la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “ottobre, 2012”

Pierre Claverie: testimone di semplicità

Suggerisco la lettura di un bell’articolo apparso su Avvenire il 26 ottobre 2012 (Claverie: il martire della «leggerezza») di Daniele Zappalà, che ricorda l’esempio di Pierre Claverie e ripercorre alla luce delle pubblicazioni delle sue lettere i tratti di una testimonianza di leggerezza e semplicità che fa respirare… (a.c.)

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Nei decenni successivi all’Indipendenza, strappata esattamente mezzo secolo fa e al centro quest’anno di celebrazioni ancora in parte controverse, l’Algeria ha rappresentato una delle frontiere più tormentate e insanguinate della fede cristiana, ma pure un laboratorio sorprendente per il dialogo con i musulmani. Di questo confronto Pierre Claverie, il vescovo di Oran assassinato nell’agosto 1996, è stato fino all’ultimo un testimone e un protagonista appassionato. Il suo senso dell’abbandono alla speranza cristiana, la sua sensibilità acutissima verso i dettagli del quotidiano, accanto alla costante ricerca della verità nello scambio con i «fratelli musulmani», traspaiono negli anni, fra l’altro, quasi da ogni pagina di un epistolario fecondo, oltre che sfaccettato in più versanti. In Francia, le Editions du Cerf hanno intrapreso pure la pubblicazione separata delle frequenti lettere che Claverie spedì ai carissimi familiari rimasti in Francia. Si tratta di testi dal tono talora lieve e gioviale, a tratti quasi divertito, ma non per questo meno interessanti per cogliere la personalità e il carisma del religioso domenicano.

Come un diario serrato, le missive ricalcano le traiettorie di una vita spirituale e intellettuale in perpetuo movimento, sia pure attorno a punti fermi come la preghiera, il bisogno di semplicità, il continuo «adeguamento all’altro». Il terzo tomo di questo epistolario, appena pubblicato, copre il periodo cruciale dal 1975 al 1981, durante il quale Claverie dirige ad Algeri il centro diocesano di studi, divenuto per lui una palestra quotidiana della «volontà ostinata di vivere assieme». Sono gli anni delle occupazioni dei luoghi simbolo della storica presenza cristiana nel Paese: Nostra Signora d’Africa ad Algeri, la basilica Sant’Agostino a Ippona, la basilica di Santa Cruz ad Oran. E sono pure gli anni che sfoceranno nell’ordinazione episcopale di Claverie, nato nel 1938 nell’Algeria ancora coloniale e poi tornato, dopo gli intensi studi teologici in Francia a contatto con figure come Marie-Dominique Chenu e Yves Congar, in un Paese mutato e attraversato da tensioni brucianti e fermenti imprevedibili.

Curato dal cognato di Claverie, Eric Gustavson, il ponderoso volume (770 pagine) è organizzato in 42 capitoli. I titoli del primo e dell’ultimo sono citazioni intrise d’ottimismo: «Una casa piena e ronzante» e «Siamo felici della nostra leggerezza». Ma la frase scelta per illustrare l’intero tomo esprime molto meglio gli equilibri instabili e le sfide aperte: «Laddove si pongono le vere domande». Da un punto di vista anche letterario, la prosa di Claverie seduce pure per il continuo moto convettivo fra le profondità talora abissali degli interrogativi lanciati e l’umore gaio del religioso. Benché non si tratti in senso stretto di una lettera ai genitori, il testo che forse riassume il volume e verso il quale tutte le altre pagine sembrano convergere è la splendida omelia pronunciata il 2 ottobre 1981 per l’ordinazione episcopale. Rivolgendosi di colpo ai propri «amici, fratelli e sorelle cristiani d’Algeria», il vescovo appena quarantatreenne li esorta in questi termini: «Abbiamo appreso assieme che la forza del Vangelo non è nella potenza. Lo svolgimento di questa liturgia non deve ingannarci, né illuderci: siamo felici della nostra leggerezza. Più ci consegneremo alla semplicità, meglio potremo vivere dello Spirito di Gesù Cristo che ci spinge a servire e ad amare senza cercare di conquistare e possedere. È forse una follia credere alla gratuità, alla forza della povertà che obbliga a dare un po’ di se stessi per umanizzare il mondo amandolo. Ma se i cristiani non vi credono più, allora questo mondo sarà definitivamente consegnato alla volontà di potenza di coloro che ricercano solo il proprio interesse». Il 19 dello stesso mese, i genitori del presule sono già rientrati in Francia e il figlio scrive loro una corta missiva che fra le righe pare annunciare tutto il resto: «Cerco di riprendere il ritmo settimanale… I riflettori si sono spenti, il lavoro comincia.

