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Uomo delle fonti, in cammino insieme

A venticinque anni dalla morte avvenuta il 10 ottobre 1986 si ricorda la figura di Michele Pellegrino, vescovo di Torino dal 1965 al 1977. Riprendo alcune righe di un articolo di don Luigi Ciotti che ricorda Michele Pellegrino mettendo in luce l’attenzione alle lezioni della storia e della strada (Con noi sulla strada, “Avvenire”, 27 giugno 2012):

“L’università era il suo mondo da sempre (studioso dei padri della Chiesa era, prima dell’incarico ad arcivescovo di Torino, docente presso l’Università di Torino inizialmente di Lettere classiche, successivamente di Letteratura cristiana antica e di Storia del cristianesimo), ma non era distante «dalle gioie e dalle speranze» del presente: semplicemente non aveva potuto sviluppare competenze e studi sistematici nei confronti di quel complesso mondo sociale che in quei decenni si stava trasformando.

Era cosciente, padre Pellegrino, che nel suo bagaglio culturale mancava un rapporto vitale, approfondito e costante con quel privilegiato luogo antropologico che è dato dalla Strada. Anche per questo l’opportunità del ritrovare la logica dell’università spesa per promuovere una maggior comprensione delle ingiustizie espresse dalla Strada e un reale servizio ai «fratelli» meno garantiti lo vide interessato e sostenitore dell’iniziativa (la cascina di Murisengo (in provincia di Alessandria): una delle prime comunità del Gruppo Abele, e tra le prime in Italia, aperta per dare accoglienza ai giovani alle prese con la tossicodipendenza). (…)

Molta acqua è passata sotto i ponti; molte realtà sono cambiate, ma dopo 38 anni di impegno e di «strada» abbiamo la netta percezione di ritrovare gli uguali contesti sociali dei nostri primi passi. Immigrazione, prostituzione, carcere, dipendenze, alcuni segmenti corrotti appartenenti al mondo della politica… sono tutte realtà che abbiamo affrontato ieri e che oggi vediamo ripresentarsi con sorprendente attualità.

Un presente che necessita ancora della profezia e dell’insegnamento di padre Pellegrino. Perché è questa la grande lezione che lui ci ha lasciato: profondo conoscitore della storia antica e delle radici cristiane, non ha usato quel sapere per inseguire «cose passate» ormai tramontate. Ha piuttosto colto dalla lezione della storia la profonda pedagogia da attuare perché l’oggi non si sottragga mai alle sue responsabilità e alla sua carica di speranza“.

Anche Enzo Bianchi (Tra martiri e profeti, “Avvenire” 27 giugno 2012) ha delineato un profilo di Michele Pellegrino sottolineando il suo essere ‘uomo delle fonti’ e per questo capace di coraggio evangelico nel suo parlare e agire:

“L’apologetica greca e latina dei primi secoli, la poesia cristiana antica, la letteratura del martirio e infine la costante «frequentazione» di Agostino non rappresentano solo l’itinerario scientifico di Pellegrino, ma sono le fonti che, assieme alle Sante Scritture, hanno plasmato la sua spiritualità cristiana. L’attenzione alla pacatezza del dialogo intessuto dai cristiani con la sapienza pagana porrà i fondamenti per quel suo atteggiamento di apertura e di ascolto al mondo, per quella disponibilità al dialogo con la cultura della società, per quella sympatheia con quanto gli uomini a fatica cercano di realizzare in vista di una terra più abitabile e di una polis più umanizzata. Scriveva: «Se il Logos opera dappertutto, sia pure in maniera seminale e parziale, è giusto attendersi dappertutto delle espressioni conformi a verità e giustizia». (…)

«Uomo delle fonti», Pellegrino non si era formato né sui saggi né sui manuali e, proprio perché non estraneo, ma nemmeno determinato dalla teologia sistematica, era uomo mai ossessionato dai problemi e dunque capace di essere saldo, di esprimere convinzioni e di assumere atteggiamenti profetici grazie a una sicurezza che derivava dall’assiduità con la parola di Dio e con la grande tradizione patristica. La stessa parresia , cioè quel parlare con chiarezza, forza e coraggio in obbedienza al Vangelo, proveniva proprio da queste «fonti». Amava andare sovente agli Acta Martyrum, per indicare il prezzo e il limite estremo cui può giungere la sequela cristiana, senza paura, senza esitazioni, senza compromessi con gli idola fori e con il potere. (…)

Si potrebbe anche dire oggi che quel suo essere uomo delle fonti gli forniva una certa ingenuità, che la sua libertà nel parlare, da lui ritenuta in coscienza e dopo essersi confrontato con altri obbedienza al Vangelo, fosse imprudenza, incapacità alla mediazione, ma in lui c’era sempre la necessità di non svuotare il Vangelo”.

Infine, qui di seguito riprendo alcuni paragrafi della lettera pastorale  ‘Camminare insieme’ pubblicata l’8 dicembre 1971 nella linea di attuazione del Concilio Vaticano II nella diocesi di Torino:

“8. Vengo alle tre esigenze indicate come elementi base della pastorale diocesana (povertà libertà fraternità). La povertà dev’essere praticata anzitutto a livello individuale. È necessaria una radicale revisione della mentalità ancora largamente dominante, secondo cui ognuno è padrone dei propri averi e ne fa quello che vuole. L’insegnamento della Chiesa, interprete della legge naturale e della parola di Dio,  è chiaro: «Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, essendo guida la giustizia e assecondando la carità…

La povertà pertanto dev’essere vissuta nello spirito di solidarietà verso i fratelli, in modo tutto particolare verso i bisognosi, così da realizzare, in quanto possibile, un’uguaglianza nel fatto economico fra quelli che sono uguali come creature e figli di Dio»
. (…) La povertà dev’essere testimoniata anche nelle strutture della Chiesa.

12. Riconoscere secondo il Vangelo il valore della povertà vuol dire rispettare e amare i poveri, mettersi dalla parte loro con una scelta preferenziale. Cristo, che è venuto a salvare tutti senza eccezione, ha proclamato beati i poveri e ad essi ha riconosciuto il primato dell’annuncio della salvezza. «Lo Spirito del Signore… mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella» (27). La Chiesa non può fare altra scelta. Questa non è demagogia: è Vangelo.

18. Il diritto alla libertà fonda il dovere di usare della libertà. Usarne, come ammonisce s. Paolo, evitando di ricadere sotto il dominio del peccato, ma facendosi servi della giustizia (62). 
Usarne per rivendicare il diritto di operare secondo il dettame della coscienza senza assoggettarci alle pretese di chi voglia imporci arbitrariamente le sue scelte senza averne l’autorità. Usarne per parlare e operare con sincerità e franchezza vincendo il rispetto umano e andando contro corrente se la coscienza ce ne impone il dovere. 
Usarne per vincere le tentazioni di un conformismo pigro e inerte che trova più comodo fare ciò che si è sempre fatto, ciò che non scontenta nessuno, invece di domandarci che cosa esige da me, in questo ambiente e in questo momento, l’adempimento del mio dovere.


Quanto ho detto a proposito di libertà, vale anche a introdurre la riflessione sul terzo elemento del nostro programma, la fraternità. (…) Esige anzitutto la testimonianza di comprensione, aiuto, rispetto, ascolto tra i membri della Chiesa, pur nella vitale e utile dialettica. Vuol dire inoltre creazione inventiva, in tutte le direzioni, di servizi alla comunione tra le persone umane, la cui crescita va stimolata da un’esperienza di reale condivisione, con riguardo tutto speciale a chi è più oppresso, emarginato, sofferente“. (a.c.)

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