la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Dan 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-18; Mc 13,24-32

Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce… un linguaggio strano quello di Gesù in certi passaggi: è linguaggio di simboli che fanno pensare. Sono parole da interpretare al di là di un livello immediato. In esse è racchiuso uno sguardo che interpreta il presente e si spinge a scorgere oltre l’immediato: non c’è solo una storia di violenza e di tragedie che si susseguono e rendono vivo il senso del male e della distruzione, ma questa storia è orientata verso un orizzonte in cui l’ultima parola non sarà quella dei forti e quella del male. Ci sono cose grandi e potenti che incutono timore, come le grandi pietre del tempio, ma tutto questo si sgretola, viene meno. E c’è un contrasto radicale tra il venir meno delle potenze del mondo e del cosmo e la raccolta di chi viene e si china a raccogliere volti e presenze. Sarà raccolta in un incontro, in un raduno.

E’ linguaggio di apocalisse che non significa catastrofe ma rivelazione. Apocalisse è svelamento, lettura che toglie il velo ad una storia in cui è presente la violenza e la contraddizione e ne ravvisa il senso profondo e ultimo. Non quindi un discorso sulla fine dei tempi, ma un discorso su ciò che è ‘ultimo’. E l’ultimo non è qualcosa di lontano e disperso in un futuro irraggiungibile, ma è già qui. L’ultimo è il senso racchiuso nei gesti, nelle scelte, nelle parole di ogni giorno. L’ultimo non sta solo alla fine dei tempi ma è già presente nel tempo che ci è dato.

Con un linguaggio che sembra parlare della fine del mondo Gesù attira l’attenzione sul fatto che quanto sembra grande e invincibile viene meno e fa cogliere come la nostra vita può aprirsi ad un senso profondo che è in altre direzioni. Annuncia il volto di Dio che raduna, e parla di una presenza, il Figlio dell’uomo, come colui che viene e radunerà, da ogni estremità della terra e del cielo.

‘Dalla pianta del fico imparate… quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina’. L’estate è vicina: è la tenera attesa generata dai piccoli segni che nel momento dell’inverno e della prova, nel freddo, annunciano un tempo diverso e fanno vivere appesi all’attesa, protesi verso un ‘non ancora’ che però già spunta e si scorge nei segni da scorgere, da custodire con cura e attenzione, da lasciar crescere…

‘Sappiate che egli è vicino alle porte’. Non c’è solamente e non tanto qualcosa da sperare, ma l’attesa è rivolta a qualcuno. Nel suo venire, – Gesù descrive la figura del figlio dell’uomo come ‘il veniente’ – il tempo acquista uno spessore nuovo e diverso. Diviene spazio accogliente di un’attesa visitata. La nostra vita non va verso la solitudine ma verso l’incontro.

E’ una parola che invita a non restare prigionieri di una curiosità e di un’ansia tutta pagana di tenere sotto controllo tutto, il mondo e anche Dio: non si tratta più di guardare con terrore a quando e come sarà la fine del mondo. E spiegazioni e le previsioni della scienza non mancano. Sarà una grande catastrofe? Sarà una implosione di galassie? E neppure mancano le previsioni della fine che di tempo in tempo alimentano le paure collettive e le forme diverse di fuga dal pensiero della fine. Sembra che a Gesù tutto questo non interessi. Quanto a quel giorno e quell’ora nessuno lo sa… La fine è già qui: il venire del figlio dell’uomo si attua in un presente che rischia di scorrere via senza trovarci attenti a scorgerne la preziosità e l’importanza. Nell’ora che non sai c’è un venire, un farsi vicino, c’è qualcuno che può essere incontro da accogliere e ospitare. Il veniente si rende vicino nel volto dei venienti, dei migranti di ieri e oggi…

Per questo l’invito posto a conclusione del vangelo di Marco è quello di vegliare. Rimanere svegli nel tempo che ci è dato si connota come impegno a scorgere i piccoli segni che annunciano un venire che non fa stare soli, ma ci fa scoprire accolti.

Viviamo un tempo di crisi che reca con sé le paure per la fine del mondo. Si tratta piuttosto della fine di un mondo – generata da precise responsabilità e dall’egemonia di un sistema economico e finanziario che non regge più -. Ci appaiono grandi potenze che regolano le sorti dell’umanità: queste potenze vengono meno. Anziché affidarsi alle illusioni dei nuovi falsi profeti che invitano a riporre fiducia nei potentati e nelle logiche di una finanza che schiaccia i poveri, siamo invitati a stare svegli, a ripensare la vita nella conversione al vangelo. La crisi che viviamo, la fine di un mondo può essere occasione a esercitare la vigilanza: stare nella crisi non nella disperazione ma con lo sguardo lungo e profondo, lo sguardo che porta a cambiare la vita secondo modalità di sobrietà e di condivisione, che si pone dal punto di vista degli ultimi, che porta a nuove forme di solidarietà, che impara e accoglie la speranza che viene dal vangelo.

In ogni tempo i grandi potentati sembrano garantire e promettono sicurezza e futuro e d’altra parte forme di distrazione sono elargite da essi a piene mani (panem et circenses) per far sfuggire alle paure, per tranquillizzare a buon prezzo. Il paternalismo del potere è pervasivo e penetra profondamente condizionando modi di pensare e generando assuefazione e consenso. La parola di Gesù invita a scorgere una differenza: c’è qualcosa che passa e richiede uno sguardo capace di distanza, di indifferenza, ma anche di critica precisa e radicale. Ma c’è qualcosa che rimane: ‘le mie parole non passeranno’. C’è qualcosa di stabile a cui aggrapparsi: è una parola debole, che si espone ad essere considerata inutile e incapace nel quadro di un mondo dei dominatori e dei furbi, dei distratti e buontemponi. Ma è la debolezza dell’amore la parola più profonda della vita umana che rimane per sempre.

Attendere e vigilare. Sono due attitudini proprie del credente. Viviamo giorni in cui per chi vive a Gaza la fine del mondo è già presente e portata dai bombardamenti che colpiscono indiscriminatamente. I civili, le persone inermi sono coloro che pagano il prezzo di una spirale di ingiustizia e della violenza assurda che colpisce senza misura. In questo tempo siamo invitati a vigilare, a fare il possibile per fermare le armi innanziuttto e perché possano avviarsi nuovi percorsi di riconoscimento e di pace giusta. Anche e proprio nei momenti più faticosi l’invocazione dell’attesa Marana thà, ‘vieni Signore Gesù’ e l’impegno a vegliare e stare accanto a chi soffre si fa più urgente.

Alessandro Cortesi op

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