Occorre dire che la festa è durata una buona settimana e che sono adesso trascinato da questo slancio di cui il nonno e la nonna sono divenuti testimoni sbalorditi! Il fidanzamento è stato un successo, adesso comincia l’autentico apprendistato della vita a due: la mia diocesi ed io…».
 La ricerca assoluta dell’umiltà non abbandonerà mai l’azione quotidiana del vescovo, che ha spesso ricordato quanto fosse affascinato dalla frugalità dei trappisti. Al suo arrivo ad Oran, Claverie ha appena due bagagli in mano.
«Tutto è qui», risponderà semplicemente all’assistente che gli chiede quando e dove giungerà il resto. Nel 1996, pochi mesi dopo l’eccidio dei monaci di Tibhirine e in un Paese martoriato ormai sprofondato nella follia della guerra civile, il presule verrà assassinato in un attentato dinamitardo, assieme all’autista Mohamed Bouchikhi. Ai funerali, assisterà pure una fitta folla indistinta di abitanti musulmani di Oran: bottegai, cuochi, barbieri, semplici vicini.
«La parabola del chicco di grano che muore è l’asse centrale di tutta la mia vita cristiana», amava ripetere l’indimenticato vescovo.

 

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XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Ger 31,7-9; Sal 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Un racconto di miracolo: un cieco che giunge a vedere. Con la sensibilità di moderni siamo perplessi ed anche scettici di fronte ai racconti di miracoli. Tante domande si fanno strada. Certamente anche nei vangeli questi racconti chiedono di essere interpretati e di non essere lasciati nell’ambito del meraviglioso. Certamente recano una memoria ed una traccia di gesti e di incontri di Gesù. Nel suo andare Gesù era capace di cura e di restituire energie sopite, aperture di vita alle persone, ai malati, a sofferenti nel cuore e nel corpo. La guarigione di un cieco racchiude il ricordo di gesti di cura verso chi come il cieco è immerso nel buio, ma anche è fessura che lascia intravedere un itinerario di fede: fede come una modalità di vedere, di aprire gli occhi ad una luce che non cambia le cose ma le fa scorgere in modo nuovo e trasforma invece i cuori.

Marco racconta che a Betsaida, Gesù aveva guarito un cieco. E subito dopo la domanda di Gesù ai suoi:  “Voi chi dite che io sia?” (Mc 8,27-30). Sono capaci di vedere il suo volto? La strada è lunga e faticosa per questo. Al cap. 10 un altro cieco. Questa volta è chiamato per nome Bartimeo, figlio di Timeo, ripetutamente. Egli grida a Gesù come figlio di Davide: è voce che sulla strada, evoca  l’acclamazione delle folle a Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme ormai imminente. Lì Gesù è acclamato come re atteso, figlio di Davide, ma ancora si gioca una forte incomprensione che condurrà all’abbandono e all’ostilità delle folle nei momenti drammatici della passione.

A Gerico l’incontro si svolge sulla strada. Sulla strada il cieco stava seduto a mendicare; sulla strada Gesù passa; sulla strada, al termine di questo incontro, Bartimeo si mette a seguire Gesù. Al centro il grido: “Gesù, figlio di Davide abbi pietà di me!”. Al re Davide Dio aveva donato la promessa di una discendenza che avrebbe portato la benedizione di Dio stesso. E il messia avrebbe compiuto segni di liberazione come l’aprire gli occhi ai ciechi (2Sam 7,8-17; Is 11,1-9).

Nel grido di Bartimeo, c’è in qualche modo questa attesa. Si rivolge a Gesù, mentre la folla è di ostacolo. Paradossalmente è il cieco ad avvertire la presenza di Gesù come messia. Tuttavia anch’egli è cieco, incapace di vedere quale tipo di messia è Gesù. Lo invoca pensando a Davide che aveva riunito un regno con la forza. E ciononostante sta nell’attitudine del chiedere con insistenza, con caparbietà oltre la folla, come  mendicante. E la folla lo tiene lontano: c’è un ruolo sempre negativo delle folle indistinte.  Gesù lo fa chiamare. Fa sì che coloro che volevano tenerlo distante lo chiamino. Il cieco abbandona il mantello, proprietà indispensabile e propria del povero, e – dice Marco – si alzò, evocando così il movimento di una risurrezione già iniziata. Senza vista e senza il mantello, sua unica ricchezza, Bartimeo si pone davanti a Gesù. La domanda che lo raggiunge è un’eco del dialogo con i due fratelli Giacomo e Giovanni che – ciechi – non avevano compreso la via di Gesù come via di servizio. “Che cosa volete che io faccia per voi?” (Mc 10,36); “Che cosa vuoi che ti faccia?”. Essi avevano chiesto i posti nella gloria, il cieco invece si rivolge a Gesù con un termine nuovo Rabbunì, riconosce un maestro grande, intravede forse un volto diverso di messia a cui affidarsi: ‘Rabbunì che io riabbia la vista’. Gesù parla così a lui come si era rivolto alla donna malata che lo aveva toccato, in mezzo alla folla (Mc 5,34). Gli dice: ‘Va’ la tua fede ti ha salvato’. Come quella donna anche il cieco cerca di accostarsi a Gesù con un atteggiamento di abbandono e di povertà radicale. Gesù gli risponde solamente riconoscendo la sua fede. Il grande segno è questo. Qui sta l’autentico miracolo. La vista riavuta è indicazione del vedere nuovo che la fede porta nella sua esistenza. “E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo sulla sua strada”. Dal cap. 8 Gesù aveva iniziato ad insegnare ai suoi discepoli lungo la strada ciò che significava il suo percorso. Sulla strada, in cammino: non si tratta di un insegnamento da imparare ma di una relazione con lui da vivere insieme. Sulla strada Gesù si era scontrato con l’incomprensione e la durezza del cuore dei discepoli, chiusi nella ricerca dei primi posti o di un’affermazione umana. Solamente l’affidarsi pienamente a Gesù e solo un suo intervento può aprire gli occhi per seguirlo verso Gerusalemme. La strada verso Gerusalemme: la via della passione e della croce. Marco tratteggia nelle parole e nei movimenti del cieco Bartimeo un esempio del discepolo. Discepolo è colui che si lascia cambiare da Gesù, che si apre a vedere in modo nuovo. Discepolo è colui che si apre al miracolo della fede che fa vedere. La tua fede ti ha salvato. E lo seguiva infine: non un entusiasmo momentaneo ma il continuare a seguirlo sulla via di un messia che vive la sua vita come servizio fino alla fine.

