la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “agosto, 2012”

Marocco è…

“Questo libro non è un romanzo come gli altri. E’ un viaggio, il cui fine ultimo è raggiungere l’anima del paese. E’ una grande pretesa, ma ho cercato di restituire diversi volti, diversi aspetti del Marocco, attraverso ricordi personali, attraverso storie accadute a persone che conoscevo o ad altre che mi hanno fatto conoscere. Ho proceduto per tappe, per tentativi, a volte a caso. Il Marocco non è per me un oggetto di studio, è un’entità viva, in alcuni casi anche urlante” Tahar Ben Jalloun, Marocco, romanzo, Einaudi 2010, 11)

Come un romanzo anche un viaggio può essere un tentativo di raggiungere l’anima di un paese, di delineare i fili che insieme formano un tessuto non omogeneo, discontinuo, contraddittorio. Un tentativo di raccogliere emozioni, immagini, impressioni, dati, parole lasciate e raccolte, nella frammentarietà e nell’incertezza di aver compreso bene.

Cerco quindi di inseguire e raccogliere qualche impressione di un viaggio prendendo come traccia il romanzo di Tahar Ben Jalloun… alternando citazioni del libro e riflessioni personali, nel tentativo di comunicare qualcosa di una terra e di un popolo così lontani e pur così vicini a e a stretto contatto con noi.

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Marocco è … il momento in cui dopo la frenesia del rientro a casa le città si fermano, il silenzio invade le strade, il tempo sembra sospeso. Fino al richiamo del muezzin, l’interruzione del digiuno in una torrida serata di agosto e il dattero ingoiato, e la zuppa di ceci che prelude al poter bere e mangiare nuovamente dopo le ore e la fatica al tramontare del sole.

 

 

“Abbiamo così la fortuna di fare conoscenza con l’anima di un paese, non quello delle città, bensì quello delle campagne in cui niente  è scritto  e tutto riposa  nel cuore e nelle memorie. E’ il paese della parola data” (Marocco, romanzo, 103)

 

 

 

Marocco è… scalpitio di zoccoli d’asini e cavalli, che accompagnano spostamenti senza fretta. Volti velati di bambine, già donne sotto il peso di lavoro…

“Non ci sono leggi scritte, le leggi esistono e sono rispettate all’interno delle famiglie. I problemi si risolvono in famiglia, mai al di fuori della tribù, ci si chiude all’interno e si parla. Dalla casa non trapela mai una parola. Nè un pettegolezzo né una voce. anche il segreto è sacro. Non si torna mai sulle decisioni prese dalla famiglia, indipendentemente dalla gravità del fatto. La donna può dire la sua purché sia la madre o la nonna, colei che si rispetta e a cui si baciano la testa e le mani mentre le altre, la moglie, la figlia o la sorella sono sottomesse e abbassano gli occhi. le donne obbediscono e sono garanti dell’onore” ((Marocco, romanzo, 84)

Marocco è… la meraviglia di oasi che crescono là dove l’acqua trova il suo spazio e porta vita, e pane e aggregarsi di costruzioni e villaggi…

 

“Qui non ci vuole fretta né impazienza, due difetti della vita cittadina. Occorre imparare a non aspettarsi niente, imparare a non fare niente, tornare a sé e isolarsi nel proprio guscio qualunque sia la sua consistenza. Bisogna prendere il tempo come viene, secondo il suo ritmo e il suo umore. Così impariamo il dono della gratuità, entriamo nella bella lentezza dove l’umiltà è l’unica regola” (Marocco, romanzo, 170).

 

 

“Il Marocco è una nazione ben radicata nella storia… un paese dall’identità solida e priva di incertezze, anche e soprattutto perché la sua popolazione è composta in proporzioni quasi uguali da arabi e berberi. E’ una fortuna non subire le lacerazioni dell’identità, quello sconvolgimento che talvolta si traduce nella violenza più efferata, Paese culturalmente trilingue (arabo, berbero e francese), separato dall’Europa solo da quattordici piccoli chilometri, è anche la porta dell’Africa” (Marocco, romanzo, 22)

Marocco è la calura, e l’aridità e le presenze lontane del deserto… ricordo di quello spostarsi di nomadi da cui tutti proveniamo, e memoria di quel cammino che nonostante ogni assicurazione e certezza è la vita nella sua fragilità di cammino e di ricerca…

 

Marocco è.. deserto che si copre di nubi, vento che trascina sabbia e disegna vortici di nebbia. Sono le lacrime dell’estate, pesanti goccioloni di pioggia che scendono a distanza di anni dall’alto come primizia…

Marocco è.. il té alla menta, versato dopo essere stato mescolato con rito antico e lento. Sorbito nei piccoli bicchieri dove il profumo si mescola agli aromi…

 

Marocco è… i villaggi sperduti, che appaiono confusi con il colore delle rocce e della terra. Abbarbicati sui pendii, squadrati nelle mura e nei terrazzi delle piccole case…

“Mustafa non c’era più tornato dopo l’infanzia. si era dimenticato che gli abitanti del villaggio si accontentavano di vivere senza sapere ciò che succedeva a mezz’ora da loro. alcuni non erano mai stati a Tangeri né a Tetouan. Coltivavano la terra e allevavano il bestiame. La città li spaventava, oppure la credevano in capo al mondo. Il tempo era il loro alleato, li,lasciava in pace, ma di tanto in tanto la città con i suoi oggetti invadeva il loro spazio” ((Marocco, romanzo, 56)

