la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3264Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Avvenne che dopo queste parole, circa otto giorni dopo, avendo preso con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, salì sul monte a pregare”.

Sul monte, luogo tra cielo e terra, avviene un cambiamento. In questa narrazione si esprime innanzitutto una risposta alle domande: ‘chi è Gesù?’, ‘Quale è la sua via?’ ‘Quale il cuore della sua esistenza?’. Seguendo una traduzione letterale del testo si possono cogliere alcuni rinvii preziosi nascosti tra le pieghe e inseriti da Luca come indicazioni di un percorso.

“Otto giorni dopo – dice Luca – dopo queste parole…”. Sono le parole pronunciate nella domanda rivolta ai suoi “chi dicono le folle che io sia?”, e ancora “ma voi chi dite che io sia?”. Sono ancora le parole con cui Gesù aveva annunciato la sua via, non una via di successo e di affermazione politica, ma la via del figlio dell’uomo, la via del servo sofferente, e aveva così indicato anche la via di chi vuole seguirlo, del discepolo: “se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda  ogni giorno la sua croce e mi segua”. E’ specifico di Luca (nel confronto con Matteo e Marco) l’aggiunta ’ogni giorno’, un richiamo ad una fedeltà che non è di un momento ma diviene un cammino che attraversa il tempo e trova la sua verifica nella quotidianità, nel tempo che si prolunga.

Dopo queste parole sul monte Gesù sale con Pietro Giacomo e Giovanni, per pregare. Anche l’attenzione al pregare di Gesù è insistenza propria di Luca. L’evangelista non si stanca di fissare i momenti del pregare di Gesù, un pregare vissuto in spazi di solitudine ed anche facendosi accompagnare da alcuni tra i suoi. Sul monte, proprio “mentre pregava”, avviene qualcosa che genera uno stupore nuovo nei testimoni. Si tratta di un momento vissuto dai discepoli di Gesù, durante il suo cammino? Si tratta forse di una pagina che esprime in una narrazione l’indescrivbiile e il non dicibile dell’incontro con lo sguardo e con la persona di Gesù che per i suoi amici è stata esperienza interiore e reale quando accolsero la sua chiamata e si misero a seguirlo? Si tratta forse di un racconto che Luca scrive dopo la Pasqua rileggendo il percorso di Gesù e anticipando l’esperienza dell’incontro con lui dopo la risurrezione? Possiamo lasciare aperti tali interrogativi e seguire il racconto come comunicazione di un evento – che va oltre il dato di cronaca – vissuto nelle profondità dell’esistenza e che ha segnato la vita dei testimoni. E’ un evento indicato con il nome di trasfigurazione.

Nel suo vangelo Luca non utilizza il verbo usato da Marco e Matteo: ‘fu trasfigurato’. Usa un linguaggio molto diverso: “l’aspetto del suo volto divenne un altro e il suo abito bianco sfolgorante”. Cerca così di evitare una descrizione che dia adito a pensieri di tipo magico. Cerca di mantenere la distanza rispetto a tutto ciò che potesse richiamare facilmente uditori – che conoscevano i racconti della mitologia greca e romana – alle metamorfosi delle divinità capricciose. Luca parla di un ‘volto altro’. Il suo volto trasfigurato indica una realtà profonda che si rende visibile: riluce di una luce diversa. C’è un cambiamento ma è un cambiamento particolare, unico: c’è una luce che rifulge e cambia ma sta dentro il volto umano e vicino di Gesù.

E con Gesù due uomini, Mosè e Elia, che parlavano del suo esodo: Gesù è accostato ai due grandi profeti che sintetizzavano nella loro vicenda tutta la storia dell’alleanza, della comunicazione di Dio con Israele, la storia della promessa e dell’attesa. Mosè, la guida del popolo verso la terra promessa, Elia, il profeta del fuoco, atteso negli ultimi tempi. Gesù con loro parla del suo esodo, dice Luca: c’è un esodo che si rinnova. La via di Gesù viene così indicata come esodo richiamando la memoria di quell’esperienza di passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla servitù degli schiavi al servizio di uomini liberi. E’ il cammino di Gesù, un esodo, ma esso coinvolge anche quanti hanno ascoltato le sue parole: “se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso prenda la sua corce e mi segua…” Gesù parla del suo esodo, dopo le parole dette a chi desidera seguirlo.

E Pietro e quelli che stavano con lui “videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui”. Quell’evento è nel cammino del figlio dell’uomo, un momento di luce e di gloria. Luca introduce questo termine, ‘gloria’, proprio sul monte, mentre i tre stanno dialogando. ‘Gloria’ indica qualcosa che appartiene a Dio, è la ‘pesantezza di Dio’. La presenza di Dio si rende vicina nel cammino dell’esodo in alcuni segni, la nube, il fuoco. Questi la velano e la nascondono, ma la rendono anche presente. Ed è presenza, lontana e vicinissima, che non può essere trattenuta e che pure si rende vicina, segue il cammino e sosta insieme. La gloria di Dio scendeva e si rendeva presente nella tenda dell’incontro. Così mentre Pietro dice “maestro è bello stare qui, allora facciamo tre tende…venne una nube e li copriva con l‘ombra … e venne una voce dalla nube che diceva. Questi è il mio figlio l’eletto ascoltatelo”.