Penso a quelle che possono oggi essere le cecità del nostro tempo, l’incapacità di sguardo che tiene chiusi e bloccati, incapaci di alzarsi e di mettersi a seguire quella strada del servizio che è la strada di Gesù. C’è una cecità diffusa come soddisfazione delle cose e sicurezza o paura di perdita delle sicurezze nel benessere materiale. C’è quella cecità che è incapacità di riconoscersi poveri in una società in cui il posto è assicurato solo per i primi. Incapaci di chiedere, di mendicare. C’è la cecità fatta di pretesa di onnipotenza sulla vita propria e altrui, con il fastidio per i mendicanti che passano, al punto da volerli cancellare con ordinanze comunali. C’è la cecità che diviene gelosia per quanto si ha senza guardare le fatiche di chi non ce la fa. Cecità che chiudono all’incontro con gli altri, ma anche con l’Altro che passa…

Sulla strada di Gerico Gesù incontra Bartimeo. Oggi le strade divengono sempre più invivibili, per il traffico, per l’inquinamento, per la delinquenza, per la spersonalizzazione di masse senza nome e senza volto che s’incrociano di fretta senza salutarsi. E sulla strada tanti giovani si perdono, e i più fragili divengono preda di chi sfrutta. Come riscoprire le vie, le strade, i luoghi fisici delle città dei paesi, come luoghi dove incontrare persone, in cui scoprire nomi e volti, dove superare la cecità che impedisce di vedere e dove superare l’indifferenza e l’esclusivismo della folla che emargina e allontana?

La tua fede ti ha salvato… è parola sconvolgente. Gesù parla di qualcosa che è tutto in Bartimeo. Bartimeo vive questa fede nel suo mendicare e invocare, mentre le folle lo allontanano e zittiscono. C’è una drammatica contrapposizione. Come poter scoprire la parola di Gesù che riconosce la fede al di là delle  appartenenze, fuori dalle cerchie religiose, in chi è tenuto a distanza o fatto tacere, e conduce a riavere la vista? Come ascoltare e portare questa parola rivolta a tutti coloro che nella vita sono aperti a chiedere, a cercare, si lasciano chiamare e alzare?

Alessandro Cortesi

 

Primavere arabe

 

E’ appena uscito per i tipi della casa editrice Nerbini un volume curato da Giovanni Paci e da me sul tema delle Primavere arabe. Si tratta di una riflessione a più voci con saggi di Antonio Miniutti – giornalista di Firenze – sugli antecedenti storici,  di Giovanni Paci – studioso di fenomeni sociali di Pistoia – sul ruolo dei social network nelle rivoluzioni arabe del 2011, di Claudio Monge – domenicano di Istanbul – sul ruolo della Turchia all’interno del quadro del Mediterraneo e del Medio Oriente, di Jean-Jacques Pérennès – domenicano del Cairo – nell’analisi della situazione dell’Egitto paese guida  del mondo arabo, e di Alessandro Cortesi su alcune linee di interpretazione secondo un’ottica teologica di questo processo come ‘segno dei tempi’. E’ l’esito di un lavoro condotto in forma di dialogo nell’interrogarsi sul nostro tempo e sulle implicazioni di processi storici e culturali a cui guardare facendo interagire diverse sensibilità e punti di vista. (a.c.)

Sono disponibili alcune copie per chi fosse interessato scrivendo a: info@domenicanipistoia.it

 

 

Contro l’arroganza del potere

La scena del prefetto di Napoli che inveiva con parole umilianti contro don Maurizio Patriciello che senza alcun accento polemico si rivolgeva alla Prefetto di Caserta chiamandola ‘signora’, ha offeso non solo don Maurizio ma tanti che hanno scorto in quell’atteggiamento l’arroganza del potere e l’incapacità di scorgere la passione e la testimonianza di chi lotta per costruire giustizia nel quotidiano.

La lettera di don Maurizio è un testo che fa riflettere sul lavoro e la fatica di tanti e sull’umiliazione a cui sono sottoposti (a.c.)