 


Marocco è la meraviglia di luoghi sfarzosi e scintillanti, di decori di una antica kasbah che appaiono improvvisamente, celati tra mura all’apparenza diroccate… splendore  e fascino di racconti dell’oriente magico…

 

 

E ancora il deserto…

“Spesso il deserto è l’idea che ce ne facciamo. Lo sogniamo, lo pensiamo, lo desideriamo, lo abbelliamo e un giorno finalmente lo scopriamo e non sappiamo più cosa pensare né dire. Ci intimidisce, obbligandoci al silenzio, a una grande umiltà. A fine giornata osserviamo il tramonto, stupiti dalla delicatezza dei colori, e poi torniamo a noi e ai nostri pensieri. Il deserto non si concede al visitatore. Non dà nulla. E’ lì, potente, calmo e pronto ad alzarsi e buttare tutto all’aria” (Marocco romanzo, 177)

 

 

Marocco è… deserto ma anche mare, e montagne che s’intrecciano e si mescolano. E’ siccità e abbondanza d’acque, è colore uniforme color terra e germogliare di erbe verdi e fiori…

“In Marocco il mare e il deserto si sono intrecciati in un vortice di domande, e nessuno è in grado di svelarne il significato molteplice, devastante, impossibile… Ma i pittori marocchini sanno che il mare che hanno scelto non è quello dei marinai e dei pirati. E’ il mare che esce dal blu, dal colore blu lavorato dall’artista. E’ il mare interiore, quello che ogni artista porta dentro, quello che immagina che vuole liberare, rendere visibile…” ((Marocco, romanzo, 81)

 

 

(a.c.)

(1 – continua)

XXII domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Dt 4,1-8; Sal 14; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

La questione al centro della discussione tra Gesù e i farisei e scribi verte sulla tradizione degli antichi. L’osservanza di molte pratiche ‘per tradizione’. La polemica è diretta e Marco presenta parole particolarmente dure di Gesù di fronte ad un modo di vivere la fede indicato come ipocrita. Anziché vivere l’ascolto del precetto di Dio si osservano tradizioni degli uomini: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini”.

“Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla”. E’ l’indicazione di Deuteronomio circa la legge data da Dio come segno della vicinanza di Dio e di un rapporto con lui che va vissuto nell’esistenza. Ma ciò implica non aggiungere né togliere: non appesantire, ma rimanere fedeli all’essenziale. La tendenza presente nella tradizione ebraica era stata invece quella di articolare una serie innumerevole di precetti per proteggere la stessa legge, come una siepe attorno a qualcosa di prezioso da custodire. Ma è questa anche la tendenza in ogni tradizione religiosa: aggiungere e appesantire quanto è essenziale, e venir meno in tal modo ed eliminare ciò che sta al cuore. Precetti e tradizioni rischiano così di soffocare e sostituire quanto è consegnato da Dio come tesoro da custodire: la legge parola viva da ascoltare, come segno della sua vicinanza, della sua opera di liberazione e come legge di libertà, da vivere nel tempo.

Le parole di Gesù si concentrano sul richiamo all’essenziale, delineato come il comandamento di Dio. E’ importante evitare un rischio sempre presente nell’accostare testi come questo: leggervi cioè una contrapposizione di Gesù alla spiritualità ebraica, un rifiuto della fede dei padri e la proposta di una alternativa in senso di opposizione. Gesù vive la sua fede in piena fedeltà al cuore della legge,e  proprio per questo ne richiama il cuore e la radice profonda: il suo richiamo è indicazione di fondo su come intendere e vivere il rapporto stesso con Dio. Qui sta la carica di sovversione della sua parola di fronte al sistema religioso che pretende di possedere la legge stessa di Dio, la sua parola.

Ciò che è irrinunciabile va ricercato al di là di tante prescrizioni che possono essere tradizioni solamente degli uomini e che offuscano e fanno perdere di vista il centro. Ma non vi è solo la critica ad un modo di vivere una religiosità tutta concentrata sull’esecuzione di norme che fanno perdere di vista il senso profondo del rapporto con Dio. C’è un richiamo profondo al cuore dell’uomo. Non ha senso una osservanza di tradizioni che portano a considerare le cose in se stesse pure o impure.

La polemica si concentra sul modo di intendere la vita nell’opposizione di puro e impuro. Essa genera la mentalità di preservarsi dall’impurità e poter così giudicare gli altri, ritenendosi preservati e garantiti. Essa genera anche tutte le forme di discriminazione, di disprezzo dell’altro, di esclusivismo e di superiorità. Gesù richiama all’interiorità, alla coscienza. Richiama al primato di una fede vissuta come incontro e relazione e non come esecuzione di norme: il ‘cuore’, nel linguaggio biblico, è la sede delle decisioni, il luogo delle scelte e degli orientamenti di vita, il luogo in cui si unifica pensiero e vita, orientamento e azione. Non c’è nulla che può rendere impuro l’uomo dal di fuori, ma ciò che reca impurità proviene dal di dentro, dal cuore. Viene messa in questione la responsabilità personale e Gesù presenta una critica a quella tendenza di ogni tempo di delegare la responsabilità del male ad altro non assumendosi il peso di scelte e decisioni.

