la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “settembre, 2012”

Rischiare per ciò che ancora non c’è…

Certe voci provenienti dal mondo di chi vive con fatica situazioni di impegno e di lotta quotidiana per attuare onestà e servizio dicono tante cose che rendono più forte il contrasto con la situazione di corruzione diffusa e pervasiva che emerge e sommerge. E genera rabbia, indignazione, ma anche delusione e rassegnazione. Certe voci aiutano a scoprire le ragioni per continuare ad impegnarsi nonostante tutto… Ho trovato questa testimonianza tra le lettere al direttore pubblicate il 28.09.2012 su La Stampa. L’autrice ha 29 anni, si chiama Annalisa Lenti. E’ la voce di una persona sconosciuta, eppure racchiude una forza incredibile per questi giorni così bui. Fa pensare…  (a.c.)

“Sono una cittadina italiana di 29 anni volontariamente residente all’estero da 5 anni. Dico volontariamente perché non sono un cervello che ha dovuto cercare rifugio all’estero. Vivo all’estero perché ho scelto di impegnarmi nella cooperazione internazionale attraverso il difficile lavoro che quotidianamente svolgono le ong. Seguo quello che sta succedendo in Europa e in Italia attraverso i siti internet e la tv via cavo che mi permette di vedere un unico telegiornale italiano e alcuni talk show di approfondimento.

Nel pieno della bufera della politica italiana esplosa con il «Caso Lazio», io mi trovo ad affrontare un audit di un progetto finanziato da un donor istituzionale che vuole sapere per filo e per segno come si stanno spendendo le risorse economiche che, con fatica, ci sono state concesse per contribuire al miglioramento della situazione dell’infanzia locale.

Le difficoltà sono tante. E’ difficile poter ottenere una fattura fiscale eleggibile dalla contabilità locale e, quindi, dal donor, in una piccola comunità dove difficilmente si trova una strada asfaltata. E’ difficile poter rendicontare una corsa in taxi per arrivare all’istituto non raggiungibile con i mezzi pubblici quando i taxisti non rilasciano fattura.

E’ difficile, ma questa è la legge. Se non presento al donor la fattura, i soldi non me li rimborsa. Non è un discorso difficile da capire, semplicemente è un dato di fatto: a rimborso corrisponde fattura. Allo stesso modo, a un ladro corrisponde la galera. E’ troppo poco dire che ad un ladro corrisponde la non rappresentanza del cittadino. Se io non riesco a giustificare le spese che sostengo, molto semplicemente vengo licenziata. Perché questa conseguenza non vale anche per la classe dirigente del mio Paese?

Il sistema è marcio, è sbagliato. E’ tutto da rifare, non c’è più niente che funziona. Classe politica, come pensi di essere credibile quando il popolo che più o meno ti ha votato non riesce a mangiarsi una pizza mentre tu, senza dire niente a nessuno, sponsorizzi una cena da 30.000 euro? Classe politica, come pensi di essere un esempio quando i giovani italiani hanno smesso di perdere tempo a sognare il futuro che vogliono e tu, nel frattempo, te ne vai in vacanza e spendi 40.000 euro?

Ma poi, cos’è questa politica? Chi è che vuole questa politica? Politica, tu sei al mio servizio, tu sei una mia dipendente e io ti licenzio. E con me, tutta la parte onesta dell’Italia che c’è, che è forte, che resiste e che non ne può più di sentire tutte le schifezze che stai combinando.

Alla soglia dei trent’anni, avrei tanta voglia di tornare in Italia perché il mio Paese mi piace ed è dove vorrei vivere il mio futuro. Ma ho paura. Ho paura che tutte le esperienze e le competenze che ho acquisito in questi anni all’estero, in Italia non trovino sfogo. Non è giusto perché in un momento di vecchiaia mentale come quella che stanno vivendo i dirigenti italiani in questo momento, probabilmente la freschezza e l’entusiasmo che ho potuto conservare potrebbero essere utili. Il problema è che freschezza e entusiasmo non sono indicatori che vengono valorizzati. E allora che fare? Rimanere all’estero e vedere affondare da lontano e senza troppe ripercussioni personali l’Italia che fu? L’Italia della musica, dell’arte, della scienza, della poesia, del cinema? O rischiare insieme all’Italia che ancora è, che ancora c’è, che ancora resiste?

Sapete che vi dico? Io rischio.

Ci vediamo in Italia!”

Annalisa Lenti

Una preghiera in tempo di memoria del Concilio Vaticano II

Preghiera a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II è una preghiera scritta da Marco Campedelli, co-parroco della Comunità di S. Nicolò a Verona. Egli stesso dice come questo testo è sorto: “Ecco la preghiera come mi è venuta pensando al Concilio e alla morte del cardinale Martini. Spero possa essere un piccolo seme da mettere nella buona terra del Concilio, che nonostante i rigidi inverni, non rinuncia a far germogliare la speranza….”.

E’ una preghiera per pensare in questi giorni al Concilio Vaticano II – l’11 ottobre è anniversario della apertura avvenuta l’11 ottobre 1962 – non come episodio storico dietro a noi, ma come evento che sta ancora davanti a noi, come dono, inizio e promessa di un cammino che nonostante difficoltà e inverni procede nelle testimonianze di tanti,  e chiede di essere condiviso e coltivato con gratitudine e speranza (a.c.)