Il cammino del ‘figlio dell’uomo’, il profeta di Nazaret rifiutato e sofferente, dal punto di vista umano è un fallimento. Luca indica che lì in quel volto sta la gloria di Dio: nella storia di Gesù, nel suo corpo, si manifesta l’amore che perdona e salva, il volto di Dio come amore pieno di compassione.  Gesù parla ai suoi della sua strada indicandola come esodo in cui si espone a subire il rifiuto e la sofferenza in fedeltà alla testimonianza di un amore di Dio senza confini, che guarda agli umili, si distanzia dalle logiche dei poteri umani e rompe con  tutti i sistemi religiosi divenuti luoghi di potere umano. Dentro a questo cammino sta qualcosa d’altro: nel volto umano di Gesù, che vive il suo esodo di sofferenza è presente una luce inafferrabile e vicina: è il ‘volto altro’ di Gesù. Lì, nella sua debolezza, nella sua scelta di percorrere fino in fondo la strada del dono di sé e del servizio, della vicinanza ai poveri, si manifesta una luce unica, la presenza di Dio. E la nube e l’ombra e la voce rinviano ad un esodo che si rinnova: è esodo di Gesù, ed è esodo di chi lo segue.

‘Ascoltatelo’ è l’imperativo finale: ascoltare Gesù e lui solo dovrebbe essere il riferimento unico per coloro che hanno scoperto come la sua parola non esprime un sistema di pensiero ma rivela il senso più profondo della vita umana, ciò a cui siamo chiamati.

Alcune  osservazioni per noi oggi.

L’episodio della trasfigurazione ci parla di una conversione da attuare: conversione che è innanzitutto un modo nuovo di pensare al volto di Dio. La gloria, la presenza di Dio si fa vicina nel volto fragile di colui che vive la sua vita come offerta al Padre e solidarietà con gli altri. Sta qui il significato profondo della croce e ad esso rinvia tutta la pagina della trasfigurazione sul monte: la croce, che di per sé è conseguenza dell’ingiustizia e della cattiveria umana, è vissuta da Gesù nella libera scelta di trasformare il rifiuto e l’ingiusta condanna subita nello spazio in cui attuare un amore senza confini. E’ uno svelamento del volto di Dio come amore, ma anche del vero volto dell’uomo, della sua immagine più nitida, l’immagine che respira della chiamata al dono di sé.

Il volto altro di Gesù dovrebbe indicarci come seguirlo sulla sua via: è questa la preoccupazione di Luca nel situare questo evento proprio all’inizio del cammino verso Gerusalemme. Gesù indica la via per ritrovare se stessi, il senso profondo dell’esistenza. Non è una metamorfosi ma un vivere uno sguardo altro, un cogliere un volto altro in se stessi e negli altri… Non è un cambiamento dovuto ad una scelta volontaristica, si tratta piuttosto di lasciarsi illuminare, lasciarsi aprire ad un modo di vedere tutto in un’altra luce. Ci dice che lo sguardo sulle persone, sulle situazioni e sulla storia è questione di un volto altro, di uno sguardo altro, che si è lasciato permeare da luce, che si è aperto all’ascolto.

C’è nella nostra vita un profondo desiderio di cambiamento. Cambiamento di condizioni di vita, cambiamento nella società, nella vita politica, cambiamento nella chiesa. L’evento della trasfigurazione ci parla di un cambiamento che non è andar dietro all’ascolto di facili venditori di illusioni. Non è neppure inseguire un cambiamento come capovolgimento di tutto, come in un atto magico, in una metamorfosi istantanea. Gesù indica un cambiamento che coinvolge interiorità e genera percorsi nuovi di una comunità chiamata a seguirlo. Rinvia ad un cammino.

