la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3316Ger 1,4-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Oggi si è adempiuta questa Scrittura”. Questa parola di Gesù, il suo prendere la parola in mezzo all’assemblea radunata attorno alla Scrittura è letta da Luca come il momento in cui Gesù si presenta, all’inizio della sua vita pubblica, come profeta di un tempo ultimo e di un tempo ‘visitato’. E veramente Gesù è profeta: si pone infatti in ascolto, come i profeti, legge la Parola, e non solo.

Ne dà infatti la sua interpretazione, tutta orientata verso un annuncio bello, di gioia, di liberazione. Riprendendo le parole di Isaia (Is 61,1-2) aggiunge alcune parole: dice che il compito dell’inviato è quello di rimettere in libertà gli oppressi. E ne lascia cadere altre: tutte le espressioni relative ad un giorno di vendetta e di ira. Gesù, in ascolto del Padre, ne racconta il volto, un volto amante, di cura, di accoglienza, di perdono, che apre le braccia in modo diverso a figli che non comprendono. Questo ha colpito Luca e la sua comunità che ne farà il centro del vangelo riprendendo la parabola del ‘padre misericordioso’.

E’ una lettura compiuta con autorità. E’ profetica perché si pone in ascolto di quella parola che non viene meno, rivolta dall’antico profeta del tempo del ritorno dall’esilio, ma è anche profetica in modo nuovo, perché Gesù propone un tempo nuovo, un ‘oggi’ di liberazione. Se da un lato c’è un libro, la Scrittura, quel libro, dice Gesù con il suo agire, diviene vita. Non è libro chiuso, luogo di una comunicazione intellettualistica senza rapporto con l’esistenza, ma è libro vivente, anzi parola che si fa volto, incontro, e trasforma il senso del tempo e della vita di chi ascolta. Libro aperto e leggibile a tutti, anche a chi nons al leggere, come il libro che è una vita.

Di fronte alla sua parola la reazione dei suoi, i suoi compaesani, è di meraviglia e di sconcerto. “Non è costui il figlio di Giuseppe?” Luca pone in bocca a Gesù una parola da cui traspare come egli intendesse la sua missione come quella di un profeta. E come tutti i profeti anche lui non può che trovare ostilità e sospetto in chi è chiuso, pretende di sapere tutto, si ritiene padrone della verità e non è disposto ad accogliere una testimonianza che rinvia alla Parola di Dio. Come i profeti di Israele e di ogni tempo anche Gesù vive l’incomprensione e il rifiuto.

Si potrebbe sostare su questo aspetto della vicenda dei profeti e di Gesù: Gesù è accolto dai lontani, da persone impensabili, fuori dagli schemi. Luca nel suo vengelo dirà che sono i pubblicani e le prostitute che lo ascoltano mentre i sapienti, i più vicini, i capi e le guide religiose mormorano e guardano con sospetto la sua accoglienza, il suo condividere mensa e tempo con gli irregolari. Così dopo il rifiuto di Nazareth Gesù indica due casi di stranieri che accolgono i profeti mentre questi ultimi non sono compresi e incontrano rifiuto e allontanamento da parte dei più vicini. E’ una vedova povera a dividere l’ultima farina e l’olio con Elia in tempo di carestia: in questo gesto Gesù scorge l’apertura all’ospitalità da parte di una donna straniera e pagana che fa spazio al profeta di Dio mentre egli è rifiutato dal popolo. Così pure Eliseo trova disponibilità e accoglienza in un comandante del re di Aram pagano, Naaman, lebbroso, proveniente dalla Siria, al di fuori di Israele, e opera così guarigione. Due gesti di salvezza, di liberazione e di vita nuova che si rendono possibili in un contesto di ospitalità, di apertura della propria casa e del proprio cuore, da parte di persone che si lasciano cambiare nell’incontro con l’altro, scorgendo nello sconosciuto un ‘uomo di Dio’ (2Re 5,15). E ci sarebbe da chiederci allora. Chi e dove sono oggi gli stranieri, gli irregolari, coloro che sono tenuti a distanza per motivi sociali, culturali o religiosi e che vivono invece una profonda disponibilità del cuore e attendono testimonianze di vangelo?

