la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Sap 2,17-20; Sal 54; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La pagina del libro della Sapienza offre una chiave per entrare nelle letture di oggi: delinea il profilo dei un uomo giusto su cui si accentra la ostilità dei potenti. “tendiamo insidie al giusto perché per noi è d’incomodo…” La presenza stessa dell’uomo che vive nella giustizia è disturbo per chi si pone al di sopra di ogni legge e pretende di essere riconosciuto come padrone assoluto. Leggere queste espressioni conduce a pensare alla testimonianza di tanti ‘giusti’ del passato, ma anche del presente. Nell’esercizio del loro compito sociale e del loro lavoro, nel non cedere a ricatti e  pressioni sono stati e sono scomodi, disturbano a poteri politici, a potentati mafiosi, anche a tutti coloro che intendono la religione come sistema di dominio. Molti di loro sono stati tolti di mezzo. In questi giorni ricordiamo l’anniversraio dell’uccisione di don Puglisi a Palermo, e come lui tanti magistrati, commercianti, persone che non si sono piegate all’illegalità.

Il testo di Sapienza parla di un giusto, forse in riferimento ad una figura concreta ma esso diviene paradigma di tanti giusti che nella fedeltà a Dio hanno dovuto subire l’opposizione e l’ostilità dei potenti. La prima comunità cristiana ha letto in questa pagina un riferimento a Gesù: nella sua testimonianza vi sono riscontrabili i tratti dell’uomo giusto. Il suo cammino è stato quello di messia con tratti inattesi, un messia sofferente.

Le parole che Marco pone in bocca Gesù costituiscono la ripetizione e la ripresa del primo annuncio della passione: Gesù è presentato così come un ‘giusto’ che continua a credere, ad affidarsi al Padre anche di fronte al crescere dell’ostilità attorno a lui e della possibilità concreta di un esito violento della sua vita: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. Le parole di questo annuncio riportano a momenti drammatici della vita di Gesù e sono una tessitura di evocazioni di testi del primo testamento, in particolare da uno dei canti del servo di Jahwè di Isaia (Is 52-53) e da testi di Geremia (Ger 26,24). Gesù si mostra come uomo di fede, ‘giusto’, cioè ‘fedele’ perché profondamente legato alla fedeltà di Dio, il Padre. Legge la sua vita in rapporto alla Scrittura. La via che percorre ripropone così l’esperienza dei profeti che hanno dovuto subire il rifiuto, la persecuzione e sono stati uccisi. La figura del servo di Jahwè, descritta da Isaia, diviene un riferimento fondamentale: di fronte alla violenza il ‘servo’ non reagisce, ma sceglie la via della totale fedeltà a Dio, la via della nonviolenza fino a subire percosse  morte come agnello innocente.

Una parola in particolare viene ripresa: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato…”. Questo termine, consegna, racchiude vari possibili significati dell’esperienza della fede. Qui Marco sta parlando della fede di Gesù, una fede come affidamento totale al Padre, consegna senza limiti nella relazione con il Padre e alla suo disegno di salvezza. E d’altra parte c’è anche una consegna del Figlio dell’uomo agli uomini. Questo significato del consegnarsi ci fa riflettere sul senso della fede come affidamento in una relazione. E’ stato uno dei passaggi fodnamentali del Concilio Vaticano II la presentazione nella Dei Verbum della fede non tanto e non primariamente come conoscenza, ma come movimento di vita, cammino esistenziale che sorge dalla comunicazione personale e gratuita di Dio. Si può così parlare della fede di Gesù che affida la sua vita fino in fondo al Padre, la consegna come dono ricevuto e da ridonare, nel farsi pane per gli altri. Nel suo consegnarsi al Padre sta il segreto della sua esistenza, che lo conduce a consegnarsi nella libertà agli uomini fino a subire il rifiuto, la sofferenza, la morte.

Le parole di Gesù sono motivo di crisi e di scandalo per i discepoli: Pietro per primo aveva reagito quando Gesù aveva parlato della sua via non come via di affermazione ma di debolezza. Pietro nutriva la speranza in un messia con i tratti di un potente. Non accettava lo scandalo di un Dio che si mette nelle mani degli uomini. Gesù invece narra nelle sue parole e nelle sue scelte un volto inedito di Dio: non s’impone ma vive la sofferenza e il rifiuto, sceglie le debolezza dell’amore portato fino agli estremi confini, nella fiducia che solo questo amore può salvare. Addirittura Gesù identifica il Padre con un bambino da accogliere: un Dio dal volto indifeso e senza diritti. Gesù vive così la vita nel segno di un dono che non esige nessuna reciprocità: rivela i tratti sconcertanti di una vita spesa nel dono e nel servizio. E tutto ciò perché Dio è dono gratuito e amore senza limiti.

