la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIV domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Ez 2,2-5; Sal 122; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

“Mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”. La vita del profeta è situata tra un ascolto e un invio: sta nella disponibilità ad ascoltare Dio che parla innanzitutto e risponde all’invio di Dio che fa alzare per mettersi in cammino, per comunicare ad altri la parola accolta.

E’ un tratto della storia di Israele, ma si potrebbe dire che è tratto della storia di ogni tempo, la difficoltà a lasciare spazio ai profeti. Il profeta reca una parola scomoda. Non si presta a giustificare l’esistente. Non si fa strumentalizzare da chi detiene il potere. La parola profetica, se per un verso suscita meraviglia e attenzione, dall’altro è percepita come disturbo, perché ha una carica di critica e sollecita al cambiamento, invita a volgere lo sguardo oltre, smaschera le pretese di chi è chiuso nel proprio egoismo (il cuore indurito).

Marco presenta il momento in cui Gesù, proprio nella sua patria, sperimenta lo stupore da parte di molti per le sue parole e per il suo agire, ma anche la distanza ed il rifiuto. Marco presenta così Gesù come profeta disprezzato nella sua stessa patria. Ciò che costituisce difficoltà e ostacolo all’accoglienza della sua persona, è il mettere insieme le sue parole e le sue azioni. Queste sono segni che rinviano a Dio stesso, ed aprono la domanda sulla sua stessa persona. ‘Da dove gli vengono queste cose?’. L’insegnamento e i gesti di liberazione di Gesù parlano del Dio vicino e liberatore e indicano la sua missione come opera di liberazione per restituire l’uomo al suo volto umano.

Eppure ciò che gli abitanti di Nazareth non riescono ad accogliere è il fatto che un profeta, un uomo che viene da Dio, si presenti nella realtà dimessa e familiare così troppo vicina e umana di Gesù: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo e di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E’ questo volto così vicino, senza contorni sacrali, che condivide l’esistenza di famiglia e di legami e rapporti quotidiani, ad essere rifiutato. Marco suggerisce un passaggio fondamentale del suo vangelo: una grande difficoltà in rapporto a Gesù sta nel riconoscere il volto di Dio nel volto dell’uomo, in una umanità che appare troppo vicina e familiare.

In questo è delineata la caratteristica del profeta: Gesù è profeta, inviato a rendere vicino il volto di Dio che soffre insieme, che condivide i percorsi degli uomini. Ma proprio per questo è rifiutato. Gesù si meravigliava della loro incredulità. L’incredulità si connota non tanto come non credere in Dio, ma come atteggiamento di chiusura ad accogliere il volto di Dio che si fa vicino in un modo umano. Chi si ritiene credente, dice Marco deve operare di fronte a Gesù un cambiamento importante.

Oggi viviamo un tempo in cui è sempre più presente una ricerca del religioso nelle forme dell’eccezionale, del magico. Non ci si apre all’incontro con Dio, ma si piega Dio alle proprie attese di benessere psicologico, o di attesa del prodigioso, nella ricerca di una spiritualità molto spesso scissa dall’attenzione all’altro e alla sofferenza dei poveri. E’ l’incredulità che non accetta il volto di Dio di Gesù, che si fa vicino a noi non nel prodigio ma nella compassione e nei gesti della condivisione.

Oggi viviamo forme di utilizzo del discorso religioso come motivo per affermare progetti di tipo politico: si rivendicano valori religiosi come appoggio e giustificazione di disegni di egemonia politica sulla società, senza preoccupazione per una coerenza ed una testimonianza in rapporto alla fede. La profezia di Gesù scardina la pretesa di rinchiuderlo in una appartenenza: Marco lo presenta rifiutato nella sua patria laddove i suoi non si lasciavano mettere in discussione ma pensavano di poterlo utilizzare nei loro schemi e progetti.

Oggi assistiamo al successo di chi ha parole che giustificano lo status quo, di chi non disturba il sistema economico e finanziario dominante. Anche nella chiesa c’è poco spazio per le voci che presentano la provocazione ad una fedeltà più profonda al vangelo, e si assiste all’emarginazione di tanti che vivono il coraggio della testimonianza e non si piegano a compromessi con i poteri di questo mondo. Gesù presenta la testimonianza di parola libera, di profezia, di fedeltà al Padre.

Alessandro Cortesi op

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