la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXII domenica tempo ordinario anno B – 2012

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

E’ un dittico quello che Marco propone a conclusione del cammino di Gesù. Quasi un suggello, un’ultima parola riassuntiva che racchiude tutti gli insegnamenti, tutto lo stile di un cammino. E’ un dittico che contrappone due cattedre, due modi di essere maestri.

Da un lato gli scribi che amano passeggiare in lunghe vesti…e pregano a lungo per farsi vedere. Sono i maestri religiosi, sono quelli che vogliono avere i primi posti e sono parte di un sistema religioso che riproduce i sistemi di potere umano con le loro logiche. E’ un modo di vita fondato sulla ricerca di essere primi, sulla visibilità, sull’affermazione e sulla ricchezza.

Per contrasto, nella seconda pala del dittico, Marco presenta il ritratto di una donna, del gesto minore di una vedova povera. E’ un ritratto quasi riflesso dello sguardo di Gesù che non si sofferma sui primi, ma pone attenzione ai nascosti e ai dimenticati.

Gesù – dice Marco – osservava come la folla gettava monete nel tesoro del tempio. Non osservava quanto, chi, ma come…E in quel ‘come’ Marco racchiude la capacità di individuare le tracce del vangelo presenti nella quotidianità e nell’interiorità. E’ la capacità di scorgere il regno di Dio presente e che sta crescendo tra le mani, nei cuori dei poveri.

Gesù indica ai suoi quella donna come autentica maestra: ha gettato più di tutti gli altri, ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere. Dopo il cammino verso Gerusalemme, dopo gli insegnamenti e le indicazioni sulla sua via, rimane quasi come ultimo messaggio, un gesto. Un gesto che racchiude tutte le parole di Gesù, si direbbe. E non è un gesto compiuto da lui, ma da una donna povera. Una parola che è divenuta vita e che si esprime in un gesto che facilmente poteva passare inosservato. Ma Gesù, richiamando i suoi a porre attenzione a quella vedova, dice molto di più. Indica loro di cercare i veri maestri là dove le folle non guardano, là dove non sono i primi posti o le manifestazioni eclatanti, là dove sembra che non ci sia nulla di cui meravigliarsi, e nemmeno nulla da guardare, perché si tratta di guardare ciò che sta dentro, nel cuore di quella vedova.  Nell’atmosfera del tempio, di fronte alle molteplici presenze che affollavano quel luogo sacro, nel clamore e nell’esibizione presenti, Gesù fissa il suo sguardo su un gesto marginale e lì trova traccia dell’incontro con il Padre suo.

E’ quello un gesto di affidamento e di dono. E’ un gesto che racchiude il senso profondo della fede come spossessamento e consegna di sé a Dio, a Lui solo, nel gesto di gettare due monetine. Una vedova, senza appoggio e sicurezza umana. C’è una semplicità commovente di questo gesto. Respira della naturalità di una fede vissuta come incontro. Non racchiude un interesse ma nemmeno l’intenzione di apparire in qualche modo, e neppure la sospensione o l’incertezza nel calcolare quante monete dovevano essere gettate. Quelle c’erano e quelle due monetine, che insieme fanno un soldo, vengono date, gettate. Non il superfluo ma quanto c’è, in un fiducia semplice che questo richiede il rapporto con Dio: vivere nel dare ciò che si ha, anzi di più, vivere nel dare ciò che si è, racchiuso in ‘tutto quanto aveva per vivere’. Una vita consegnata. Perché Lui ha cura di noi. Quella vedova in quel gesto consegnava la sua vita a Dio dicendo che in tutto si metteva nelle sue mani, senza trattenere altre sicurezze. Un gesto di fede. Un gesto di povertà come dono di sé e affidamento. E’ superamento di ogni sistema religioso: è proposta della bellezza della fede come accoglienza di un dono di presenza e risposta di vita.

Gesù indica questa vedova ai suoi discepoli come figura di chi è il discepolo: in questo senso è ‘vangelo’ bella notizia che riflette la sua stessa via: “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di tutti” (Mc 10,45).