“Ascoltatelo” è l’invito della voce: un invito ad entrare nella sua preghiera. Tutta la vita di Gesù sta nell’ascolto del Padre per cogliere il suo disegno e la sua chiamata nella sua vita. Ascoltare è il verbo di una relazione in cui si dà spazio all’altro. Ascoltare Gesù dovrebbe essere il primo atto di una chiesa che ritorna a lui, alle sue parole, che ritorna al vangelo. Solo nell’ascolto e non in altre strategie è possibile scoprire come le crisi e le difficoltà del presente possono essere lette come tempo favorevole, occasione per una trasformazione profonda dell’esistenza. E’ un cambiamento possibile perché si lascia spazio all’altro, e il volto, come quello di Gesù, diviene ‘altro’. Ascoltare è scoprire la parola più tenera e profonda che trasforma l’esistenza, la parola della relazione: ‘tu sei figlio, tu sei figlia, tu sei amato, tu sei amata’. E’ la parola che rompe la solitudine e la distanza, che cambia le esietnze perché le apre ad una ospitalità originaria e ad una attesa accogliente. E’ la parola che rivela quell’ascolto all’origine dell’esistenza, e che attende. E’ un ascolto impegnativo ed esigente perché implica anche il tralasciare tanti altri tipi di ascolto: ‘ascoltatelo’ indica una direzione ben precisa, ed un rapporto da coltivare nel quotidiano. In questo percorso sta la nostra conversione non opera nostra, ma dello Spirito in noi e nostra nello Spirito, apertura a lasciarsi cambiare la vita nell’incontro con Gesù, dalla sua Parola.

Alessandro Cortesi op

 

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I domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3333Dt 26,4-10; Sal 90; Rom 10,8-13; Lc 4,1-13

“…pieno di Spirito Santo si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto”

Un particolare è sottolineato da Luca in questa pagina delle tentazioni di Gesù: è l’insistenza sulla presenza dello Spirito nella sua vita. Lo Spirito discende su di lui al momento del battesimo al Giordano. Lo Spirito lo guida nel deserto. Le tentazioni sono da leggere come sottili tentativi di distoglierlo dal suo cammino e dalla sua scelta fondamentale.

Luca organizza le tentazioni in tre scene, nel deserto. La prima è la sfida : “di’ a questa pietra che diventi pane”. Si tratta della richiesta di trasformare tutto in pane, di inseguire solamente il soddisfacimento dei desideri di un benessere materiale chiuso ad ogni altra dimensione, di pensare la sua stessa missione, il suo essere messia nei termini di un risposta a richieste materiali.

La seconda è la sfida presentata ‘in alto’, guardando tutti i regni della terra: “se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me tutto sarà tuo”. E’ la tentazione di un potere inteso come ottenimento di gloria sottomettendosi alle logiche dell’ingiustizia, della menzogna e dell’oppressione, le logiche ‘diaboliche’ che dividono l’uomo dall’uomo e da Dio stesso.

La terza è situata sul punto più alto del tempio: “se tu sei figlio di Dio gettati giù di qui”. E’ sfida sottile: indica la pretesa di evidenze, di prodigi manifestati che esigano subito il riconoscimento e il prestigio con l’ostentazione di un potere sovrumano. E’ la via di un messia che s’impone con il prodigio e non vive la debolezza e il rifiuto.

Sono tre prove che risultano essere quasi una sintesi della prova continua vissuta da Gesù nella sua esistenza. Era infatti provocato ad offrire segni spettacolari, a rispondere a bisogni che corrispondevano ai desideri di soluzione di problemi e di potere. Ma nei vangeli Gesù si sottrae quando vede che i suoi gesti possono essere male intesi: come il suo gesto di distribuire e condividere pane, se esso non apre ad una sete e ad una fame ulteriori. Si sottrae anche quando i suoi stessi discepoli cercano di chiedere per loro posti di potere e prestigio. Gesù sfugge anche quando i farisei gli chiedono segni spettacolari, un segno dal cielo. Le tentazioni ci parlano del cammino di Gesù, sottoposto alla prova nel cuore della sua missione.

C’è un versetto di Luca importante, che riprende, verso la fine della narrazione l’episodio delle tentazioni o prove di Gesù (Lc 22,28) “voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove”. La prova è esperienza di Gesù nel deserto, nel cammino della sua vita, ma è anche prova della sua comunità, di coloro che sono chiamati a stare sotto la prova e a non cedere. E non cedere alla prova significa, nel deserto, rimanere fedeli allo Spirito, accogliere lo spirito. All’inizio del suo cammino Luca presenta Gesù lucido, e libero di fronte alle prove.

Forse anche noi dovremmo chiederci quali sono gli ambiti della prova oggi, per essere lucidi di fronte a diversi generi di prove. Provo ad indicarne alcune.

Non di solo pane vive l’uomo. La prima tentazione è quella di ridurre tutto a pane da consumare. Attenzione! Non il pane da condividere, non il pane che è frutto di fatica e lavoro e reca in sé il segno della convivialità e della accoglienza. Ma il pane da consumare. La ricerca di una soddisfazione che tutto prende, ingloba e consuma, che tutto riduce a guadagno nella ricerca di beni materiali. E’ il modo di concepire un’esistenza in cui tutto è riducibile alle forme del desiderio e del desiderio materiale. Il soddisfacimento dei propri bisogni, il perseguimento dei propri interessi senza curarsi degli altri, l’accaparramento per cui si accumula senza pensare ad altro. L’avidità che svuota la solidarietà. Le radici di tanta aggressività, violenza, incapacità di relazioni sorgono proprio dalla pretesa di avere felicità in un consumo che permea tutto il vivere: si consumano beni, risorse, mezzi, sino le persone. Essere spinti nel deserto dallo Spirito è occasione per divenire lucidi e saper riconoscere questa tentazione che svuota la vita e la rende schiava di una tensione a consumare senza rapporto con l’altro. Di fronte alla richiesta che la pietra diventi pane Gesù risponde che l’uomo ha bisogno non solo di pane e quel pane di cui pure ha bisogno deve recare con sé apertura ad altro, alla condivisione ad un incontro più profondo.