Il problema della tradizione degli antichi viene quindi spostato: ciò che si deve considerare non è tanto l’adempimento di prescrizioni ma l’orientamento del cuore: è una esigenza profonda che interroga sulla direzione di fondo dell’esistenza. E’ provocazione a vivere un rapporto con Dio che non si esaurisce nel compimento di prescrizioni ma esige un cuore nuovo, disponibile sempre a cambiare e a camminare nell’ascolto. Ciò che Gesù chiede è una fedeltà da scoprire e vivere in modo sempre nuovo. Certamente essa implica anche una traduzione concreta nell’ambito della vita e dei comportamenti ma non può esaurirsi in una serie di indicazioni, in un elenco di comportamenti. E’ un rapporto vivente con Dio, l’apertura ad un cammino nella ricerca di colui che cambia il cuore e lo rende capace di amare. Non un ripiegamento su di sé ma l’ascolto di quanto Dio chiede nell’interiorità del cuore e che esige di farsi vita. Ascolto in una relazione in cui ci si scopre toccati dallo sguardo di Dio che fa camminare nella libertà.

La lettera di Giacomo parla a questo proposito di legge di libertà: “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, … questi troverà la sua felicità nel praticarla”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

XXI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Gs 24,1-2a.15-17.18b; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

“Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire”. Non ci sono solo le grandi scelte della vita ma anche le piccole scelte quotidiane e le decisioni da prendere, talvolta con poco tempo per rifletterci, e che determinano impegni e relazioni. C’è una questione di scelta al cuore dell’esistenza. Di più è una scelta di servire. E’ paradossale questa indicazione: tutto si gioca nel decidere chi servire. Solitamente si pensa di dominare. Siamo immersi in una cultura di conquista, la cultura dell’occidente dei dominatori e del mercato che si pone come ambito del prendere acquistare e consumare. Anche Dio diviene così oggetto che sta davanti strumentalizzabile e non più presenza che rinvia ad un cammino, per poterlo incontrare sempre oltre, nell’affidarsi di una fede che richiede amore.

L’invito di Giosuè, domanda per la fede, verte invece sul servire. Tutto il cammino dell’esodo è un lungo percorso per cambiare mentalità, per allontanarsi dal modo di pensare del faraone e dei sistemi costruiti dai faraoni, dal senso della vita posto sul dominio, sul rendere altri schiavi, sul far servire. E scoprire invece che il Dio che ha liberato Israle ha ascoltato un grido di schiavi piegati dalla fatica ed è sceso proprio perché c’era un popolo nella condizione dell’oppressione e della schiavitù, costretto a servire i dominatori, privato della sua libertà. Non è quindi un Dio dei dominatori e dei potenti ma un Dio che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. Ed il cammino nel deserto diviene allora il percorso per imparare lentamente poco alla volta che il senso della vita sta non nella schiavitù – magari accettata come forma di comodità e rinuncia al rischio del pensare e delle decisioni – ma nel servire come scelta di libertà. Quando sarete liberati potrete servire Dio su questo monte. Dalla schiavitù al servizio è il percorso della fede. Un servire ben diverso da quello degli schiavi, è un servire come scelta di vivere l’esistenza per qualcuno, nella libertà, nell’affidamento dell’amore.

Nell’assemblea di Sichem, a conclusione del cammino dell’esodo, questo tratto dell’esperienza di fede si compone con un altro aspetto. E’ un movimento non di singoli e di isolati, ma di un popolo, di un noi che si scopre legato in una relazione fondante ed è chiamato a rispondere insieme. E’ indicazione di un cammino di servizio in cui scoprirsi convocati. Non qualcosa che è prodotto dalla propria abilità e capacità, ma qualcosa che avviene nel momento in cui si accetta di stare insieme, di legare il proprio destino ad altri e con loro al volto di Dio che prende le parti delle vittime e sta accanto in cammini di liberazione.

Non è forse l’assemblea di Sichem un’immagine di Concilio? Viviamo in questi tempi la memoria di 50 anni dal Concilio Vaticano II. I concili nella storia si sono posti come momenti di professione di fede, di traduzione della fede nelle situazioni che cambiano, di fronte a problemi nuovi e contesti diversi. I concili hanno così dato espressione concreta della struttura conciliare della chiesa in cui sin dagli inizi la fede è stata professata insieme e nel tentativo di guardare alle situazioni per far incontrare il vangelo con le diverse culture e situazioni. Così in maniera particolare è stato il Vaticano II, vera primavera ed evento di comunione e annuncio. Non dovremmo oggi riproporre la feeltà al Concilio scoprendolo come evento di professione di fede e di rinnovamento in fedeltà al vangelo e in dialogo con la realtà mutata?

