la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXVII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Gen 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto della creazione non intende essere spiegazione dell’inizio del cosmo, ma interpretazione del senso della vita e della chiamata fondamentale dell’uomo e della donna. Al cuore del messaggio biblico sta l’annuncio che l’essere umano è costituito come immagine di Dio. “Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). In quest’espressione sta un passaggio fondamentale della lettura ebraica e cristiana sul senso della vita dell’uomo e della donna sulla terra. Il dono di essere immagine di Dio comporta una relazione fondamentale all’altro. La stessa apertura all’incontro con Dio – sembra dirci questo testo – si vive insieme e sta dentro alla relazione dell’uomo con il ‘tu che gli sta di fronte’, uguale e diverso. La lingua ebraica esprime uguaglianza totale nella medesima dignità e diversità irriducibile con un gioco di parole: uomo è ‘ish’ e donna è ‘isha’’. Profondamente uguali ma anche diversi. Essere immagine è qualcosa di ricevuto, ma è anche promessa di un cammino da compiere, di un percorso da attuare nel divenire immagine: ed è cammino di incontro, di apertura. L’esistenza di ogni persona e la vicenda dell’umanità nel divenire immagine di Dio è così posta in rapporto al Dio creatore – che ha fatto ogni cosa bella – ma può attuarsi solo in una relazione in cui l’immagine frammentata viene composta insieme. L’uomo non è chiamato alla solitudine ma all’incontro con un tu che gli ‘sta di fronte’. Il divenire immagine è promessa, chiamata da vivere nell’incontro con l’altro: ‘Maschio e femmina li creò’. L’immagine della ‘costola’ nella cultura semitica porta il riferimento alla vita e nel racconto di Genesi la donna sarà chiamata Eva, la ‘vivente’. Ma anche la costola tolta rimarrà il segno di una mancanza, di una povertà che spinge all’incontro, all’accoglienza dell’altro e dell’altra. Dall’opera creatrice di Dio, il vivente, trae fonte l’incontro dell‘uomo e della donna, e tutto ciò è promessa di vita. La relazione si attua nell’apertura e nell’incontro di diversi: la chiamata a divenire immagine passa attraverso l’altro, in particolare nel rapporto tra uomo e donna. Contro ogni rifiuto della differenza che per la Bibbia si connota come idolatria, questi testi presentano la chiamata profonda dell’essere umano all’incontro riconoscendo differenze chiamate a comunicare e a riconciliarsi.

Nella pagina del vangelo i farisei sfidano Gesù e pongono una questione in termini di liceità nei rapporti tra marito e moglie: è lecito o non è lecito? La questione riguarda la possibilità del ripudio “E’ lecito a un marito ripudiare la propria moglie?” Nella versione di Matteo possiamo trovare l’aggiunta “per un motivo qualsiasi” (Mt. 19,3). Gesù appare innanzitutto in difficoltà di fronte ai termini in cui è posta la questione che intendono ingabbiarlo in dispute di scuola. E non dà risposte sul problema della liceità o meno del ripudio. Sa bene come la norma di Mosè era divenuta occasione per profonde strumentalizzazioni e abusi; radice di ipocrisia e di dominio maschile sulla donna. Gesù non risponde alla questione che riduce l’amore ad una questione di liceità. Richiama invece al cuore, richiama il disegno di Dio, parla della fedeltà a quel principio che è chiamata ad uscire dalla solitudine e di accoglienza per l’altro. Anche Gesù riprende la Scrittura, ma non come i farisei, e si scosta dal loro modo di leggerla. Ricorda il progetto di Dio che l’uomo non sia solo: non vuol farsi imprigionare nella logica del precetto. Offre una lettura liberata dalla preoccupazione per la norma che inaridisce i rapporti, ed apre invece a scorgere nella Scrittura quel soffio di vita che è il desiderio di incontro e di apertura all’altra posto nel cuore di Adamo. Adamo, chiamato a lasciare ogni cosa per poter aprirsi all’incontro, alla relazione. Interpreta così la Scrittura alla luce di un criterio di fondo: il suo sguardo va al progetto del Padre. Richiama l’intenzione profonda di Dio nella creazione: dalle sue mani è uscita una umanità immagine ‘plurale’ della sua stessa vita. Chiamata a divenire e a formare una  immagine nella differenza. Al centro sta il tema dell’alleanza, il gratuito comunicarsi di Dio al suo popolo e all’umanità nella fedeltà: Dio non viene meno alle sue promesse e ai suoi doni. Il rapporto tra uomo e donna è luogo in cui il regno di Dio si compie. E proprio tale esperienza è chiamata ad essere luogo profetico, di annuncio che Dio è fedele. L’amore dell’uomo e della donna ha al suo cuore questa apertura e chiamata: nella sua debolezza e concretezza, nella sua fragilità e nel suo limite essere traccia dell’amore fedele di Dio.