La seconda tentazione riguarda il potere. Viviamo un tempo in cui la perdita del ruolo sociale porta la chiesa a cercare nuove forme per poter incidere sulla vita politica e sociale. Ma non è forse questa una vera e propria tentazione da riconoscere? Gesù rifugge la via del potere che per affermarsi accetta il compromesso con l’ingiustizia, con la corruzione, con  l’adorazione di ciò che non è dio  e separa (diavolo è il separatore, colui che divide) l’uomo da Dio stesso. Gesù riprende qui la critica profonda dei profeti ai Baal: Baal è quel padrone che tutto compra. Viviamo anche oggi forme di potere in cui tutto è ridotto a merce da comprare e scambiare, il lavoro stesso viene ridotto a merce, la vita delle persone, le donne sono ridotte merce, e tutto viene sottoposto alle regole di un padrone che compra a suo piacimento. Nel deserto lo Spirito può guidare a sottrarsi a queste logiche pervasive e riconoscere solamente il Dio dei poveri, dei sottomessi degli offesi.

La terza tentazione è il rifiuto del miracolismo, della ostentazione, dei segni prodigiosi. Gesù rifiuta di prendere questa via di un messianismo del prodigio, della manifestazione e sceglie invece la via del servizio del nascondimento, del farsi prossimo, che non cerca di guadagnare ma perde la propria vita, la consegna al Padre e agli altri, fino alla fine. E’ la via di un ascolto del Padre e di chi gli si fa incontro, è la sua obbedienza fondamentale ed è anche la via della fraternità vissuta come un rimanere solidale fino alla fine. Non è forse questa via dell’ascolto, della solidarietà e della fraternità la strada da riscoprire oggi per le chiese?

Il deserto che Gesù vive è il deserto biblico: è un luogo ma è anche un simbolo. E’ simbolo dello spazio in cui si riscopre l’essenziale, è lo spazio dell’inermità e della debolezza. Nel deserto si sperimenta la propria piccolezza e gli spazi sconfinati, la paura dei pericoli, la necessità delle cose essenziali. Nel deserto si viene spogliati da tutto ciò che è appesantimento, sovrappiù, non necessario. Deserto nella bibbia è luogo di prova: c’è la sete, la mancanza di cibo, c’è la prova più radicale rappresentata dalla nostalgia di quando si era schiavi: almeno in Egitto – è la mormorazione del popolo – avevamo le pentole piene di cipolle per poter mangiare, nel deserto neppure quello. Ma il deserto è il luogo dell’incontro con Dio che guida, con lo Spirito che apre alla libertà, anche dalle proprie angustie ricerche. Il deserto è tempo di rinnovamento e di fidanzamento, tempo dell’incontro nella novità e dell’intimità di ascolto di una parola che raggiunge l’interiorità, che tocca e cambia la vita. “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,17). Vieni con me nel deserto. Questo è l’invito di questa Quaresima.

E’ da riflettere sul fatto che le recenti dimissioni del papa sono situate all’inizio di un tempo di deserto, la quaresima di quest’anno, tempo importante per recuperare l’essenziale, per fissare lo sguardo su Gesù, per vivere cambiamenti di rinnovamento. In questa scelta leggerei innanzitutto l’indicazione di una debolezza, di una sincera e umana espressione di ‘non farcela’ di fronte non solo alle fatiche dell’età, ma anche ad una situazione di lotte di potere e di perdita di orizzonti di vangelo all’interno della stessa chiesa. Questo gesto potrebbe portare all’irruzione di un senso di umanità che desacralizza la figura stessa del Papa chiamato ad un servizio da vivere con umiltà finché è possibile. Penso che indichi anche la necessità di ripensare in visione ecumenica il ruolo del papato, del ‘presiedere nella carità’ come un servizio che può essere assunto e continuato da altri – un servizio da vivere nella condivisione reale di peso e di ricerca – nel riconoscere la debolezza umana e la possibilità di scelte diverse, secondo coscienza, in situazioni diverse (in modo diverso dal suo predecessore). E’ un gesto che parla di silenzio, di distacco da una posizione di potere per una ricerca più essenziale e profonda che dovrebbe stare al cuore di ogni ruolo e posizione nella chiesa.