Sei tornato per le strade, Gesù,
le strade del Ventesimo secolo.
Hai camminato dentro i campi di sterminio nel silenzio di
Auschwitz…
nel fuoco atomico di Hiroshima.
Hai raccolto le macerie del mondo
sotto l’albero della croce,
hai chiamato a raccolta
tutte le figlie e figli della risurrezione

Tutti: Chiesa di tutti, chiesa dei poveri

Un altro Giovanni ti ha preparato la strada
perché tornassi a parlare.
Egli aprì la finestra
perché il vento dello Spirito
entrasse di nuovo nel cuore
del mondo nel popolo di Dio

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri

Il Concilio come una parabola del Vangelo
ci ha raccontato di nuovo Dio.
I nostri orecchi hanno finalmente risentito la sua voce
i nostri occhi hanno visto di nuovo le sue mani all’opera
per una nuova creazione

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri

Concilio: luogo della Parola,
concilio luogo della coscienza
dove tornare a pensare,
a progettare cammini di pace,
sogni di giustizia
concilio orecchio teso
verso le religioni del mondo,
per comprendere il Gesù ebreo,
il Cristo cosmico,
Concilio, abbraccio verso tutte le Chiese

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri
Come nell’assemblea dell’Apocalisse
sono i martiri i primi ad avanzare:
sono loro: donne e uomini uccisi
i primi a stare in piedi, a resistere.
Sono loro il documento mai scritto,
ma fatto corpo, fatto volto,
del Concilio nel mondo.
Romero con le braccia aperte
croce e colomba di pace

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri
Torniamo dopo cinquant’anni
con i piedi stanchi, Signore,
ma gli occhi pieni di luce.
Il Concilio è germogliato
nel cuore di donne e uomini
in cammino.
Noi abbiamo visto
lo Spirito all’opera

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri
Ogni volta che i piccoli hanno trovato riscatto,
noi abbiamo gioito,
ogni volta che donne e uomini
per la forza della Parola,
non si sono più sentiti esclusi e traditi
noi abbiamo gioito.
La chiesa del Concilio è cresciuta
nelle coscienze delle donne
e degli uomini liberi

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri
Continua a soffiare, Vento dello Spirito,
nuova Pentecoste sul mondo,
continua ad inventare lingue nuove,
alfabeti inediti,
capaci di tradurre le sorprese di Dio.
Non è la chiesa che vogliamo celebrare,
ma lo Spirito di Dio che soffia
in mezzo al mondo

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri
Dopo cinquant’anni di cammino
muore, il vescovo della Parola,
l’amico di tutti i pensanti,
dei cercatori di luce;
muore come tutti i profeti,
indicando la strada.
Donaci di raccogliere questa pagina
di concilio vivente,
questo raggio di Pasqua
sul mondo.

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri

Continua a soffiare Spirito del Risorto,
soffia e apri nuovi cammini,
soffia sulle braci del Vangelo
perché un nuovo fuoco d’amore
bruci nel cuore di tutti,
perché l’amore
sia più forte della paura.

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri
E voi luna e stelle,
che quella sera foste
testimoni silenziose
di un miracolo nuovo,
raccontate
a tutti quelli che guarderanno in alto
questa storia,
raccontate la voce di papa Giovanni e la sua carezza
per i bambini, per i poveri del mondo.
E dite a coloro che camminano nella notte
che l’alba verrà, come quel terzo giorno,
e che sarà “appena l’aurora”
Chiesa di tutti, chiesa dei poveri
(Marco Campedelli)

XXVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Num 11,25-29; Sal 18; Gc 5,1-6; Mc 9,38-48

“Erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo Spirito si posò su di loro, erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento…”. Fuori della riunione Eldad e Medad sono riempiti del dono dello Spirito e ne diventano portavoce.

E’ una storia affascinante quella di Eldad e Medad, rimasti nell’accampamento e assenti alla convocazione di Mosè. E’ una storia dello Spirito di Dio, cha va a posarsi dove vuole, che scende anche al di fuori delle appartenenze chiare e definite. I due profetizzavano, lontani dalla convocazione di Mosè, dalla tenda: le loro parole e i loro gesti richiamavano  alla chiamata di Dio, alla sua parola, all’alleanza. C’è quindi una presenza dello Spirito che è libera, non è racchiusa all’interno di gruppi e convocazioni riconosciute.

La profezia di Eldad e Medad trova però la reazione di Giosuè: “Mosè, mio signore, impediscili”. E’ la reazione di chi divide il mondo tra ‘i nostri’ e ‘i loro’. E’ l’attitudine della paura che qualcosa avvenga a disturbare un ordine stabilito in strutture umane. E’ anche l’orientamento di chi pensa di sapere cosa lo Spirito di Dio deve fare e come deve attuarlo. E’ un modo di pensare meschino che non si apre ad accolgiere la novità di Dio, sempre più rgande dei nostri piccoli progetti, e ssempre oltre le nostre chiusure. Lo Spirito stesso viene imprigionato dentro a programmi e suddivisioni stabilite da uomini. Ma lo Spirito – vuole indicarci questo racconto – varca i confini, disorienta gli ordinamenti fissati, non si lascia trattenere. Lo Spirito si posa e genera profezia anche al di fuori dei gruppi stabiliti e dei soggetti designati.

Mosè così risponde a Giosuè: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”… Viene così smascherato il motivo di fondo della reazione di Giosuè: è gelosia. E’ quel sentimento che vuole trattenere anziché lasciare andare, che rinchiude anziché riconoscere una presenza dello Spirito e di bene oltre le proprie pianificazioni. Lo Spirito non può essere tenuto dentro, chiede di essere lasciato andare e di essere seguito nella sua libertà e creatività.

Ma anche Mosè apre ad un nuovo orizzonte: “fossero tutti profeti…” cioè la profezia non è dono riservato. Lo fossero tutti, profeti nel popolo di Dio… Queste parole hanno la carica di una attesa, di una speranza e di un promessa. Ricordare la parola di Dio, richiamare il senso profondo dell’esistenza umana in rapporto ad un Tu amante, lasciarsi fare voce dello Spirito e delle sue chiamate non è dominio esclusivo di qualcuno, è dono diffuso, attraversa il popolo…Fossero tutti profeti è allora un augurio ma anche una promessa, la promessa di un dono che penetra i cuori e li rende capaci di farsi voce anche inconsapevole della forza inesauribile e sempre nuova dello Spirito nella storia e nella creazione.