 

Signor Prefetto di Napoli

e p. c. Signora Prefetto di Caserta

Signora Ministro degli Interni

Signor Prefetto,
sono appena ritornato a casa dopo l’incontro in prefettura di mercoledì 17 ottobre.
Come può facilmente immaginare mi sento tanto mortificato dalle sue parole gridate nei miei confronti e senza motivo davanti a un consesso così qualificato.
Che dirle?
Se a me, prete di periferia, è concesso di ignorare che chiamare semplicemente “signora”, la signora Prefetto di Caserta fosse un’offesa tanto grave,  non penso assolutamente  che fosse concesso a lei, arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne.
Alla fine dell’incontro ho ricevuto la solidarietà di tante persone presenti all’increscioso episodio e la rassicurazione da parte della signora Prefetto di Caserta che non si era sentita per niente offesa da me nell’essere chiamata ” signora”.
Forse le sarà sfuggito che lei non era e non è un mio superiore.
Mi dispiace.
Tanto.
Avrebbe certamente potuto consigliarmi di rivolgermi al Prefetto di Caserta, chiamandola
” signora Prefetto”. Avrei accolto immediatamente il suo consiglio. Invece, con il tono di voce del maestro che redarguisce lo scolaro, e con parole tanto dure quanto  inopportune,  ha quasi insinuato che il sottoscritto non avesse rispetto per lo Stato.
Scrivo sovente per  Avvenire, il giornale che ha il merito di aver portato il nostro dramma alla ribalta della cronaca nazionale. Se vuole può controllare se tra i miei numerosi editoriali c’è una  –  dico una sola  –  parola dove non risuona un amore sviscerato per la mia terra,  la mia Patria,  la mia gente. E un rispetto sofferto per le Istituzioni.
Al contrario, se una cosa mi addolora ( l’editoriale di ieri, martedì 16 ottobre lo conferma ), se una cosa mi addolora, dicevo, è constatare che tante volte è propria la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici che fanno man bassa di denaro pubblico, a incrementare la sfiducia e la rabbia in tanti cittadini.
Personalmente sono convinto che la camorra in Campania non la sconfiggeremo mai. Lo dico non perché sono un pessimista. Al contrario. Non la sconfiggeremo perché il “pensare camorristico” ha messo radici profondissime in tutti.  Quel modo di pensare e poi di agire che diventa il terreno paludoso  nel quale la malapianta della camorra attecchisce.
Come ho potuto dirle in corridoio, io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del ” Clan dei Casalesi”. La mia diocesi, Aversa, è quella di Don Peppino Diana.
Quante umiliazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti.
Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so,  potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete.
No, non sono loro che rendono insonni le mie notti. Loro non sono lo Stato. Loro sono i nemici del vivere civile. Loro hanno sempre e solamente torto.
Io credo allo Stato.
Alla democrazia.
Io credo alla libertà.
Io credo alla dignità dell’uomo.
Di ogni uomo.
Io spendo i miei giorni insegnando ai bambini, ai ragazzi, ai giovani che non debbono temete niente e nessuno quando la loro coscienza è pulita.  Ma aggiungo che bisogna sradicare il fare camorristico sin dai più piccoli comportamenti.
Perché tutto ciò che uno pretende in più per sé e non gli appartiene, lo sta rubando a un altro. Perché ogniqualvolta che una persona  si appropria di un diritto che non ha, sta usurpando un potere che non gli è stato dato.
Tutti possiamo cadere in queste sottili forme di antidemocrazia.
Ecco, signor Prefetto  –  glielo dico con le lacrime agli occhi  –  lei stamattina mi ha dato proprio questa brutta impressione. Lei ha calpestato la mia dignità di uomo.
Ha voluto mortificare il prete o il volontario impegnato sul dramma dei roghi tossici?
Ha voluto insegnarmi l’educazione  –  a 57 anni!  –  o mettermi a tacere perché già immaginava ciò avrei denunciato?
Le nostre campagne languono, signor Prefetto.
I giovani sono scoraggiati.
I tumori sono aumentati a dismisura.
La gente muore in questa terra avvelenata e velenosa.
Le amministrazioni locali  –  qualcuno glielo ha ripetuto anche stamattina  –  non riescono a tutelare i loro territori e la salute dei loro cittadini. E  proprio a costoro viene ricordato il dovere farlo.
È una serpe che si morde la coda.
Noi abitanti di questi paesi a Nord di Napoli, ci sentiamo prigionieri in questo ” Triangolo della morte” dal quale desideriamo uscire quanto prima, pur sapendo che per tanti di noi i danni alla salute sono ormai irreparabili.
Lo facciamo per le generazioni future.
Per andare con serenità incontro a sorella morte  quando sarà il momento.
Ci ripensi.
In mezzo a tanti problemi in cui siamo impelagati; mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non ha fiducia più in niente e in  nessuno; mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente  sul collo; mentre i rifiuti tossici continuano ad essere bruciati e interrati nelle nostre terre, il signor Prefetto di Napoli, mette alla berlina un prete davanti a una cinquantina di persone, perché si è rivolto al Prefetto di Caserta chiamandola  semplicemente ” signora”, anziché ” signora Prefetto”.
Incredibile.
Resto, naturalmente,  coi miei dubbi.
Ai miei diritti non rinuncio facilmente.
Ma, mi creda, cerco a mia volta di non invadere quelli di nessuno.
Purtroppo, stamattina, credo che lei, signor  Prefetto, pur forse senza volerlo, abbia maltrattato e rinnegato  i miei.
Le auguro ogni bene.
Il parroco
Sac. Maurizio PATRICIELLO
Frattaminore 17 ottobre 2012

La lettera è tratta da http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/10/22/news/la_lettera_di_don_patriciello-45103789/

