la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Gs 24,1-2a.15-17.18b; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

“Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire”. Non ci sono solo le grandi scelte della vita ma anche le piccole scelte quotidiane e le decisioni da prendere, talvolta con poco tempo per rifletterci, e che determinano impegni e relazioni. C’è una questione di scelta al cuore dell’esistenza. Di più è una scelta di servire. E’ paradossale questa indicazione: tutto si gioca nel decidere chi servire. Solitamente si pensa di dominare. Siamo immersi in una cultura di conquista, la cultura dell’occidente dei dominatori e del mercato che si pone come ambito del prendere acquistare e consumare. Anche Dio diviene così oggetto che sta davanti strumentalizzabile e non più presenza che rinvia ad un cammino, per poterlo incontrare sempre oltre, nell’affidarsi di una fede che richiede amore.

L’invito di Giosuè, domanda per la fede, verte invece sul servire. Tutto il cammino dell’esodo è un lungo percorso per cambiare mentalità, per allontanarsi dal modo di pensare del faraone e dei sistemi costruiti dai faraoni, dal senso della vita posto sul dominio, sul rendere altri schiavi, sul far servire. E scoprire invece che il Dio che ha liberato Israle ha ascoltato un grido di schiavi piegati dalla fatica ed è sceso proprio perché c’era un popolo nella condizione dell’oppressione e della schiavitù, costretto a servire i dominatori, privato della sua libertà. Non è quindi un Dio dei dominatori e dei potenti ma un Dio che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. Ed il cammino nel deserto diviene allora il percorso per imparare lentamente poco alla volta che il senso della vita sta non nella schiavitù – magari accettata come forma di comodità e rinuncia al rischio del pensare e delle decisioni – ma nel servire come scelta di libertà. Quando sarete liberati potrete servire Dio su questo monte. Dalla schiavitù al servizio è il percorso della fede. Un servire ben diverso da quello degli schiavi, è un servire come scelta di vivere l’esistenza per qualcuno, nella libertà, nell’affidamento dell’amore.

Nell’assemblea di Sichem, a conclusione del cammino dell’esodo, questo tratto dell’esperienza di fede si compone con un altro aspetto. E’ un movimento non di singoli e di isolati, ma di un popolo, di un noi che si scopre legato in una relazione fondante ed è chiamato a rispondere insieme. E’ indicazione di un cammino di servizio in cui scoprirsi convocati. Non qualcosa che è prodotto dalla propria abilità e capacità, ma qualcosa che avviene nel momento in cui si accetta di stare insieme, di legare il proprio destino ad altri e con loro al volto di Dio che prende le parti delle vittime e sta accanto in cammini di liberazione.

Non è forse l’assemblea di Sichem un’immagine di Concilio? Viviamo in questi tempi la memoria di 50 anni dal Concilio Vaticano II. I concili nella storia si sono posti come momenti di professione di fede, di traduzione della fede nelle situazioni che cambiano, di fronte a problemi nuovi e contesti diversi. I concili hanno così dato espressione concreta della struttura conciliare della chiesa in cui sin dagli inizi la fede è stata professata insieme e nel tentativo di guardare alle situazioni per far incontrare il vangelo con le diverse culture e situazioni. Così in maniera particolare è stato il Vaticano II, vera primavera ed evento di comunione e annuncio. Non dovremmo oggi riproporre la feeltà al Concilio scoprendolo come evento di professione di fede e di rinnovamento in fedeltà al vangelo e in dialogo con la realtà mutata?