Anche Gesù si trova a rispondere a chi ragiona secondo la logica dell’appartenenza e dell’esclusione, quella logica di chi, come Giovanni uno degli apostoli, dice: “non è dei nostri, non ci segue”. “Maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Gesù scardina questa impostazione ed apre a quello sguardo capace di Dio che non pretende di rinchiudere e di definire confini, laddove Dio apre a comunicazioni e a percorsi nuovi. “Non glielo impedite … chi non è contro di noi è per noi”. Traspare qui il modo di guardare di Gesù, il suo stile di autentica intelligenza delle cose, delle situazioni, delle persone. Il suo saper ‘guardare dentro’, leggendo e trovando il bene, aprendo a cammini di liberazione e di futuro. Gesù legge positivamente ogni gesto che si pone come espressione dello spirito che libera (quell’ “uno” visto da Giovanni scacciava i demoni mentre gli stessi discepoli non riuscivano a compiere gesti di liberazione).

C’è una profezia grande ed una profezia del quotidiano, racchiusa nel tessuto dei gesti ordinari, feriali: “chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico non perderà la sua ricompensa”. Un bicchiere d’acqua dato è luogo di un dono e di una apertura che viene indicata come autentica profezia.

Gesù richiama ad uno sguardo aperto e ad un respiro ampio. Critica chi vuole segnare confini e divisioni, con la pretesa di essere la vera comunità, in qualche modo di possedere la creatività di Dio e del suo Spirito. Poter pronunciare il nome di Gesù, cioè indicare il segreto della sua vita, va oltre i confini di appartenenze stabilite e visibili. Ci sono testimoni del nome di Gesù anche al di fuori delle delimitazioni visibili della comunità di Gesù stesso. E’ liberante questo sguardo e questo invito.

E ancora Gesù richiama i suoi ad una grande apertura ma anche ad una grande vigilanza: a non voler demarcare frontiere tra ‘chi è dei nostri’ e chi è nemico, e nemmeno pretendere che ‘tutti ci seguano’. Invita piuttosto a stare in ascolto dello Spirito che soffia dove vuole, a scorgere e ad accogliere il bene da dovunque proviene riconoscendolo con gratitudine. C’è un’azione segreta e diffusa dello Spirito che guida alla verità tutta intera. Ma anche richiama a stare attenti piuttosto a vivere la radicalità del vangelo, a rispondere in prima persona ad essere profeti, a non essere ostacolo e inciampo nella vita di alcuno. Gesù apre così ad un senso profondo di responsabilità, e ad uno sguardo sereno che non cerchi di trattenere il soffio dello Spirito. E’ questa forse l’indicazione di una attitudine di povertà come attitudine profonda, che coinvolge l’intera esistetnza e non solo la questione del possesso dei beni, a cui richiama la lettera di Giacomo, quela attitudine che sola rende accoglienti, aperti al bene da qualunque parte provenga, partecipi di un respiro di speranza. Per tutti.

Alessandro Cortesi op

 

XXV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Sap 2,17-20; Sal 54; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La pagina del libro della Sapienza offre una chiave per entrare nelle letture di oggi: delinea il profilo dei un uomo giusto su cui si accentra la ostilità dei potenti. “tendiamo insidie al giusto perché per noi è d’incomodo…” La presenza stessa dell’uomo che vive nella giustizia è disturbo per chi si pone al di sopra di ogni legge e pretende di essere riconosciuto come padrone assoluto. Leggere queste espressioni conduce a pensare alla testimonianza di tanti ‘giusti’ del passato, ma anche del presente. Nell’esercizio del loro compito sociale e del loro lavoro, nel non cedere a ricatti e  pressioni sono stati e sono scomodi, disturbano a poteri politici, a potentati mafiosi, anche a tutti coloro che intendono la religione come sistema di dominio. Molti di loro sono stati tolti di mezzo. In questi giorni ricordiamo l’anniversraio dell’uccisione di don Puglisi a Palermo, e come lui tanti magistrati, commercianti, persone che non si sono piegate all’illegalità.

Il testo di Sapienza parla di un giusto, forse in riferimento ad una figura concreta ma esso diviene paradigma di tanti giusti che nella fedeltà a Dio hanno dovuto subire l’opposizione e l’ostilità dei potenti. La prima comunità cristiana ha letto in questa pagina un riferimento a Gesù: nella sua testimonianza vi sono riscontrabili i tratti dell’uomo giusto. Il suo cammino è stato quello di messia con tratti inattesi, un messia sofferente.

Le parole che Marco pone in bocca Gesù costituiscono la ripetizione e la ripresa del primo annuncio della passione: Gesù è presentato così come un ‘giusto’ che continua a credere, ad affidarsi al Padre anche di fronte al crescere dell’ostilità attorno a lui e della possibilità concreta di un esito violento della sua vita: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. Le parole di questo annuncio riportano a momenti drammatici della vita di Gesù e sono una tessitura di evocazioni di testi del primo testamento, in particolare da uno dei canti del servo di Jahwè di Isaia (Is 52-53) e da testi di Geremia (Ger 26,24). Gesù si mostra come uomo di fede, ‘giusto’, cioè ‘fedele’ perché profondamente legato alla fedeltà di Dio, il Padre. Legge la sua vita in rapporto alla Scrittura. La via che percorre ripropone così l’esperienza dei profeti che hanno dovuto subire il rifiuto, la persecuzione e sono stati uccisi. La figura del servo di Jahwè, descritta da Isaia, diviene un riferimento fondamentale: di fronte alla violenza il ‘servo’ non reagisce, ma sceglie la via della totale fedeltà a Dio, la via della nonviolenza fino a subire percosse  morte come agnello innocente.

