la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Prov 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

Parole che generano ‘scandalo’, che fanno inciampare. Sono le parole di Gesù al cuore del discorso del cap. 6 di Giovanni. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Non come la manna ma pane vivente, vita fatta pane. “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

Il IV vangelo non riporta nel momento dell’ultima cena le parole di Gesù sul pane e sul vino. Le pone invece qui al cap. 6. Al momento dell’ultima cena ricorderà il senso di questo gesto del mangiare pane e vino che sono segno della sua vita donata. Il senso profondo sta nel vivere la vita come servizio fino alla fine, sta nel cingersi di un asciugatoio, chinarsi e lavare i piedi ai suoi chiamandoli amici.

Gesù usa due termini ‘carne’ e ‘sangue’ che agli orecchi degli ebrei suoi contemporanei suonavano come parole dure. ‘Carne’ significa tutta la precarietà dell’esistenza umana, la sua povertà e debolezza. Nel IV vangelo sin dalla prima pagina compare questo termine: “E la Parola, quella Parola che era presso il Padre e tutto riceveva e dava a Lui da sempre, si è fatta carne e ha messo la sua tenda in mezzo a noi”. Il volto di Gesù che si è manifestato nelle sue parole e nei suoi gesti è quello di chi sta da sempre presso il Padre e ha condiviso l’esistenza debole dell’umanità che è ‘carne’.

Ed ora dicendo ‘se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo’, Gesù indica la sua vita nel suo aspetto di fragilità come il luogo in cui avere vita. E poi parla di ‘sangue’: carne e sangue indica la totalità dell’esistenza, non una sua parte. Bere il sangue andava contro un precetto della legge, perché nel sangue c’è la vita e secondo Levitico non si può bere il sangue degli animali perché esso contiene un segreto di vita che non può essere violato.

Gesù dice che la sua esistenza nella sua fragilità è cibo che dà vita, e il suo sangue può essere bevuto per rimanere in lui, per poterlo incontrare e scoprire nel rapporto con lui il senso della propria esistenza. Questo senso sta nel vivere per qualcuno. “Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Non è discorso di morte ma di vita. Vivere per Gesù significa scoprire la propria casa, dove rimanere e dimorare.

Vivere l’Eucaristia in modo autentico dovrebbe condurci a rimanere, cioè a scoprire un rifugio dove trovare riparo e protezione, senso della nostra vita. Ma anche tappa per andare avanti e procedere nel cammino. E’ indicazione di dimorare, rimanere nell’amore che non ha fine.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. La nostra vita si pone già in una dimensione di ‘per sempre’. Gesù parla del mangiare il pane che dà, la sua vita, la sua carne come luogo in cui avere già la vita per porsi nella direzione dell’attesa della risurrezione che sarà. Ma già ora è vita che supera la morte perché scoprire e vivere l’amore è già vivere nella dimensione della vita di Dio.

Possiamo riflettere sul senso dell’eucaristia come luogo di testimonianza del dono e  dell’ospitalità di Gesù per noi. Non potrebbe essere questa ospitalità la testimoninaza che le chiese oggi potrebbero offrire consapevoli della loro inadeguatezza di fronte al dono ricevuto, ma anche nella semplicità di offrire un segno profondo di accoglienza? Tre istituti ecumenici due protestanti (Strasburgo e Bensheim) e uno cattolico (Tübingen), nel 2003, hanno proposto alcune tesi per una ospitalità eucaristica da vivere oggi. Di questo testo riprendo solo un punto: “Le Chiese concordano sul fatto che Gesù Cristo stesso, come colui che dona e dono al tempo stesso, invita alla Cena/Eucaristia. Ci riuniamo nel suo spirito. Ogni gesto ecclesiale – il modo in cui la comunità di fede celebra la Cena del Signore, chi agisce in persona Christi, come annuncia il suo messaggio e lo rende comprensibile – ha il suo senso e la sua legittimità nella funzione di richiamare alla mente Gesù Cristo. La Chiesa non è al di sopra dell’ospitalità eucaristica, ma è al suo servizio. Essa non “dispone” della Cena eucaristica. Piuttosto essa è e rimane sempre accogliente, anche se è essa che formula l’invito alla Cena del Signore nel suo nome”.

Alessandro Cortesi op

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