“Questo linguaggio è duro chi può intenderlo?”. “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. Gesù si è identificato con il pane della vita, ha parlato di se stesso come del pane disceso dal cielo, e sta chiedendo ai suoi di fare della vita un dono come la sua vita è dono per tutti: “colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6,57). Di fronte a questo discorso, nella sinagoga di Cafarnao, la reazione dei discepoli è l’incredulità. Anch’essi ‘mormorano’, e, come Israele nel deserto, vivono la reazione ed il rifiuto di fronte a questo modo di intendere che scardina i loro schemi. Ora sono gli stessi discepoli, molti di loro, che dicono “questo linguaggio è duro”. Da quel momento “si tirarono indietro e non andavano più con lui”. Gesù chiede di aprirsi ad una logica nuova e diversa, ad un nuovo modo di intendere nell’affidamento allo Spirito. Non è il modo di intendere le cose e la vita ‘secondo la carne’, basato solamente sulle risorse dell’intelligenza umana, ma un modo nuovo di ‘conoscere’. E’ lasciarsi coinvolgere nel cammino di Gesù affidandosi alla sua testimonianza, scegliendo la via del dono: il segno del pane. Gesù chiede di passare ad un modo nuovo di intendere, nello Spirito: è il lasciarsi far nuovi rinascendo dall’alto. Ancora non un’opera nostra ma un accadere che avviene nella misura in cui rinunciamo a pretese e alla logica del dominio. E’ una logica nuova e diversa. Si può continuare ad intendere le cose e la vita ‘secondo la carne’, guardando tutto basandosi sulle risorse e sull’intelligenza umana. Ma c’è un modo nuovo di conoscere che fa vedere oltre e al di dentro. E’ la modalità dell’amore che scardina i ragionamenti e le logiche dei sistemi. E’ la logica dell’affidamento alle parole di Gesù. Solo nella forza dello Spirito è possibile vivere in tale orizzonte, uno Spirito che soffia e non sai da dove viene e dove va, lo spirito che è testimone di futuro: “lo Spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” (Gv 14,26)

Gesù indica il segno del pane, identificato con la sua carne e il suo sangue dato per tutti. ‘Volete andarvene anche voi?’. La parola di Gesù non è imposizione o ricatto, ma si propone alla libertà e si affida ad una scelta libera. Gli rispose Simon Pietro: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio'”. Nelle parole di Pietro si può cogliere anche l’atteggiamento della rinuncia ad ogni pretesa di controllo e di programmazione. Sono parole che dicono la difucia dell’abbandono e dell’amore ‘da chi andremo?’. Riconosce di non sapere e si affida allo Spirito. Sono le parole del ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù.

Su questa ‘intelligenza dell’amore’ ho trovato pagine dense e profonde in un testo di Luisa Muraro che parla dell’esperienza di Dio di donne tenute ai margini ed anche condannate e uccise nel corso della storia, eppure testimoni di una ‘teologia in lingua materna’ che spaesa e rovescia ogni teologia che cerca di definire e possedere:

“Scrive Hadewjch in una delle sue Lettere, che sono uno dei testi fondamentali per il tema che c’interessa: ciò per cui lotta chi ama, ciò che guadagna quando riesce a vincere, è di essere vinto dall’altro. E questo, di riuscire ad essere vinto dall’altro, non è niente facile, cosa che può suonare ben strana ma che, al contrario, s’intuisce facilmente se si pensa che ‘vittoria dell’altro’ vuol dire fine della ripetizione, avvenimento di ciò che era impedito dalla ripetizione, sorpresa del desiderio, salto di essere, nascita del nuovo… Ma l’intelligenza dell’amore non s’insegna e non s’impara a scuola, sebbene, almeno agli inizi, nelle vicinanze della relazione materna, che non dispone di altra intelligenza, senza di essa non si possa insegnare né imparare niente. Lo sanno le maestre di scuola. E se anche fosse possibile insegnarla e impararla – ed è possibile a certe condizioni – non può diventare una tecnica di cui ci si possa impadronire: non può perché si forma sul bordo tra ciò che può essere significato e ciò che non può: sempre vicino, quindi alla perdita della padronanza. Di consegunza non si può neanche comprarla e venderla: possiamo pagarla, sì, ma non al suo giusto prezzo, che non c’è. Similmente essa fa luce e compie operazioni preziose, ma non mette in luce e non dà potere a chi ne è dotata (o dotato), una parola quest’ultima di cui bisogna sentire  che ha la stessa radice del dono, altrimenti sarebbe sbagliata. Infatti chi ha l’intelligenza dell’amore ce l’ha come ricevuta dall’altro, quasi in prestito, perché tutto quello che sa e capisce lo sa e capisce grazie alla risposta dell’altro. Che però non funziona come uno specchio, al contrario: l’altro resta altro; dà, dice, ma quello che dà non è mai una restituzione o un contraccambio, e quello che dice riserva sempre delle sorprese (…) io continuo a cercare gli sviluppi della teologia in lingua materna che è ricerca delle parole per significare un’esperienza di essere e dell’essere in relazione con altro, esperienza di un amare e di un conoscere non finalizzati a un oggetto definito, infimo o sommo che sia…” (Luisa Muraro, Il Dio delle donne, ed. Il margine 2012, 104-106)

Alessandro Cortesi op

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