Una parola in particolare viene ripresa: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato…”. Questo termine, consegna, racchiude vari possibili significati dell’esperienza della fede. Qui Marco sta parlando della fede di Gesù, una fede come affidamento totale al Padre, consegna senza limiti nella relazione con il Padre e alla suo disegno di salvezza. E d’altra parte c’è anche una consegna del Figlio dell’uomo agli uomini. Questo significato del consegnarsi ci fa riflettere sul senso della fede come affidamento in una relazione. E’ stato uno dei passaggi fodnamentali del Concilio Vaticano II la presentazione nella Dei Verbum della fede non tanto e non primariamente come conoscenza, ma come movimento di vita, cammino esistenziale che sorge dalla comunicazione personale e gratuita di Dio. Si può così parlare della fede di Gesù che affida la sua vita fino in fondo al Padre, la consegna come dono ricevuto e da ridonare, nel farsi pane per gli altri. Nel suo consegnarsi al Padre sta il segreto della sua esistenza, che lo conduce a consegnarsi nella libertà agli uomini fino a subire il rifiuto, la sofferenza, la morte.

Le parole di Gesù sono motivo di crisi e di scandalo per i discepoli: Pietro per primo aveva reagito quando Gesù aveva parlato della sua via non come via di affermazione ma di debolezza. Pietro nutriva la speranza in un messia con i tratti di un potente. Non accettava lo scandalo di un Dio che si mette nelle mani degli uomini. Gesù invece narra nelle sue parole e nelle sue scelte un volto inedito di Dio: non s’impone ma vive la sofferenza e il rifiuto, sceglie le debolezza dell’amore portato fino agli estremi confini, nella fiducia che solo questo amore può salvare. Addirittura Gesù identifica il Padre con un bambino da accogliere: un Dio dal volto indifeso e senza diritti. Gesù vive così la vita nel segno di un dono che non esige nessuna reciprocità: rivela i tratti sconcertanti di una vita spesa nel dono e nel servizio. E tutto ciò perché Dio è dono gratuito e amore senza limiti.

Mentre Gesù sta parlando ai suoi della sua vita in rapporto all’esistenza di grandi profeti che erano stati rifiutati e  persguitati ed indica così la sua via, i suoi non capiscono nulla: discutono infatti per la strada interrogandosi su chi di loro fosse il più grande. Il paradosso è che proprio i dodici sono distratti da altre attese e guardano verso altri orizzonti, che nulla hanno a che fare con quanto Gesù sta proponendo loro. Marco qui sottolinea non solo l’incomprensione dei discepoli, il cuore indurito che non permette loro di ascoltare, ma presenta anche lo sviamento totale di una ricerca che si rivolge ad altro: cercano il primato e la garanzia di un potere proprio mentre Gesù parla loro di una vita vissuta nel disinteresse e nella nonviolenza. Anche nella stessa comunità di Gesù c’è incomprensione non parziale e momentanea, ma profonda e radicale proprio riguardo alla via di Gesù.

Gesù è descritto con rapidi tratti da Marco come attento educatore. Parla con i discepoli a casa, pone loro domande, e compie segni. Il suo  gesto è quello di porre al centro un bambino: è indicazione di una scelta che pone al centro l’accoglienza invece della conquista, lo sguardo alla povertà (i bambini non avevano alcun ruolo e riconoscimento di diritti), piuttosto che al possedere e al dominare, il primato degli ultimi anziché la ricerca dei primi posti. Ma è anche un gesto che parla del volto di Dio come di un ‘Dio bambino’: “chi accoglie uno di questi bambini accoglie me… e chi accoglie me … accoglie colui che mi ha mandato…”

Questa lettura può trovare alcuni motivi di riflessione per noi.

Una prima domanda che ci pone è riguardo alla fede: Gesù vive la fede come affidamento al Padre. La sua fede è coinvolgimento dell’intera esistenza e si identifica con il suo cammino. Anche a noi chiede di intendere la fede non come conoscenza o appartenenza sociale, ma come cammino dell’esistenza, in cui tutte le dimensioni della vita siano coinvolte. Per scoprire non nella distanza di luoghi e tempi sacri, ma proprio nel tessuto ‘laico’ della vita di ogni giorno il luogo del comunicarsi di Dio e dell’accogliere la sua chiamata.

La fede intesa come consegna, così come la intende Gesù è consegna al Padre ed è anche consegna agli altri. Possiamo pensare ai tanti modi in cui nella vita si vive la consegna al Padre e agli altri. Ci sono i momenti del silenzio e della preghiera ma anche nelle situazioni quotidiane di lavoro, di relazione, di incontro, nella consegna agli altri scopriamo il senso profondo del nostro essere donati, conseganti, per poter attuare una consegna nela fiducia che Dio ha cura di noi e che Lui rimane fedele. L’essere ‘consegnati agli uomini’ anche nelle esperienze dolorose e faticose può divenire luogo di attuare una consegna radicale della propria vita a Dio.

Una terza riflessione si può fare a partire dalla parola di Gesù che riassume la sua via e la indica come stile della sua comunità: il vivere nella dimensione del servizio non è un aspetto periferico e aggiuntivo nella vita al seguito di Gesù, ma ne costituisce un tratto essenziale e irrinunciabile. Gesù con le sue parole e il suo gesto denuncia una incomprensione che è presente all’interno della comunità. Il servire è scelta di libertà che si oppone al servilismo di chi si inchina di fronte a chi detiene forza e potere. E’ espressione di quella sorgente profonda di umanità che ci chiama a vivere in rapporto a… di fronte al volto degli altri, tesi di costruire un mondo di accoglienza e non un mondo di rivali, in competizione. Questa parola di Gesù ha una forza di grande contestazione nei confronti di un mondo in cui a tanti livelli prevale la logica della competizione e dell’affermazione contro l’altro con ogni mezzo.

Le parole di Gesù indicano quale dovrebbe essere il progetto di ogni comunità cristiana. Possiamo pensare a quali cambiamenti questo dovrebbe condurre: cambiamento di atteggiamenti di clericalismo e di sottomissione, cambiamenti nel modo di intendere il proprio lavoro e l’utilizzo delle proprie competenze nei confronti degli altri, cambiamenti anche nelle forme in cui la vita della chiesa si è strutturata assumendo nella storia le logiche del potere politico e dimenticando lo stile di Gesù.