Teologia dal Concilio

 

E’ appena uscito il libro “Teologia dal Concilio”, ed. san Paolo

“Comprendere il cammino che il Vaticano II indica alla Chiesa rappresenta uno dei compiti più urgenti che oggi la teologia è chiamata ad assolvere” (dall’introduzione di Massimo Epis)

 

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Ancora una parola sulla via percorsa da Gesù. E’ una ripetizione insistente che attraversa il vangelo di Marco. Per tre volte Gesù ripete ai suoi, proprio sulla strada, nel cammino insieme, che la sua via comporta la sofferenza, affrontare l’ostilità del potere religioso e politico, subire una condanna ingiusta. Tre volte, il numero della pienezza. Gesù annuncia la sua via in modo completo. E’ delineato così l’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua morte: non la ricerca della sofferenza ma la fedeltà nel vivere fino in fondo la vita come servizio per tutti, consapevole del possibile rifiuto e delle conseguenze. Ma mentre le sue parole cercano di orientare a cogliere il senso profondo della sua via, i suoi discepoli manifestano arroganza e pretese. Sono Giacomo e Giovanni a  farsi avanti: “Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. E’ la pretesa del ‘volere’ che si pone con arroganza. L’esatto contrario della disponibilità al compiere la volontà e la chiamata del Padre. Il desiderio riguarda il potere, l’avere un primato ed una precedenza, un privilegio che ponga al di sopra degli altri e conduca a dominare, ad assoggettare. Seduti alla destra e alla sinistra ‘nella tua gloria’. Dietro a queste parole sta un’incomprensione radicale e ostinata della via di Gesù.  Mentre infatti Gesù parla del servo che soffre e subisce il rifiuto senza farsi coinvolgere nella spirale della violenza, Giacomo e Giovanni hanno la pretesa di percorrere quella stessa via. Non comprendono nemmeno il tentativo di Gesù di dir loro che la sua via è cammino di dono (il calice) e di morte (immersione/battesimo) fino alla fine. Proprio non comprendono; sono accecati. Non a caso al termine di questa sezione (come anche all’inizio) Marco pone un gesto di Gesù che apre gli occhi ad un cieco. Ciechi che non sanno accogliere e aprirsi ad accogliere quanto Gesù sta comunicando riguardo alla sua identità, della sua via. Ed è un’incomprensione che si prolunga nella storia.

E ciechi non solo Giacomo e Giovanni, i più vicini, i discepoli chiamati sulla riva del lago, che avevano lasciato tutto per seguirlo, ma anche gli altri dieci, che ‘cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni’. Indignati perché esclusi da onori, indignati perché desiderosi come i primi due di avere il riconoscimento ed i privilegi connessi ai primi posti, indignati perché si sentivano preceduti ed esclusi…

Gesù è presentato da Marco come chi ancora una volta cerca di spiegare, forse con rassegnazione, certamente con tristezza per questa incomprensione così radicale da parte dei suoi. Su questa incomprensione si deve sostare perché Marco nel suo vangelo insiste particolarmente. “Tra voi però non è così: ma chi vuole diventare grande tra di voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. “Tra voi non è e non dovrà mai essere così”: è una parola alla comunità chiamata ad una testimonianza alternativa e diversa rispetto a logiche del dominio. Gesù propone una via in cui la grandezza della vita si attua non nel primeggiare ma nel mettersi a servizio, nell’intendere tutto ciò che si fa come relazione a qualcun altro da accostare come più importante di se stessi, a cui guardare con cura e attenzione, a cui dedicare il meglio di sé. Gesù chiede ai suoi questo non come un maestro di morale; indica questa via perché questa è la sua via. Qui sta la sua identità. Il servire non è una derivazione opzionale ma il cuore del vangelo che è Gesù stesso. Qui sta anche la presentazione di un volto di Dio inaudito: un Dio non della potenza ma del chinarsi e del servizio. I suoi dovranno essere ‘immersi’ nella sua vita e nel suo percorso. “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti”. Gesù parla di se stesso con i tratti del ‘figlio dell’uomo’, il servo sofferente. Non è venuto per farsi servire ma per dare la propria vita in riscatto di molti. Parla così di se stesso, di ciò che più gli sta a cuore: offre una sintesi della sua vita e chiede ai suoi di vivere in questo orizzonte.

Posso indicare alcune riflessioni per accostare questa parola al nostro vivere:

Viviamo un periodo in cui in modo eclatante emerge lo spettacolo miserevole della corruzione diffusa ai diversi livelli della società e della politica. E’ un quadro desolante dell’uso del potere inteso come accesso a privilegi senza scrupoli per gli altri. Uno spettacolo del potere teorizzato e attuato come ambito in cui i grandi dominano e i capi opprimono. Gesù dice ‘quelli che sono considerati i governanti delle nazioni’: è una presa di posizione netta contro un potere che si ritiene al di sopra del bene e del male. Nel periodo in cui viviamo, fare memoria delle parole di Gesù può essere motivo per smascherare tutte le forme del potere che sono dominio e oppressione, per trovare forza dal vangelo per opporsi ad ogni uso del potere che schiaccia e umilia, per stare accanto a chi non ha potere ed è umiliato.

