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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

I domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3333Dt 26,4-10; Sal 90; Rom 10,8-13; Lc 4,1-13

“…pieno di Spirito Santo si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto”

Un particolare è sottolineato da Luca in questa pagina delle tentazioni di Gesù: è l’insistenza sulla presenza dello Spirito nella sua vita. Lo Spirito discende su di lui al momento del battesimo al Giordano. Lo Spirito lo guida nel deserto. Le tentazioni sono da leggere come sottili tentativi di distoglierlo dal suo cammino e dalla sua scelta fondamentale.

Luca organizza le tentazioni in tre scene, nel deserto. La prima è la sfida : “di’ a questa pietra che diventi pane”. Si tratta della richiesta di trasformare tutto in pane, di inseguire solamente il soddisfacimento dei desideri di un benessere materiale chiuso ad ogni altra dimensione, di pensare la sua stessa missione, il suo essere messia nei termini di un risposta a richieste materiali.

La seconda è la sfida presentata ‘in alto’, guardando tutti i regni della terra: “se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me tutto sarà tuo”. E’ la tentazione di un potere inteso come ottenimento di gloria sottomettendosi alle logiche dell’ingiustizia, della menzogna e dell’oppressione, le logiche ‘diaboliche’ che dividono l’uomo dall’uomo e da Dio stesso.

La terza è situata sul punto più alto del tempio: “se tu sei figlio di Dio gettati giù di qui”. E’ sfida sottile: indica la pretesa di evidenze, di prodigi manifestati che esigano subito il riconoscimento e il prestigio con l’ostentazione di un potere sovrumano. E’ la via di un messia che s’impone con il prodigio e non vive la debolezza e il rifiuto.

Sono tre prove che risultano essere quasi una sintesi della prova continua vissuta da Gesù nella sua esistenza. Era infatti provocato ad offrire segni spettacolari, a rispondere a bisogni che corrispondevano ai desideri di soluzione di problemi e di potere. Ma nei vangeli Gesù si sottrae quando vede che i suoi gesti possono essere male intesi: come il suo gesto di distribuire e condividere pane, se esso non apre ad una sete e ad una fame ulteriori. Si sottrae anche quando i suoi stessi discepoli cercano di chiedere per loro posti di potere e prestigio. Gesù sfugge anche quando i farisei gli chiedono segni spettacolari, un segno dal cielo. Le tentazioni ci parlano del cammino di Gesù, sottoposto alla prova nel cuore della sua missione.

C’è un versetto di Luca importante, che riprende, verso la fine della narrazione l’episodio delle tentazioni o prove di Gesù (Lc 22,28) “voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove”. La prova è esperienza di Gesù nel deserto, nel cammino della sua vita, ma è anche prova della sua comunità, di coloro che sono chiamati a stare sotto la prova e a non cedere. E non cedere alla prova significa, nel deserto, rimanere fedeli allo Spirito, accogliere lo spirito. All’inizio del suo cammino Luca presenta Gesù lucido, e libero di fronte alle prove.

Forse anche noi dovremmo chiederci quali sono gli ambiti della prova oggi, per essere lucidi di fronte a diversi generi di prove. Provo ad indicarne alcune.

Non di solo pane vive l’uomo. La prima tentazione è quella di ridurre tutto a pane da consumare. Attenzione! Non il pane da condividere, non il pane che è frutto di fatica e lavoro e reca in sé il segno della convivialità e della accoglienza. Ma il pane da consumare. La ricerca di una soddisfazione che tutto prende, ingloba e consuma, che tutto riduce a guadagno nella ricerca di beni materiali. E’ il modo di concepire un’esistenza in cui tutto è riducibile alle forme del desiderio e del desiderio materiale. Il soddisfacimento dei propri bisogni, il perseguimento dei propri interessi senza curarsi degli altri, l’accaparramento per cui si accumula senza pensare ad altro. L’avidità che svuota la solidarietà. Le radici di tanta aggressività, violenza, incapacità di relazioni sorgono proprio dalla pretesa di avere felicità in un consumo che permea tutto il vivere: si consumano beni, risorse, mezzi, sino le persone. Essere spinti nel deserto dallo Spirito è occasione per divenire lucidi e saper riconoscere questa tentazione che svuota la vita e la rende schiava di una tensione a consumare senza rapporto con l’altro. Di fronte alla richiesta che la pietra diventi pane Gesù risponde che l’uomo ha bisogno non solo di pane e quel pane di cui pure ha bisogno deve recare con sé apertura ad altro, alla condivisione ad un incontro più profondo.