Alessandro Cortesi op

 

XXIV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Is 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Il vangelo di Marco trova un punto di passaggio fondamentale nella domanda che Gesù pone ai suoi discepoli: ‘La gente chi dice che io sia?’ E subito dopo: ‘e voi chi dite che io sia?’. Sono domande che riportano al motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo. Sin dalle prime righe aveva indicato che tutto ruotava attorno alla questione dell’identità di Gesù di Nazaret riconosciuto come il Cristo, messia.

A metà del vangelo la domanda di Gesù segna una svolta. Ed essa è posta per la strada, nel cammino. Si collega al cammino di Gesù, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi vuole non solo sapere chi è Gesù, in termini di curiosità intellettuale, ma intende conoscerlo, e seguirlo sulla strada da lui percorsa.

Pietro risponde: ‘Tu sei il Cristo’. E’ voce che nel vangelo di Marco presenta l’identità di Gesù, quell’identità espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – ad es. al cap. 1 nell’episodio della guarigione dell’indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, o al cap. 3 di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dalla prima pagina Marco aveva suggerito l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio, nell’episodio del battesimo, laddove con raffinata arte narrativa aveva presentato una voce dal cielo, udita solo da Gesù, ma conosciuta anche dai lettori del vangelo: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  Veramente l’intero vangelo si snoda attorno a questo tema: chi è Gesù? Quale l’identità di un uomo dai tratti del profeta rifiutato che percorre strade in un cammino di fedeltà radicale al Padre e di bene per gli altri?

Il riconoscimento di Pietro di Gesù come Cristo, messia, presenza attesa di liberatore e portatore dell’intervento di Dio, della pace, legato alle promesse indirizzate al re Davide e che segnavano le speranze di Israele, è una indicazione preziosa. Ma dopo la risposta di Pietro Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. E’ la medesima imposizione data agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda. Perché questo silenzio?

Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire questo tipo di messia nel suo cammino. Ecco perché quell’annotazione che ‘lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi risulta così importante e quasi una chiave per leggere anche tutto il seguito dello scritto. Questa annotazione ritorna in tutta la seconda parte ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

La grande questione in gioco è allora per Marco il significato dell’esssere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre che si susseguono, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù.

Dietro a queste parole stanno i riferimenti alle esperienze dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio. Il profeta proprio per la sua fedeltà a Dio subisce il rifiuto, la persecuzione e la condanna. Così anche Gesù riscontra come la sua scelta di mettersi nel cammino dei profeti lo potrà condurre ad un rifiuto e a vivere la sofferenza. In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia.

‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù che non va letto come una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. Piuttosto è da leggersi come la conseguenza di una fedeltà fino in fondo di Gesù al disegno del Padre. La coerenza vissuta in modo radicale al disegno di Dio conduce ad assumere su di sé la sofferenza. La scelta di non cercare di prevalere con la forza, con il potere e con la violenza, e di vivere fino in fondo l’amore conduce Gesù non acercare la croce ma a subirla per restare fedele all’annuncio del regno.  L’orientamento che guida la sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è sì messia, ci dice Marco, ma è messia in un modo paradossale e sconvolgente. E’ messia non del potere e dell’affermazione della forza politica e nazionalistica, ma è messia che  salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e il dono di sé fino alle estreme conseguenze, fino a prendere su di sé la via della sofferenza. Questa vita che racconta il volto stesso di Dio e se ne fa rivelatrice è una vita che salva.  Gesù non cerca la sofferenza ma la subisce nel suo rimanare fedele all’annuncio del regno del Padre.

Gesù indica così la sua via e lo annuncia come cammino in cui chi intende stargli dietro è chiamato ad accogliere questa logica. Le parole ‘sta dietro a me Satana’, rivolte a Pietro che lo rimprovera e non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé, è invito a ‘mettersi dietro’ nel cammino ed è anche denuncia di modi di pensare che non sono ‘secondo Dio’.

Possiamo cogliere la provocazione di questa pagina in due ambiti della nostra vita.

Penso a questo tempo di inizio della scuola per tanti ragazzi e insegnanti e nel coinvolgimento di tante famiglie: in che misura la scuola e l’educazione è pensata come esercizio a primeggiare, ad avere potere sugli altri, ad arrampicarsi con tutti i mezzi ed in che misura invece può essere luogo in cui aprirsi a quel cammino che fa riscoprire le profondità dell’autenticità umana chiamata al dono di sé e al servizio? Gesù educa i suoi non con l’imposizione o con la minaccia, ma attraverso l’interrogare, nella pazienza di ascoltare, e chiedendo di seguirlo in un cammino di vita: è uno stile che ci interroga.

Penso alla situazioni di violenza degli ultimi giorni in Libia: ci interrogano sulla carica di violenza motivata con l’appartenenza religiosa. Ci fanno riflettere sulla logica dello scontro che sta alla base di provocazioni e di disprezzo per il credo religioso dell’altro come il film su Maometto. E’ da condannare la violenza di fondamentalisti e criminali che non possono essere identificati con la realtà del mondo credente islamico. E ci possiamo anche interrogare in quale misura siano presenti nella società, nelle persone, in diversi contesti religiosi o culturali pretese di egemonia, ricerca di potere, logiche di oppressione e politiche di violenza. La violenza dei fanatici si accanisce sugli uomini che stanno sulle frontiere, che cercano il dialogo. Gesù propone una via alternativa che fa emergere le dimensioni profonde del cuore umano, ciò a cui tutti siamo chiamati. E’ proposta che apre a camminare insieme, nel rispetto per l’altro, nella ricerca del dialogo contro ogni fanatismo, violenza e intolleranza. In contrasto con i modelli dello scontro dei popoli e delle persone si rende più forte la chiamata ad ascoltare l’invito di Gesù: ancora non abbiamo intrapreso con chiarezza la sua strada nel cammino di ‘messia’ venuto per servire. Solo questa testimonianza, che accetta di vivere il rifiuto e la sofferenza, vince ogni morte, ogni violenza e apre alla risurrezione.

