la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Num 11,25-29; Sal 18; Gc 5,1-6; Mc 9,38-48

“Erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo Spirito si posò su di loro, erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento…”. Fuori della riunione Eldad e Medad sono riempiti del dono dello Spirito e ne diventano portavoce.

E’ una storia affascinante quella di Eldad e Medad, rimasti nell’accampamento e assenti alla convocazione di Mosè. E’ una storia dello Spirito di Dio, cha va a posarsi dove vuole, che scende anche al di fuori delle appartenenze chiare e definite. I due profetizzavano, lontani dalla convocazione di Mosè, dalla tenda: le loro parole e i loro gesti richiamavano  alla chiamata di Dio, alla sua parola, all’alleanza. C’è quindi una presenza dello Spirito che è libera, non è racchiusa all’interno di gruppi e convocazioni riconosciute.

La profezia di Eldad e Medad trova però la reazione di Giosuè: “Mosè, mio signore, impediscili”. E’ la reazione di chi divide il mondo tra ‘i nostri’ e ‘i loro’. E’ l’attitudine della paura che qualcosa avvenga a disturbare un ordine stabilito in strutture umane. E’ anche l’orientamento di chi pensa di sapere cosa lo Spirito di Dio deve fare e come deve attuarlo. E’ un modo di pensare meschino che non si apre ad accolgiere la novità di Dio, sempre più rgande dei nostri piccoli progetti, e ssempre oltre le nostre chiusure. Lo Spirito stesso viene imprigionato dentro a programmi e suddivisioni stabilite da uomini. Ma lo Spirito – vuole indicarci questo racconto – varca i confini, disorienta gli ordinamenti fissati, non si lascia trattenere. Lo Spirito si posa e genera profezia anche al di fuori dei gruppi stabiliti e dei soggetti designati.

Mosè così risponde a Giosuè: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”… Viene così smascherato il motivo di fondo della reazione di Giosuè: è gelosia. E’ quel sentimento che vuole trattenere anziché lasciare andare, che rinchiude anziché riconoscere una presenza dello Spirito e di bene oltre le proprie pianificazioni. Lo Spirito non può essere tenuto dentro, chiede di essere lasciato andare e di essere seguito nella sua libertà e creatività.

Ma anche Mosè apre ad un nuovo orizzonte: “fossero tutti profeti…” cioè la profezia non è dono riservato. Lo fossero tutti, profeti nel popolo di Dio… Queste parole hanno la carica di una attesa, di una speranza e di un promessa. Ricordare la parola di Dio, richiamare il senso profondo dell’esistenza umana in rapporto ad un Tu amante, lasciarsi fare voce dello Spirito e delle sue chiamate non è dominio esclusivo di qualcuno, è dono diffuso, attraversa il popolo…Fossero tutti profeti è allora un augurio ma anche una promessa, la promessa di un dono che penetra i cuori e li rende capaci di farsi voce anche inconsapevole della forza inesauribile e sempre nuova dello Spirito nella storia e nella creazione.

Anche Gesù si trova a rispondere a chi ragiona secondo la logica dell’appartenenza e dell’esclusione, quella logica di chi, come Giovanni uno degli apostoli, dice: “non è dei nostri, non ci segue”. “Maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Gesù scardina questa impostazione ed apre a quello sguardo capace di Dio che non pretende di rinchiudere e di definire confini, laddove Dio apre a comunicazioni e a percorsi nuovi. “Non glielo impedite … chi non è contro di noi è per noi”. Traspare qui il modo di guardare di Gesù, il suo stile di autentica intelligenza delle cose, delle situazioni, delle persone. Il suo saper ‘guardare dentro’, leggendo e trovando il bene, aprendo a cammini di liberazione e di futuro. Gesù legge positivamente ogni gesto che si pone come espressione dello spirito che libera (quell’ “uno” visto da Giovanni scacciava i demoni mentre gli stessi discepoli non riuscivano a compiere gesti di liberazione).

C’è una profezia grande ed una profezia del quotidiano, racchiusa nel tessuto dei gesti ordinari, feriali: “chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico non perderà la sua ricompensa”. Un bicchiere d’acqua dato è luogo di un dono e di una apertura che viene indicata come autentica profezia.

Gesù richiama ad uno sguardo aperto e ad un respiro ampio. Critica chi vuole segnare confini e divisioni, con la pretesa di essere la vera comunità, in qualche modo di possedere la creatività di Dio e del suo Spirito. Poter pronunciare il nome di Gesù, cioè indicare il segreto della sua vita, va oltre i confini di appartenenze stabilite e visibili. Ci sono testimoni del nome di Gesù anche al di fuori delle delimitazioni visibili della comunità di Gesù stesso. E’ liberante questo sguardo e questo invito.

E ancora Gesù richiama i suoi ad una grande apertura ma anche ad una grande vigilanza: a non voler demarcare frontiere tra ‘chi è dei nostri’ e chi è nemico, e nemmeno pretendere che ‘tutti ci seguano’. Invita piuttosto a stare in ascolto dello Spirito che soffia dove vuole, a scorgere e ad accogliere il bene da dovunque proviene riconoscendolo con gratitudine. C’è un’azione segreta e diffusa dello Spirito che guida alla verità tutta intera. Ma anche richiama a stare attenti piuttosto a vivere la radicalità del vangelo, a rispondere in prima persona ad essere profeti, a non essere ostacolo e inciampo nella vita di alcuno. Gesù apre così ad un senso profondo di responsabilità, e ad uno sguardo sereno che non cerchi di trattenere il soffio dello Spirito. E’ questa forse l’indicazione di una attitudine di povertà come attitudine profonda, che coinvolge l’intera esistetnza e non solo la questione del possesso dei beni, a cui richiama la lettera di Giacomo, quela attitudine che sola rende accoglienti, aperti al bene da qualunque parte provenga, partecipi di un respiro di speranza. Per tutti.

Alessandro Cortesi op

 

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