La seconda tentazione riguarda il potere. Viviamo un tempo in cui la perdita del ruolo sociale porta la chiesa a cercare nuove forme per poter incidere sulla vita politica e sociale. Ma non è forse questa una vera e propria tentazione da riconoscere? Gesù rifugge la via del potere che per affermarsi accetta il compromesso con l’ingiustizia, con la corruzione, con  l’adorazione di ciò che non è dio  e separa (diavolo è il separatore, colui che divide) l’uomo da Dio stesso. Gesù riprende qui la critica profonda dei profeti ai Baal: Baal è quel padrone che tutto compra. Viviamo anche oggi forme di potere in cui tutto è ridotto a merce da comprare e scambiare, il lavoro stesso viene ridotto a merce, la vita delle persone, le donne sono ridotte merce, e tutto viene sottoposto alle regole di un padrone che compra a suo piacimento. Nel deserto lo Spirito può guidare a sottrarsi a queste logiche pervasive e riconoscere solamente il Dio dei poveri, dei sottomessi degli offesi.

La terza tentazione è il rifiuto del miracolismo, della ostentazione, dei segni prodigiosi. Gesù rifiuta di prendere questa via di un messianismo del prodigio, della manifestazione e sceglie invece la via del servizio del nascondimento, del farsi prossimo, che non cerca di guadagnare ma perde la propria vita, la consegna al Padre e agli altri, fino alla fine. E’ la via di un ascolto del Padre e di chi gli si fa incontro, è la sua obbedienza fondamentale ed è anche la via della fraternità vissuta come un rimanere solidale fino alla fine. Non è forse questa via dell’ascolto, della solidarietà e della fraternità la strada da riscoprire oggi per le chiese?

Il deserto che Gesù vive è il deserto biblico: è un luogo ma è anche un simbolo. E’ simbolo dello spazio in cui si riscopre l’essenziale, è lo spazio dell’inermità e della debolezza. Nel deserto si sperimenta la propria piccolezza e gli spazi sconfinati, la paura dei pericoli, la necessità delle cose essenziali. Nel deserto si viene spogliati da tutto ciò che è appesantimento, sovrappiù, non necessario. Deserto nella bibbia è luogo di prova: c’è la sete, la mancanza di cibo, c’è la prova più radicale rappresentata dalla nostalgia di quando si era schiavi: almeno in Egitto – è la mormorazione del popolo – avevamo le pentole piene di cipolle per poter mangiare, nel deserto neppure quello. Ma il deserto è il luogo dell’incontro con Dio che guida, con lo Spirito che apre alla libertà, anche dalle proprie angustie ricerche. Il deserto è tempo di rinnovamento e di fidanzamento, tempo dell’incontro nella novità e dell’intimità di ascolto di una parola che raggiunge l’interiorità, che tocca e cambia la vita. “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,17). Vieni con me nel deserto. Questo è l’invito di questa Quaresima.

E’ da riflettere sul fatto che le recenti dimissioni del papa sono situate all’inizio di un tempo di deserto, la quaresima di quest’anno, tempo importante per recuperare l’essenziale, per fissare lo sguardo su Gesù, per vivere cambiamenti di rinnovamento. In questa scelta leggerei innanzitutto l’indicazione di una debolezza, di una sincera e umana espressione di ‘non farcela’ di fronte non solo alle fatiche dell’età, ma anche ad una situazione di lotte di potere e di perdita di orizzonti di vangelo all’interno della stessa chiesa. Questo gesto potrebbe portare all’irruzione di un senso di umanità che desacralizza la figura stessa del Papa chiamato ad un servizio da vivere con umiltà finché è possibile. Penso che indichi anche la necessità di ripensare in visione ecumenica il ruolo del papato, del ‘presiedere nella carità’ come un servizio che può essere assunto e continuato da altri – un servizio da vivere nella condivisione reale di peso e di ricerca – nel riconoscere la debolezza umana e la possibilità di scelte diverse, secondo coscienza, in situazioni diverse (in modo diverso dal suo predecessore). E’ un gesto che parla di silenzio, di distacco da una posizione di potere per una ricerca più essenziale e profonda che dovrebbe stare al cuore di ogni ruolo e posizione nella chiesa.

E’ anche un gesto che reca in sè l’apertura ad un ripensamento, ad una conversione ecclesiale: la chiesa dovrebbe ritrovarsi in modo diverso oggi attuando un cambiamento radicale in rapporto al vangelo, ponendo la fraternità al centro, rinnovando forme  di governo nella direzione di un servizio condiviso e plurale, aprendo ad un domani in cui non si parli più solamente di cardinali o di ‘uomini di chiesa’ ma anche di… donne… e di ‘poveri cristiani’ (il gesto del papa ha riportato al gesto di Celestino V narrata da Ignazio Silone come l’avventura di un povero cristiano), e di poveri da mettere al centro al seguito di Gesù che si è fatto povero per noi perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).

Alessandro Cortesi op

 

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