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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”. La parola guida di questa domenica è ‘pastore’. Nelle pagine dei profeti emerge una denuncia molto chiara contro coloro a cui è stato affidato un compito di guida e che non l’hanno vissuto prendendosi cura delle persone, ma se ne sono disinteressati. Sono così accusati di aver disperso il popolo di Dio: sono venuti meno al compito di dare vita e aiutare nel cammino. Non sono stati autentici pastori perché  non hanno avuto cura della salute del gregge e non l’hanno accompagnato, hanno imposto esigenze insopportabili. Dietro all’immagine del pastore sta il riferimento ai capi del popolo, ai re, ai sacerdoti. Geremia annuncia che Dio stesso si prenderà cura del suo popolo,  invierà un pastore che eserciterà la giustizia, cioè dirà con il suo agire la fedeltà di Dio alle sue promesse: un pastore capace di riflettere lo sguardo di Dio e la sua fedeltà, la cura per la vita di ognuno e per tutto il popolo.

L’immagine del pastore ritorna nei vangeli. Marco in particolare presenta i caratteri principali del pastore nel suo modo di guardare e nella capacità di commuoversi. E li vede in Gesù: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Pone così in primo piano la capacità di ‘vedere’ di Gesù: il suo sguardo non si ferma alla superficie ma coglie ciò che sta nel cuore delle persone. Questo tratto, umano e profondo della sua vita è fondamentale. Per Gesù le persone che incontra non sono numeri né ‘casi’, non sono nemmeno delle masse indistinte di cui servirsi. Per lui ogni persona è un volto e un cammino di cui prendersi cura. Il suo vedere sa scorgere nelle situazioni non un problema da risolvere ma un ‘tu’, un popolo fatto di volti, che soffre, che pone una domanda, che vive di una attesa, che avverte il peso della contraddizione del male ma anche la sete di autenticità.  La folla che Gesù si trova davanti perde allora i contorni di un gruppo senza diversificazione: Gesù la guarda come ‘pecore che non hanno pastore’, coglie il disorientamento, la ricerca e il desiderio presente nei cuori. Marco richiama l’immagine del pastore che certo rinviava alle guide, ma richiamava anche quel rapporto unico, di vita e di cura, dei pastori della Palestina che avevano nelle pecore l’unico motivo della loro sussistenza. Per questo quel rapporto era prezioso.

Il modo di guardare di Gesù è un vedere che sosta, si ferma, lasciandosi colpire da chi ha di fronte. Il suo primo movimento è ascolto, ospitalità. Non passa oltre senza fermarsi. Come il samaritano della parabola. Questo sguardo esprime ciò che Marco indica con il termine commuoversi. Gesù si commuove di fronte alle persone. Si lascia ferire innanzitutto. Non si pone come chi ha qualcosa da dare. Gesù incontra le persone come chi è povero, e fa spazio per  accogliere la sofferenza, la ricerca, la paura, insomma tutto ciò che si muove nel più profondo del cuore umano. Senza giudicare, senza escludere, ma facendosi compagnia. Prendendo su di sé l’angustia dell’altro. E’ la capacità di vicinanza e di cura di Gesù. E nelle testimonianze dei vangeli traspare tutto questo nei momenti in cui viene fissato nel suo commuoversi. Commuoversi, verbo femminile, verbo delle viscere. Gesù si lascia cambiare dentro nel suo vedere chi gli sta di fronte e così racconta il volto di Dio della commozione e della vicinanza nel dolore. Un Dio che prende su di sé,  che soffre insieme, che attende e condivide il silenzio della ricerca.

E Gesù invita i suoi: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto”. Indica un luogo della solitudine, il deserto, come spazio in cui ritrovare il senso del proprio andare e in cui riposare. Suggerisce, proprio nel mezzo di un momento concitato, ai suoi l’importanza di riposare, di fermarsi di fronte alle tante esigenze che nemmeno lasciavano tempo per mangiare. Per ritrovare il senso profondo del proprio cammino, per riscoprire la relazione con lui e tra di loro.

Suggerisco due spunti di riflessione per noi a partire da queste letture che parlano di un profeta che si commuove ed indicano la caratteristica del vedere di Gesù.

Viviamo nella cultura dell’immagine in cui il vedere ha grande parte nella nostra esperienza quotidiana. Ma spesso il nostro vedere non matura la capacità di sostare e di andare a fondo, non sa leggere le situazioni e non si lascia toccare dagli sguardi degli altri. Vediamo innumerevoli cose, ma abbiamo talvolta perduto la capacità di fermarsi sugli occhi, sullo sguardo che racconta le fatiche della vita, le domande inespresse, le attese nascoste. Siamo tesi al moltiplicare le cose da vedere ma perdiamo di vista l’importanza di un solo sguardo che è una vita. Imparare a guardare come Gesù è indicazione dello sguardo del profeta chiamato a leggere dentro le situazioni, le cose, le persone, e a lasciarvi spazio in se stesso. Imparare a vedere così implica imparare a valutare ciò che vale, e soprattutto conduce a lasciarsi ferire dagli sguardi dei volti.

Gesù si commuove. Spesso intendiamo il lavoro e impegno come luogo di una rincorsa di tante cose, per qualcuno il denaro, per altri la carriera, il potere, per altri il riconoscimento sociale, per altri ancora l’efficienza nel produrre o nel dare servizi: tutte cose che possono essere buone e meno buone. Anche le attività più belle rischiano di spegnersi nella rincorsa di un fare che è ripiegamento su di sé, ricerca egoistica senza cura dell’altro. Gesù invita a sostare per liberarsi dalla rincorsa all’efficienza e dal pensare che ciò che vale di più siano le cose di fuori. Nel luogo solitario si scopre la giusta dimensione della propria esistenza, si può coltivare un modo di guardare senza il quale tutto diviene esecuzione di un ruolo, efficientismo anche religioso, o affermazione di sé e del proprio ruolo, risoluzione di problemi e non sguardo alle persone.

In questo tempo di estate che può essere tempo di riposo e occasione di momenti di sosta possiamo tentare di ricercare quel deserto – un luogo interiore più che esteriore, da scoprire anche in tempi e luoghi esteriori –  dove aprirci alla compassione e al commuoversi di Gesù. Scoprirsi accolti e solo da lì pensare di poter divenire fragile raggio di uno sguardo di ospitalità per altri.

Alessandro Cortesi op

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