Mentre Gesù sta parlando ai suoi della sua vita in rapporto all’esistenza di grandi profeti che erano stati rifiutati e  persguitati ed indica così la sua via, i suoi non capiscono nulla: discutono infatti per la strada interrogandosi su chi di loro fosse il più grande. Il paradosso è che proprio i dodici sono distratti da altre attese e guardano verso altri orizzonti, che nulla hanno a che fare con quanto Gesù sta proponendo loro. Marco qui sottolinea non solo l’incomprensione dei discepoli, il cuore indurito che non permette loro di ascoltare, ma presenta anche lo sviamento totale di una ricerca che si rivolge ad altro: cercano il primato e la garanzia di un potere proprio mentre Gesù parla loro di una vita vissuta nel disinteresse e nella nonviolenza. Anche nella stessa comunità di Gesù c’è incomprensione non parziale e momentanea, ma profonda e radicale proprio riguardo alla via di Gesù.

Gesù è descritto con rapidi tratti da Marco come attento educatore. Parla con i discepoli a casa, pone loro domande, e compie segni. Il suo  gesto è quello di porre al centro un bambino: è indicazione di una scelta che pone al centro l’accoglienza invece della conquista, lo sguardo alla povertà (i bambini non avevano alcun ruolo e riconoscimento di diritti), piuttosto che al possedere e al dominare, il primato degli ultimi anziché la ricerca dei primi posti. Ma è anche un gesto che parla del volto di Dio come di un ‘Dio bambino’: “chi accoglie uno di questi bambini accoglie me… e chi accoglie me … accoglie colui che mi ha mandato…”

Questa lettura può trovare alcuni motivi di riflessione per noi.

Una prima domanda che ci pone è riguardo alla fede: Gesù vive la fede come affidamento al Padre. La sua fede è coinvolgimento dell’intera esistenza e si identifica con il suo cammino. Anche a noi chiede di intendere la fede non come conoscenza o appartenenza sociale, ma come cammino dell’esistenza, in cui tutte le dimensioni della vita siano coinvolte. Per scoprire non nella distanza di luoghi e tempi sacri, ma proprio nel tessuto ‘laico’ della vita di ogni giorno il luogo del comunicarsi di Dio e dell’accogliere la sua chiamata.

La fede intesa come consegna, così come la intende Gesù è consegna al Padre ed è anche consegna agli altri. Possiamo pensare ai tanti modi in cui nella vita si vive la consegna al Padre e agli altri. Ci sono i momenti del silenzio e della preghiera ma anche nelle situazioni quotidiane di lavoro, di relazione, di incontro, nella consegna agli altri scopriamo il senso profondo del nostro essere donati, conseganti, per poter attuare una consegna nela fiducia che Dio ha cura di noi e che Lui rimane fedele. L’essere ‘consegnati agli uomini’ anche nelle esperienze dolorose e faticose può divenire luogo di attuare una consegna radicale della propria vita a Dio.

Una terza riflessione si può fare a partire dalla parola di Gesù che riassume la sua via e la indica come stile della sua comunità: il vivere nella dimensione del servizio non è un aspetto periferico e aggiuntivo nella vita al seguito di Gesù, ma ne costituisce un tratto essenziale e irrinunciabile. Gesù con le sue parole e il suo gesto denuncia una incomprensione che è presente all’interno della comunità. Il servire è scelta di libertà che si oppone al servilismo di chi si inchina di fronte a chi detiene forza e potere. E’ espressione di quella sorgente profonda di umanità che ci chiama a vivere in rapporto a… di fronte al volto degli altri, tesi di costruire un mondo di accoglienza e non un mondo di rivali, in competizione. Questa parola di Gesù ha una forza di grande contestazione nei confronti di un mondo in cui a tanti livelli prevale la logica della competizione e dell’affermazione contro l’altro con ogni mezzo.

Le parole di Gesù indicano quale dovrebbe essere il progetto di ogni comunità cristiana. Possiamo pensare a quali cambiamenti questo dovrebbe condurre: cambiamento di atteggiamenti di clericalismo e di sottomissione, cambiamenti nel modo di intendere il proprio lavoro e l’utilizzo delle proprie competenze nei confronti degli altri, cambiamenti anche nelle forme in cui la vita della chiesa si è strutturata assumendo nella storia le logiche del potere politico e dimenticando lo stile di Gesù.

Alessandro Cortesi op

 

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