Potremmo anche cogliere, in questa vicenda, di Gesù, Elia e Eliseo e dei profeti quella costante che ritorna nella vita di tanti allontanati, emarginati e denigrati in vita e che poi sono santificati dopo la morte, magari dagli stessi che li hanno zittiti ed eliminati. Penso a tante figure di uomini e donne credenti, appassionati, a tanti teologi che hanno testimoniato – proprio per amore della chiesa – la necessità per la chiesa di riformarsi , di vivere una povertà evangelica, di attuare un ascolto della Parola e un dialogo con il proprio tempo, di non scambiare interessi e privilegi di potere con il vangelo, di ricordare e condividere l’impegno per la pace e le esigenze di umanizzazione. Sono stati e continuano ad essere ridotti al silenzio o messi ai margini per poi essere rivalutati in una retorica di circostanza dopo la loro morte o quando non sono più pericolosi. E’ la logica denunciata da Gesù che accusava Gerusalemme di uccidere i profeti e poi di costruire a loro monumenti dopo la loro morte: “Gerusalemme tu che uccidi  i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto” (Lc 13,34). Di taluni di essi è importante anche ricordare il nome: penso a Giuseppe Dossetti, nel centenario della sua nascita (1913) all’opposizione che riemerge nei suoi confronti, una delle figure che hanno vissuto con dedizione radicale la vita a servizio della chiesa e di una convivenza civile nella democrazia e nella pace. Penso a figure come Hans Küng di cui alcuni libri anche recentemente pubblicati (Salviamo la chiesa, Ciò in cui credo, ed. Rizzoli) sono limpida testimonianza di rigore di pensiero e di passione per la chiesa. Ma anche tante altre figure di testimoni e maestri, teologi e teologhe, uomini e donne.

Ma Gesù è anche rifiutato perché in lui vedono solamente ‘il figlio di Giuseppe’. Si aspettavano profeti come autori di azioni eccezionali ed eclatanti. I profeti del miracolo, della potenza, del clamore, uomini del soprannaturale o superuomini. Anche oggi la dimensione religiosa è scambiata per fenomeni di tipo miracolistico o eccezionale, per una ricerca di sacro come qualcosa di totalmente separato dalla vita. Gesù delude queste attese, non compie prodigi, offre solo gesti come segni: quando accoglie i malati lo fa in un contesto di fiducia e di quotidianità, i suoi gesti più belli sono la condivisione, fino a quel pane spezzato che dice tutta la sua vita. Gesù è veramente il figlio di Giuseppe, la sua vita ha percorso i medesimi sentieri nascosti delle nostre esistenze. E facendo questo ci ricorda che i profeti non devono essere cercati laddove c’è qualcuno che si proclama tale, o vive il vittimismo perché non è riconosciuto o si pone come trascinatore di folle o leader di comunità uniformi con la pretesa di essere la vera chiesa. Ci ricorda che la via per riconoscere i profeti è saper lasciarsi spiazzare dal ‘figlio di Giuseppe’, è avere occhi per scorgere la profezia che giunge da persone semplici, dai piccoli. Gesù stesso nella sua vita di Nazareth e nel suo silenzio, si identifica con i piccoli. Chi è povero, il mite, il nonviolento, chi si spende per gli altri, chi compie con fedeltà il suo lavoro non suscita interesse, non scuote, anzi spesso è guardato con l’aria di superiorità di chi pretende di sapere. Sono loro invece – ci dice Gesù – che trasmettono nella loro vita qualcosa di Dio stesso. Il profeta autentico sa ascoltare la parola di Dio nelle parole umane. Gesù apre così a scorgere gli autentici profeti nei piccoli, in tutti i ‘figli di Giuseppe’, uomini e donne della quotidianità, che non compiono cose eccezionali ma che nella loro vita, in gesti spesso nascosti e sofferti annunciano belle notizie di cura, di ospitalità, di liberazione, di vicinanza. Lì sta una profezia che esce dalle pretese di appartenenza, esce dai confini di tipo clericale e sacrale, deborda dalle divisioni tra ‘i nostri’ e ‘gli altri’. E’ la profezia del quotidiano, è una profezia suscitata dallo Spirito creativo che passa in mezzo a chi nutre violenza nel cuore, continuando il cammino. E’ la profezia dal respiro ampio che non s’impone ma si lascia scorgere in percorsi umani tra i più diversi. La reazione di Gesù di fronte all’incapacità degli abitanti di Nazareth è apertura a quella parola ‘Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito’ (Num 11,29): è espressione del suo desiderio di aprire occhi e cuore a scorgere che Dio agisce nei cuori in modi inafferrabili, che egli solo sa, e fa sorgere i suoi profeti là dove non ci aspettiamo, per cambiare le vite, per scuoterle da ogni ricchezza e pretesa e aprirle ad una disponibilità mite.

Alessandro Cortesi op

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