Gesù dice ai suoi ’tra voi però non è così’: parla loro della comunità, dello stile che deve regolare i rapporti nella comunità. Ci possiamo domandare: che ne abbiamo fatto di queste parole così forti di Gesù? Il carrierismo, il desiderio di primeggiare, l’invidia per chi ha raggiunto privilegi, le diverse forme del clericalismo sono tanti modi per tradire la parola di Gesù, anche da parte di chi si fa paladino di valori cristiani e attua una politica di uso spregiudicato del potere. In che misura la ricerca del potere e il dominio sulle persone, sono presenti nelle comunità, nelle chiese? Come poter contribuire per rimettere al centro il vangelo con la propria testimonianza e parola?

Gesù parlando della sua via capovolge il volto di Dio in cui credere. Non un Dio del potere e dell’onnipotenza secondo i criteri umani, ma un Dio che rinuncia al potere e scende a servire. Un Dio dell’incarnazione. La logica dell’incarnazione scardina ogni prospettiva di imperialismo. Lo stare dietro a Gesù non può stare insieme con la ricerca di potere e il cristianesimo non può divenire religione in concorrenza con altre religioni. Possiamo pensare alla proposta di Gesù come la ‘religione dell’uscita dalla religione’: egli propone l’essenziale del vangelo come servizio nel dare la vita per, in solidarietà con tutta l’umanità. Forse dovremmo riflettere sul cristianesimo come ‘religione del vangelo’. Dove vangelo è capovolgimento del modo di usare del potere e farlo diventare servizio, rinuncia all’arroganza, rinuncia alla violenza e alle dimostrazioni di forza, e vita nel seguire Gesù. Da qui sorge anche la prospettiva di vivere la fede oggi nel senso del dialogo, di chi ponendosi al servizio, scardina tutte le forme del dominio, dell’esclusivismo e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

Un ‘tale’ gli corse incontro… La domanda che quel tale pone a Gesù riguarda la direzione fodnamentale della vita: “maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. La prima reazione di Gesù è quella di rifiutare per se stesso l’appellativo di ‘buono’: solo Dio, il Padre, è buono. E’ una bella indicazione di stile, forse anche di fronte a tante pretese di ergersi a ‘modelli buoni’ per gli altri. Poi richiama ai comandamenti, a quella parte del decalogo che riguarda i rapporti con gli altri. Gesù suggerisce le dieci parole della legge come via della vita eterna. E ai comandamenti ne aggiunge uno: ‘non frodare’. Questi sono tutti insieme declinazione dell’unica Parola che è dono di vita e di alleanza: ‘Io sono il Signore vostro Dio’. Ma quel tale ha osservato la legge e vive già nella linea dei comandamenti. “tutto questo l’ho custodito dalla ia giovinezza”. E se si è inginochiato davanti a Gesù è perché tuttavia cerca qualcosa di più, vive un’inquietudine che lo spinge a cercare. Gesù gli offre il suo sguardo capace di vedere in lui le aspirazioni più belle che reca nel cuore: ‘fissatolo lo amò’. Gli fa parte del suo amore e lo chiama ad un incontro per cui tutto passa in secondo ordine. Il primato va a seguire lui stesso, ad entrare in relazione con lui. E’ offerta di condivisione di vita, perdendo tutte le sicurezze ma nell’orizzonte di ritrovarsi. Non gli chiede di ‘fare qualcosa’ (maestro buono, che cosa devo fare per…?) ma di fare spazio nella sua vita ad un incontro. E accogliere così un volto nuovo di Dio, non come il ‘Dio delle prestazioni’ che soppesa le osservanze della legge, ma come un Tu capace di compassione con cui intrattenere una relazione viva. Non fare ma lasciare. ‘Lasciare’ i beni terreni, non attaccarsi alle ricchezze è quanto viene richiesto per fare spazio ad accogliere un dono, perché la Parola di Dio sia pienamente efficace nella vita. Lasciare per poi venire e seguire… Poi vieni e seguimi.  Tuttavia se ne andò via triste… Gesù fa cogliere ai suoi discepoli quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze possono entrare nel regno di Dio, perché le ricchezze divengono sicurezze a cui ci si attacca e che impediscono la disponibilità del cuore e la generosità per accogliere. Ma allora chi può essere salvato? Alla domanda di Pietro Gesù risponde ricordando che la salvezza è dono gratuito e chiede solamente apertura ad una azione di Dio in noi: E’ “impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio, perché tutto è possibile a Dio” (Mc 10,27).

Tre riflessioni per noi oggi:

“La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio…” è un’espressione della lettera agli Ebrei (seconda lettura). La Parola di Dio è viva e porta vita, perché è parola che porta la vita di Dio stesso e perché si comunica in una vita, la nostra la vita dell’umanità. In un salmo si può leggere: “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite…” (Sal 62,12).  La Parola di Dio ci raggiunge sempre in una storia di uomini, la sua parola provoca eco e si reduplica in parole umane. Queste sono già eco ed interpretazione di quella parola originaria che pur giunge sempre a noi facendosi vicina, vitale e comprensibile. Sorge così l’esigenza di un’interpretazione della Parola/comunicazione di Dio. E proprio l’ascolto diviene allora vita perché questa Parola suscita accoglienza, interpretazione sempre nuova, incontro da rinnovare con le nostre parole e gesti di uomini e donne che vivono in un tempo, in situazioni diverse.

