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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXIV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Dan 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37

La pagina del vangelo presenta il confronto tra Gesù e Pilato. Gesù è stato consegnato dai sommi sacerdoti, dal potere religioso e ora si trova davanti al rappresentante dell’imperatore di Roma. La questione è sul regno di cui Gesù è riconosciuto come re. Egli stesso aveva compiuto gesti che evocavano un significato regale e rispondevano ad attese di un re giusto: si era presentato come re, nel suo entrare a Gerusalemme cavalcando un asino, ed era stato acclamato da folle che avevano steso i mantelli al suo passare. Riponevano in lui la speranza che proveniva dalla promessa di Davide.  Eppure Gesù davanti a Pilato dice: “il mio regno non è – letteralmente – da questo luogo”, cioè non è di qui. C’è una differenza ed una distanza incolmabile. E’ re ma in un modo che mette in crisi ogni attesa radicata in un modo di concepire l’essere re come esercizio del potere e della supremazia  sugli altri. Chi è re esercita un dominio, ha un esercito, impone la sua forza, e per questo il potere politico, rappresentato da Pilato, lo guarda con sospetto ed è preso da timore. Ed è anche per questo che il potere religioso, il sinedrio, teme che le proprie prerogative siano minacciate di fronte alla parola e ai gesti del profeta di Nazareth.

Gesù davanti a Pilato parla sì di un regno, ma di un regno che ‘non è di questo luogo’. Si tratta forse di un regno che non è della terra ma si colloca in un’altra dimensione, quella dei cieli  e nulla ha che fare con la terra? Questa linea di interpretazione  apre le porte a tutte le letture spiritualizzanti che relegano il regno di Gesù in un ‘altrove’ che nulla ha che fare con la terra, per cui non è importante la dimensione del quaggiù, di questo luogo dove viviamo.  E quindi la testimonianza di Gesù non avrebbe alcun impatto concreto nel modo di vivere la responsabilità politica e sociale ma sarebbe unicamente un messaggio intimistico e di deresponsabilizzazione nei confronti della storia.

Eppure quell’espressione ‘il mio regno non è di questo luogo’ trova luce in un passo vicino del IV vangelo: quando Gesù fu crocifisso due malfattori furono crocifissi accanto a lui ‘uno su un lato’ e ‘l’altro sull’altro lato’. Su un lato e sull’altro, su ambedue i lati, è l’indicazione racchiusa in quell’avverbio utilizzato per affermare che il suo regno non è ‘di qui’.  Una allusione precisa e radicale al fatto che il regno di Gesù non è ‘da questo mondo’: non si colloca laddove si tratta di pensarlo secondo le logiche del dominio e della forza che s’impone e dispone delle persone. Tuttavia è proprio in questo mondo, si fa carne in questa terra, ha modi concreti di compiersi e di trasformare questa terra laddove la vita concepita come Gesù l’ha vissuta; ed il luogo in cui si manifesta il regno, il suo luogo, è sulla croce, lì in mezzo ai due malfattori, nel dono e nella consegna di sé all’altro, nella nonviolenza attiva che pone in primo piano la libertà della coscienza e non si lascia imprigionare nelle logiche del dominio e dello sfruttamento degli altri.

Nella consegna di tutta la vita a Dio e agli altri, Gesù manifesta il senso profondo di un regno che non segue le logiche della sopraffazione, ma il suo regno si compie ed il suo luogo si manifesta quando muore crocifisso tra i due malfattori. Un regno quindi che ha modo di cambiare le modalità dei rapporti e ha attuazione quaggiù, non un regno celeste che porterebbe ad una fuga dal mondo. Nell’immagine del ‘re’ sta il profilo di colui che dice il senso profondo della storia. Gesù è re non perché dominatore ma in quanto ricapitola la storia. La sua vita vissuta nel segno della consegna e del dono indica e compie il senso profondo della storia. Un regno diverso, che ha a che fare con questa terra e che ha il suo luogo laddove il dominio è capovolto in servizio e dove la vita è data per…: il senso stesso della storia sta nell’orizzonte del dono.

Alessandro Cortesi op

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