“Questo linguaggio è duro chi può intenderlo?”. “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. Gesù si è identificato con il pane della vita, ha parlato di se stesso come del pane disceso dal cielo, e sta chiedendo ai suoi di fare della vita un dono come la sua vita è dono per tutti: “colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6,57). Di fronte a questo discorso, nella sinagoga di Cafarnao, la reazione dei discepoli è l’incredulità. Anch’essi ‘mormorano’, e, come Israele nel deserto, vivono la reazione ed il rifiuto di fronte a questo modo di intendere che scardina i loro schemi. Ora sono gli stessi discepoli, molti di loro, che dicono “questo linguaggio è duro”. Da quel momento “si tirarono indietro e non andavano più con lui”. Gesù chiede di aprirsi ad una logica nuova e diversa, ad un nuovo modo di intendere nell’affidamento allo Spirito. Non è il modo di intendere le cose e la vita ‘secondo la carne’, basato solamente sulle risorse dell’intelligenza umana, ma un modo nuovo di ‘conoscere’. E’ lasciarsi coinvolgere nel cammino di Gesù affidandosi alla sua testimonianza, scegliendo la via del dono: il segno del pane. Gesù chiede di passare ad un modo nuovo di intendere, nello Spirito: è il lasciarsi far nuovi rinascendo dall’alto. Ancora non un’opera nostra ma un accadere che avviene nella misura in cui rinunciamo a pretese e alla logica del dominio. E’ una logica nuova e diversa. Si può continuare ad intendere le cose e la vita ‘secondo la carne’, guardando tutto basandosi sulle risorse e sull’intelligenza umana. Ma c’è un modo nuovo di conoscere che fa vedere oltre e al di dentro. E’ la modalità dell’amore che scardina i ragionamenti e le logiche dei sistemi. E’ la logica dell’affidamento alle parole di Gesù. Solo nella forza dello Spirito è possibile vivere in tale orizzonte, uno Spirito che soffia e non sai da dove viene e dove va, lo spirito che è testimone di futuro: “lo Spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” (Gv 14,26)

Gesù indica il segno del pane, identificato con la sua carne e il suo sangue dato per tutti. ‘Volete andarvene anche voi?’. La parola di Gesù non è imposizione o ricatto, ma si propone alla libertà e si affida ad una scelta libera. Gli rispose Simon Pietro: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio'”. Nelle parole di Pietro si può cogliere anche l’atteggiamento della rinuncia ad ogni pretesa di controllo e di programmazione. Sono parole che dicono la difucia dell’abbandono e dell’amore ‘da chi andremo?’. Riconosce di non sapere e si affida allo Spirito. Sono le parole del ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù.

Su questa ‘intelligenza dell’amore’ ho trovato pagine dense e profonde in un testo di Luisa Muraro che parla dell’esperienza di Dio di donne tenute ai margini ed anche condannate e uccise nel corso della storia, eppure testimoni di una ‘teologia in lingua materna’ che spaesa e rovescia ogni teologia che cerca di definire e possedere:

“Scrive Hadewjch in una delle sue Lettere, che sono uno dei testi fondamentali per il tema che c’interessa: ciò per cui lotta chi ama, ciò che guadagna quando riesce a vincere, è di essere vinto dall’altro. E questo, di riuscire ad essere vinto dall’altro, non è niente facile, cosa che può suonare ben strana ma che, al contrario, s’intuisce facilmente se si pensa che ‘vittoria dell’altro’ vuol dire fine della ripetizione, avvenimento di ciò che era impedito dalla ripetizione, sorpresa del desiderio, salto di essere, nascita del nuovo… Ma l’intelligenza dell’amore non s’insegna e non s’impara a scuola, sebbene, almeno agli inizi, nelle vicinanze della relazione materna, che non dispone di altra intelligenza, senza di essa non si possa insegnare né imparare niente. Lo sanno le maestre di scuola. E se anche fosse possibile insegnarla e impararla – ed è possibile a certe condizioni – non può diventare una tecnica di cui ci si possa impadronire: non può perché si forma sul bordo tra ciò che può essere significato e ciò che non può: sempre vicino, quindi alla perdita della padronanza. Di consegunza non si può neanche comprarla e venderla: possiamo pagarla, sì, ma non al suo giusto prezzo, che non c’è. Similmente essa fa luce e compie operazioni preziose, ma non mette in luce e non dà potere a chi ne è dotata (o dotato), una parola quest’ultima di cui bisogna sentire  che ha la stessa radice del dono, altrimenti sarebbe sbagliata. Infatti chi ha l’intelligenza dell’amore ce l’ha come ricevuta dall’altro, quasi in prestito, perché tutto quello che sa e capisce lo sa e capisce grazie alla risposta dell’altro. Che però non funziona come uno specchio, al contrario: l’altro resta altro; dà, dice, ma quello che dà non è mai una restituzione o un contraccambio, e quello che dice riserva sempre delle sorprese (…) io continuo a cercare gli sviluppi della teologia in lingua materna che è ricerca delle parole per significare un’esperienza di essere e dell’essere in relazione con altro, esperienza di un amare e di un conoscere non finalizzati a un oggetto definito, infimo o sommo che sia…” (Luisa Muraro, Il Dio delle donne, ed. Il margine 2012, 104-106)

Alessandro Cortesi op

XX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Prov 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

Parole che generano ‘scandalo’, che fanno inciampare. Sono le parole di Gesù al cuore del discorso del cap. 6 di Giovanni. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Non come la manna ma pane vivente, vita fatta pane. “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

Il IV vangelo non riporta nel momento dell’ultima cena le parole di Gesù sul pane e sul vino. Le pone invece qui al cap. 6. Al momento dell’ultima cena ricorderà il senso di questo gesto del mangiare pane e vino che sono segno della sua vita donata. Il senso profondo sta nel vivere la vita come servizio fino alla fine, sta nel cingersi di un asciugatoio, chinarsi e lavare i piedi ai suoi chiamandoli amici.