L’incontro del ‘tale’ – che nella versione di Matteo è un ‘giovane’, il giovane ricco – è stato interpretato nella storia come indicazione di una duplice chiamata e di un duplice livello del seguire Gesù. Ad alcuni si richiederebbe solo l’osservanza dei comandamenti ad altri, i ‘religiosi’, una sequela più totale e radicale. Ma questa lettura è più debitrice di una visione che legge una gerarchia ed una divisione nel popolo di Dio con chi risulterebbe privilegiato e oggetto di una chiamata più preziosa. Piuttosto in questa pagina è da cogliere una chiamata per tutti nell’accogliere lo sguardo di Gesù che ‘fissatolo lo amò’. La proposta di Gesù esige una radicalità di scelte che toccano aspetti assai concerti dell’esistenza, come l’ambito dei beni e di tutto ciò che ci porta ad essere ‘attaccati’, cioè possessivi, gelosi, incapaci di ‘lasciare’. E questo per tutti. Lasciare non è per una rinuncia che mortifica le persone. Piuttosto lasciare è  l’orientamento di fondo di chi, accogliendo Gesù – colui che nella sua vita si è fatto povero – accetta la sfida a divenire povero per  poter ricevere quella ricchezza di relazioni, di amore, di senso della vita che da Lui viene. Ognuno ha la sua chiamata, unica, preziosa, incomparabile, che si fa pluralità di chiamate nelle diverse circostanze e tempi dell’esistenza. E ciascuno è chiamato a vivere il divenire ‘povero’ come Gesù.

Viviamo un tempo di corruzione incredibile che suscita reazione e indignazione. Veramente appare chiaro come la ricerca dell’arricchimento e l’attaccamento ai beni sia fonte di rovina della vita: “Quelli che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione e nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro è infatti la radice di tutti i mali… ” (1 Tim 6,10-11).

Spesso si cerca di evitare le esigenze radicali di non attaccamento e di condivisione che Gesù pone. Ma rimane una questione rilevante nella vita di chi è chiamato a seguire Gesù sulla sua strada. Come vivere questo in un tempo in cui la normalità sembra essere la conquista del privilegio e la ricerca di accapparrare a danno degli altri, l’accumulo con la disonesta ricchezza? Sono domande che lasciano non solo a ciascuno la responsabilità individuale ma chiederebbero anche una testimonianza di chiesa nel ‘lasciare’ privilegi e attaccamenti a tanti generi di ricchezze…

Alessandro Cortesi op

 

XXVII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Gen 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto della creazione non intende essere spiegazione dell’inizio del cosmo, ma interpretazione del senso della vita e della chiamata fondamentale dell’uomo e della donna. Al cuore del messaggio biblico sta l’annuncio che l’essere umano è costituito come immagine di Dio. “Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). In quest’espressione sta un passaggio fondamentale della lettura ebraica e cristiana sul senso della vita dell’uomo e della donna sulla terra. Il dono di essere immagine di Dio comporta una relazione fondamentale all’altro. La stessa apertura all’incontro con Dio – sembra dirci questo testo – si vive insieme e sta dentro alla relazione dell’uomo con il ‘tu che gli sta di fronte’, uguale e diverso. La lingua ebraica esprime uguaglianza totale nella medesima dignità e diversità irriducibile con un gioco di parole: uomo è ‘ish’ e donna è ‘isha’’. Profondamente uguali ma anche diversi. Essere immagine è qualcosa di ricevuto, ma è anche promessa di un cammino da compiere, di un percorso da attuare nel divenire immagine: ed è cammino di incontro, di apertura. L’esistenza di ogni persona e la vicenda dell’umanità nel divenire immagine di Dio è così posta in rapporto al Dio creatore – che ha fatto ogni cosa bella – ma può attuarsi solo in una relazione in cui l’immagine frammentata viene composta insieme. L’uomo non è chiamato alla solitudine ma all’incontro con un tu che gli ‘sta di fronte’. Il divenire immagine è promessa, chiamata da vivere nell’incontro con l’altro: ‘Maschio e femmina li creò’. L’immagine della ‘costola’ nella cultura semitica porta il riferimento alla vita e nel racconto di Genesi la donna sarà chiamata Eva, la ‘vivente’. Ma anche la costola tolta rimarrà il segno di una mancanza, di una povertà che spinge all’incontro, all’accoglienza dell’altro e dell’altra. Dall’opera creatrice di Dio, il vivente, trae fonte l’incontro dell‘uomo e della donna, e tutto ciò è promessa di vita. La relazione si attua nell’apertura e nell’incontro di diversi: la chiamata a divenire immagine passa attraverso l’altro, in particolare nel rapporto tra uomo e donna. Contro ogni rifiuto della differenza che per la Bibbia si connota come idolatria, questi testi presentano la chiamata profonda dell’essere umano all’incontro riconoscendo differenze chiamate a comunicare e a riconciliarsi.

