la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica tempo ordinario – anno C – 2013

300_gNe 8,2-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4,4,14-21

Luca presenta lo scritto che va ad iniziare come un ‘racconto’. E’ una notazione interessante su cui soffermarsi. E’ racconto che si fa memoria di quello che ha fatto e detto Gesù, il profeta di Nazareth e ci si può chiedere perché ad un certo punto le prime comunità avvertono la necessità di scrivere racconti. Raccontare Gesù, ritornare alla sua storia come cosa da narrare è centrale nella fede cristiana. Non c’è infatti solo l’esigenza di ricordare ma anche di raccontare, di trasmettere in forma di narrazione la storia di Gesù e di renderla un racconto. Ricorda e racconta il vangelo…

Il racconto poi non lascia mai impassibili e distanti: chi racconta diviene come quel vecchio ebreo costretto su una sedia a rotelle, di cui narra Martin Buber, che quando raccontava le storie iniziava a danzare trascinato dalla forza della parola. Il racconto autentico è immedesimazione e trasformazione e per questo è luogo di liberazione. E raccoglie non solo la memoria e la storia di altri ma vi immette anche l’esperienza e i sentimenti di chi ne è coinvolto, di chi trasmette racconti ricevuti. Per questo l’atto stesso del raccontare diviene luogo di guarigione, di salvezza, di possibilità di rivivere e rendere presente tutto ciò che continua a vivere e coinvolgere. Così Luca racconta riprendendo – e ciò è fondamentale – la storia di Gesù, radicando il suo vangelo nella storia di un uomo, il profeta di Nazareth, ma anche facendo cogliere che quella storia è feconda di altre storie e Luca vi immette la storia della prima comunità, della sua stessa fede. Per questo sarà scrittore anche degli Atti degli apostoli, una storia collettiva, di incontri, di sorprese, di comunità che vivono la novità dello Spirito di Gesù.

Nel racconto di Luca sta innanzitutto il richiamo a Gesù come uomo, alla sua identità che non viene racchiusa in un sistema di definizioni, ma viene presentata proprio nel racconto della sua vicenda, riprendendo le sue parole, ritessendo quel filo di narrazione di cui Gesù stesso era maestro. Egli che aveva fatto del raccontare uno dei modi tipici di esprimere il suo cuore, egli che sapeva raccontare e che parlava di Dio narrando parabole.

Ma quel racconto non è solo ripresa dei racconti di Gesù, è anche indicazione che Gesù stesso è parabola di Dio. La sua stessa vita è grande racconto, parabola che usa il linguaggio della poesia, il linguaggio che crea, plasma, trasforma e cambia lasciando aperta la domanda di una decisione e di un possibile coinvolgimento: e voi che ne dite? Il IV vangelo tradurrà tutto questo nell’espressione finale dell’inno del prologo: “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio che è nel seno del Padre lui ce lo ha narrato…”. Così Luca presenta un racconto nel quale ritrovare l’identità più profonda di Gesù, una identità narrativa, nascosta e da rintracciare nel racconto stesso, che si apre a generare altri racconti. Sono i racconti delle esistenze che lo hanno accolto, sono i racconti di coloro che si sono lasciati trasformare e coinvolgere in quel racconto.

Ci possiamo chiedere in quale modo parliamo della nostra fede: che tipi di linguaggio usiamo? Sono i linguaggi della imposizione o della persuasione autoritaria, o quelli delle definizioni ripetute senza comprensione e senza passione, o ancora quelli che confondono la fede con l’elencazione delle pratiche di culto da osservare o con l’elencazione di valori da affermare, magari con intransigenza nel contesto pubblico? Sappiamo pronunciare parole che coinvolgano, con mitezza, altri in un racconto che non è solo fuori dalla nostra vita ma che ne è luogo intimo e matrice profonda? Sappiamo accogliere e raccontare con gratitudine i riflessi di incontri con Gesù che traspaiono da vite nascoste? Sappiamo narrare lasciando aperture di attesa, come nei racconti più belli che si espongono, come una roccia protesa, ad altre parole, forse le più belle, ancora da venire, e da attendere con pazienza? Solo da questi racconti può sorgere accoglienza, risposta, meraviglia. Ma soprattutto sappiamo ancora avere orecchie attente ad ascoltare racconti giungono da voci sussurrate e che sfuggono ai clamori di parole urlate e prepotenti o alla mollezza di inviti suadenti e di false promesse? I racconti sono la ricchezza dei poveri, una ricchezza senza potere e senza prezzo e che pure vale molto più di cose ritenute tesori. E risiede in cuori capaci di custodire il tempo trascorso insieme, i ricordi, i gesti semplici, le parole.

Luca redige uno scritto ma il suo racconto è parola vivente. Il libro che ne nasce non è indicazione di qualcosa ma di qualcuno. Mi piace pensare che il racconto di Gesù giunge a noi attraverso i quattro libretti dei vangeli, ma anche attraverso rivoli dispersi, attraverso tanti altri racconti. Sono quei libri delle esistenze di singoli e degli intrecci di incontri e relazioni, i ‘quinti evangeli’ dei poveri. Sono i racconti di tutti coloro che senza proclami e senza pretese di essere i puri o gli esempi, senza messianismi e senza desiderio di riconoscimenti, sono di fatto i poveri cristiani. Sono i racconti di tutti coloro che nella loro vita hanno lasciato scrivere, con inchiostro proprio, o accogliendo come analfabeti i tratti di altri, righe di quella poesia che nel dirsi si dà e trasforma, e cambia – spesso senza accorgersene – i cuori, nella gratuità del seminare, aprendoli al dono, allo stupore dell’incontro, alla concretezza del servizio. In una parola al vangelo che è Gesù, parabola e racconto dell’amore del Padre.

Alessandro Cortesi op

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