E’ anche un gesto che reca in sè l’apertura ad un ripensamento, ad una conversione ecclesiale: la chiesa dovrebbe ritrovarsi in modo diverso oggi attuando un cambiamento radicale in rapporto al vangelo, ponendo la fraternità al centro, rinnovando forme  di governo nella direzione di un servizio condiviso e plurale, aprendo ad un domani in cui non si parli più solamente di cardinali o di ‘uomini di chiesa’ ma anche di… donne… e di ‘poveri cristiani’ (il gesto del papa ha riportato al gesto di Celestino V narrata da Ignazio Silone come l’avventura di un povero cristiano), e di poveri da mettere al centro al seguito di Gesù che si è fatto povero per noi perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).

Alessandro Cortesi op

 

V domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF2821Is 6,1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Il fallimento, la sorpresa, l’inadeguatezza. Tre elementi che sono al cuore della narrazione di questa pagina e che possono condurci a riflettere su un incontro con Gesù che non è solo quello dei primi apostoli che Gesù ha incontrato sulle rive del lago di Genezaret, ma è anche l’incontro all’origine – sia esso consapevole o meno – del cammino di ogni uomo e donna: una chiamata, una relazione originaria e gratuita. La narrazione di Luca della chiamata sulla riva del lago dopo una pesca fallimentare è storia che rimane aperta e allarga gli orizzonti oltre i confini di un ricordo. E forse è anche quell’incontro che tanti portano nel cuore anche se non gli sanno dare un nome quando s’interrogano sul senso della propria vita, quando lasciano spazio a ciò che va oltre la superficie, al di là delle apparenze.

Il fallimento. Pietro è pescatore, nella sua vita il lavoro è ciò che riempie il suo vivere e nel lavoro, nell’abbondanza delle reti tirate sulla barca, trova il senso e la gratificazione che dice la sua identità. Ma Pietro con i suoi vive anche la fatica del fallimento, le uscite vane e i ritorni mesti dopo una notte trascorsa a lavorare e chiusa senza aver preso nulla. Dietro quella parola sconsolata e delusa, ‘non abbiamo preso nulla’, sta l’allusione al fallimento che segna la vita. Oggi la dimensione del fallimento è spesso negata, per lo più nascosta. I modelli proposti sono vincenti, e quando il mondo crolla sotto i piedi è difficile accettare le situazioni, la vicinanza degli altri, e addirittura se stessi. Il fallimento attraversa in modo improgrammabile la vita. C’è il fallimento nel lavoro, nel mancato adempimento di speranze e attese; è anche il fallimento che interrompe esperienze di vita, percorsi di amore. E’ il fallimento che giunge inatteso laddove c’erano pensieri di futuro, programmi e pianificazioni e la vita invece interrompe percorsi preordinati imponendo scelte su strade non contemplate. Il fallimento è momento di verità: saperlo riconoscere apre a poter affrontare la vita con i suoi limiti, a scoprire che non si è padroni, ma creature fragili, esposte ad ogni genere di imprevisto. Eppure i modelli, irraggiungibili, ideali, sono quelli delle persone riuscite, che centrano sempre l’obiettivo, i vincenti e privilegiati, che non hanno mai assaporato il pane duro e amaro di tempi, lavori, separazioni e solitudini o di ambienti e situazioni subite e da attraversare.

In quella notte non avevano preso nulla. Gesù si fa incontro ad una compagnia di falliti, pescatori che avvertivano l’incapacità delle loro forze e l’inutilità della loro fatica. Questo suo farsi incontro nel fallimento e il suo invito a prendere il largo non sono senza significato, proprio all’inizio del cammino di coloro che lo seguiranno. La chiamata stessa avviene proprio in quel momento. Al cuore di un fallimento sta un riconoscimento di autenticità. Lì si rivela il volto più fragile, ma per questo anche il più vero, delle persone. Riconoscere il proprio venir meno è passaggio che apre a consapevolezza di dimensioni nuove della vita. Solamente chi ha percepito in qualche modo la sorda sofferenza della propria incapacità e del mancato compimento di progetti e speranze è persona che ha fatto il passaggio da un mondo adolescenziale ingenuo viziato e gonfio di sé ad uno stato nuovo, laddove si scopre che la vita non è solo conquista, realizzazione, privilegio. E’ esperienza sconsolante accorgersi come a fronte di tanti che sperimentano fallimenti che diventano abissi da cui non è più possibile risalire, fa fronte una massa di persone che non ha mai vissuto tali passaggi e vive il cammino dell’esistenza, in mondi di sogno e di privilegio, in una presuntuosa indifferenza della sofferenza altrui. Gesù si fa incontro a persone che sperimentano il fallimento, che sanno chiamare per nome l’esito di una notte di lavoro perduto, che non si nascondono di fronte all’esito insufficiente delle loro opere e dei loro sogni.