Alessandro Cortesi op

In omaggio al card. Martini, testimone di una chiesa semplice e sciolta


(foto di Edo Iavelli inviata al sito www.sullasoglia.it – il card. Martini a  Selva di Val Gardena con sullo sfondo Sassolungo e Sassopiatto)

Oggi pomeriggio si celebrano i funerali del card. Martini. Un modo per parteciparvi e per ricordarlo nella gratitudine  e chiedendogli di lasciarci una parte del suo mantello – come Elia  a Eliseo – è anche quello di ascoltare la sua voce nell’ultima intervista rilasciata all’inizio di agosto e nelle parole di persone che hanno saputo delineare i tratti della sua testimonianza (a.c.)

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L’ultima intervista: «Chiesa indietro di 200 anni. Perché non si scuote, perché abbiamo paura?»

intervista a Carlo Maria Martini a cura di Georg Sporschill e Federica Radice Fossati Confalonieri – “Corriere della Sera” 1 settembre 2012

Padre Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo intervistò in Conversazioni notturne a Gerusalemme, e Federica Radice hanno incontrato Martini l’8 agosto: «Una sorta di testamento spirituale. Il cardinale Martini ha letto e approvato il testo».

Come vede lei la situazione della Chiesa?

«La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (…) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione».

Chi può aiutare la Chiesa oggi?

«Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Che strumenti consiglia contro la stanchezza della Chiesa?

«Ne consiglio tre molto forti. Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione. Le domande sulla sessualità e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne sono un esempio. Questi sono importanti per ognuno e a volte forse sono anche troppo importanti. Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?

Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (…) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (…). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti.

Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e una famiglia riescono (…).

L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della Comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno…” Noi sappiamo di non essere degni (…). L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

Lei cosa fa personalmente?

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

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Da un messaggio mail di Giovanni Colombo 2 settembre 2012

Oggi il Cardinal Martini ha terminato la sua corsa terrena. Scompare dai nostri occhi uno dei personaggi principali della vita della chiesa nell’ultimo trentennio, un (quasi) Papa, molto letto, molto ascoltato dai media (anche se non è mai stato, a differenza di Wojtyla, l’uomo delle folle e del gesto). Se ne va il Gigante, il principale riferimento religioso, morale, intellettuale della mia giovinezza. L’ho seguito fin dal suo arrivo in diocesi, ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e di confidarmi con Lui come fosse mio padre. A lungo mi sono vantato di essere un “martiniano”, poi ho smesso, visto che lui stesso mi ripeteva: di Maestro ce n’è uno solo!

Martini si è speso fino all’osso per farci conoscere la Parola. “In principio la Parola” è il titolo della sua più intensa lettera pastorale e ben sintetizza il cuore del suo magistero. “Leggi la Parola… sottolinea la Parola”, quante volte l’ha ripetuto. La Parola che parla di Gesù è Gesù stesso, e come lui incessantemente in moto, senza fine nel movimento di dare tutto di se stessa. Se ascoltata e “ruminata”, susciterà in noi le parole giuste per quest’epoca di alto sbandamento, le parole gocciolanti in grado di “rimettere al mondo il mondo”.

Con le sue parole intorno alla Parola, Martini mi ha cambiato Dio. Non più il Dio lombardo, cupo, controriformista, il Dio col vocione che produce l’inflazione del senso di colpa. Ormai Dio è vento sottile e sua volontà la nostra liberazione: la partenza da tutti i varchi, l’apertura di tutte le gabbie. Ah, le gabbie…

In Martini ho visto da vicino la fatica di star dentro le tante costrizioni in cui s’infossa la vita della chiesa cattolica d’Occidente, sia dal punto di vista morale sia dal punto di vista pastorale. Alla fatica si è presto aggiunta (metà degli anni ottanta) anche la viva preoccupazione di non apparire l’anti- Papa, l’anti-Wojtyla, e di riuscire a sottrarsi al continuo controllo vaticano. A mio avviso, era in battaglia continua, fuori e dentro di sé, con il marmo di sacra romana chiesa. Da un certo punto in poi il campo di questa battaglia è diventato il suo stesso corpo, come se il tremolio parkinsoniano non foss’altro che la costante lotta tra la spinta ad essere se stesso e la controspinta a non esserlo, per non disobbedire all’autorità costituita. Alla fine il controllo estremo ha avuto il sopravvento e il Gigante si è trovato rinchiuso dentro una corazza. Ha dovuto rinunciare alla sua originalità, alla sua “martinità”.

E’ stato bello, sì, molto bello conoscere e frequentare padre Carlo. E il modo migliore di ricordarlo sarà quello di seguire la strada che lui stesso aveva intravisto dal suo personale monte Nebo e di cui parlò tanti anni fa durante la messa esequiale di uno dei suoi più cari amici, don Luigi Serenthà: “procedere per una più grande scioltezza nella Chiesa, per una più grande libertà di spirito, per una più grande creatività, soltanto in questo modo si manifesta la vitalità della Parola, del mistero Pasquale della morte e della risurrezione di Gesù”. Aveva capito assai bene quant’è indispensabile alleggerire e, in tal senso, è riuscito a fare più di quanto lasciasse prevedere la sua estrazione alto borghese, la sua impostazione perfetta e il suo ruolo di “principe della Chiesa”. Oggi, finalmente sciolto da pesi obblighi dolori, è giunto “nella pienezza totale che non è cancellazione delle singole individualità ma affermazione piena dell’individualità di ciascuno in una perfetta armonia in Dio” (citazione dell’Inno all’universo di un altro gesuita, Teilhard de Chardin, che Martini stesso usava per spiegare come sarà in Cielo). Adesso tocca a noi, che restiamo per qualche giorno ancora su questa terra di terra e sassi, non farci frenare dalle pesantezze del vivere e volteggiare in libertà di spirito sopra ogni pietra tombale.