Gesù usa due termini ‘carne’ e ‘sangue’ che agli orecchi degli ebrei suoi contemporanei suonavano come parole dure. ‘Carne’ significa tutta la precarietà dell’esistenza umana, la sua povertà e debolezza. Nel IV vangelo sin dalla prima pagina compare questo termine: “E la Parola, quella Parola che era presso il Padre e tutto riceveva e dava a Lui da sempre, si è fatta carne e ha messo la sua tenda in mezzo a noi”. Il volto di Gesù che si è manifestato nelle sue parole e nei suoi gesti è quello di chi sta da sempre presso il Padre e ha condiviso l’esistenza debole dell’umanità che è ‘carne’.

Ed ora dicendo ‘se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo’, Gesù indica la sua vita nel suo aspetto di fragilità come il luogo in cui avere vita. E poi parla di ‘sangue’: carne e sangue indica la totalità dell’esistenza, non una sua parte. Bere il sangue andava contro un precetto della legge, perché nel sangue c’è la vita e secondo Levitico non si può bere il sangue degli animali perché esso contiene un segreto di vita che non può essere violato.

Gesù dice che la sua esistenza nella sua fragilità è cibo che dà vita, e il suo sangue può essere bevuto per rimanere in lui, per poterlo incontrare e scoprire nel rapporto con lui il senso della propria esistenza. Questo senso sta nel vivere per qualcuno. “Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Non è discorso di morte ma di vita. Vivere per Gesù significa scoprire la propria casa, dove rimanere e dimorare.

Vivere l’Eucaristia in modo autentico dovrebbe condurci a rimanere, cioè a scoprire un rifugio dove trovare riparo e protezione, senso della nostra vita. Ma anche tappa per andare avanti e procedere nel cammino. E’ indicazione di dimorare, rimanere nell’amore che non ha fine.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. La nostra vita si pone già in una dimensione di ‘per sempre’. Gesù parla del mangiare il pane che dà, la sua vita, la sua carne come luogo in cui avere già la vita per porsi nella direzione dell’attesa della risurrezione che sarà. Ma già ora è vita che supera la morte perché scoprire e vivere l’amore è già vivere nella dimensione della vita di Dio.

Possiamo riflettere sul senso dell’eucaristia come luogo di testimonianza del dono e  dell’ospitalità di Gesù per noi. Non potrebbe essere questa ospitalità la testimoninaza che le chiese oggi potrebbero offrire consapevoli della loro inadeguatezza di fronte al dono ricevuto, ma anche nella semplicità di offrire un segno profondo di accoglienza? Tre istituti ecumenici due protestanti (Strasburgo e Bensheim) e uno cattolico (Tübingen), nel 2003, hanno proposto alcune tesi per una ospitalità eucaristica da vivere oggi. Di questo testo riprendo solo un punto: “Le Chiese concordano sul fatto che Gesù Cristo stesso, come colui che dona e dono al tempo stesso, invita alla Cena/Eucaristia. Ci riuniamo nel suo spirito. Ogni gesto ecclesiale – il modo in cui la comunità di fede celebra la Cena del Signore, chi agisce in persona Christi, come annuncia il suo messaggio e lo rende comprensibile – ha il suo senso e la sua legittimità nella funzione di richiamare alla mente Gesù Cristo. La Chiesa non è al di sopra dell’ospitalità eucaristica, ma è al suo servizio. Essa non “dispone” della Cena eucaristica. Piuttosto essa è e rimane sempre accogliente, anche se è essa che formula l’invito alla Cena del Signore nel suo nome”.

Alessandro Cortesi op

Tra fedeltà alla terra e sguardo al futuro


“Se Cristo è risorto – come è risorto – e se gli uomini, perciò, e le cose risorgeranno, allora la realtà presente (temporale) è veramente un abbozzo della realtà futura (eterna). La realtà futura – cioè la persona umana risorta (la celeste Gerusalemme), il cosmo risorto (nuovi cieli e nuove terre) – è il modello sul quale va modellata la realtà presente: il tempo deve divenire ciò che esso è per essenza e per destinazione, una preparazione ed un abbozzo dell’eterno. Non siamo qui nell’ordine delle cose fantastiche: siamo nell’ordine delle cose reali: e questa realtà è autenticata e manifestata dalla realtà del corpo glorioso di Cristo risorto (e di Maria assunta)”.

Trovo queste righe di Giorgio La Pira scritte nel giorno di Pasqua del 1952 in una rivista intitolata ‘Prospettive’ e redatta dai giovani dell’Opera per la gioventù ‘Giorgio La Pira’. In questi giorni stanno svolgendo un campo internazionale presso Castiglion della Pescaia, a cui partecipano circa 80 giovani provenienti da vari Paesi del mondo, continuando e realizzando il sogno di La Pira di una pace da costruire attraverso l’incontro delle persone di buona volontà: italiani, russi, israeliani e palestinesi, giovani del Madagascar e del Senegal, cristiani ebrei musulmani, insieme, a discutere e condividere  la vita quotidiana interrogandosi sul futuro e sulle loro speranze. Nel quadro della settimana o partecipato ad un dibattito sul tema del lavoro nella considerazione delle tre religioni abramitiche insieme al rav Jospeh Levi e all’imam Elzir Izzedine di Firenze: un’occasione per scoprire la responsabilità di persone di diverse tradizioni religiose nel camminare insieme in un dialogo che è quanto mai urgente oggi. Ed anche occasione per incontrare volti e nomi che ci rendono consapevoli di una storia e di un tempo che chiede di essere vissuto – nonostante ogni difficoltà e contraddizione – nel costruire fraternità. (a.c.)