Nella pagina del vangelo i farisei sfidano Gesù e pongono una questione in termini di liceità nei rapporti tra marito e moglie: è lecito o non è lecito? La questione riguarda la possibilità del ripudio “E’ lecito a un marito ripudiare la propria moglie?” Nella versione di Matteo possiamo trovare l’aggiunta “per un motivo qualsiasi” (Mt. 19,3). Gesù appare innanzitutto in difficoltà di fronte ai termini in cui è posta la questione che intendono ingabbiarlo in dispute di scuola. E non dà risposte sul problema della liceità o meno del ripudio. Sa bene come la norma di Mosè era divenuta occasione per profonde strumentalizzazioni e abusi; radice di ipocrisia e di dominio maschile sulla donna. Gesù non risponde alla questione che riduce l’amore ad una questione di liceità. Richiama invece al cuore, richiama il disegno di Dio, parla della fedeltà a quel principio che è chiamata ad uscire dalla solitudine e di accoglienza per l’altro. Anche Gesù riprende la Scrittura, ma non come i farisei, e si scosta dal loro modo di leggerla. Ricorda il progetto di Dio che l’uomo non sia solo: non vuol farsi imprigionare nella logica del precetto. Offre una lettura liberata dalla preoccupazione per la norma che inaridisce i rapporti, ed apre invece a scorgere nella Scrittura quel soffio di vita che è il desiderio di incontro e di apertura all’altra posto nel cuore di Adamo. Adamo, chiamato a lasciare ogni cosa per poter aprirsi all’incontro, alla relazione. Interpreta così la Scrittura alla luce di un criterio di fondo: il suo sguardo va al progetto del Padre. Richiama l’intenzione profonda di Dio nella creazione: dalle sue mani è uscita una umanità immagine ‘plurale’ della sua stessa vita. Chiamata a divenire e a formare una  immagine nella differenza. Al centro sta il tema dell’alleanza, il gratuito comunicarsi di Dio al suo popolo e all’umanità nella fedeltà: Dio non viene meno alle sue promesse e ai suoi doni. Il rapporto tra uomo e donna è luogo in cui il regno di Dio si compie. E proprio tale esperienza è chiamata ad essere luogo profetico, di annuncio che Dio è fedele. L’amore dell’uomo e della donna ha al suo cuore questa apertura e chiamata: nella sua debolezza e concretezza, nella sua fragilità e nel suo limite essere traccia dell’amore fedele di Dio.

Gesù nel suo dialogo con i farisei ricorda questo annuncio e richiama al quell’ “in principio” che racchiude il sogno di Dio sull’amore umano e la chiamata presente. Nel suo agire incontrando le persone la sua attitudine è stata sempre l’accoglienza e l’ospitalità del cuore. Il suo sguardo – come al pozzo di Sicar con la samaritana – non è mai stato di condanna, di giudizio, ma di  compassione e di tenerezza. Per lui le persone non erano esecutori di principi,  ma nomi e volti e storie: donne e uomini, segnati da ferite e da storie faticose. Sempre ha aperto con la sua parola e con i suoi gesti un futuro di speranza: ha annunciato che Dio è fedele nel suo amore senza limiti.

Leggere questa parola per noi oggi può essere motivo innanzitutto per aprirci a chiedere al Signore di comprendere quale chiamata sta al cuore dei nostri percorsi di incontro e di relazione nelle storie  dell’amore umano.

Molti oggi vivono situazioni di difficoltà, di dolore e di ferite profonde nelle proprie storie di amore iniziate magari con impegno, con responsabilità e speranza ma ad un certo punto hanno vissuto il dolore dell’interruzione e della separazione. Le situazioni sono infinite, diverse e molteplici. Le vite di tanti sono segnate dalla ferita di una rottura avvenuta ad un certo punto. Chi vive il peso di storie interrotte e di separazioni dolorose spesso coltiva nel cuore sofferenza e sensi di colpa e talvolta avverte quasi un fallimento dell’intera esistenza. Leggere questa parola del Signore non deve essere motivo per sentirsi giudicati o lontani dall’amore di Dio. Gesù ci ha mostrato nel suo agire e nei suoi incontri solamente lo sguardo di compassione e di apertura al futuro e ha comunicato la speranza che rende responsabili per vivere l’amore, a partire dal presente. Per tutti in ogni momento sta davanti la chiamata a vivere con un cuore nuovo, capace di fare della propria vita un dono, non guardando al passato ma al futuro. Lui sì sapeva far fiorire anche tutto ciò che sembrava inaridito nel cuore di chi lo accostava. E non dovrebbe saper fare così anche la chiesa oggi, non essere pulpito di condanne e di giudizi ma luogo di annuncio che la fedeltà di Dio – quella sì e forse quella solamente – e il suo sguardo di attesa non viene meno nella vita di ogni uomo e donna? Fare come Gesù che apriva a far sbocciare capacità di amare in modi nuovi e oltre ogni confine e separatezza?

Per tutti questa parola è motivo per non dare spazio all’attitudine del giudizio sugli altri, ma per accogliere ciascuno con la sua attesa di comprensione e di incoraggiamento a crescere nell’amare. E’ anche motivo per chiedere al Signore di tenere accesa la lampada dell’amore, di non cedere alla chiusura che impedisce di aprirsi all’altro, di vivere la fedeltà fondamentale nel fare della vita un cammino per divenire immagine di Dio, nell’uscire dalla solitudine che inaridisce, nel continuare a sperare per se stessi e per tutti.

Alessandro Cortesi op

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