Gesù indica uno stile di vita, ma più profondamente riconosce che la bella notizia di una vita che trova il suo senso profondo sta già in questo gesto. E per questo invita a sostarvi e a vedere in quella donna la vera maestra.

Nel vangelo di Marco si pone così un richiamo e un parallelo: all’inizio Marco aveva presentato la suocera di Pietro come modello del discepolo. Guarita dalla febbre nella visita di Gesù alla casa di Pietro a Cafarnao, dice Marco che ‘si mise a servirli’. Il discepolo ha il profilo di chi si lascia guarire dalle sue chiusure e aprire la vita alla cura per chi è vicino, ad accogliere e servire. E l’ultima indicazione di Gesù ai suoi prima dei giorni della passione è ancora una donna, una vedova povera: nel gesto di gettare due monetine è racchiuso ancora il cammino e il profilo del discepolo di Gesù. Chiamato a consegnare la sua vita, a viverla non nella ricerca di una ricchezza che diviene affermazione sugli altri e salita ai primi posti, ma nella gratuità del consegnare tutto quello che si ha per vivere, con la fiducia che Dio si prende cura dei suoi figli. Lo sguardo di Gesù è riflesso dello sguardo del Padre che vede e sa che quelle due monetine sono più di tutto quello che hanno gettato gli altri. Quasi un parallelo con il gesto della donna di Betania di cui Marco riporta queste parole di Gesù: “dovunque sarà proclamato il vangelo per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto” (Mc 14,9).

Questa pagina provoca oggi in modo particolare la nostra riflessione sulla vita.

La ricerca di posti di privilegio, la ricerca della visibilità contraddistingue un’epoca in cui importante è l’apparire. La presenza dei media, luoghi dell’apparire e della visibilità segna la nostra vita, ma si dimentica spesso che sono strumenti e non fini e la visibilità non può essere il fine dell’esistenza, tanto meno di quella delle chiese. L’indicazione di Gesù ‘guardatevi dagli scribi’ è parola che chiede di essere attuata innanzitutto all’interno delle comunità dei suoi discepoli. Una chiesa che si concepisce come luogo di potere o di affermazione di primi posti o di ricerca di riconoscimento mondano e privilegi è una chiesa che non ha accolto la parola di Gesù. Una chiesa preoccupata di fare proprie le logiche mediatiche del mondo è una chiesa che non sa volgere lo sguardo ai gesti dei poveri e lasciarsi istruire dagli autentici maestri di vangelo che Gesù indica nelle persone che non hanno potere né voce né visibilità.

La presenza di donne nella vita di Gesù e la sua capacità di scorgere nei gesti delle donne e di questa donna povera una traccia profonda di quello che egli aveva profondamente a cuore è indicazione di un tratto affascinante dell’umanità di Gesù. Gesù vive una profonda libertà nel volgere lo sguardo ai veri maestri che sa individuare al di là di riconoscimenti ufficiali. Manifesta anche una delicatezza particolare nel trovare l’essenziale del vangelo nei gesti nascosti di chi non è notato, di chi non ha prestigio o visibilità. Oggi tante donne sono tenute ai margini, come nella società di Gesù, così oggi anche nella vita delle chiese, a livello di insegnamento, nel riconoscimento di ministeri. Lo sguardo di Gesù è appello per dare voce ai gesti di donne che sono maestre nel loro rapporto con la vita e con la morte, in un quotidiano spesso dimenticato e inascoltato. Il vangelo e il ricordo ‘in memoria di lei’ sono parole che aprono a nuove comprensioni del vangelo nel nostro presente.

Gettare il superfluo è atteggiamento di chi vive la vita nel calcolo e lascia solamente le briciole agli altri, di chi ha molto da difendere e vive nella paura di perdere qualcosa. Gesù indica il gesto della vedova come esempio di una vita liberata: liberata dall’angustia e dal possesso, liberata nella fiducia che ‘l’olio dell’orcio non si esaurirà e la farina non verrà meno…’. E’ la libertà della fede che investe la concretezza dell’esistenza. Gesù propone due modi di vivere e suggerisce come ciò che è grande presso Dio sta nel nascondimento di un dono vissuto come consegna di tutto ciò che si ha per vivere, di se stessi.

Alessandro Cortesi op

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