La sorpresa: la prima sorpresa è il gesto di Gesù che sale su quelle barche vuote, e proprio di lì si pone ad insegnare. La seconda sorpresa è la parola di Gesù ‘Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca’. E’ una parola che invita ad uscire, ad allargare orizzonti e pensieri, a non fermarsi e lasciarsi chiudere entro confini angusti. Potremmo pensare alle stanze chiuse di ambienti culturali e religiosi insensibili alle sfide dell’altro, del nuovo, dell’oltre, ad appartenenze che non fanno respirare e che mantengono in una costrizione della mente e della libertà. Prendere il largo è invito che sorprende quando si è prigionieri di un fallimento che diviene giudizio sulla vita. Lo sguardo di Gesù sulle persone che incontra non è uno sguardo inquisitore né indifferente. Il suo invito non chiude, ma spinge al largo, apre storie nuove. Il suo sguardo accoglie il fallimento e sa guardare oltre: sa indicare direzioni inedite. Prendere il largo è aprirsi a dimensioni nuove, scoprire che proprio il fallimento è occasione di nuove navigazioni, di nuovi cammini, non più soli, ma visitati da una presenza e aperti ad un incontro diverso.

La sorpresa è innanzitutto una sorpresa di contrasto, tra l’esito insignificante di una fatica appena conclusa senza risultato e una nuova partenza, un nuovo prendere il largo. “… ma sulla tua parola getterò le reti”. La prima sorpresa nel cuore di Pietro e degli apostoli è la sorpresa per una parola che apre e non chiude, che fa respirare e che spinge a partire. Una parola di speranza ed una parola che genera fecondità inattese. Una parola ben diversa da tutte le parole che inchiodano con un giudizio, che escludono in una catalogazione che non guarda alle persone; diversa anche dalle parole vuote di chi vende illusioni e non prende su di sé fallimenti e sofferenze degli altri, ma ne fa occasione di propaganda politica irresponsabile e di perseguimento di propri interessi.

“Presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano”. La seconda sorpresa sta proprio sull’efficacia della parola. Sta qui nascosta la dimensione poetica della parola di Gesù: le sue parole sono capaci di cambiare situazioni, di aprire esistenze, di generare cammini di relazione. Sono parole che operano e creano cose nuove. Luca esprime tale fecondità di una parola che non rimane senza effetto nella misura esorbitante di una pesca non programmata e insperata.

E’ anche la sorpresa espressa da Pietro quando vede la sua vita germogliare ad una dimensione nuova mai prima pensata. “Allontanati da me che sono un peccatore”: Pietro avverte davanti a Gesù la sua inadeguatezza, la sua distanza. E’ ancora un passaggio di autenticità: il pescatore di Galilea vive la meraviglia di quella pesca abbondante come esito di un dono che lo supera e lo cambia nel cuore. Non più un lavoro rinchiuso nell’angustia di un quotidiano chiuso e op, ma un lavoro come servizio dove non si tratta di prendere pesci, ma di entrare in rapporto di vita con gli altri. Così Pietro rilegge tutta la sua vita in modo nuovo. Vive l’esperienza della fede come senso di affidamento nella consapevolezza di una alterità irriducibile eppure vicinissima. E chiede a Gesù di allontanarsi perché avverte una presenza altra e tuttavia talmente vicina che gli sconvolge la vita. Finora ha inseguito forse un modello di pescatore, teso a vincere, a realizzare pesche eccezionali nell’affermazione di sé e della sua forza. Scopre che tutto è dono, scopre soprattutto che il dono è presenza, e lo situa in relazioni nuove che gli capovolgono l’esistenza e tutto gli fa apparire in una luce nuova.  Le parole di Pietro sono quindi parole di una fede che si scopre inadeguata.

Tre considerazioni sul nostro presente:

Il fallimento: perché non guardare la vita chiamando per nome i  nostri fallimenti e scorgendo in essi una parola e uno sguardo di speranza, lo sguardo di Gesù che ci apre a prendere il largo, a non fermarci lì. Guardare la vita dalla parte dei falliti porterebbe ad uno sguardo molto più profondo, più capace di compassione, più in grado di volgersi a ciò che è essenziale.

La sorpresa. Il credente è persona chiamata alla sorpresa. Sorpresa di un partire verso orizzonti  larghi e aperti, dove scoprire una fecondità inattesa della propria vita, dove scoprire la riconoscenza per un dono scoperto come presente. Chiamati alla sorpresa di un invito che spinge a mettersi in relazione, a cambiare direzione dell’esistenza. Non tanto la ricerca di risultare vincenti, non l’inseguire un’affermazione di riuscita, ma lo stare in relazione, in rapporti di vita.

