insieme, che condivide i percorsi degli uomini. Ma proprio per questo è rifiutato. Gesù si meravigliava della loro incredulità. L’incredulità si connota non tanto come non credere in Dio, ma come atteggiamento di chiusura ad accogliere il volto di Dio che si fa vicino in un modo umano. Chi si ritiene credente, dice Marco deve operare di fronte a Gesù un cambiamento importante.

Oggi viviamo un tempo in cui è sempre più presente una ricerca del religioso nelle forme dell’eccezionale, del magico. Non ci si apre all’incontro con Dio, ma si piega Dio alle proprie attese di benessere psicologico, o di attesa del prodigioso, nella ricerca di una spiritualità molto spesso scissa dall’attenzione all’altro e alla sofferenza dei poveri. E’ l’incredulità che non accetta il volto di Dio di Gesù, che si fa vicino a noi non nel prodigio ma nella compassione e nei gesti della condivisione.

Oggi viviamo forme di utilizzo del discorso religioso come motivo per affermare progetti di tipo politico: si rivendicano valori religiosi come appoggio e giustificazione di disegni di egemonia politica sulla società, senza preoccupazione per una coerenza ed una testimonianza in rapporto alla fede. La profezia di Gesù scardina la pretesa di rinchiuderlo in una appartenenza: Marco lo presenta rifiutato nella sua patria laddove i suoi non si lasciavano mettere in discussione ma pensavano di poterlo utilizzare nei loro schemi e progetti.

Oggi assistiamo al successo di chi ha parole che giustificano lo status quo, di chi non disturba il sistema economico e finanziario dominante. Anche nella chiesa c’è poco spazio per le voci che presentano la provocazione ad una fedeltà più profonda al vangelo, e si assiste all’emarginazione di tanti che vivono il coraggio della testimonianza e non si piegano a compromessi con i poteri di questo mondo. Gesù presenta la testimonianza di parola libera, di profezia, di fedeltà al Padre.

Alessandro Cortesi op

Uomo delle fonti, in cammino insieme

A venticinque anni dalla morte avvenuta il 10 ottobre 1986 si ricorda la figura di Michele Pellegrino, vescovo di Torino dal 1965 al 1977. Riprendo alcune righe di un articolo di don Luigi Ciotti che ricorda Michele Pellegrino mettendo in luce l’attenzione alle lezioni della storia e della strada (Con noi sulla strada, “Avvenire”, 27 giugno 2012):

“L’università era il suo mondo da sempre (studioso dei padri della Chiesa era, prima dell’incarico ad arcivescovo di Torino, docente presso l’Università di Torino inizialmente di Lettere classiche, successivamente di Letteratura cristiana antica e di Storia del cristianesimo), ma non era distante «dalle gioie e dalle speranze» del presente: semplicemente non aveva potuto sviluppare competenze e studi sistematici nei confronti di quel complesso mondo sociale che in quei decenni si stava trasformando.

Era cosciente, padre Pellegrino, che nel suo bagaglio culturale mancava un rapporto vitale, approfondito e costante con quel privilegiato luogo antropologico che è dato dalla Strada. Anche per questo l’opportunità del ritrovare la logica dell’università spesa per promuovere una maggior comprensione delle ingiustizie espresse dalla Strada e un reale servizio ai «fratelli» meno garantiti lo vide interessato e sostenitore dell’iniziativa (la cascina di Murisengo (in provincia di Alessandria): una delle prime comunità del Gruppo Abele, e tra le prime in Italia, aperta per dare accoglienza ai giovani alle prese con la tossicodipendenza). (…)

Molta acqua è passata sotto i ponti; molte realtà sono cambiate, ma dopo 38 anni di impegno e di «strada» abbiamo la netta percezione di ritrovare gli uguali contesti sociali dei nostri primi passi. Immigrazione, prostituzione, carcere, dipendenze, alcuni segmenti corrotti appartenenti al mondo della politica… sono tutte realtà che abbiamo affrontato ieri e che oggi vediamo ripresentarsi con sorprendente attualità.

Un presente che necessita ancora della profezia e dell’insegnamento di padre Pellegrino. Perché è questa la grande lezione che lui ci ha lasciato: profondo conoscitore della storia antica e delle radici cristiane, non ha usato quel sapere per inseguire «cose passate» ormai tramontate. Ha piuttosto colto dalla lezione della storia la profonda pedagogia da attuare perché l’oggi non si sottragga mai alle sue responsabilità e alla sua carica di speranza“.

