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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Battesimo del Signore

DSCF2660Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

Il battesimo di Gesù, il suo immergersi nelle acque del Giordano, è un passaggio fondamentale e segna una svolta nel suo cammino umano. Luca introduce il racconto dicendo “mentre tutto il popolo era in attesa…”. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica si colloca nell’atmosfera di una attesa profonda e diffusa. Mi sembra importante questo primo tratto che apre la pagina: Gesù si inserisce in un mondo in attesa, e si fa vicino a questa attesa, ne diviene partecipe inserendosi in un cammino insieme a tanti altri, senza distinzioni, senza privilegi.

Il gesto di Gesù manifesta qualcosa della sua identità. Così Luca rileggendo questo momento introduce sin dall’inizio del vangelo a rispondere alla domanda: Chi è Gesù? Si tratta di una epifania, manifestazione. E’ la manifestazione di un cammino inteso come cammino vicino, solidale. Gesù condivide attese e sentimenti, la vita di tutti coloro che erano stati smossi dalle parole e dalla testimonianza di Giovanni. Non solo, ma Gesù vive un gesto che esprime attitudine di conversione da parte di chi si riconosce peccatore e bisognoso di salvezza. La prima comunità cristiana dopo la Pasqua  ricorderà questo passaggio che rimane un fatto disturbante perché suscita domande scomode: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Luca presenta poi Giovanni come presenza che indica qualcun altro che viene: la sua parola rinvia ad una attesa che vada oltre la sua persona. E’ una testimonianza che fa riflettere e che può dirci molto sia a livello personale, sia pensando al ruolo delle chiese. Giovanni non pretende di esaurire in se stesso la presenza del messia, provoca ad attendere colui che viene, il più forte, spinge ad andare a Gesù. E’ testimone di qualcosa di importante, ha accolto nella sua vita una spinta di Dio, ma non ha chiaro e rinvia ad una ricerca da compiere, soprattutto non trattiene a sé ma invita le persone che vengono a lui a con-vertirsi, a rivolgersi ad altro, e a maturare una attesa più profonda. Giovanni è contestazione vivente di ogni pretesa di esaurire il mistero di Cristo sia nella presenza di qualcuno (si pensi alle forme di autentica idolatria papale anche oggi così diffuse, o alle forme di esaltazione di leader, fondatori e capi religiosi), sia nella tradizione di una chiesa o di particolari forme storiche di cristianesimo. Giovanni potrebbe essere indicato come profeta ‘provvisorio’, rinvia oltre e soprattutto parla di qualcuno che viene. La sua parola mette in movimento, apre e soprattutto responsabilizza anziché rinchiudere a sé.

Il battesimo di Gesù è così letto da Luca come ‘manifestazione’: delle acque e dei cieli. Mentre Gesù sale dalle acque tre elementi compaiono: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo. Il cielo aperto è immagine che parla di una comunicazione nuova tra il mondo degli uomini, la terra e il cielo, il luogo di Dio: non due mondi separati e lontani, ma aperti e vicini. E’ comunicazione nuova in Gesù, che si fa vicino e accanto. I cieli si aprono laddove c’è apertura anche della terra, conversione del cuore, disponibilità a cambiare. La colomba, simbolo del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11), è richiamo a testi di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2). Luca vede sin da questo momento l’inizio di una comunità che segue il messia.

La voce divina  richiama il salmo che cantava la salita al trono del re in Israele: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Sal 2,7). E nella voce risuona l’eco dei canti del servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42). In Gesù che sale dalle acque è tratteggiato il profilo di chi ha un compito di liberazione: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri” (prima lettura).

La voce dall’alto torna tre volte nel vangelo di Luca: la prima al Giordano, poi alla trasfigurazione, infine al calvario, quando Gesù si affida al Padre. Il Giordano, luogo considerato impuro, diviene il luogo in cui a Gesù si fa chiara la sua via. Nella voce c’è l’invio a vivere il cammino di un messia non con i tratti del re, del capo politico o militare, ma servo che dà la vita per gli altri. Sotto la croce sarà un centurione proveniente dal mondo dei pagani, a riconoscere che ‘egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Un’ultima osservazione: le parole ‘tu sei mio figlio, l’amato, in te mi compiaccio’, sono le parole rivolte a Gesù  che manifestano la sua identità: Ma si potrebbe anche parlare di una epifania – manifestazione – di ciò che ogni uomo e donna è nella profondità della sua esistenza: una creatura figlia, amata, su cui si  posa uno sguardo di gioia, di compiacimento. Scoprire un legame che segna una relazione di dono da cui tutta al vita dipende: essere figli. Scoprire che questo legame non è luogo di indifferenza, ma di sguardo appassionato e di cura: essere amati. Scoprire che non solo c’è un amore che precede e che fonda l’esistenza, ma che in questo riconoscimento c’è la gioia di un ‘Tu’ che tiene a noi e guarda con il coinvolgimento appassionato di chi sa cos’è la forza dell’amore: in te è il mio compiacimento. Tutto questo è la promessa di vita che Gesù apre e che può far respirare la nostra esistenza. E rende anche responsabili di dire ad altri, a chi non è riconosciuto, a chi non riceve gioia di sguardi benevoli, che la sua vita è preziosa agli occhi di Dio.

Alessandro Cortesi op

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