L’inadeguatezza. Viviamo un tempo di individualismi e di massimalismi. C’è chi ripropone anche il vangelo in modi talmente esigenti da essere disumani, solo per superuomini, per esseri eccezionali. Forse accettare la propria inadeguatezza, il cambiamento radicale che Gesù chiede nel modo di concepire la vita, ma anche la sua vicinanza proprio nei nostri fallimenti apre ad una possibilità di vivere il seguirlo spossessati di tante certezze. Inadeguati quindi, ma prendendo il largo. Un nuovo modo per dire la povertà non nei termini di una manifestazione di capacità superiori, ma nei termini della condivisione con tanti che nei fallimenti e nelle piccole riuscite della vita scoprono la parola di Gesù che apre a scoprire dimensioni inedite dell’esistenza, nell’incontro, nel servizio, nella relazione per gli altri: ‘vi farò pescatori di uomini’. Inadeguati e lasciando spazio a lui solo, alla sua parola feconda.

Alessandro Cortesi op

IV domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3316Ger 1,4-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Oggi si è adempiuta questa Scrittura”. Questa parola di Gesù, il suo prendere la parola in mezzo all’assemblea radunata attorno alla Scrittura è letta da Luca come il momento in cui Gesù si presenta, all’inizio della sua vita pubblica, come profeta di un tempo ultimo e di un tempo ‘visitato’. E veramente Gesù è profeta: si pone infatti in ascolto, come i profeti, legge la Parola, e non solo.

Ne dà infatti la sua interpretazione, tutta orientata verso un annuncio bello, di gioia, di liberazione. Riprendendo le parole di Isaia (Is 61,1-2) aggiunge alcune parole: dice che il compito dell’inviato è quello di rimettere in libertà gli oppressi. E ne lascia cadere altre: tutte le espressioni relative ad un giorno di vendetta e di ira. Gesù, in ascolto del Padre, ne racconta il volto, un volto amante, di cura, di accoglienza, di perdono, che apre le braccia in modo diverso a figli che non comprendono. Questo ha colpito Luca e la sua comunità che ne farà il centro del vangelo riprendendo la parabola del ‘padre misericordioso’.

E’ una lettura compiuta con autorità. E’ profetica perché si pone in ascolto di quella parola che non viene meno, rivolta dall’antico profeta del tempo del ritorno dall’esilio, ma è anche profetica in modo nuovo, perché Gesù propone un tempo nuovo, un ‘oggi’ di liberazione. Se da un lato c’è un libro, la Scrittura, quel libro, dice Gesù con il suo agire, diviene vita. Non è libro chiuso, luogo di una comunicazione intellettualistica senza rapporto con l’esistenza, ma è libro vivente, anzi parola che si fa volto, incontro, e trasforma il senso del tempo e della vita di chi ascolta. Libro aperto e leggibile a tutti, anche a chi nons al leggere, come il libro che è una vita.

Di fronte alla sua parola la reazione dei suoi, i suoi compaesani, è di meraviglia e di sconcerto. “Non è costui il figlio di Giuseppe?” Luca pone in bocca a Gesù una parola da cui traspare come egli intendesse la sua missione come quella di un profeta. E come tutti i profeti anche lui non può che trovare ostilità e sospetto in chi è chiuso, pretende di sapere tutto, si ritiene padrone della verità e non è disposto ad accogliere una testimonianza che rinvia alla Parola di Dio. Come i profeti di Israele e di ogni tempo anche Gesù vive l’incomprensione e il rifiuto.

Si potrebbe sostare su questo aspetto della vicenda dei profeti e di Gesù: Gesù è accolto dai lontani, da persone impensabili, fuori dagli schemi. Luca nel suo vengelo dirà che sono i pubblicani e le prostitute che lo ascoltano mentre i sapienti, i più vicini, i capi e le guide religiose mormorano e guardano con sospetto la sua accoglienza, il suo condividere mensa e tempo con gli irregolari. Così dopo il rifiuto di Nazareth Gesù indica due casi di stranieri che accolgono i profeti mentre questi ultimi non sono compresi e incontrano rifiuto e allontanamento da parte dei più vicini. E’ una vedova povera a dividere l’ultima farina e l’olio con Elia in tempo di carestia: in questo gesto Gesù scorge l’apertura all’ospitalità da parte di una donna straniera e pagana che fa spazio al profeta di Dio mentre egli è rifiutato dal popolo. Così pure Eliseo trova disponibilità e accoglienza in un comandante del re di Aram pagano, Naaman, lebbroso, proveniente dalla Siria, al di fuori di Israele, e opera così guarigione. Due gesti di salvezza, di liberazione e di vita nuova che si rendono possibili in un contesto di ospitalità, di apertura della propria casa e del proprio cuore, da parte di persone che si lasciano cambiare nell’incontro con l’altro, scorgendo nello sconosciuto un ‘uomo di Dio’ (2Re 5,15). E ci sarebbe da chiederci allora. Chi e dove sono oggi gli stranieri, gli irregolari, coloro che sono tenuti a distanza per motivi sociali, culturali o religiosi e che vivono invece una profonda disponibilità del cuore e attendono testimonianze di vangelo?

