la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

In omaggio al card. Martini, testimone di una chiesa semplice e sciolta


(foto di Edo Iavelli inviata al sito www.sullasoglia.it – il card. Martini a  Selva di Val Gardena con sullo sfondo Sassolungo e Sassopiatto)

Oggi pomeriggio si celebrano i funerali del card. Martini. Un modo per parteciparvi e per ricordarlo nella gratitudine  e chiedendogli di lasciarci una parte del suo mantello – come Elia  a Eliseo – è anche quello di ascoltare la sua voce nell’ultima intervista rilasciata all’inizio di agosto e nelle parole di persone che hanno saputo delineare i tratti della sua testimonianza (a.c.)

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L’ultima intervista: «Chiesa indietro di 200 anni. Perché non si scuote, perché abbiamo paura?»

intervista a Carlo Maria Martini a cura di Georg Sporschill e Federica Radice Fossati Confalonieri – “Corriere della Sera” 1 settembre 2012

Padre Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo intervistò in Conversazioni notturne a Gerusalemme, e Federica Radice hanno incontrato Martini l’8 agosto: «Una sorta di testamento spirituale. Il cardinale Martini ha letto e approvato il testo».

Come vede lei la situazione della Chiesa?

«La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (…) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione».

Chi può aiutare la Chiesa oggi?

«Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Che strumenti consiglia contro la stanchezza della Chiesa?

«Ne consiglio tre molto forti. Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione. Le domande sulla sessualità e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne sono un esempio. Questi sono importanti per ognuno e a volte forse sono anche troppo importanti. Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?

Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (…) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (…). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti.

Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e una famiglia riescono (…).

L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della Comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno…” Noi sappiamo di non essere degni (…). L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

Lei cosa fa personalmente?

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

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Da un messaggio mail di Giovanni Colombo 2 settembre 2012

Oggi il Cardinal Martini ha terminato la sua corsa terrena. Scompare dai nostri occhi uno dei personaggi principali della vita della chiesa nell’ultimo trentennio, un (quasi) Papa, molto letto, molto ascoltato dai media (anche se non è mai stato, a differenza di Wojtyla, l’uomo delle folle e del gesto). Se ne va il Gigante, il principale riferimento religioso, morale, intellettuale della mia giovinezza. L’ho seguito fin dal suo arrivo in diocesi, ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e di confidarmi con Lui come fosse mio padre. A lungo mi sono vantato di essere un “martiniano”, poi ho smesso, visto che lui stesso mi ripeteva: di Maestro ce n’è uno solo!

Martini si è speso fino all’osso per farci conoscere la Parola. “In principio la Parola” è il titolo della sua più intensa lettera pastorale e ben sintetizza il cuore del suo magistero. “Leggi la Parola… sottolinea la Parola”, quante volte l’ha ripetuto. La Parola che parla di Gesù è Gesù stesso, e come lui incessantemente in moto, senza fine nel movimento di dare tutto di se stessa. Se ascoltata e “ruminata”, susciterà in noi le parole giuste per quest’epoca di alto sbandamento, le parole gocciolanti in grado di “rimettere al mondo il mondo”.

Con le sue parole intorno alla Parola, Martini mi ha cambiato Dio. Non più il Dio lombardo, cupo, controriformista, il Dio col vocione che produce l’inflazione del senso di colpa. Ormai Dio è vento sottile e sua volontà la nostra liberazione: la partenza da tutti i varchi, l’apertura di tutte le gabbie. Ah, le gabbie…

In Martini ho visto da vicino la fatica di star dentro le tante costrizioni in cui s’infossa la vita della chiesa cattolica d’Occidente, sia dal punto di vista morale sia dal punto di vista pastorale. Alla fatica si è presto aggiunta (metà degli anni ottanta) anche la viva preoccupazione di non apparire l’anti- Papa, l’anti-Wojtyla, e di riuscire a sottrarsi al continuo controllo vaticano. A mio avviso, era in battaglia continua, fuori e dentro di sé, con il marmo di sacra romana chiesa. Da un certo punto in poi il campo di questa battaglia è diventato il suo stesso corpo, come se il tremolio parkinsoniano non foss’altro che la costante lotta tra la spinta ad essere se stesso e la controspinta a non esserlo, per non disobbedire all’autorità costituita. Alla fine il controllo estremo ha avuto il sopravvento e il Gigante si è trovato rinchiuso dentro una corazza. Ha dovuto rinunciare alla sua originalità, alla sua “martinità”.

E’ stato bello, sì, molto bello conoscere e frequentare padre Carlo. E il modo migliore di ricordarlo sarà quello di seguire la strada che lui stesso aveva intravisto dal suo personale monte Nebo e di cui parlò tanti anni fa durante la messa esequiale di uno dei suoi più cari amici, don Luigi Serenthà: “procedere per una più grande scioltezza nella Chiesa, per una più grande libertà di spirito, per una più grande creatività, soltanto in questo modo si manifesta la vitalità della Parola, del mistero Pasquale della morte e della risurrezione di Gesù”. Aveva capito assai bene quant’è indispensabile alleggerire e, in tal senso, è riuscito a fare più di quanto lasciasse prevedere la sua estrazione alto borghese, la sua impostazione perfetta e il suo ruolo di “principe della Chiesa”. Oggi, finalmente sciolto da pesi obblighi dolori, è giunto “nella pienezza totale che non è cancellazione delle singole individualità ma affermazione piena dell’individualità di ciascuno in una perfetta armonia in Dio” (citazione dell’Inno all’universo di un altro gesuita, Teilhard de Chardin, che Martini stesso usava per spiegare come sarà in Cielo). Adesso tocca a noi, che restiamo per qualche giorno ancora su questa terra di terra e sassi, non farci frenare dalle pesantezze del vivere e volteggiare in libertà di spirito sopra ogni pietra tombale.

