la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

1Re 19,4-8; Efes 4,30-5,2; Gv 6,41-51

C’è una incredibile forza nel racconto del percorso di Elia, il profeta del fuoco. Aveva ascoltato la Parola del Signore, Elia. Se n’era fatto testimone davanti al re, e aveva denunciato il potere politico che aveva perso il riferimento al senso della sua funzione. Aveva vissuto l’affidamento al Dio dei padri e aveva fatto della Parola la sua forza nella sfida ai sacerdoti di Baal. Aveva vissuto così la fedeltà al Dio dell’esodo ma si trova ora ad essere isolato e braccato.

La scena di Elia nel deserto è così una immagine che si fissa nella memoria e fa ritrovare nel volto di quest’uomo distrutto la vicenda di tanti, che avvertono il peso della fatica e il fallimento della loro missione fino al punto di pensare di aver sbagliato tutto e di chiedere di mettere la parola fine ad un percorso percepito come inutile.

“Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.
 In queste parole non c’è più la forza del profeta che con la sua testimonianza aveva osato sfidare il potere politico e quello religioso: c’è invece tutta la delusione di chi avverte la fatica di un cammino più pesante di ogni previsione. E c’è anche la percezione della propria inadeguatezza e insufficienza, e l’emergere di una comprensione nuova di se stesso. Spogliata delle illusioni, e degli entusiasmi di chi affronta a fronte alta le difficoltà. Elia, in fuga da chi voleva ucciderlo vive ora senza più alcuna sicurezza. Il deserto è il luogo di una autenticità scoperta oltre ogni illusione religiosa. Elia è solo con la sua incapacità. Gli si fa chiaro che non sa reggere alle situazioni, percepisce il suo limite e viene meno ogni pretesa.

Appare così nel suo essere semplice uomo, senza qualità particolari, non migliore dei suoi padri, non eroe, non capace di forza di fronte alle avversità, ma impaurito e fragile. Preso da paure e debole anche nella fede: non profeta del fuoco, ma profeta senza difese né certezze di cui farsi forte. Forse anche preso dal dubbio: quella lotta e tutto il suo agire avevano un senso? Eppure proprio in questo momento in cui egli diviene il volto del povero, senza più nulla per sè, Dio non lo lascia solo. Lo spogliamento da tutto ciò che poteva prendere il posto di Dio lo apre alla possibilità di un incontro che lo raggiunge come dono, inatteso. Il deserto è luogo della prova ma anche luogo di scoperta di una presenza non porgrammabile e non oggettivabile. Un angelo, messaggero di gratuità, gli accosta del cibo, una focaccia cotta e un orcio d’acqua, cibo essenziale per andare avanti, per procedere nel cammino.

E, con il cibo, l’invito ad alzarsi: ‘Alzati e mangia’. Elia è avvvicinato e toccato, una prima e una seconda volta, e ascolta una parola che lo invita ad alzarsi: è ancora lungo il cammino. La vicinanza di Dio in un messaggero che gli porge un pezzo di pane e in un orcio d’acqua, per prendere forza e per continuare a camminare. E’ cammino reso possibile solo da quel gesto: lo aprirà ad andare fino al monte di Dio l’Oreb, a vivere un incontro con Dio nel deserto, scoprendo il Dio delle piccole cose, non del fuoco, non del terrenoto, ma della voce di un leggero silenzio. Fino all’Oreb, il monte di Dio. Fin là dovrà camminare, Elia, con la forza datagli da quel cibo. Il cibo è per andare avanti, non tanto per aver risolte le paure e le difficoltà, ma per procedere, certo però di una incapacità e di una vicinanza: l’incapacità propria, la vicinanza di Dio.

Ma questo lo libera dalle paure che gli facevano ritenere la sua vita ormai inutile e lo liberano anche dalle false immagini di Dio per spingerlo a camminare. Dio sta oltre la sfida con i profeti di Baal. Quando Elia rimane nudo, come Adamo nel giardino, spogliato delle sue attese e pretese, allora si apre lo spazio per un cammino nuovo e per scoprire che Dio si nasconde facendosi vicino in un messaggero che porge un pezzo di pane, in una focaccia e un orcio d’acqua, in una parola che fa alzare e camminare. E questa presenza di messaggero ricorda a noi che Dio si rende presente laddove c’è chi porge una focaccia di pane e un po’ d’acqua, nella gratuità.

Gesù nella lunga pagina del cap. 6 del IV vangelo parla di se stesso come pane disceso dal cielo. Cibo per camminare, per andare avanti, per alzarsi, come Elia e per scoprire che Dio non è lontano e assente dal nostro quotidiano. Un cibo disceso, un cibo donato: Io sono il pane disceso dal cielo… il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…

Pane è nutrimento per poter vivere. Gesù vive tutta la sua esistenza come dono: cibo donato. E in questo suo vivere racconta il volto di Dio che scende e si fa vicino. “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La presenza di Dio Padre sta al cuore e all’origine della vita di Gesù, e sta così al cuore dell’esistenza di ogni credente: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44).

E Gesù riprende la parola dei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. C’è un ascolto del Padre che avviene nei modi che solo il Padre sa. E’ un ascolto possibile a tutti. E è aperto a chiunque si lascia toccare da una presenza che è dono. E’ ascolto anche da prestare ad ogni gesto che è pane spezzato. Chi nella sua vita agisce nella gratuità e nel dono già esprime il senso profondo dell’esistenza. Solo l’amore fa partecipare alla comunione con Dio, Amore che vince la morte. Tutto questo non è questione di strategie, o di organizzazione, ma di un lasciarsi attirare nella corrente del dono: Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio…

E ci dovrebbe rendere spogli come Elia, che accoglie inaspettatamente un po’ di cibo per camminare ancora, e ci dovrebbe rendere attenti a scoprire la possibilità di vivere i gesti del dono, dello scendere e del servire, i gesti di Gesù che sono ciò che rimane e fa vivere noi stessi e gli altri.

 

Alessandro Cortesi op

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