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Spegnere l’incendio a Gaza, lavorare per una pace giusta

Riporto l’articolo di Flavio Lotti dal titolo “Io non ci sto! Voglio vivere in un paese che lavora per la pace e non per la guerra!” tratto dal blog ‘bocchescucite’ e un articolo di Giorgio Bernardelli che sottolinea la follia di questa nuova violenza e l’utilizzo blasfemo di parole tratte dai testi sacri per indicare azioni di violenza e di guerra. Rinvio al sito http://www.bocchescucite.org per poter seguire notizie con testimonianze dirette sugli eventi di questi giorni  (a.c.)

“Dalla parte di Israele. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha deciso di schierare l’Italia a fianco dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Ieri il ministro ha descritto la situazione con le stesse parole dei portavoce delle forze armate israeliane: “Sulla regione meridionale di Israele sono stati lanciati negli ultimi giorni 120 missili qassam con seri rischi per la popolazione”. In questo contesto di “forte tensione”, ha continuato il ministro, “Israele ha reagito eliminando il comandante di Hamas Jaabari”. “Eliminando”? Si ha usato proprio la parola “eliminando” senza alcun cenno di disapprovazione. Nessuna parola di condanna della violenza, nessuna parola di compassione per le centinaia di morti e feriti innocenti causati da questa nuova escalation.

Il Ministro Terzi si limita a dire che “è un momento molto preoccupante” e che “è necessaria e urgente un’azione che riduca le tensioni, dia sicurezza a Israele e restituisca un minimo di tranquillità alla Striscia di Gaza”. Avete letto bene. La priorità per l’Italia è ridare sicurezza a Israele e restituire un minimo di tranquillità alla Striscia di Gaza. Un minino, mi raccomando, che di tranquillità i palestinesi di Gaza non ne abbiano troppa. Nessun cenno alla necessità di fermare subito l’escalation. Nessun appello alle parti. L’Italia, lascia intendere il ministro, non vuole interferire con la strategia del governo israeliano.

Sono indignato! E sento il dovere di dirlo ad alta voce. Questo atteggiamento è profondamente contrario al buon senso, al diritto e alla legalità internazionale, ai valori e ai principi iscritti nella nostra Costituzione come agli interessi del nostro paese. E va cambiato. Chi non è d’accordo con il ministro degli Esteri Giulio Terzi parli forte e chiaro: L’Italia e l’Europa devono adoperarsi subito per spegnere l’incendio, non alimentarlo. La pace in Medio Oriente non ha bisogno di Terzi ma di un “Terzo” che costringa le parti a fermare l’escalation della violenza e a imboccare per davvero la via della pace, della giustizia e della riconciliazione. Diamo all’Italia una politica di pace!”

Flavio Lotti

Perugia, 16 novembre 2012

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La guerra a Gaza, tra droni e versetti sacri
di Giorgio Bernardelli
“Nuova fiammata nel conflitto. Una decina le vittime dei bombardamenti aerei nella Striscia, un razzo palestinese ha fatto tre morti in Israele. In questa corsa verso il baratro l’appello del Patriarcato latino: serve una soluzione internazionale. E i cattolici di Gaza si rifugiano in parrocchia

Da ieri pomeriggio Gaza e le cittadine israeliane circostanti stanno vivendo nuove ore terribili per una nuova fiammata di guerra tra Israele e Hamas, la più violenta dall’operazione Piombo Fuso del gennaio 2009. Erano alcuni giorni che si susseguivano i lanci di missili dalla Striscia e le risposte dell’aviazione israeliana, che purtroppo sono da tempo una tragica ricorrenza in questo angolo dimenticato del mondo. Poi ieri pomeriggio Israele ha deciso che questa volta voleva ristabilire sul serio la deterrenza, cioè la sua superiorità militare: così ha colpito a morte in un attacco il comandante militare di Hamas Ahmed al Jabali e ha lanciato una durissima serie di attacchi dal cielo (anche con i droni) e dal mare (con l’artiglieria delle navi) su un’area come Gaza che è un vero e proprio formicaio umano. In uno scenario del genere le vittime civili non sono una mera eventualità: il bilancio parla di una decina di morti. Nel frattempo Hamas e le altre fazioni palestinesi hanno risposto con una nuova pioggia di razzi, di cui uno – nel deserto del Negev – è caduto addirittura a 80 chilometri di distanza. Il che significa che anche Tel Aviv è alla portata di queste armi che sono altrettanto terribili e seminano la stessa paura e la stessa morte. La conferma è arrivata questa mattina quando un razzo palestinese ha colpito una casa nella cittadina israeliana di Kyriat Malachi facendo tre morti. E spingendo ancora più verso il baratro questa crisi.