Saluti chiari come gli occhi di padre Carlo

Giovanni Ambrogio Colombo

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La sua Chiesa fuori dalla «fortezza» – Serena Noceti “l’Unità” del 3 settembre 2012

La vita della chiesa cattolica negli ultimi vent’anni appare indubbiamente segnata dal dibattito, che ha toccato il magistero, la teologia, la riflessione di credenti a tutti i livelli, su quale sia la specifica missione ecclesiale e su quali debbano essere, alla luce delle novità sancite dal concilio Vaticano II, le modalità della sua presenza nella storia. Di questo confronto il cardinal Martini è stato indubbiamente uno dei protagonisti, per la sua capacità di intelligente lettura della realtà culturale ed ecclesiale, per lo spessore di autenticità che segnava la sua ricerca inesausta, di credente, biblista, vescovo, cittadino, per l’autorevolezza di cui godeva. In parole e in scelte pastorali significative il cardinale Martini ha attestato e ha consegnato una precisa visione di Chiesa: i discorsi pubblici (in particolare quelli pronunciati per la festa del patrono S. Ambrogio), le omelie, gli innumerevoli scritti scientifici e divulgativi, ma soprattutto l’impostazione pastorale data alla diocesi ambrosiana, alcuni incontri e gesti di forte sapore simbolico, delineano l’opzione per una precisa forma di essere Chiesa.

Una visione di Chiesa maturata nel corso dei ventidue anni di episcopato, delineata non solo sulla base di una riflessione biblica e teologica sempre di alto profilo, ma accogliendo le sollecitazioni, le sfide, le critiche che gli venivano prospettate. «Un vescovo educato dal suo popolo», come si è lui stesso definito. Nel vivo di una città e di una concreta chiesa locale, quella di Milano, ha adempiuto, in modo magistrale, quel compito profetico che il Concilio affida ai vescovi. Perché la città e la diocesi non sono state per lui semplicemente lo scenario per una prassi pastorale di semplice applicazione e ripetizione che avrebbe potuto essere in fondo uguale ovunque, ma sono stati lo «spazio di umanità» in cui egli ha saputo «ri-comprendere» con sapienza la fede cristiana e annunciare il vangelo in un modo unico e significativo.

Già con l’iniziare il suo ministero percorrendo a piedi le vie del centro con il vangelo in mano, il vescovo Martini ha richiamato – sul piano simbolico – il volto di una Chiesa che si confronta con i processi di complessificazione del vivere sociale, che non si sottrae alle logiche di un pluralismo culturale crescente e di una secolarizzazione che interpella tutti, collocando l’esperienza religiosa nello spazio delle scelte personali e autonome, ormai lontane da una appartenenza e socializzazione cattolica pensate come presupposto ovvio e indiscusso per tutti. In questo contesto Martini si è sottratto alle logiche semplificatrici di quanti ricercano un’influenza politica diretta o di quanti interpretano lo specifico della Chiesa nella custodia e trasmissione «della moralità in un mondo immorale» per privilegiare i percorsi lunghi di formazione delle coscienze, la fatica dell’interpretazione (della Scrittura come degli eventi storici), il valore della mediazione, una testimonianza pubblica della comunità ecclesiale (e non solo di singoli) che dicesse – sul piano simbolico – l’ascolto e la carità quali tratti qualificanti la vita cristiana oggi e che «irradiasse», senza imporre, un modo alternativo di vita sociale.

Davanti a una Chiesa che rischia di apparire dispersa in sensibilità diverse e appesantita da molteplici attività, il cardinale Martini ha saputo riportare all’essenziale: la ragione ultima dell’esistenza ecclesiale, la sorgente vitale del suo dinamismo e il principio della sua riforma inesausta, è predicare il vangelo di Gesù. Tutto nella Chiesa deve essere rapportato a questo nucleo. Per questo ha potuto sviluppare una visione di Chiesa capace di riconoscere il valore del pluralismo e di una inclusività che non concede niente a uniformismo e omogeneizzazione. Per questo, in una stagione che vedeva privilegiati i movimenti, ha ribadito il valore della parrocchia e del suo radicamento popolare sul territorio. Per questo ha posto – uno tra pochi – la domanda sulle modalità di esercizio dell’autorità nella Chiesa di oggi e ha ritenuto necessario lo sviluppo di forme sinodali e collegiali più efficaci.

Nella critica testuale, a fronte di diverse versioni di un testo si privilegia sempre la lectio difficilior, la parola che sembra a prima vista illogica o incomprensibile nel contesto: il biblista Martinidivenuto vescovo non ha mai preferito la via facile dell’affermazione della propria dottrina della verità o della riproposizione di prassi pastorali consolidate, ma l’arduo collocarsi in un confronto scomodo con interlocutori «altri» per formazione culturale e appartenenza religiosa o confessionale, consapevole che la verità va ricercata insieme, in un modo rispettoso dell’interlocutore e della sua ricerca libera. La Chiesa è chiamata a superare ogni tentazione di pensarsi come «fortezza assediata» per aprirsi alla coscienza di avere molto da imparare, da tutti, anche dai suoi avversari, come dice il Concilio. Non c’è più posto per un cristianesimo pensato nella logica di un sistema omnicomprensivo e omnirisolvente, che si pensa capace di risposte immediate davanti a ogni possibile domanda; Martini ci ha insegnato a essere credenti (e Chiesa) che con coraggio sanno porsi davanti alle «interruzioni» che segnano sempre il pensare e il vivere umano, laddove il già sperimentato o il già conosciuto lasciano il passo a un inedito, o dove il senso si trova correlato a quel «non-ancora» che la fede cristiana porta nel suo centro.

Martini e Milano: ha amato e pianto

(nella foto arcobaleno sul cielo di Milano, nella sera del 31 agosto 2012, momento della morte del card. Martini)

Riprendo le parole di Angelo Casati, prete ‘minore’ milanese, che è stato vicino, consigliere e collaboratore del card. Martini a Milano in un’intervista apparsa oggi su ‘La Repubblica”.