Potremmo anche cogliere, in questa vicenda, di Gesù, Elia e Eliseo e dei profeti quella costante che ritorna nella vita di tanti allontanati, emarginati e denigrati in vita e che poi sono santificati dopo la morte, magari dagli stessi che li hanno zittiti ed eliminati. Penso a tante figure di uomini e donne credenti, appassionati, a tanti teologi che hanno testimoniato – proprio per amore della chiesa – la necessità per la chiesa di riformarsi , di vivere una povertà evangelica, di attuare un ascolto della Parola e un dialogo con il proprio tempo, di non scambiare interessi e privilegi di potere con il vangelo, di ricordare e condividere l’impegno per la pace e le esigenze di umanizzazione. Sono stati e continuano ad essere ridotti al silenzio o messi ai margini per poi essere rivalutati in una retorica di circostanza dopo la loro morte o quando non sono più pericolosi. E’ la logica denunciata da Gesù che accusava Gerusalemme di uccidere i profeti e poi di costruire a loro monumenti dopo la loro morte: “Gerusalemme tu che uccidi  i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto” (Lc 13,34). Di taluni di essi è importante anche ricordare il nome: penso a Giuseppe Dossetti, nel centenario della sua nascita (1913) all’opposizione che riemerge nei suoi confronti, una delle figure che hanno vissuto con dedizione radicale la vita a servizio della chiesa e di una convivenza civile nella democrazia e nella pace. Penso a figure come Hans Küng di cui alcuni libri anche recentemente pubblicati (Salviamo la chiesa, Ciò in cui credo, ed. Rizzoli) sono limpida testimonianza di rigore di pensiero e di passione per la chiesa. Ma anche tante altre figure di testimoni e maestri, teologi e teologhe, uomini e donne.

Ma Gesù è anche rifiutato perché in lui vedono solamente ‘il figlio di Giuseppe’. Si aspettavano profeti come autori di azioni eccezionali ed eclatanti. I profeti del miracolo, della potenza, del clamore, uomini del soprannaturale o superuomini. Anche oggi la dimensione religiosa è scambiata per fenomeni di tipo miracolistico o eccezionale, per una ricerca di sacro come qualcosa di totalmente separato dalla vita. Gesù delude queste attese, non compie prodigi, offre solo gesti come segni: quando accoglie i malati lo fa in un contesto di fiducia e di quotidianità, i suoi gesti più belli sono la condivisione, fino a quel pane spezzato che dice tutta la sua vita. Gesù è veramente il figlio di Giuseppe, la sua vita ha percorso i medesimi sentieri nascosti delle nostre esistenze. E facendo questo ci ricorda che i profeti non devono essere cercati laddove c’è qualcuno che si proclama tale, o vive il vittimismo perché non è riconosciuto o si pone come trascinatore di folle o leader di comunità uniformi con la pretesa di essere la vera chiesa. Ci ricorda che la via per riconoscere i profeti è saper lasciarsi spiazzare dal ‘figlio di Giuseppe’, è avere occhi per scorgere la profezia che giunge da persone semplici, dai piccoli. Gesù stesso nella sua vita di Nazareth e nel suo silenzio, si identifica con i piccoli. Chi è povero, il mite, il nonviolento, chi si spende per gli altri, chi compie con fedeltà il suo lavoro non suscita interesse, non scuote, anzi spesso è guardato con l’aria di superiorità di chi pretende di sapere. Sono loro invece – ci dice Gesù – che trasmettono nella loro vita qualcosa di Dio stesso. Il profeta autentico sa ascoltare la parola di Dio nelle parole umane. Gesù apre così a scorgere gli autentici profeti nei piccoli, in tutti i ‘figli di Giuseppe’, uomini e donne della quotidianità, che non compiono cose eccezionali ma che nella loro vita, in gesti spesso nascosti e sofferti annunciano belle notizie di cura, di ospitalità, di liberazione, di vicinanza. Lì sta una profezia che esce dalle pretese di appartenenza, esce dai confini di tipo clericale e sacrale, deborda dalle divisioni tra ‘i nostri’ e ‘gli altri’. E’ la profezia del quotidiano, è una profezia suscitata dallo Spirito creativo che passa in mezzo a chi nutre violenza nel cuore, continuando il cammino. E’ la profezia dal respiro ampio che non s’impone ma si lascia scorgere in percorsi umani tra i più diversi. La reazione di Gesù di fronte all’incapacità degli abitanti di Nazareth è apertura a quella parola ‘Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito’ (Num 11,29): è espressione del suo desiderio di aprire occhi e cuore a scorgere che Dio agisce nei cuori in modi inafferrabili, che egli solo sa, e fa sorgere i suoi profeti là dove non ci aspettiamo, per cambiare le vite, per scuoterle da ogni ricchezza e pretesa e aprirle ad una disponibilità mite.

Alessandro Cortesi op

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