Anche Enzo Bianchi (Tra martiri e profeti, “Avvenire” 27 giugno 2012) ha delineato un profilo di Michele Pellegrino sottolineando il suo essere ‘uomo delle fonti’ e per questo capace di coraggio evangelico nel suo parlare e agire:

“L’apologetica greca e latina dei primi secoli, la poesia cristiana antica, la letteratura del martirio e infine la costante «frequentazione» di Agostino non rappresentano solo l’itinerario scientifico di Pellegrino, ma sono le fonti che, assieme alle Sante Scritture, hanno plasmato la sua spiritualità cristiana. L’attenzione alla pacatezza del dialogo intessuto dai cristiani con la sapienza pagana porrà i fondamenti per quel suo atteggiamento di apertura e di ascolto al mondo, per quella disponibilità al dialogo con la cultura della società, per quella sympatheia con quanto gli uomini a fatica cercano di realizzare in vista di una terra più abitabile e di una polis più umanizzata. Scriveva: «Se il Logos opera dappertutto, sia pure in maniera seminale e parziale, è giusto attendersi dappertutto delle espressioni conformi a verità e giustizia». (…)

«Uomo delle fonti», Pellegrino non si era formato né sui saggi né sui manuali e, proprio perché non estraneo, ma nemmeno determinato dalla teologia sistematica, era uomo mai ossessionato dai problemi e dunque capace di essere saldo, di esprimere convinzioni e di assumere atteggiamenti profetici grazie a una sicurezza che derivava dall’assiduità con la parola di Dio e con la grande tradizione patristica. La stessa parresia , cioè quel parlare con chiarezza, forza e coraggio in obbedienza al Vangelo, proveniva proprio da queste «fonti». Amava andare sovente agli Acta Martyrum, per indicare il prezzo e il limite estremo cui può giungere la sequela cristiana, senza paura, senza esitazioni, senza compromessi con gli idola fori e con il potere. (…)

Si potrebbe anche dire oggi che quel suo essere uomo delle fonti gli forniva una certa ingenuità, che la sua libertà nel parlare, da lui ritenuta in coscienza e dopo essersi confrontato con altri obbedienza al Vangelo, fosse imprudenza, incapacità alla mediazione, ma in lui c’era sempre la necessità di non svuotare il Vangelo”.

Infine, qui di seguito riprendo alcuni paragrafi della lettera pastorale  ‘Camminare insieme’ pubblicata l’8 dicembre 1971 nella linea di attuazione del Concilio Vaticano II nella diocesi di Torino:

“8. Vengo alle tre esigenze indicate come elementi base della pastorale diocesana (povertà libertà fraternità). La povertà dev’essere praticata anzitutto a livello individuale. È necessaria una radicale revisione della mentalità ancora largamente dominante, secondo cui ognuno è padrone dei propri averi e ne fa quello che vuole. L’insegnamento della Chiesa, interprete della legge naturale e della parola di Dio,  è chiaro: «Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, essendo guida la giustizia e assecondando la carità…

La povertà pertanto dev’essere vissuta nello spirito di solidarietà verso i fratelli, in modo tutto particolare verso i bisognosi, così da realizzare, in quanto possibile, un’uguaglianza nel fatto economico fra quelli che sono uguali come creature e figli di Dio»
. (…) La povertà dev’essere testimoniata anche nelle strutture della Chiesa.

12. Riconoscere secondo il Vangelo il valore della povertà vuol dire rispettare e amare i poveri, mettersi dalla parte loro con una scelta preferenziale. Cristo, che è venuto a salvare tutti senza eccezione, ha proclamato beati i poveri e ad essi ha riconosciuto il primato dell’annuncio della salvezza. «Lo Spirito del Signore… mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella» (27). La Chiesa non può fare altra scelta. Questa non è demagogia: è Vangelo.

18. Il diritto alla libertà fonda il dovere di usare della libertà. Usarne, come ammonisce s. Paolo, evitando di ricadere sotto il dominio del peccato, ma facendosi servi della giustizia (62). 
Usarne per rivendicare il diritto di operare secondo il dettame della coscienza senza assoggettarci alle pretese di chi voglia imporci arbitrariamente le sue scelte senza averne l’autorità. Usarne per parlare e operare con sincerità e franchezza vincendo il rispetto umano e andando contro corrente se la coscienza ce ne impone il dovere. 
Usarne per vincere le tentazioni di un conformismo pigro e inerte che trova più comodo fare ciò che si è sempre fatto, ciò che non scontenta nessuno, invece di domandarci che cosa esige da me, in questo ambiente e in questo momento, l’adempimento del mio dovere.


Quanto ho detto a proposito di libertà, vale anche a introdurre la riflessione sul terzo elemento del nostro programma, la fraternità. (…) Esige anzitutto la testimonianza di comprensione, aiuto, rispetto, ascolto tra i membri della Chiesa, pur nella vitale e utile dialettica. Vuol dire inoltre creazione inventiva, in tutte le direzioni, di servizi alla comunione tra le persone umane, la cui crescita va stimolata da un’esperienza di reale condivisione, con riguardo tutto speciale a chi è più oppresso, emarginato, sofferente“. (a.c.)

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