Adesso – dopo aver praticamente per due anni parcheggiato in un angolo il conflitto israelo-palestinese, sorpassato dai fatti della primavera araba – fioccano le analisi che legano questa nuova guerra su Gaza alle elezioni politiche in programma in Israele il 22 gennaio. Prevedendo anche che non durerà molto, perché altrimenti per il premier israeliano Netanyahu potrebbe diventare un problema. Ma vanno tenute presenti anche le ripercussioni molto pericolose nei rapporti con l’Egitto: già ieri sera il presidente Morsi ha richiamato l’ambasciatore in Israele; rischiano di saltare le relazioni diplomatiche che furono il frutto degli accordi di Camp David tra Sadat e Begin. E bisognerà tenere d’occhio il Sinai, divenuto dalla caduta di Mubarak una zona che il Cairo non controlla fino in fondo con la presenza di gruppi Qaedisti: che succederà se nelle prossime ore anche da lì dovesse partire qualche razzo verso Israele? A completare il quadro di un Medio Oriente completamente in fiamme – oltre alla Siria la cui guerra tutti conosciamo – adesso poi c’è anche la Giordania dove da due giorni ci sono manifestazioni di piazza innescate dagli aumenti della benzina e duramente represse dalla polizia. E il regno giordano è l’unico altro Paese arabo che ha relazioni diplomatiche con Israele.

In questo quadro diventano pressanti le parole – cariche di amarezza ma prive di disperazione – pronunciate proprio ieri dal patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal, che in un’intervista rilasciata al sito del Patriarcato latino di Gerusalemme spiega come non ci sia una soluzione per Gaza, senza una pace complessiva e giusta per tutto il Medio Oriente, in grado di garantire i diritti di tutti. Parole a cui questa mattina si è aggiunto un comunicato in cui il patriarcato esprime vicinanza alle vittime e ricorda che la violenza non risolverà la crisi. «Solo una soluzione internazionale – si legge – potrà portare fuori da questo conflitto»

Al di là di quelli che saranno gli sviluppi, ci sono comunque due segnali estremamente preoccupanti da sottolineare. Il primo è l’utilizzo dei droni sul cielo di Gaza da parte dell’esercito israeliano, confermato da numerose fonti. Si tratta dell’ennesima follia: Gaza è un territorio di 360 chilometri quadrati abitato da 1,5 milioni di persone. Vuole dire il doppio della densità abitativa di Roma. Su un contesto di questo genere stanno bombardando con aerei telecomandati che già in altre guerre hanno dimostrato di essere scarsamente precisi. Tutto questo in un posto dove i suoi abitanti non hanno liberamente scelto di restarci: le frontiere sono infatti chiuse dal 2006, un abitante di Gaza – se anche riesce ad arrivare in Cisgiordania – viene riportato a Gaza se incappa in un posto di blocco israeliano.

L’altra vergogna è l’utilizzo di espressioni sacre per designare l’operazione militare. In ebraico l’esercito israeliano l’ha chiamata Colonna di nube – trasformato in inglese in Colonna di difesa. Si tratta di un nome che ha una chiara radice biblica: si rifà a Esodo 13, la Colonna di nube che accompagnava il popolo di Israele nell’uscita dall’Egitto. Quindi nell’immaginario di Israele viene presentata come una “guerra santa”. Per non restare indietro Hamas stamattina ha risposto chiamando la sua controffensiva «Stones of shale», «Roccia indurita», che è una citazione di Corano 105,4.

La Terra Santa è ancora una volta sfregiata dalla follia degli uomini e dalla loro appropriazione indebita delle parole più sacre. E in queste ore vale la pena di ricordare la piccola comunità cristiana della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Padre Mario Cornioli – un sacerdote italiano che vive a Beit Jalla, in Cisgiordania – ieri sera si è messo in contatto con loro e ha scritto sul suo profilo su Facebook: “”Ho appena parlato con abuna Paolo che si trova a Gaza a sostituire padre George e con le nostre suore…sono sotto le bombe, sentono botti da tutte le parti e le mura della parrocchia hanno tremato diverse volte…hanno un po’ di paura ma resistono con tanta fede a questa aggressione vigliacca che bombarda indiscriminatamente con i droni telecomandati…vergognatevi di quello che state facendo…disumani !!!!”.

Stamattina un nuovo aggiornamento attraverso padre Mario: ««Ho appena parlato con Suor Rahina (per gli amici conosciuta come suor Regina). Mi dice che la notte non hanno dormito per le esplosioni forti…che la nostra famiglie cristiane sparse per Gaza City stanno pensando di trasferirsi in parrocchia per avere un posto piu’ sicuro, che stanno pregando perche’ questo inferno finisca presto e domandano anche a noi di pregare e fare qualcosa…l’ho sentita piena di fede e questo mi rincuora!!!»

È il grido di dolore degli innocenti che sale ancora una volta da Gaza. Un grido che non ci può lasciare indifferenti.”

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