Gesù nel suo dialogo con i farisei ricorda questo annuncio e richiama al quell’ “in principio” che racchiude il sogno di Dio sull’amore umano e la chiamata presente. Nel suo agire incontrando le persone la sua attitudine è stata sempre l’accoglienza e l’ospitalità del cuore. Il suo sguardo – come al pozzo di Sicar con la samaritana – non è mai stato di condanna, di giudizio, ma di  compassione e di tenerezza. Per lui le persone non erano esecutori di principi,  ma nomi e volti e storie: donne e uomini, segnati da ferite e da storie faticose. Sempre ha aperto con la sua parola e con i suoi gesti un futuro di speranza: ha annunciato che Dio è fedele nel suo amore senza limiti.

Leggere questa parola per noi oggi può essere motivo innanzitutto per aprirci a chiedere al Signore di comprendere quale chiamata sta al cuore dei nostri percorsi di incontro e di relazione nelle storie  dell’amore umano.

Molti oggi vivono situazioni di difficoltà, di dolore e di ferite profonde nelle proprie storie di amore iniziate magari con impegno, con responsabilità e speranza ma ad un certo punto hanno vissuto il dolore dell’interruzione e della separazione. Le situazioni sono infinite, diverse e molteplici. Le vite di tanti sono segnate dalla ferita di una rottura avvenuta ad un certo punto. Chi vive il peso di storie interrotte e di separazioni dolorose spesso coltiva nel cuore sofferenza e sensi di colpa e talvolta avverte quasi un fallimento dell’intera esistenza. Leggere questa parola del Signore non deve essere motivo per sentirsi giudicati o lontani dall’amore di Dio. Gesù ci ha mostrato nel suo agire e nei suoi incontri solamente lo sguardo di compassione e di apertura al futuro e ha comunicato la speranza che rende responsabili per vivere l’amore, a partire dal presente. Per tutti in ogni momento sta davanti la chiamata a vivere con un cuore nuovo, capace di fare della propria vita un dono, non guardando al passato ma al futuro. Lui sì sapeva far fiorire anche tutto ciò che sembrava inaridito nel cuore di chi lo accostava. E non dovrebbe saper fare così anche la chiesa oggi, non essere pulpito di condanne e di giudizi ma luogo di annuncio che la fedeltà di Dio – quella sì e forse quella solamente – e il suo sguardo di attesa non viene meno nella vita di ogni uomo e donna? Fare come Gesù che apriva a far sbocciare capacità di amare in modi nuovi e oltre ogni confine e separatezza?

Per tutti questa parola è motivo per non dare spazio all’attitudine del giudizio sugli altri, ma per accogliere ciascuno con la sua attesa di comprensione e di incoraggiamento a crescere nell’amare. E’ anche motivo per chiedere al Signore di tenere accesa la lampada dell’amore, di non cedere alla chiusura che impedisce di aprirsi all’altro, di vivere la fedeltà fondamentale nel fare della vita un cammino per divenire immagine di Dio, nell’uscire dalla solitudine che inaridisce, nel continuare a sperare per se stessi e per tutti.

Alessandro Cortesi op

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