Saluti chiari come gli occhi di padre Carlo

Giovanni Ambrogio Colombo

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La sua Chiesa fuori dalla «fortezza» – Serena Noceti “l’Unità” del 3 settembre 2012

La vita della chiesa cattolica negli ultimi vent’anni appare indubbiamente segnata dal dibattito, che ha toccato il magistero, la teologia, la riflessione di credenti a tutti i livelli, su quale sia la specifica missione ecclesiale e su quali debbano essere, alla luce delle novità sancite dal concilio Vaticano II, le modalità della sua presenza nella storia. Di questo confronto il cardinal Martini è stato indubbiamente uno dei protagonisti, per la sua capacità di intelligente lettura della realtà culturale ed ecclesiale, per lo spessore di autenticità che segnava la sua ricerca inesausta, di credente, biblista, vescovo, cittadino, per l’autorevolezza di cui godeva. In parole e in scelte pastorali significative il cardinale Martini ha attestato e ha consegnato una precisa visione di Chiesa: i discorsi pubblici (in particolare quelli pronunciati per la festa del patrono S. Ambrogio), le omelie, gli innumerevoli scritti scientifici e divulgativi, ma soprattutto l’impostazione pastorale data alla diocesi ambrosiana, alcuni incontri e gesti di forte sapore simbolico, delineano l’opzione per una precisa forma di essere Chiesa.

Una visione di Chiesa maturata nel corso dei ventidue anni di episcopato, delineata non solo sulla base di una riflessione biblica e teologica sempre di alto profilo, ma accogliendo le sollecitazioni, le sfide, le critiche che gli venivano prospettate. «Un vescovo educato dal suo popolo», come si è lui stesso definito. Nel vivo di una città e di una concreta chiesa locale, quella di Milano, ha adempiuto, in modo magistrale, quel compito profetico che il Concilio affida ai vescovi. Perché la città e la diocesi non sono state per lui semplicemente lo scenario per una prassi pastorale di semplice applicazione e ripetizione che avrebbe potuto essere in fondo uguale ovunque, ma sono stati lo «spazio di umanità» in cui egli ha saputo «ri-comprendere» con sapienza la fede cristiana e annunciare il vangelo in un modo unico e significativo.

Già con l’iniziare il suo ministero percorrendo a piedi le vie del centro con il vangelo in mano, il vescovo Martini ha richiamato – sul piano simbolico – il volto di una Chiesa che si confronta con i processi di complessificazione del vivere sociale, che non si sottrae alle logiche di un pluralismo culturale crescente e di una secolarizzazione che interpella tutti, collocando l’esperienza religiosa nello spazio delle scelte personali e autonome, ormai lontane da una appartenenza e socializzazione cattolica pensate come presupposto ovvio e indiscusso per tutti. In questo contesto Martini si è sottratto alle logiche semplificatrici di quanti ricercano un’influenza politica diretta o di quanti interpretano lo specifico della Chiesa nella custodia e trasmissione «della moralità in un mondo immorale» per privilegiare i percorsi lunghi di formazione delle coscienze, la fatica dell’interpretazione (della Scrittura come degli eventi storici), il valore della mediazione, una testimonianza pubblica della comunità ecclesiale (e non solo di singoli) che dicesse – sul piano simbolico – l’ascolto e la carità quali tratti qualificanti la vita cristiana oggi e che «irradiasse», senza imporre, un modo alternativo di vita sociale.

Davanti a una Chiesa che rischia di apparire dispersa in sensibilità diverse e appesantita da molteplici attività, il cardinale Martini ha saputo riportare all’essenziale: la ragione ultima dell’esistenza ecclesiale, la sorgente vitale del suo dinamismo e il principio della sua riforma inesausta, è predicare il vangelo di Gesù. Tutto nella Chiesa deve essere rapportato a questo nucleo. Per questo ha potuto sviluppare una visione di Chiesa capace di riconoscere il valore del pluralismo e di una inclusività che non concede niente a uniformismo e omogeneizzazione. Per questo, in una stagione che vedeva privilegiati i movimenti, ha ribadito il valore della parrocchia e del suo radicamento popolare sul territorio. Per questo ha posto – uno tra pochi – la domanda sulle modalità di esercizio dell’autorità nella Chiesa di oggi e ha ritenuto necessario lo sviluppo di forme sinodali e collegiali più efficaci.

Nella critica testuale, a fronte di diverse versioni di un testo si privilegia sempre la lectio difficilior, la parola che sembra a prima vista illogica o incomprensibile nel contesto: il biblista Martinidivenuto vescovo non ha mai preferito la via facile dell’affermazione della propria dottrina della verità o della riproposizione di prassi pastorali consolidate, ma l’arduo collocarsi in un confronto scomodo con interlocutori «altri» per formazione culturale e appartenenza religiosa o confessionale, consapevole che la verità va ricercata insieme, in un modo rispettoso dell’interlocutore e della sua ricerca libera. La Chiesa è chiamata a superare ogni tentazione di pensarsi come «fortezza assediata» per aprirsi alla coscienza di avere molto da imparare, da tutti, anche dai suoi avversari, come dice il Concilio. Non c’è più posto per un cristianesimo pensato nella logica di un sistema omnicomprensivo e omnirisolvente, che si pensa capace di risposte immediate davanti a ogni possibile domanda; Martini ci ha insegnato a essere credenti (e Chiesa) che con coraggio sanno porsi davanti alle «interruzioni» che segnano sempre il pensare e il vivere umano, laddove il già sperimentato o il già conosciuto lasciano il passo a un inedito, o dove il senso si trova correlato a quel «non-ancora» che la fede cristiana porta nel suo centro.

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