Appello Pax Christi – Eroi per la pace o vittime della guerra?

Riprendo e propongo un documento di Pax Christi, aperto alle adesioni, apparso sul sito di http://www.paxchristi.it.

“Davanti ad ogni vita umana stroncata è doveroso un rispetto profondo. Ma proprio in nome di tutte le vittime delle guerre, chissà quanti lettori di Avvenire sono rimasti scossi per quell’intera pagina dedicata agli “eroi per la pace”, e a quella realtà così “convergente” di soldati e cristiani. (8 agosto 2012, pag.3).

Ecco, lo diciamo forte: è davvero insopportabile questa retorica sulla guerra sempre più incombente e asfissiante.

Da sempre l’esperienza cristiana ci ha impegnato nella cura della “missione” e ci scandalizziamo ogni volta che un cristiano infanga questo valore confondendolo con le guerre -chiamate appunto “missioni di pace”- ma in realtà “avventura senza ritorno”. Da sempre abbiamo presentato ai cristiani gli eroi della fede e ci scandalizziamo se ora volete rappresentarli con le armi in mano e, per nascondere le responsabilità di tanto sangue versato in questa “inutile strage”, fate diventare “eroi per la pace” questi giovani strappati alla loro vita, vittime della guerra.

Ci colpisce non veder affiorare nemmeno uno degli interrogativi che gli italiani e i cristiani si pongono ormai da anni, assistendo alla fallimentare carneficina afgana: La nostra presenza militare in Afghanistan costa 2 milioni di euro al giorno, e quali sono i risultati? Se li avessimo investiti in aiuto alla popolazione con ospedali, scuole, acquedotti non avremmo forse tolto consenso ai talebani e ai signori della guerra? E delle vittime in ‘campo nemico’ chi se ne occupa? Abbiamo i numeri esatti dei morti e feriti italiani! E quante sono le vittime irachene o afghane? Forse dobbiamo rassegnarci a considerare le migliaia di esseri umani uccise in questa assurda guerra solo “effetti collaterali”?

Ci colpisce molto leggere che anche l’Ordinario militare si allinea a questa retorica della guerra dichiarando, per esempio che fare il militare è “una professione aperta al bene comune e allo sviluppo della famiglia umana” oppure sostenendo che “i cappellani militari sono parroci senza frontiere, impegnati in una pastorale specifica sul fronte della pace”. Ce ne vuole davvero a descrivere “l’aeroporto di Ciampino dove arrivano le salme dei nostri soldati uccisi” come “una scuola di fede”. E ancora “Essere cristiani ed essere militari non sono dimensioni divergenti”. Come cristiani e come sacerdoti restiamo stupiti per questo assai strano insegnamento magisteriale e, alla luce del Vangelo, siamo sconcertati.

Siamo certi che anche il Direttore di Avvenire, oltre che ovviamente il Vescovo Pelvi, ben conosca la sapienza ecclesiale, supportata dal Magistero della Santa Sede, che ci ha insegnato a discernere i diversi modi di affrontare i conflitti internazionali, a partire dalle testimonianze dei primi martiri cristiani, che rifiutavano il servizio militare e non bruciavano il grano d’incenso all’Imperatore considerato una divinità. Come non ricordare il martirio di S. Massimiliano (295 d.C.) condannato a morte “poiché, con animo irrispettoso, hai rifiutato il servizio militare” “quia in devoto animo militia recusasti”) E quante testimonianze di martiri dei nostri giorni abbiamo ancora da raccontare.

Proprio oggi, 9 agosto la Chiesa ricorda il Beato Franz Jagerstatter, obiettore di coscienza contro il servizio militare nel III Reich di Hitler (mentre la maggior parte dei cattolici combattevano) e per questo ghigliottinato il 9 agosto 1943. E’ stato Papa Benedetto XVI, nel 2007, a proclamarlo beato e martire nel suo opporsi al servizio militare e alla guerra!

9 agosto 2012, Beato Franz Jagerstatter obiettore di coscienza al militare e alla guerra

Chiediamo di aprire un confronto serio e schietto sul tema della guerra, del servizio militare, oggi non più legato all’obbligo della leva, e della presenza dei Cappellani tra i militari, magari proprio con il Direttore di Avvenire e l’Ordinario militare. L’unica occasione di confronto risale al lontano 1997, in un convegno a Firenze promosso da Pax Christi, con un rappresentante dell’Ordinario Militare. Come era stato detto allora ribadiamo l’esigenza che “ si ritorni a discutere sul ruolo dei Cappellani Militari, non per togliere valore alla presenza e all’annuncio cristiano tra quanti, soprattutto giovani, stanno vivendo la vita militare, ma per essere più liberi, senza privilegi e senza stellette”.

A 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II crediamo doveroso riaprire un riflessione seria sulla condanna della guerra e sulle strade che sono chiamati a percorrere gli operatori di pace”.

XIX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

1Re 19,4-8; Efes 4,30-5,2; Gv 6,41-51

C’è una incredibile forza nel racconto del percorso di Elia, il profeta del fuoco. Aveva ascoltato la Parola del Signore, Elia. Se n’era fatto testimone davanti al re, e aveva denunciato il potere politico che aveva perso il riferimento al senso della sua funzione. Aveva vissuto l’affidamento al Dio dei padri e aveva fatto della Parola la sua forza nella sfida ai sacerdoti di Baal. Aveva vissuto così la fedeltà al Dio dell’esodo ma si trova ora ad essere isolato e braccato.

