la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Am 7,12-13; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

C’è un irriducibile scontro  presentato nella pagina di Amos. Il profeta è cacciato via dal sacerdote del santuario perché vada altrove a portare la sua parola perché “questo è il santuario del re e il tempio del regno”. Santuario e potere del re uniti come una sola cosa. In un abbraccio mortale. Chi detiene il potere o è ad esso legato non può sopportare la voce del profeta che ne svela le incoerenze e denuncia l’ingiustizia. Amos è profeta suo malgrado e nella sua risposta al sacerdote che gli impone di allontanarsi richiama ciò che sta al cuore della sua esistenza: la sua non è parola propria, egli non persegue interessi personali, ma gli è stata consegnata una chiamata e una parola che viene dal Signore.

In questo drammatico dialogo è evocato un capovolgimento: Betel era il luogo in cui Giacobbe aveva incontrato Dio quando pensava che Dio fosse lontano da lui. E aveva chiamato quel luogo, in quella notte di solitudine e di povertà, Bet-El, cioè ‘casa di Dio’ (Gen 28,19). Aveva là scoperto che Dio gli era vicino in modo inatteso, proprio quando era privato di tutto e aveva dietro di sè una terra da lasciare e davanti a sè un futuro incerto: povero e indifeso scopre il Dio vicino e fedele che non lo abbandona. Aveva lasciato una pietra a ricordo di quell’incontro. Ora quella pietra era divenuta un tempio, quel tempio un santuario alle dipendenze dal potere del re. Il sacerdote è ora preoccupato non delle indicazioni di Dio, ma di quelle del re. La casa di Dio è trasformata in casa di un potere che non sopporta la parola del profeta… Una forte provocazione connessa a tutta la profezia di Amos: Amos richiama ad un culto che non si colloca nel santuario, nell’ambito dei sacrifici, ma che si concretizza nel fare giustizia al povero, nel distribuire equamente le ricchezze, nel capovolgere logiche di sfruttamento. Tutto questo è insopportabile alle orecchie del potere e per questo Amos viene allontanato, ma la sua missione viene solo da Dio ed in questo egli manifesta la libertà del profeta.

Anche Gesù “chiamò a sé i dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. Gesù invia i suoi. In questo gesto indica già uno stile: andare è un fatto importante. Chi va non rimane fermo, non si pone in una situazione stabilizzata; chi va è inviato ad incontrare, a stare dove ci si espone al rischio della relazione. Anzi la relazione sta come caratteristica di questo andare perché Gesù invia a due a due. Insieme. Come a dire che l’essere inviati da lui non è una questione di affermazione personale, ma è un andare nella relazione aperta e vive di uno scambio in un cammino compiuto al plurale, in un ‘noi’ che è luogo della comunicazione della presenza stessa di Gesù.

E nell’inviare Gesù non dà ai dodici indicazioni particolari sul tipo di insegnamento, o su questioni dottrinali. Ciò che richiede è centrato soprattutto sul loro modo di essere, sullo stile del loro andare: solo un bastone e i calzari, né pane, né sacca, né denaro, non due tuniche. Uno stile di sobrietà e di povertà: il messaggio che recano si comunica già e in primo luogo nel modo in cui vivono. Lo stile del loro andare è già vangelo, è già riferimento a Gesù, che ha vissuto da povero. Gesù non li invia a portare aiuto ai poveri, li fa andare assumendo la condizione del povero. Non si distingueranno per abilità di parola, ma per il potere sugli spiriti impuri, cioè per la capacità di liberare, per essere presenza di liberazione. Gesù costituisce testimoni, non preoccupati di andare contro qualcuno, ma tesi solo a dire con la voce della vita uno stile che è già vangelo.

Potremmo cogliere da queste pagine due forti indicazioni per noi nel nostro tempo.

La prima indicazione proviene dallo stile del profeta e dal compito del profeta. Viviamo un tempo di crisi economica e sociale in cui si ripropone, per uscire da essa, la stessa via di competizione, di esaltazione del mercato, di svalutazione dei diritti umani che sta all’origine della crisi. In questo tempo il compito dei profeti è quello di denunciare questa logica e la devastazione che sta producendo nelle società. Compito del profeta è affermare che la parola di Dio che riconosce dignità ai suoi figli è fonte di critica alle logiche del profitto e del mercato. La testimonianza del profeta è anche quella che di non aver paura di fronte alla reazione del sacerdote e del re, infastiditi dal suo disturbo. In questi giorni sono morti nel canale di Sicilia 54 migranti su un gommone alla deriva, provenienti da paesi dove c’è la guerra, morti per sete senza essere segnalati da alcuna imbarcazione e nell’indifferenza. Non si può rimanere indifferenti. Anche queste morti sono generate da una iniquità e dall’ingiustizia a livello globale. Testimonianza di profezia implica una critica ad un mondo fondato sul denaro e sulla ricerca di accumulo nell’indifferenza alla dignità degli esseri umani.

Una seconda indicazione per noi può venire dallo stile che Gesù chiede ai suoi, e che è stato lo stile stesso di Gesù. L’essenziale, l’andare sulla via senza appesantimenti di tutto ciò che impedisce l’incontro e non lascia spazio al vangelo. La bella notizia è per i poveri e può giungere solamente se c’è uno stile di condivisione e di povertà. Questo tratto di sobrietà del vivere, la ricerca dell’essenziale, la consapevolezza che ciò che conta non è la proclamazione teorica di valori generici ma l’effettiva coerenza nella vita di uno stile improntato alla semplicità, al distacco dalle ricchezze, è merce rara oggi, anche all’interno delle chiese. Gesù non dà indicazioni né di strategie di annuncio, né di strumenti da utilizzare per poter contare e neppure indica che la finalità dell’invio sta nell’accrescere il gruppo o in qualche altro genere di affermazione. E’ richiesta solo la testimonianza.

E’ questa una provocazione per  noi a vivere una testimonianza impostata alla scelta di nonviolenza che non usa mezzi forti, né ricerca la visibilità per imporsi, ma che segue la via di Gesù. Lo stile del nostro vivere, che attraversa le pieghe del quotidiano, il modo di usare i beni, il tratto nel rivolgersi all’altro è già parola eloquente: afferma, con il coinvolgimento della vita, che la nostra forza è la parola di Dio, e dice anche la fiducia non nei mezzi potenti del denaro, dei beni e del potere umani, ma nell’affidamento a Gesù e alla sua promessa. Ma c’è oggi attenzione a questo stile nei cammini di chiesa?

Alessandro Cortesi op

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