Ripropongo anche il testo della prefazione di Angelo Casati ad una raccolta di sue omelie che egli a suo tempo dedicò a Carlo Maria Martini

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“Ha amato le nostre strade e pianto su questa città” intervista a cura di Zita Dazzi “La Repubblica”, 2 settembre 2012

Don Angelo Casati, classe 1931, sacerdote, poeta, scrittore e molto  altro, é uno di quei preti  milanesi che definire “martiniani” di stretta osservanza,  é forse persino riduttivo. Pur essendo stato un semplice parroco, non un dirigente della Curia ambrosiana, è stato uno di coloro che più da vicino hanno conosciuto e amato Carlo Maria Martini.

Ci racconta il vostro primo incontro?

“Mi sembrò di incrociarlo appena la notizia che era stato eletto vescovo di Milano mi raggiunse nella parrocchia in faccia alle montagne e al lago che mi era stata affidata, San Giovanni, in un quartiere di Lecco. Di lui si diceva che era un biblista ma che a messa andava nelle periferie di Roma. La congiunzione delle due cose mi aveva profondamente affascinato”.

E il primo contatto concreto?

“Avevamo invitato in parrocchia da noi padre David Maria Turoldo, ma per le rimostranze sorte in ambito ecclesiale, padre David declinò fermamente l’invito. Ne fui molto rattristato, scrissi all’arcivescovo per raccontare l’accaduto, senza aspettarmi una risposta. Invece Martini puntualmente mi rispose dicendosi dispiaciuto e confidandomi che avrebbe scritto anche a Padre David per dirgli quanto la cosa l’avesse intristito. Pochi mesi dopo lo incontrai e lui mi venne incontro sorridendomi dai i suoi occhi azzurri, parlandomi di un Vangelo oltre le barricate”.

L’ultima volta che l’ha visto, che cosa le ha detto?

“È stato all’inizio dell’anno, faceva molta fatica a parlare. Ci si raccontò uno dell’altro, poi gli occhi andarono  alla stagione che stiamo vivendo. Mi colpiva la sua lucidità senza sconti né sbavature sui giorni amari e nello stesso tempo la sua fiducia indiscussa. Mi  salutò stringendomi nel suo abbraccio, quasi fosse un sacramento. Era tanto indebolito, che stringendolo, mi prese paura e fargli male”.

A chi non lo conosceva bene, Martini poteva incutere un po’ di soggezione. Com’era nel privato, con gli amici, fuori dalle occasioni ufficiali?

“La sua riservatezza nasceva, a mio avviso, da una dose di timidezza. Non invadeva il campo, non forzava la porta, stava sulla soglia. Ma questo non creava distanze”.

C’era chi lo voleva Papa, ogni volta che usciva la folla lo acclamava. Come viveva Martini la sua crescente popolarità, lui così schivo?

“Non era un uomo in carriera. Anzi spesso metteva in guardia da questa malattia che è la rovina della chiesa. Gli interessava Gesù e il suo Vangelo, fuori dalle astuzie e dalle macchinazioni.  Erano in tanti a parlargli dei loro sogni di una chiesa più libera, più accogliente, più affidata a Vangelo. Condivideva i sogni. Percepiva che molti in lui riconoscevano il sogno. Invitava  a resistere”.

Pur avendo una vita molto piena di impegni ufficiali, Martin amava la solitudine. É vero che usciva di nascosto dalla Curia, cercando di non farsi riconoscere per strada?

“Non solo si prendeva spazi per stare solo, ma li aveva proposti a tutti noi sacerdoti con una lettera sulla “dimensione contemplativa  della vita”, invitandoci a non diventare macchine della produzione, per dare senso alle cose, per viverle senza consumarle in un banale usa e getta. Ricordo che si era riservato il mercoledì mattina per una uscita da Milano e spesso la sosta era sui sentieri delle montagne, a volte anche in parete, anche quella della Medale su Lecco, che scalava alle prime ore del mattino, in compagnia di due gesuiti, Silvano Fausti e Filippo Clerici”.

Quando chiese di andare in pensione e di ritirarsi a studiare a Gerusalemme, Martini sembrava veramente stanco, provato dai difficili anni trascorsi a Mlano, gli anni del terrorismo, della violenza, dell’odio.

“Ha amato queste strade e pianto su questa città. Ma non era un pianto arreso, era il pianto di chi intercede. Raccontava che d notte guardava dall’alto la città, il buio delle strade, le poche finestre illuminate. Che cosa dimorava al di là di quelle finestre: drammi, speranze? Pregava per la sua città”.

Lui, torinese d nascita, arrivò a sentirsi davvero milanese?

“Gli rimanevano le sue radici, scritte anche nella nobiltà del suo animo, ma certamente questa ormai era la sua città. E sentiva che Milano era in ascolto, ben oltre i confini ecclesiastici. E la città era in ascolto perché la sua era una parola libera. Ma non si sentiva imprigionato in questa città, sentiva la responsabilità delle chiese del mondo, che andava a visitare con il suo stile, nella loro ferialità, nella vita ordinaria, lontano da palchi. Desiderava che da ogni visita pastorale fosse tolto l’aspetto esteriore, la formalità. Un popolo lo conosci immergendoti, condividendo un cammino”.

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E ora che il tempo
si è fatto breve
e il cuore si consuma
a trattenere la tua immagine
che sembra svanire lontano,
punto rincorso
all’orizzonte estremo,
ora che gli occhi
sono sul mare
come di chi saluta
pur se la vela è scomparsa,
come le pupille dei discepoli
perdute, sul monte,
in un cielo orfano
del volto,
ora so che anche per l’addio
di un pastore di chiese
può ferire e urgere
agli occhi la commozione
e dilatarsi
fino allo spasimare
delle vene dei polsi.
Sei scritto
come sigillo sul cuore
e sul braccio.
Hai amato queste strade
hai pianto
su questa città.
Ci lasci
– ed è testamento-
la lampada della Parola
e il pane del volto.

(dalla prefazione di Angelo Casati “E la casa si riempì del profumo”, Centro Ambrosiano, Milano 2002)

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