La scena di Elia nel deserto è così una immagine che si fissa nella memoria e fa ritrovare nel volto di quest’uomo distrutto la vicenda di tanti, che avvertono il peso della fatica e il fallimento della loro missione fino al punto di pensare di aver sbagliato tutto e di chiedere di mettere la parola fine ad un percorso percepito come inutile.

“Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.
 In queste parole non c’è più la forza del profeta che con la sua testimonianza aveva osato sfidare il potere politico e quello religioso: c’è invece tutta la delusione di chi avverte la fatica di un cammino più pesante di ogni previsione. E c’è anche la percezione della propria inadeguatezza e insufficienza, e l’emergere di una comprensione nuova di se stesso. Spogliata delle illusioni, e degli entusiasmi di chi affronta a fronte alta le difficoltà. Elia, in fuga da chi voleva ucciderlo vive ora senza più alcuna sicurezza. Il deserto è il luogo di una autenticità scoperta oltre ogni illusione religiosa. Elia è solo con la sua incapacità. Gli si fa chiaro che non sa reggere alle situazioni, percepisce il suo limite e viene meno ogni pretesa.

Appare così nel suo essere semplice uomo, senza qualità particolari, non migliore dei suoi padri, non eroe, non capace di forza di fronte alle avversità, ma impaurito e fragile. Preso da paure e debole anche nella fede: non profeta del fuoco, ma profeta senza difese né certezze di cui farsi forte. Forse anche preso dal dubbio: quella lotta e tutto il suo agire avevano un senso? Eppure proprio in questo momento in cui egli diviene il volto del povero, senza più nulla per sè, Dio non lo lascia solo. Lo spogliamento da tutto ciò che poteva prendere il posto di Dio lo apre alla possibilità di un incontro che lo raggiunge come dono, inatteso. Il deserto è luogo della prova ma anche luogo di scoperta di una presenza non porgrammabile e non oggettivabile. Un angelo, messaggero di gratuità, gli accosta del cibo, una focaccia cotta e un orcio d’acqua, cibo essenziale per andare avanti, per procedere nel cammino.

E, con il cibo, l’invito ad alzarsi: ‘Alzati e mangia’. Elia è avvvicinato e toccato, una prima e una seconda volta, e ascolta una parola che lo invita ad alzarsi: è ancora lungo il cammino. La vicinanza di Dio in un messaggero che gli porge un pezzo di pane e in un orcio d’acqua, per prendere forza e per continuare a camminare. E’ cammino reso possibile solo da quel gesto: lo aprirà ad andare fino al monte di Dio l’Oreb, a vivere un incontro con Dio nel deserto, scoprendo il Dio delle piccole cose, non del fuoco, non del terrenoto, ma della voce di un leggero silenzio. Fino all’Oreb, il monte di Dio. Fin là dovrà camminare, Elia, con la forza datagli da quel cibo. Il cibo è per andare avanti, non tanto per aver risolte le paure e le difficoltà, ma per procedere, certo però di una incapacità e di una vicinanza: l’incapacità propria, la vicinanza di Dio.

Ma questo lo libera dalle paure che gli facevano ritenere la sua vita ormai inutile e lo liberano anche dalle false immagini di Dio per spingerlo a camminare. Dio sta oltre la sfida con i profeti di Baal. Quando Elia rimane nudo, come Adamo nel giardino, spogliato delle sue attese e pretese, allora si apre lo spazio per un cammino nuovo e per scoprire che Dio si nasconde facendosi vicino in un messaggero che porge un pezzo di pane, in una focaccia e un orcio d’acqua, in una parola che fa alzare e camminare. E questa presenza di messaggero ricorda a noi che Dio si rende presente laddove c’è chi porge una focaccia di pane e un po’ d’acqua, nella gratuità.

Gesù nella lunga pagina del cap. 6 del IV vangelo parla di se stesso come pane disceso dal cielo. Cibo per camminare, per andare avanti, per alzarsi, come Elia e per scoprire che Dio non è lontano e assente dal nostro quotidiano. Un cibo disceso, un cibo donato: Io sono il pane disceso dal cielo… il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…

Pane è nutrimento per poter vivere. Gesù vive tutta la sua esistenza come dono: cibo donato. E in questo suo vivere racconta il volto di Dio che scende e si fa vicino. “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La presenza di Dio Padre sta al cuore e all’origine della vita di Gesù, e sta così al cuore dell’esistenza di ogni credente: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44).

E Gesù riprende la parola dei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. C’è un ascolto del Padre che avviene nei modi che solo il Padre sa. E’ un ascolto possibile a tutti. E è aperto a chiunque si lascia toccare da una presenza che è dono. E’ ascolto anche da prestare ad ogni gesto che è pane spezzato. Chi nella sua vita agisce nella gratuità e nel dono già esprime il senso profondo dell’esistenza. Solo l’amore fa partecipare alla comunione con Dio, Amore che vince la morte. Tutto questo non è questione di strategie, o di organizzazione, ma di un lasciarsi attirare nella corrente del dono: Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio…

E ci dovrebbe rendere spogli come Elia, che accoglie inaspettatamente un po’ di cibo per camminare ancora, e ci dovrebbe rendere attenti a scoprire la possibilità di vivere i gesti del dono, dello scendere e del servire, i gesti di Gesù che sono ciò che rimane e fa vivere noi stessi e gli altri.

