la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

“Venne un uomo che portò pane di primizie…” Eliseo è un uomo di Dio. Il suo invito ‘Dallo da mangiare alla gente’ è sconcertante. Come possono pochi pani d’orzo e grano appena raccolto sfamare tanta gente? Nel suo gesto c’è anche una indicazione del superamento dei privilegi: l’uomo di Dio vive per portare la parola di Dio e per far parte dei doni. Un dono recato a lui dev’essere distribuito a tutti, non può essere trattenuto. Ma in questa indicazione dell’uomo di Dio c’è anche il rinvio ad ogni uomo.

La sua parola poi si pone in contrasto con la logica del calcolo e della programmazione: dare quei pochi pani contrasta con la constatazione dell’insufficienza per tanta gente. Eppure proprio entrare nella logica del dono può aprire a scoperte impensabili. Si tratta poi di primizie, sono pani importanti, i primi pani impastati con l‘orzo che matura presto. La parola dell’uomo di Dio invita a distribuire ciò che si guarderebbe con attenzione e cura prima di darlo via. Eppure l’invito è perentorio: ‘dallo da mangiare’. La sua parola si fonda sulla fiducia nella parola di Dio: ‘poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne faranno avanzare”.

C’è un protagonista silenzioso di questa scena ed è la presenza di Dio. L’ascolto della sua parola genera una vita che può percorrere strade nuove e sconosciute alla mentalità del calcolo, del pensiero chiuso sul proprio io, e chiede un affidamento gratuito.

Eliseo si rende così strumento di un ‘miracolo’ che è segno che rinvia alla Parola di Dio.  La distribuzione di primizie è compiuta sulla base della sua promessa: proprio nel distribuire ne basterà per tutti ed addirittura ne avanzerà. La fede d’Israele è radicata nell’esperienza dell’Esodo, nel dono della manna, il cibo per ciascun giorno che non doveva essere ammassato, trattenuto, ma raccolto giorno per giorno, dono di Dio che provvede ai suoi figli e dà il nutrimento necessario.

Nel racconto di Giovanni è Gesù al centro. Il contesto è quello della Pasqua vicina: è un gesto che trae luce dal riferimento alla Pasqua. Il luogo dove la scena si svolge è l’altra riva del mare. Quell’altra riva lontano dai luoghi in cui Gesù si deve confrontare con la logica meschina e chiusa di chi non comprendeva e non voleva accogliere i suoi gesti di liberazione. Ed è anche un luogo sul monte.

Gesù sa leggere la situazione di coloro che venivano da lui e si preoccupa: ‘Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?’ Filippo vede l’impossibilità di comprare pane per tutta quella gente. Andrea allora presenta un ragazzo con cinque pani e due pesci. Un gesto di gratuità:quello che ha è poco ma lo presenta ugualmente. ‘Che cos’è questo per tanta gente?’. In questo momento di difficoltà Gesù compie due gesti, prende i pani, pronuncia la benedizione e li diede a quelli che erano seduti. E’ un segno che pone al centro il gesto dell’accogliere, del ringraziare e del distribuire. Nel distribuirlo il pane è sufficiente per tutti e non viene meno. La distribuzione è unita al gesto del benedire. E’ un richiamo al gesto dell’Eucaristia che veniva vissuta nelle prime comunità cristiane. Nel gesto di Gesù si ritrova così l’origine e il senso della liturgia eucaristica. Il pane e i pesci che Gesù distribuisce saziano tutti ed anche ne avanzano dodici canestri con i pezzi dei pani d’orzo. Dodici, un numero che rinvia alla totalità del popolo d’Israele: ce n’è per tutti ed è un cibo che raduna un popolo chiamato a comunicare. La pagina si conclude nell’incomprensione: il segno di Gesù rinvia al volto di Dio che dona cibo e sazia la fame dei suoi figli. Le folle lo intendono invece come motivo di soluzione di problemi immediati. Lo cercano per farlo re. Ma Gesù prende le distanze da questo tipo di ricerca: si ritirò sul monte, lui da solo.

La pagina di Giovanni narra un segno di Gesù:  la distribuzione e la condivisione ci apre una fessura per comprendere il nostro presente e per vivere in esso alla luce di questa Parola.

Le nostre vite sono spesso soffocate da una insistenza che è presente attorno a noi ma anche dentro di noi su tutto ciò che è calcolo, previsione, programmazione. Spesso tutto questo è connesso anche al denaro, al punto che la questione centrale del nostro vivere è divenuta la preoccupazione per l’andamento delle finanze e del denaro alla Borsa, da cui dipendono le sorti di interi popoli. Se è legittimo preoccuparsi di ciò che permette di vivere, se stessi e gli altri, è tuttavia una forma di schiavitù e di idolatria mettere il senso della vita solamente nel denaro, nel profitto delle proprie attività, nel calcolo dell’utile che può derivare da ciò che facciamo.

La situazione di crisi che viviamo può farci guardare oltre, a ciò a cui dare valore oltre l’interesse, andando oltre la affannosa ricerca del profitto e dell’utile. Proprio nel tempo della crisi possiamo scoprire il valore di cose che non sono quantificabili in termini di denaro e che pure valgono tanto di più. Possiamo scoprire il valore di ciò che si pone fuori dalle logiche dell’utilità e del calcolo per seguire le vie del gratuito e del sovrappiù. La crisi ci invita ad aver lo sguardo di Gesù che sa vedere le necessità e il bisogno della folla. Può anche essere occasione per scoprire come  distribuire il pane e le risorse facendo nostro il gesto di Gesù, dell’accogliere del ringraziare, del condividere. Solo la condivisione può spezzare i meccanismi di ingiustizia che sembra non possano essere messi in discussione.

Anche noi possiamo offrire primizie di tempo, di competenze, di salute, di vita. Possiamo scoprire che quanto abbiamo, nel momento in cui è dato, trova modo di moltiplicarsi e diviene sufficiente per molti. E potremo anche aprirci al miracolo della sovrabbondanza. Quanto è condiviso a partire da gesti di gratuità e generosità diviene sufficiente per molti e addirittura ne avanza. “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

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