 

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Es 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24Gv 6,24-35

“Che cos’è? … non sapevano che cosa fosse”. “Man hu?’’ Da questa domanda sorge il nome della ‘manna’, cibo del deserto, cibo del cammino. Mosè ne spiegò il significato: “E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo”. La manna nel deserto è grande segno nell’uscita dall’Egitto dalla schiavitù, nel momento della prova: in essa sono racchiuse indicazioni essenziali per il cammino dell’esodo. E’ cibo, nutrimento giunto in modo inatteso per saziare fame, per poter andare avanti. Ma è anche pane dato nel momento in cui era emersa la mormorazione e la rivolta contro Dio che aveva fatto uscire dall’Egitto. La manna è donata proprio quando sorge la nostalgia del tempo della schiavitù e la lamentela di fronte alla fatica dell’andare: è pane per proseguire un cammino di libertà, e per scoprire il senso del procedere nel deserto. Non è un percorso per tornare nella condizione degli schiavi, ma è cibo come dono per aprirsi a nuove dimensioni del vivere.

La manna ha quindi la caratteristica di ssere cibo donato: è dato dal Signore, non può essere considerato prodotto della propria attività, né proprietà da trattenere. Sta anche qui la radice dell’indicazione secondo cui il popolo poteva uscire a raccoglierne ogni giorno la quantità necessaria solamente a quel giorno. Non può essere accumulata, messo da parte, accaparrata. E’ sufficiente la razione di un giorno. Va atteso come dono che proviene da altrove, ogni giorno, e che richiede di essere condiviso. E’ cibo che consente di andare avanti solo per quel giorno.

L’atto di accoglierlo mantiene nel senso della precarietà e dell’affidamento. E riconoscere una presenza nascosta del Dio che libera e accompagna. Conduce a non cercare altre sicurezze che sembrano saziare ma sono vane. Al dono della manna è associata la scoperta di un incontro: “saprete che io sono il Signore vostro Dio”. In quel cibo è racchiuso un rinvio ad una presenza, al volto stesso di Dio. E’ un conoscere che passa per la vita. Sta nell’accoglienza del dono ed apre così a un Dio nascosto e che pure si fa vicino nella gratuità. Dio comunica i suoi doni perché si scopra il senso della vita nella libertà del donarsi.

Il dono del cibo si colloca nel momento più duro del cammino del deserto, quando il desiderio di tornare alle piccole sicurezze della schiavitù si fa più forte. Nella schiavitù si mangiava pane a sazietà. Ora, nel cammino dell’esodo, non c’è sazietà. E questa esperienza apre ad uno spazio nuovo, ad intendere la vita in un rapporto profondo vitale con il Dio che guida alla libertà. Non essere sazi implica scoprire il senso profondo della propria esistenza che non può esaurirsi nel far proprio. C’è un mangiare, che non lascia spazio al limite, che porta a dimenticare quella fame profonda di libertà e di senso dell’esistenza nell’incontro.

E’ questo anche il richiamo che Gesù pone nel lungo discorso sul pane: “voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati… datevi da fare non per il cibo che non dura ma per il cibo che rimane per la vita eterna”.

La domanda si sposta allora: come fare la volontà di Dio? “Questa è l’opera di Dio che crediate in colui che egli ha mandato”. Gesù presenta se stesso come il pane dal cielo. E’ pane donato dal Padre, che dà la vita al mondo. “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà sete, mai”. Quel pane è rinvio all’esistenza stessa di Gesù: la sua vita è come pane donato. L’incontro con lui è nutrimento che fa camminare per vivere come lui ha vissuto, per compiere la volontà del Padre, che è volontà di dono e di libertà.

Gesù indica due orizzonti del vivere: cercare il cibo che non viene meno, è il cibo dell’incontro con lui, il contatto con la sua vita che si è fatta pane spezzato e donato. Suggerisce anche l’opera di Dio. Non si tratta di compiere azioni particolari ma di ‘credere’ in lui. Sta qui l’invito ad un affidamento (credere è affidarsi) che non è compimento di pratiche religiose o osservanza di leggi, ma entrare in un rapporto di vita in cui si affida la propria esistenza a lui e si vive la fiducia in lui. Il quotidiano apparentemente senza Dio diviene luogo in cui Dio si fa incontro e chiede di riconoscerlo e dargli spazio in ogni gesto di condivisione.

Spesso desideriamo saziarci di cose, cerchiamo sicurezze che ci piegano alla schiavitù dei faraoni, degli imperi, di questo mondo. Come lasciare spazio nella nostra vita a riconoscere i doni in cui si fa vicino la presenza dono di Dio stesso non fuori dalla vita ma proprio nel cammino?

Gesù che ha fatto della sua esistenza un pane condiviso: ogni pane che viene spezzato ne diviene segno così come ogni vita sensibile alla fame degli altri. Ha indicato un modo di vivere l’esistenza in cui il mangiare insieme e il condividere divengono orizzonte di fraternità. Come vivere oggi una resistenza verso tutto ciò che è esclusione e accaparramento e la proposta di luoghi di condivisione?

Alessandro Cortesi op

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